giovedì 26 marzo 2020

pc 26 marzo - Carceri e coronavirus - il bastone e la carota della giustizia borghese in Francia e il bastone e basta di quella italiana

Il ministro della giustizia francese libera 5.000 detenuti a fine pena

Lo scorso 16 marzo è deceduto un detenuto 74enne, incarcerato l’8 marzo a Fresnes (comune del Val-de-Marne), che era risultato positivo al Coronavirus dopo il test all’ospedale di Kremlin-Bicêtre (Comune alle porte di Parigi), dove è stato portato dopo i primi sintomi.
In questa settimana, in seguito alla sospensione dei colloqui e delle visite negli istituti penitenziari francesi, sono scattate le prime proteste, come quelle che hanno avuto luogo nelle carceri di Grasse e Metz.
Domenica 22 marzo si sono verificati nuovamente decine di azioni in diversi istituti penitenziari; in particolare, nel centro di detenzione di Uzerche, i detenuti, stremati dalle nuove disposizioni di confino e di fronte all’assenza di misure di protezione igienico-sanitaria per limitare la propagazione dei contagi, sono riusciti ad accedere al cortile e sono saliti sul tetto.
La Direzione dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) francese ha reso noto che una
quarantina di detenuti hanno bruciato dei materassi in forma di protesta; nel cortile e nei corridoi 200 detenuti, su un totale di 540, hanno dato vita ad una rivolta disperata per denunciare la loro paura di contagio e la situazione strutturale di sovraffollamento.

La situazione è stata “normalizzata” dall’intervento delle Équipes Régionales d’Intervention et Sécurité (ERIS), simili al Gruppo Operativo Mobile italiano. Al termine della sommossa, la DAP ha comunicato che la sua risposta alle violenze e alle degradazioni delle strutture sarà “ferma e decisa”, facendo tacitamente riferimento a sanzioni disciplinari o all’impossibilità di richiedere sconti di pena.

I detenuti in rivolta nel centro di detenzione di Uzerche sono riusciti a comunicare una serie di rivendicazioni, a partire da un monitoraggio delle condizioni di salute per ogni detenuto e per ogni membro dell’amministrazione penitenziaria. Infatti, molti agenti di custodia e secondini non sono dotati né di maschere né di guanti, nonostante siano coloro più esposti al contagio, entrando ed uscendo quotidianamente dalle varie carceri.

Stesso tipo di rivendicazioni sono arrivate anche dalle proteste che hanno avuto luogo negli istituti detentivi e penitenziari di Maubeuge, Meaux, Nantes et Carcassonne.

Ad oggi, 5 detenuti sono risultati positivi al Coronavirus, come riportato dal Ministero della Giustizia francese, e circa 230 detenuti sono stati messi in confinamento sanitario sempre all’interno delle carceri, dove però rendere disponibile una cella per un singolo detenuto significa ammassarne altri in una situazione già critica.

La decisione del ministro della giustizia, Nicolas Belloubet, di sospendere i colloqui e le visite ai detenuti, come ogni genere di attività (formazione professionale, quelle socio-culturali e di insegnamento), ma di non dotare in maniera efficace tutto il personale dell’amministrazione penitenziaria delle dovute protezioni sanitarie, risulta alquanto ipocrita se si pretende di “evitare la diffusione dell’epidemia all’interno e all’esterno del carcere”. Infatti, secondo quanto riportato dalla DAP, 9 membri del personale penitenziario sono risultati positivi al Coronavirus, mentre circa 300 agenti sono in quarantena presso il proprio domicilio.

Lunedì, al termine di una riunione tra gli alti funzionari del Ministero di Giustizia e dei sindacati delle guardie penitenziarie per discutere della situazione attuale nelle carceri e dei rischi legati al Coronavirus, la ministra della giustizia ha comunicato la sua decisione di autorizzare la liberazione di circa 5.000 detenuti prossimi al termine della pena.

Nello specifico, si tratta di tutti quei detenuti accusati ed incarcerati per reati minori e che hanno dimostrato atteggiamento di “buona condotta”. Questa ultima specificazione sembra voler quasi a priori escludere coloro che sono stati gli organizzatori e i partecipanti delle rivolte degli ultimi giorni nei vari istituti detentivi e penitenziari in Francia.

Questo “indulto” concesso dalla ministra della giustizia è mirato, da un lato, a far sbollire la tensione relativa alle proteste per evitare una replica del “caso italiano” e, dall’altro, ad isolare e reprimere quei detenuti che hanno “osato” protestare contro le condizioni indegne della vita quotidiana all’interno delle carceri francesi.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Ministero della Giustizia (al 1° ottobre 2018), su un totale di 70.651 detenuti, 27.557 persone stanno scontando una pena residua inferiore a un anno, e di questi 17.553 pene inferiori a sei mesi.

Alleghiamo la traduzione del comunicato, del quale sarebbe autori un centinaio di detenuti del centro penitenziario di Rennes-Vezin, i quali fanno appello a “bloccare le carceri”, allertando anche e soprattutto sulle loro condizioni di vita e sul contesto preoccupante che regna dietro e dentro le mura delle prigioni, in piena crisi da Coronavirus. Il testo originale è stato pubblicato in francese dall’Observatoire International des Prisons – Section Française.

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All’attenzione di
Sig. Presidente della Repubblica,
Sig.ra Belloubet, Ministra della Giustizia,
Sig. Bredin, Direttore dell’Amministrazione Penitenziaria,
Sig.ra Hanicot, Direttrice della Direzione Interregionale dei Servizi Penitenziari di Rennes,
Sig. Astruc, pubblico ministero di Rennes,
così come tutti i direttori di carceri.

Noi detenuti blocchiamo le carceri francesi.

Noi detenuti siamo preoccupati dal Covid-19 per le nostre famiglie, per i nostri cari e per noi stessi. Stiamo vivendo una crisi sanitaria senza precedenti e il sentimento della paura è decuplicato, come tutti i sentimenti in prigione. Noi detenuti in Francia chiediamo che vengano imposte regole igieniche severe a tutto il personale dell’istituto; che sia vietata la promiscuità tra noi e il personale, come in ogni altra parte della Francia, e che, se ciò non è possibile, il personale indossi guanti e maschere. Noi detenuti in Francia chiediamo un piano d’azione sanitario in caso di contaminazione all’interno di ogni centro penitenziario.

Noi detenuti accusiamo il sistema giudiziario e carcerario di mettere in pericolo le nostre vite e chiediamo immediatamente il decongestionamento di tutte le prigioni, rilasciando coloro alla fine della loro pena e i detenuti considerati non pericolosi per la nostra società, in modo che la capacità delle prigioni non sia ulteriormente superata. Vi chiediamo di essere responsabili, in modo da non essere mai più stipati insieme al punto di dormire per terra, e di fare in modo che d’ora in poi le prigioni siano ben regolate, in modo da poter essere detenuti in condizioni degne di un paese come la Francia.

Noi detenuti denunciamo la violenza fisica e morale di alcune guardie e delle Squadre regionali di intervento e di sicurezza (ERIS) coperte dalle direzioni; la cancellazione troppo rapida delle prove video e, peggio ancora, le denunce chiuse senza azione da parte dei procuratori troppo vicini ai direttori delle carceri, che si rendono complici di questi atti e danno un senso di impunità alle guardie disoneste.

Noi detenuti denunciamo il fatto di piegarsi durante le perquisizioni totali, che minano la nostra dignità e ci umiliano. Tuttavia, sulla circolare sui mezzi di controllo dei detenuti, non viene mai indicato il piegamento o qualsiasi altra umiliazione, quindi è abuso di potere.

Noi detenuti denunciamo il disprezzo, le derisioni e le assurdità dei sindacati delle guardie e degli ufficiali. Il potere che hanno ottenuto, se viene utilizzato per migliorare le loro condizioni di lavoro, è onorevole, ma quando viene utilizzato per far arretrare le nostre condizioni di detenzione, diventa malsano e crea un inevitabile abisso tra guardia e prigioniero.

Noi detenuti denunciamo la Direzione interregionale per aver rotto i legami familiari rifiutando i ricongiungimenti familiari o prendendo troppo tempo per i più fortunati per avvicinarsi alle loro case (corsi, baschi, ecc.). Denunciamo il rifiuto quasi sistematico di visite prolungate per le famiglie che vivono a più di 200 km di distanza, quando in teoria questo è già scritto nel regolamento. Smettetela di dirci che non ci sono più posti, trovare delle soluzioni!

Noi detenuti denunciamo con la massima veemenza il regime duro delle carceri di custodia cautelare e chiediamo immediatamente la ripresa in tutte le carceri di due passeggiate al giorno, senza nascondersi dietro la scusa del lavoro o dell’attività, perché sappiamo tutti che i posti sono limitati. Non possiamo più stare rinchiusi tra le 22 e le 23 ore senza poter uscire dalla cella, è disumano. Vorremmo che il sistema carcerario nelle carceri di custodia cautelare fosse ripensato, con più edifici, più fiducia.

Noi detenuti denunciamo il sistema delle mense a geometria variabile e vogliamo comprare la carne secondo il nostro credo (ebraico, musulmano o cristiano), quindi la carne kosher, halal o neutra e se la catena del fresco è un problema, dobbiamo trovare soluzioni, che esistono. Noi detenuti chiediamo un minimo di tre delegati per ogni carcere per dialogare con la direzione e allentare le tensioni.

Noi detenuti chiediamo un maggior numero di giudici per l’esecuzione delle sentenze e di consulenti penitenziari per l’integrazione e la libertà vigilata, in modo che il termine di quattro mesi non venga mai più superato quando una sentenza viene adattata e chiediamo l’applicazione rigorosa della legge sull’adeguamento delle pene: centro di detenzione per metà della pena e centro di detenzione per 1/3 della pena. Noi detenuti denunciamo il destino di quelli in isolamento e il trattamento disumano e degradante che infliggete loro. 

Noi detenuti denunciamo la durezza della detenzione delle donne detenute, spesso respinte dai loro parenti e tagliate fuori dal mondo esterno senza alcun legame sociale, e chiediamo una riflessione sulla separazione di una madre detenuta da suo figlio. Noi detenuti chiediamo un intervallo più breve tra un’unità di vita familiare e l’altra.

Noi detenuti chiediamo ai giudici di interrogarsi sulla detenzione preventiva perché diventa un’antitesi alla presunzione di innocenza.

Noi detenuti siamo semplicemente sull’orlo di una rottura che si è accentuata con il contesto ansioso della diffusione del virus Covid-19. Sapendo che in prigione le guardie non rispettano le regole di base, né le misure di distanza, né i guanti, né le maschere, e peggio ancora, continuiamo a essere palpeggiati in disprezzo delle norme igieniche, il che aumenta il rischio di contaminazione. Noi detenuti lanciamo un grido di allarme affinché le guardie umane prendano il sopravvento sulle guardie che si sono disumanizzate per rinnovare il dialogo. Noi detenuti chiediamo di essere rispettati da tutta la corporazione giudiziaria e penitenziaria e dalla società.

Noi detenuti sosteniamo gli infermieri, le unità sanitarie, i medici, i vigili del fuoco, i virologi, Samu, Smur e tutto il corpo medico perché siamo consapevoli e grati per il lavoro svolto in un periodo così difficile. Grazie a tutti voi.

I detenuti e le detenute in Francia

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