pc 28 marzo - L'uovo di serpente del moderno fascio/nazismo dilaga a Est - dall'Ungheria alla Serbia
Sono i governi il centro e il riferimento del moderno nazismo - così a Est, cosi sarà nel nostro paese e in Europa - e anche il coronavirus lo alimenta
Chi a sinistra non capisce questo è politicamente e analiticamente un idiota e non serve alla necessaria Nuova Resistenza che è la prospettiva del futuro a cui prepararsi ideologicamente - teoricamente - politicamente - organizzativamente da ora.
A caccia dei migranti-untori: le ronde dell’ultradestra serba
Da 'il manifesto' Serbia. A
Belgrado cortei razzisti e coprifuoco imposto a chi è costretto a vivere
in strada. A InfoPark, ritrovo dei richiedenti asilo, distribuiti
volantini in arabo: «Non fatevi vedere»
La manifestazione anti-migranti dell’ultradestra serba, lo scorso 8 marzo a Belgrado
Jalil non ha neanche 16 anni. Ha dormito all’aperto, in uno dei
cantieri che segnano la terra di nessuno che attraversa Belgrado, come
una cicatrice, tra la città di sempre e quella di domani. La zona di
Savamala, tra il fiume Sava e il resto della città, è un cantiere.
Qui, dove c’è la stazione dei bus, da anni, si ritrovano i migranti di passaggio a Belgrado.
Il parchetto vicino alla facoltà di Economia e quello più grande,
alle spalle, sono il limbo di Jalil e tanti altri. «Non ho un posto dove
andare, ci sono delle case, per qualcuno, come i siriani o gli iraniani
che hanno dei contatti. Noi afghani siamo sempre in strada».
Jalil ha una storia che se non fosse terribile, ormai, sarebbe quasi
banale. È partito due anni fa da Jalalabad, da quella guerra in
Afghanistan che finisce in prima pagina se si parla di accordi tra Usa,
talebani e governo locale, ma nelle brevi quando l’agenzia Onu che se ne
occupa, l’Unama, dichiara il 2019 come l’anno peggiore per le vittime
civili dal 2001.
Afghanistan, Iran, Turchia. Poi la Grecia, via Bulgaria, infine la
Serbia. Già passato due volte, respinto una volta in Bosnia-Erzegovina,
una volta in Serbia dalla Croazia. Con i metodi delle polizie locali che
sono ben noti, come ha denunciato il rapporto Pushed to The Edge di
Amnesty International.
«Avevano i cani, urlavano, non parlavano inglese. E picchiavano».
Attorno a Jalil – «non mi fotografare però» – altri ragazzi come lui,
poco più piccoli, poco più grandi. Lo ascoltano. Sono tutti sparpagliati
tra le panchine e le aiuole, tra una colonna sormontata da una croce
ortodossa e una fontana. Che non dà più acqua. Come la colonnina a
pannelli solari che un gruppo di designer serbi aveva donato al parco
nel 2015, all’inizio della crisi dei rifugiati lungo la Balkan Route,
perché queste persone potessero ricaricare i cellulari.
Quella colonnina, oggi, è distrutta, come la fontana è chiusa. Perché
acqua ed elettricità sarebbero un pull factor e come tali vanno
disincentivati. Alle spalle delle decine di uomini e ragazzi
sparpagliati, lo skyline di WaterFront, un progetto edilizio faraonico
in stile Dubai che è stato costruito con fondi degli Emirati arabi uniti
sul lungo fiume. Case per ricchi, al momento quasi tutte vuote. Una
polaroid dell’urbanità, tra gentrificazione e fragilità sociali.
Jalil è appena passato da InfoPark. Ha potuto caricare il suo
cellulare, usare un computer, chiedere se c’era un giubbotto più caldo
del suo. Stevan è una delle anime di InfoPark. «Siamo partiti nel 2015,
io prima lavoravo con agenzie Onu, ma avevo voglia di fare qualcosa di
più concreto. E abbiamo iniziato».
Nel 2015, con numeri impressionanti, è partito a lavorare all’ong che
proprio nel parco accoglieva, rifocillava, consigliava le persone in
transito. Poi, dopo un paio d’anni, hanno preferito prendere una sede
nella strada vicino al parco e alla stazione di Belgrado, per dare un
punto di riferimento e un aiuto pratico a queste persone. InfoPark a Belgrado, luogo di ritrovo di migranti e richiedenti asilo (Foto di Christian Elia)
Alle sue spalle dei bambini giocano, altri navigano in internet.
«Diamo una mano in tutto, loro non vogliono stare qui. Solo che adesso –
continua Stevan – è tutto chiuso. Per anni siamo stati da soli, poi il
governo, fiutando anche gli incentivi europei, ha preteso di
centralizzare tutta la filiera. Al momento ci sono dei centri sparsi per
tutto il paese (più di dieci, che vengono aumentati o diminuiti a
seconda del flusso) che sono solo dei dormitori. Le autorità dichiarano
che se queste persone vogliono, hanno tutto quello che gli serve. Ma
tutto quello che serve a queste persone è un futuro. Sono qui perché non
vogliono più stare a casa loro e vogliono raggiungere parenti e amici
altrove. Va pensata e attuata una soluzione sistemica. Non serve a nulla
questa situazione. Nei campi, se non ci sono ong, non c’è alcuna
attività. Ci si lascia vivere e – lentamente – morire. Ecco perché sono
qui, aspettano la chiamata del di turno, che gli indica quale via al
momento sembra più facile. Si muovono in piccoli gruppi e vanno. Ma
quasi sempre ritornano, pochissimi ce la fanno. Sembra di svuotare il
mare con un bicchier d’acqua. E ora ci si mettono anche i gruppi di
destra».
L’8 marzo, davanti al palazzo del governo di Belgrado, una folla di
circa 200 persone si è radunata per urlare la sua «preoccupazione per il
possibile arrivo dei migranti in Serbia e il ritorno di coloro che sono
passati attraverso la Serbia», secondo quanto hanno raccontato i media
locali.
Gli slogan quelli dell’armamentario identitario e sovranista dei
razzismi globali: «Se lo stato e la polizia non possono proteggere lo
stato, lo faremo noi», annunciando che avrebbero istituito più pattuglie
di strada. I partecipanti hanno gridato «Non vogliamo i migranti»,
«Serbia per i serbi», «Recinti per i migranti, libertà per i cittadini» e
altri slogan. Uno striscione recitava: «I terroristi non sono i
benvenuti» e «Non ci sostituirete».
Come non bastasse il clima, immotivato, di odio montante, è arrivato
anche il Covid-19. Il governo non ha perso l’occasione per una stretta,
nonostante la situazione non siano previste altre misure coercitive
particolari per gli altri cittadini, se si esclude un laconico invito a
restare a casa agli over 65.
L’esecutivo ha ordinato a tutti i migranti di restare chiusi nei
centri, eliminando tutte le possibilità di movimento. Come se il
contagio fosse in qualche modo una prerogativa dei migranti.
La mossa è arrivata dopo che uno dei movimenti di estrema destra, il
Dveri, ha iniziato a postare video sui social di ‘ronde di cittadini’
che impongono un coprifuoco ai migranti ‘sorpresi’ a girare di notte per
le città serbe. Lo stesso movimento, dall’inizio dell’anno, accusa il
governo di fare accordi segreti con l’Ue per accogliere migranti.
Secondo Stevan tutto è iniziato tempo fa, quasi all’improvviso,
all’inizio del 2020. «Prima c’era stato qualche episodio singolo, ma
nulla di preoccupante. Poi alcuni ragazzi sono venuti a dirci che erano
arrivati in gruppo, nel parco, alcune persone. Vestite di nero. Che gli
hanno dato dei volantini in serbo, inglese e arabo (probabilmente non
sanno neanche che gli afghani non lo parlano) nei quali si intimava ai
ragazzi di non farsi vedere. Proprio così – racconta Stevan, che per la
prima volta perde la calma – siate invisibili! Perché in fondo è così,
da sempre. Che senso ha, quando li fermano, se non sono nei centri,
dargli un foglio che intima di lasciare il paese. Con che mezzi? Allora è
evidente che nessuno vuole fare nulla e i gruppi di destra, in vista
delle prossime elezioni, si stanno infilando in questo vuoto», conclude
l’operatore di InfoPark.
Della stessa opinione è Nataljia Miletic, giornalista freelance serba
residente a Berlino, nota per le sue inchieste sull’estrema destra
serba e sui rifugiati. «Attorno alla logica clanica che garantisce il
dominio per primo ministro Vucic adesso si muove qualcosa. Parte
dell’opposizione, che è ancora più a destra di Vucic e lo ritiene troppo
‘europeista’, guarda alle dinamiche della politica internazionale.
Italia, Grecia, Ungheria, ovunque. Perché non provare a metterlo in
difficoltà con il tema che garantisce voti e consensi, cioè la
criminalizzazione di questi disperati? Non credo che puntino a rimuovere
Vucic, non ne hanno neanche la forza, ma spesso i gruppi di estrema
destra sono stati utili al sistema, come ai tempi delle proteste per
WaterFront.
«L’estrema destra faceva da braccio armato, contro gli oppositori o
contro quelli che non volevano vendere – continua Miletic – Poi magari
non hanno ricevuto in cambio quel che volevano, o ancora una volta fanno
il gioco di Vucic, chi può dirlo. Ma da qualche mese hanno iniziato a
molestare queste persone, ci sono fake news su presunte aggressioni a
danni di poveri cittadini da parte di migranti, che si rivelano false,
ma quando ormai hanno girato. Il più attivo in questo senso è Misa
Vatic, un neonazista di Novi Sad, che è attivo nelle reti internazionali
sovraniste e ora si è proclamato leader della crociata contro i
migranti, dopo che anche i media filo – governativi lo avevano
sdoganato».
Irena Stojadinovic parla un italiano perfetto. Psicologa, ha studiato
e continua a studiare Basaglia e le sue teorie. Lavora per PIN
(Psychosocial Innovation Network), un’ong che si occupa di sostegno
psicologico.
«Offriamo supporto in alcuni campi e qui in sede. È difficile, le
persone si fermano poco, non puoi puntare su un lungo lavoro terapico.
Devi provare a fare quel che puoi, sostenendo queste persone e
aiutandoli a gestire i loro traumi, le loro paure. A questo lavoro
affianchiamo quello di ricerca, per una raccolta dati che ci aiuti a
elaborare strategie di sostengo. Avevamo l’esperienza dei conflitti anni
Novanta, ma sono situazioni differenti. Qui, in fondo, i rifugiati di
quegli anni parlavano la stessa lingua, avevano lo stesso passato e lo
stesso immaginario. Un dramma anche quello, certo, ma anche con un clima
differente».
«Qui non c’è stata ostilità, per lungo tempo, poi piano piano la
situazione si è aggravata e bene che vada i migranti sono confinati in
una invisibilità che lascia dei segni – aggiunge Stojadinovic – Al
momento parliamo di 6.500 persone nei campi e di circa 2.500 persone per
strada. Tutte con un peso enorme a livello psicologico: il senso di non
‘fare nulla’, di vedere la vita che passa senza un senso e senza un
posto dove tornare. In alcuni poi, il senso di colpa per chi aspetta a
casa un aiuto è lacerante. E i minori, ovviamente, sono i più fragili,
Notiamo spesso che, nelle comunità, i piccoli sviluppano un rapporto
malsano con i trafficanti, che vedono come figure che danno sicurezza.
Finendo a loro volta per imitarli. Nei centri non vogliono andarci: sono
lontani dai centri abitati, con pochi e costosi collegamenti,
preferiscono vivere in strada. Ma la situazione è dura da sopportare per
ragazzi così giovani».
Nel mezzo di giochi più grandi di loro, come ci fossero restate
impigliate, ci sono le vite di Jalil e tanti altri. Nel parco, in
disparte, ci sono due famiglie. Una donna con il bambino parla con
Ivana, un’altra operatrice di InfoPark. Si chiama Asma, nasconde la sua
piccola dietro la schiena. Parla un ottimo inglese, arrivano dalla
Siria.
«Siamo fuggiti da Idlib, eravamo già scappati altre volte, in Siria.
Siamo profughi per la terza volta, ma ora restare è impossibile. Siamo
una famiglia che si è opposta al regime, quando torneranno non ci
salverà nessuno», racconta con gli occhi grandi e determinati, ma con la
voce incerta.
«Siamo passati dalla Romania, ma non volevamo restare chiusi là.
Parte della mia famiglia è in Germania, vogliamo raggiungerla. La Siria
non esiste più». Ivana le parla dei centri per le madri con minori, ma
lei ha paura che suo fratello, che viaggia con lei, venga separato da
loro.
Intanto, ostinatamente, mostra il cellulare fracassato. «Sono stati i
poliziotti, in Romania. Perché? Che gli abbiamo fatto noi? Potete
ripararlo?». Ivana la rassicura, se ne occuperà InfoPark. «Siamo
preoccupati. L’offensiva su Idlib potrebbe di nuovo far crescere i
numeri», dice Ivana. «E non tira una brutta aria qui, sotto elezioni,
per loro e per tutti noi».
Nessun commento:
Posta un commento