Dell’India generalmente sappiamo che è un subcontinente in rapidissima espansione economica, con una crescita esponenziale della popolazione, ma in vertiginosa crescita sono soprattutto le disuguaglianze sociali. E drammaticamente in crescita sono le condizioni di sfruttamento: innanzitutto dell’ambiente, a causa del più dissennato estrattivismo in nome di uno sviluppo usa e getta. E sul fronte dei più elementari diritti: interi villaggi sfollati in poche ore con le ruspe per compiacere quegli stessi ‘padroni delle ferriere’ che vengono poi a far danni anche da noi, i vari Mittal, Jindal & Co… Interi tratti di foresta sommersi con tutto ciò che contengono (templi, culti, tradizioni, sentieri, narrazioni) a causa di mega-dighe sempre più faraoniche… Milioni di sfollati costretti a spostarsi per sopravvivere nelle città, in competizione fra di loro per lavori sempre meno pagati.

E inevitabilmente in crescita è lo scontro sociale, per la rivendicazione di quei diritti sempre più negati: diritti di cittadinanza per la non esigua minoranza dei mussulmani; riconoscimento di minimi livelli di dignità per i dalits, che nonostante la ‘teorica’ abolizione delle caste sancita dalla Costituzione sono tutt’ora oggetto di ogni genere di vessazioni; diritti sulla terra e sulle foreste per la minoranza più penalizzata di tutte, quella degli adivasi, le popolazione indigene dell’India, concentrate soprattutto nelle aree minerarie, e quindi sacrificate più di tutti.

Va da sé che in crescita sia anche il numero dei detenuti che affollano le carceri, vittime di una criminalizzazione sostenuta da leggi draconiane, per esempio il famigerato UAPA (acronimo che sta per Unlawful Activities Prevention Act) che autorizza la detenzione a titolo preventivo. Una detenzione che nell’infinita attesa di un processo può durare anche anni, senza alcuna possibilità d’intervento da parte della famiglia o persino dei legali. E quindi una detenzione che già da sola vale come una condanna, come hanno più volte sottolineato indagini e denunce ai più alti livelli anche internazionali.

E una condizione carceraria particolarmente punitiva per le donne, che già fuori dal carcere sono spesso oggetto di abusi, stupri e violenze di ogni genere – figuriamoci quando finiscono dietro le sbarre. La documentazione di queste ‘condizioni di detenzione’, seppure sporadica e lacunosa, fa venire la nausea anche solo a leggerla, immaginiamoci cosa può essere nella realtà…

Su alcuni aspetti particolarmente inquietanti di questa Altra India, pressoché ignorata in Italia dalla grande stampa – e raramente oggetto di attenzione persino all’interno delle università, a parte qualche rara eccezione – è stato presentato qualche giorno fa alla Libreria Les Mots di Milano un dossier dal titolo “India prigione dei popoli – Libertà per tutte le prigioniere politiche”, a cura di un collettivo di donne (qualche info qui: https://femminismorivoluzionario.blogspot.com) che seguo da anni e che definirei ammirevole per la costanza con cui persegue questo impegno nel più assordante silenzio.

A corredo del dossier (una cinquantina di facciate autoprodotte in fotocopia, che senz’altro meriterebbero ben altra edizione), una serie di pannelli ‘illustrati’ ci aiutano a mettere meglio a fuoco volti di donne e situazioni geograficamente