mercoledì 11 maggio 2022

pc 11 maggio - Stellantis e automotive: si acutizza la crisi - info


Mentre anche oggi si pubblicano notizie sempre più negative che confermano la caduta delle vendite di auto, un altro 28%, e quindi della profondissima crisi del settore “automotive”, il Sole 24 Ore ha scatenato in questi giorni una serie di giornalisti/analisti/economisti per dare voce a queste difficoltà, da Stellantis a tutto l’indotto della componentistica e, soprattutto, per sgridare ancora una volta il governo Draghi che non farebbe la propria parte.

Ma l’articolo che prendiamo in considerazione – quello dell’8 maggio scorso - è utilissimo per fare il quadro complessivo della situazione attuale nel settore sia in Italia, che per riflesso anche a livello internazionale.

Già il titolo vuole essere abbastanza forte, d’impatto: “Scossa violenta che spazza l’autosufficienza produttiva”. Per sintetizzare, la scossa è quella del passaggio dal motore a scoppio (termico) a quello elettrico, passaggio considerato mortale.

Si tratta diuna transizione tecnologica e concettuale, strategica e di mercato verso l’elettrico che sta modificando la natura stessa del fare auto, in tutto il mondo. E che, in Italia, non è stata ancora bene recepita nella sua forza disarticolante: almeno questo si intuisce vedendo le policy di corto respiro approntate dall’Esecutivo Draghi (tutte a favore dell’acquisto dell’elettrico e dell’ibrido nei concessionari, nulla pro innovazione e produzione nella transizione tecnologica dell’Italia delle fabbriche)…” che addirittura “… appare coerente con la tradizione di quindici anni di Governi dalle più diverse ispirazioni che nulla hanno fatto quando Fca è migrata all’estero fiscalmente e societariamente e, soprattutto, quando ha investito poco sulla base produttiva nazionale e nulla sull’elettrico.”

Quindi, mentre la Fca, ora Stellantis, sempre di proprietà da oltre 100 anni degli Agnelli/Elkann spreme plusvalore da operaie e operai e incassa miliardi di profitti più i miliardi a fondo perduto statali, i governi (sempre con i soldi della collettività) avrebbero dovuto preparare pure le infrastrutture necessarie ad agevolare la capacità di concorrenza mondiale dei padroni. D’altronde solo i loro governi e questo si aspettano. Coerentemente, quindi, continua il giornalista, se “L’Europa è fragile.” dice “L’Italia è fragilissima.”

Il suo “ragionamento”, che è di fatto in contraddizione con le accuse, parte dal fatto che tutto sommato in questi decenni la globalizzazione in questo settore ha avuto un peso relativo e che addirittura si era quasi all’autosufficienza nella capacità di produrre auto: “Nell’industria dell’auto la globalizzazione ha sempre avuto una intensità relativa: inferiore, per esempio, a quella dell’elettronica, dell’informatica, degli elettrodomestici e del tessile.”

I valori di questa autosufficienza sarebbero i seguenti: “Sia la Cina (94% del fabbisogno) e l’India 89%). Sia gli Stati Uniti (85%) il Giappone (quasi il 100%), l’Italia (poco più dell’80%) e la Germania (80%).” Questo “un minuto prima della deglobalizzazione post-Covid e degli effetti ancora da cogliere nella loro pervasività della guerra in Ucraina”.

Quindi saremmo arrivati a questo da una autosufficienza che negli anni, per quanto riguarda il motore a combustione classica “ha trovato un suo equilibrio all’interno di ciascun Paese”, maassorbendo beni elementari e materie prime dall’estero e trasformandoli in semilavorati ‘in casa’, dando peraltro la possibilità ai carmakers di costruire relazioni con le filiere dei Paesi vicini.” Questa è “globalizzazione”, cioè integrazione dei mercati, produttivo e di trasporto, a livello mondiale! Ma quale autosufficienza!

Per cercare conferme al suo discorso il giornalista chiama in causa altri economisti come “Paul Krugman in “Geography and Trade” (1992)” che invece lo smentisce: “La globalizzazione, per l’auto, ha sempre avuto una cifra da ‘Region’, nel senso assegnato a questa parola” da Krugman, e cioè: “il singolo Paese inserito in piattaforme produttive di caratura continentale.” Appunto.

Ma per l’autore, questa specie di paradiso produttivo e cioè “un assetto sostanzialmente stabile, senza linee di fratturaè stato interrotto “con l‘eccezione della ultima crisi dei microchip, concentrati per l’80% a Taiwan.”

E siamo tornati alla globalizzazione, anzi come dice l’esperto alla “… crisi della globalizzazione” che, secondo lui, sarebbe cominciata con l’ascesa della Cina, “… proseguita con l’allungamento delle distanze nei trasporti e nella logistica provocate (anche) dal Covid e accentuata dall’impatto della guerra in Ucraina su ogni minima particella elementare di qualsivoglia equilibrio…”

A questo si aggiunge quello che sarebbe in grado di rompere tutto il modello esistente e cioè l’elettrico, contro il quale cominciano le bordate pesanti, perché l’elettrico “… disarticola esattamente questa morfologia internazionale dell’auto. L’elettrico è il risultato di due tendenze, che sarebbe interessante prima o poi capire nelle loro dinamiche intrinseche: la scelta di politica industriale della Cina pro elettrico e la decisione dell’Unione europea di abbracciare il paradigma ecologista bastato sull’elettrico nella maniera più estrema, senza considerare le nuove tecnologie che hanno effetti inquinanti molto contenuti (non solo i diesel di ultima generazione, ma anche l’idrogeno e i nuovi  promessi carburanti sintetici) e adottando un modello univoco di sviluppo dove il costo finanziario e ambientale della produzione di energia dipende però da mille variabili, differenti da Paese a Paese.”

Una complicazione in più in tutto questo, e non di poco peso, viene dal fatto che “le materie prime all’origine dell’elettrico – le terre rare – sono in misura preponderante controllate dalla Cina. O perché la Cina le ha nel suo territorio. O perché si trovano nel sottosuolo di nazioni africane e asiatiche che ora sono nella sua orbita.”

E, in questo senso, ogni Paese si sta attrezzando per rispondere alla concorrenza internazionale! “Non a caso, - dice il giornalista - per preservare i giacimenti di litio un Paese come il Messico, che ha una significativa vocazione [sulla vocazione torniamo un’altra volta, ndr] manifatturiera e automobilistica, ha scelto pochi giorni fa di nazionalizzare le miniere. La nuova criticità dei nuovi minerali vale per tutti i comparti che, appunto, hanno nelle loro giunture tecno-manifatturiere e nei loro prodotti le terre rare, che sono presenti ormai ovunque nell’industria internazionale. Ma vale ancora di più per l’automotive.”

Per quanto riguarda l’industria in Italia, la carenza di materiali arriva al 25%: “Secondo le stime di Assolombarda in Lombardia un’industria su 4 ha impianti e materiali insufficienti per produrre: nel pre covid era 1 ogni 100”.

Ciò significa che “L’autosufficienza dei beni intermedi viene dunque messa a rischio radicalmente.” E torniamo alla globalizzazione obbligata! Che comprende anche il “sapere fare”! “… imprenditori e ingegneri, tecnici e operai – non hanno il sapere fare. Perché il sapere fare dell’elettrico è differente. E, in questo, [e torna ancora l’accusa al governo, ndr] appare discutibile la scelta del Governo Draghi. Il quale, in tempi di spesa pubblica robusta e abbondante, ha orientato tutte le risorse sulla ripresa degli acquisti finali nei concessionari (a valle) e non sulla evoluzione del tessuto produttivo (a monte). Il Governo ha promesso un fondo da 8,7 miliardi di euro fino al 2030. Peccato che gli 1,95 miliardi di euro previsti dal 2022 al 2024 (650 milioni all’anno) vadano tutti in incentivi all’acquisto, nemmeno una lira, invece, è prevista per la transizione tecnologica – ricerca e innovazione, nuovi impianti e conversione delle linee – della filiera dell’auto italiana. Non proprio una visione lungimirante.” Quasi 9 miliardi in una botta sola! Più “lungimirante” di così verso i capitalisti-imperialista italiani?

I riflessi di tutto questo sugli operai vengono calcolati nella perdita di 600 mila posti! Ma anche questo visto alla maniera dei padroni che parlano invece di “Lavori ‘trasformati’. Una stima di Bcg [Boston Consulting Group] dice che la transizione verso l’auto elettrica spazzerà via 600mila posti ‘tradizionali’ e ne creerà altrettanti nei nuovi ambiti”. Una frase, falsa nel suo contenuto, che vuole essere una “consolazione” per gli operai e un sostegno alle “preoccupazioni” del governo e dei sindacati confederali sulla continua perdita di posti di lavoro!

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