venerdì 5 giugno 2026

pc 5 giugno - Sulla lotta contro la guerra, contro la repressione e per la solidarietà alla Palestina, corrispondenze da Bergamo e Palermo

Bergamo

La questione della repressione vogliamo trattarla a partire da un episodio che sta colpendo Bergamo all'interno della campagna repressiva più generale contro il movimento della Palestina e vogliamo centrarla sull'azione necessaria per contrastarla, facendo anche la nostra parte a livello locale in tutte le realtà dove siamo colpiti.

Partiamo da un dato: dal nostro punto di vista la repressione non è un accidente, la repressione è parte inevitabile della lotta di classe e va quindi affrontata come una battaglia di classe, questo è molto importante. Una repressione che da un lato c'è sempre stata, dove c'è lotta c'è repressione, dove c'è sfruttamento c'è ribellione, ma questo governo moderno fascista, da Stato di polizia, ci mette del suo con la sua ideologia e, attraverso i decreti sicurezza, inserisce tutta una serie di misure per aumentare questo attacco verso chi lotta e per criminalizzare il dissenso.

Questo è un governo schierato apertamente dalla parte della polizia, è ossessionato da tutto quello che si muove contro ed è pronto a reprimere in tutte le forme, dai giovani di Extinction Rebellion alle piazze per la Palestina ai lavoratori metalmeccanici che bloccano l'autostrada per il contratto.

Parliamo di Bergamo come esempio per restituire ai lavoratori, al movimento, come si sta muovendo la repressione al tempo del governo moderno fascista della Meloni e come e su quali basi unirsi per rispondere.

Nel movimento a sostegno della lotta di liberazione del popolo palestinese, nato dal 7 ottobre 2023, la rete Bergamo per la Palestina è diventata una realtà rappresentativa per continuità e durata, formata da molte realtà sociali, sindacali, politiche che, nel sostegno alla resistenza palestinese, si sono messe in rete diventando, pur tra mille contraddizioni inevitabili, comunque un punto di riferimento con numerose e diverse iniziative di mobilitazione, di denunce, di solidarietà che abbiamo tenuto in questi anni, tra queste la buona partecipazione al corteo del 25 aprile del 2025 e il pieno sostegno alle mobilitazioni di massa di settembre/ottobre di quell'anno.

Nel 25 aprile 2025 della resistenza e della lotta partigiana antifascista e antinazista la rete decide di partecipare al corteo con la parola d'ordine “antifascismo è antisionismo”, “contro il governo fascista Meloni, della guerra, del riarmo”, la sua complicità nel genocidio di Netanyahu e delle realtà locali - amministrazione comunale in testa di area PD - presenti nel corteo, di falsa opposizione parlamentare e guerrafondaie, filosioniste o contigue nei fatti con queste posizioni.

Una prima denuncia viene fatta provando a mettersi alla testa del corteo quel giorno come critica attacco alla parte istituzionale segnando concretamente il loro distacco dai valori della Resistenza. Manovre di piazza favorite anche da Digos, Polizia e soprattutto rapporti di forza non sufficienti non hanno dato il risultato cercato, ma questo era solo l'inizio.

Filosionisti e usurpatori della Resistenza a segnare quanto profondo e irreversibile sia il loro cambio di pelle, in pieno genocidio manovrano per far entrare e far sfilare tra le loro fila quella che falsamente viene chiamata “Brigata ebraica” ma che in realtà raccoglie esponenti dell'Associazione Italia/Israele ovvero sostenitori aperti delle ragioni di Israele nell'occupazione e nel genocidio in sintonia con Sinistra per Israele.

pc 5 maggio - Modi in India accelera come mai prima d'ora la corsa agli armamenti

Avanzano i preparativi di guerra nell’Indo-Pacifico 

Profitti stellari delle industrie delle armi indiane scaricati sulle masse con maggiore povertà, guerra interna genocida contro il suo stesso popolo e i maoisti, deportazioni forzate, violazioni dei diritti umani. 

Italia complice: 

su questo vedi pc 26 maggio – Italia-India e gli accordi del nuovo Partenariato Strategico Speciale - 1

https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/05/pc-26-maggio-italia-india-e-gli-accordi.html

https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/05/pc-27-maggio-italia-india-e-i-nuovi.html

 


Alcune info:

Da Reuters 3 giugno 2026

l'India si prepara a ricevere un ordine di droni da aziende nazionali da 2 miliardi di dollari, il più grande acquisto di sempre

Il più grande appalto mai realizzato, con consegna prevista in un periodo compreso tra 18 e 24 mesi.

Gli scontri in Pakistan e la guerra in Ucraina aumentano la domanda di droni.

L'acquisto accelerato mira a soddisfare esigenze urgenti

I piani sono in fase avanzata e le consegne sono previste entro 18-24 mesi, il che rappresenta un incremento di valore rispetto ai recenti ordini governativi di 30 miliardi di rupie (313 milioni di dollari) per droni di classe tattica.

 

Da marketscreener (quotidiano finanziario)

'Nella prossima fase, gli approvvigionamenti di droni tattici in India potrebbero superare i 200 miliardi di rupie, ovvero più di 2 miliardi di dollari', ha affermato Shah, la cui Drone Federation India rappresenta oltre 550 aziende e opera a stretto contatto con l'esecutivo.

L'India conta più di 600 aziende produttrici di droni e componenti, con oltre 100 focalizzate su applicazioni per la difesa.

Le società spaziano da grandi player come Adani Group, Larsen & Toubro e Tata Advanced Systems a startup come ideaForge, Newspace Research e Asteria Aerospace.

Queste realtà sono impegnate nello sviluppo di sistemi di ricognizione, logistica, munizioni circuitanti (loitering munition), attacco di precisione e componentistica critica.

Nuova Delhi ha iniziato a fare affidamento su poteri di acquisto d'emergenza e su procedure più snelle nell'ambito della Defence Acquisition Procedure, riducendo le tempistiche a mesi anziché anni.

Al contempo, nel quadro della spinta verso il rafforzamento della produzione nazionale, viene data priorità ai sistemi fabbricati in India.

Il governo ha inoltre ampliato programmi come l'Innovations for Defence Excellence (iDEX) per finanziare prototipi e consentire alle aziende più piccole di aggiudicarsi gli ordini iniziali, favorendo una più rapida scalabilità della produzione.

Parallelamente, il Ministero della Difesa ha aperto ulteriori aree di approvvigionamento a startup e aziende private, ha semplificato le norme sui test e ha spinto le forze armate a integrare i sistemi tramite ordini ripetuti e intermedi, permettendo alle imprese di perfezionare i prodotti rapidamente.

Questi cambiamenti stanno rimodellando l'industria indiana dei droni, a lungo dominata da piccoli operatori, poiché una maggiore visibilità sugli ordini e il sostegno politico sbloccano finanziamenti e partnership, ha concluso Shah della DFI.

Gli investimenti di venture capital e le alleanze con le maggiori imprese della difesa hanno subito un'accelerazione, con le aziende che stanno potenziando la produzione e la ricerca per soddisfare la crescente domanda militare.

 


Secondo The Hindu BusinessLine, il piano rappresenta “la più grande spinta pubblica alla sovranità tecnologica nel campo dei droni mai vista in Asia meridionale”. 

L'impulso dell'India all'acquisizione di droni per oltre 16.000 crore di rupie 

Punti salienti del programma

- Oltre 2 miliardi di dollari statunitensi di acquisizioni pianificate

- Esecuzione in 18-24 mesi

- Focalizzazione sulle tecnologie nazionali

- Impulso alla difesa "Make in India"

  •  Accordo USA da 32.000 crore: È stato finalizzato un accordo storico con gli Stati Uniti per l'acquisto di 31 droni Predator (MQ-9B), destinati alla Marina, all'Aeronautica e all'Esercito. Questo pacchetto include anche la creazione in India di un centro per la manutenzione e le riparazioni (MRO). 

Il regime fascista indutva di Modi punta all’indipendenza produttiva (Atmanirbhar Bharat): Attraverso i vari Piani di Incentivazione alla Produzione (PLI) e programmi mirati, l'India sta investendo centinaia di milioni di dollari per produrre in casa componenti critici (come motori e sensori), riducendo la dipendenza dalle importazioni estere.L'India sta invitando aziende private a sviluppare il caccia AMCA, con l'obiettivo di effettuare i voli di prova entro 30 mesi.

Nuova Delhi ha posto fine al monopolio di HAL, affidando il progetto del caccia stealth di quinta generazione a consorzi privati ​​con l'obbligo di completare il primo prototipo entro il 2029.

L'Autorità indiana per lo sviluppo aerospaziale (ADA) ha ufficialmente pubblicato una richiesta di proposte (RFP) rivolta a consorzi privati ​​per lo sviluppo del caccia medio avanzato (AMCA). Si tratta del primo progetto di caccia stealth di quinta generazione del Paese, una pietra miliare in quanto segna la prima volta che il settore privato partecipa alla produzione di velivoli da combattimento, un campo precedentemente dominato da imprese statali negli ultimi 70 anni.

Anche negli Stati Uniti, un paese con una catena di approvvigionamento ben sviluppata e una vasta esperienza, lo sviluppo di un prototipo richiede dai cinque ai sei anni. In India, l'esperienza del settore privato si limita in gran parte all'assemblaggio di aerei da trasporto (come il progetto C-295 della Tata). Pertanto, completare un sistema d'arma complesso come l'AMCA in 30 mesi è considerata una sfida enorme per le capacità gestionali e ingegneristiche delle aziende nazionali. 

Il Ministero della Difesa di Nuova Delhi ha firmato un contratto per l’acquisto del sistema missilistico russo di difesa aerea Tunguska-M1.

Il Tunguska-M è un sistema d’arma a corto raggio che combina missili e cannoni, radar di scoperta e tracciamento, sensori EO/IR e di controllo del tiro il tutto installato su un veicolo blindato cingolato 2S6. Il sistema Tunguska-M è impiegato per la protezione delle unità in movimento dagli attacchi aerei condotti da elicotteri, droni e velivoli ad ala fissa a bassa quota, in qualsiasi condizione meteorologica.

 

 

 

 

pc 5 giugno - Iran Lavoratori contro la guerra imperialista di aggressione

 

Una guerra devastante ha completamente sconvolto le vite e le lotte di noi lavoratori in ogni modo immaginabile. Dai bombardamenti incessanti da parte di Stati Uniti e Israele – che hanno reso fin troppo chiaro a tutti che gli “attacchi di precisione”, gli “aiuti militari” e gli “interventi umanitari” non erano altro che un vergognoso e distruttivo inganno – alla presenza delle forze di sicurezza e delle milizie paramilitari Basij a ogni angolo di strada. Ciò ha generato paura, ansia e panico diffusi tra la popolazione, sia per i bombardamenti che per la dura repressione, aggravati dall’inflazione galoppante e dall’inaccettabile blocco di internet da parte del governo, che ha sconvolto il lavoro e la vita di milioni di persone. Ha privato la stragrande maggioranza della popolazione, così come le organizzazioni indipendenti, incluso il nostro Sindacato (Sindacato dei Lavoratori della Compagnia di Autobus di Teheran e dintorni), della possibilità di comunicare ed esprimersi pubblicamente.

Per anni, il Sindacato ha messo in guardia contro la guerra, le politiche di guerra e le sanzioni economiche che hanno impoverito e privato la classe lavoratrice dei suoi diritti, rafforzando al contempo chi detiene il potere e la ricchezza. Sia nei mesi precedenti la recente guerra, sia durante la guerra dei dodici giorni stessa, abbiamo ripetutamente sottolineato che le principali vittime della guerra non sono coloro che detengono il potere, bensì i lavoratori e le masse oppresse e diseredate. Come abbiamo sempre ribadito, condanniamo fermamente gli attacchi militari degli Stati Uniti e di Israele sul territorio iraniano, l’uccisione di civili e la grave distruzione inflitta a infrastrutture, fabbriche, abitazioni, ospedali e scuole.

Lotta di classe e movimenti sociali per la giustizia

In seguito alla rivolta di gennaio nel nostro Paese, abbiamo dichiarato che le stragi di massa e le esecuzioni in corso nella vasta, consapevole e diversificata società iraniana non solo non riusciranno a frenare le proteste e il profondo malcontento sociale, ma intensificheranno anche la rabbia popolare. Abbiamo sottolineato che il rafforzamento e la continuazione della lotta di classe e dei movimenti sociali che rivendicano giustizia, libertà e uguaglianza è l’unica via per la liberazione per noi lavoratori e per il popolo iraniano, laborioso e oppresso – e non l’intervento militare degli Stati Uniti, di Israele o di altri governi stranieri assetati di potere, né delle forze a loro affiliate e dei loro sostenitori.

Questa guerra non solo ha causato la morte di migliaia di innocenti, ma ha anche preso di mira abitazioni, ospedali, scuole e infrastrutture, comprese le industrie vitali del Paese, con la conseguente distruzione diretta o indiretta di milioni di posti di lavoro, resi ancora più precari e insicuri di prima. I colpi inferti da questa guerra, in particolare alla classe operaia e ai settori più impoveriti dell’Iran, ai nostri movimenti e alla nostra capacità di organizzarci, non saranno facili da riparare, ma non fermeranno la lotta dei movimenti che cercano giustizia.

Il capitalismo dominante nel nostro Paese e il capitalismo globale non attribuiscono alcun valore alle nostre vite e al nostro futuro. Se oggi chiedono la fine di questa guerra imperialista e devastante, lo fanno esclusivamente per i propri interessi a lungo termine, per la pressione dell’opinione pubblica, per il forte aumento dei prezzi del petrolio e del gas, per la scarsità di altri beni essenziali e per il rischio di una recessione economica globale, e non per la preoccupazione del destino di oltre 90 milioni di persone in Iran e di milioni di altre nella regione, vittime di questa guerra e della atmosfera militarista e repressiva che produce.

Lo scoppio della recente guerra ha inoltre fornito alla Repubblica Islamica il pretesto per giustiziare numerosi prigionieri politici con i cosiddetti processi accelerati, anche al di fuori del quadro delle proprie stesse leggi e regolamenti. Di conseguenza, decine di persone sono state giustiziate in un breve lasso di tempo e migliaia sono state arrestate con accuse infondate, aggravando ulteriormente la soffocante atmosfera di repressione in tutto il paese.

La guerra deve finire

Questa guerra e tutte le politiche di guerra devono essere fermate immediatamente e completamente. Le minacce degli Stati Uniti e di Israele di riprendere gli attacchi militari contro l’Iran devono cessare. La repressione e le esecuzioni perpetrate dalla Repubblica Islamica con il pretesto della guerra devono finire. La crisi dei mezzi di sussistenza, l’inflazione galoppante e la disoccupazione di massa causate dalla guerra devono essere affrontate attraverso la fornitura immediata di beni e servizi essenziali gratuiti o a prezzi accessibili per la popolazione. Le restrizioni discriminatorie e di classe su Internet devono essere smantellate e il pieno e libero accesso a Internet è un diritto inalienabile di noi lavoratori e di tutti i cittadini del paese.

Il nostro attuale accesso limitato a Internet, attraverso il quale stiamo cercando di diffondere i nostri messaggi e resoconti, rimane estremamente fragile e la possibilità di mantenerlo è del tutto incerta. Pertanto, cogliamo l’occasione per esprimere la nostra solidarietà e i nostri saluti ai nostri instancabili colleghi dell’azienda di trasporto pubblico di Teheran e di tutte le linee di trasporto del Paese; a tutti gli operai, insegnanti, personale medico, pensionati, donne, studenti, bambini; e a tutte le persone e i movimenti sociali le cui vite e lotte sono state sconvolte e messe in pericolo da questa devastante guerra. Onoriamo inoltre la memoria di tutti i civili uccisi o feriti in questa guerra, compresi i nostri amati bambini di Minab – ci sono tutti cari.

Facciamo appello alla classe operaia internazionale affinché continui a opporsi con fermezza alla guerra e a rafforzare ulteriormente la solidarietà di classe in difesa del diritto all’autodeterminazione della classe operaia e dei popoli oppressi dell’Iran e della regione.

No alla guerra, no alle politiche di guerra!

No alla repressione e alla tirannia!

Nella speranza di raggiungere la pace e la giustizia in Iran e nel mondo intero!

La soluzione per gli operai e i lavoratori sta nell’unità e nell’organizzazione!

Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia di Autobus di Teheran è membro della Rete Internazionale dei Lavoratori per la Solidarietà e la Lotta.

pc 5 giugno - protesta in Albania contro l'insediamento di un insediamento turistico targato Israele/Trump




Sono 4 giorni di proteste, il popolo albanese si è rivoltato contro il mega-investimento da 1,4 miliardi di dollari del genero sionista di Trump, Jared Kushner, e di Ivanka Trump, per un lussuoso progetto turistico legato a Israele su terreni protetti in Albania.  


A Tirana i manifestanti hanno circondato l'edificio del Ministero dell'Interno con filo spinato. 






InsideOver

"L'Albania è una discarica, una terra inquinata. Con questo progetto porteremo 4 miliardi di dollari a Valona e diventerà il fiore all’occhiello del Mediterraneo. Ripulitevi dal veleno della guerra informativa online. Buona giornata".

Queste parole accompagnano un video postato su Instagram dal Primo Ministro albanese, Edi Rama, che mostra una vera e propria discarica a cielo aperto nei pressi di Valona, nella stessa area destinata a ospitare il controverso progetto immobiliare promosso dal genero e dalla figlia di Donal Trump, Jared Kushner e Ivanka Trump.

Il post del premier albanese rafforza la sua posizione sul maxi investimento contro cui si stanno mobilitando la popolazione civile e organizzazioni ambientaliste.

Solo pochi giorni prima, Rama aveva dichiarato: ”Non c’è alcuna possibilità che gli investimenti si fermino finché ricoprirò questa carica. Investiranno 4 miliardi di euro. Sarà la perla del Mediterraneo".

Il progetto, sviluppato dalla società Zvërnec South Adriatic Development, prevede la costruzione di circa 1.000 ville sul litorale, strutture alberghiere e un nuovo aeroporto internazionale.

L’iniziativa è collegata ad Affinity Partners, il fondo di private equity guidato da Jared Kushner.

Migliaia di cittadini e numerose organizzazioni ambientaliste hanno espresso preoccupazione per il possibile impatto del resort sul delicato ecosistema dell’area di Vjosa-Narta, considerata una delle zone naturalistiche più sensibili dell’Albania.

Le proteste si sono estese in diverse città del Paese con lo slogan "L'Albania non è in vendita".

Secondo i manifestanti, il governo sta presentando come un progetto di interesse nazionale un resort di lusso destinato principalmente a una clientela facoltosa, con benefici economici limitati per le comunità locali e vantaggi concentrati nelle mani di grandi investitori internazionali.

La procura speciale anticorruzione albanese, SPAK, ha confermato l’apertura di un’indagine sul caso.

Gli accertamenti si concentrano sulle modifiche che avrebbero cambiato lo status di tutela e la proprietà dei terreni nell’area costiera di Vjosa-Narta, modifiche che avrebbero reso possibile la realizzazione del complesso turistico.

pc 5 giugno - CHI STA DIETRO AI CAPORALI?

 



CHI STA DIETRO AI CAPORALI?


Si chiamavano Ullah Ismat Quiem, 19 anni, Waseem Khan, 29 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Layiad, 27 anni, tre braccianti afghani e un pakistano, costretti a raccogliere frutta e verdura in quelle campagne per 12 – 13 ore di lavoro al giorno, sotto il solleone, trattati come schiavi, senza diritti, senza contratto, salari mai pagati. I caporali, al soldo dei clan mafiosi e dei padroni di quelle terre, li hanno bruciati vivi nella loro auto, perché si erano ribellati, in una squallida stazione di servizio Ip di Amendola, nel cosentino.


Erano in cinque, quattro sono morti carbonizzati, il quinto – Taj Mohammad Alamyar, pure lui di nazionalità afghana – è riuscito a salvarsi ed ha raccontato, terrorizzato, a stampa e Tv, del ruolo della mafia afghana in quelle campagne e di un sistema schiavile a cui lui e i suoi compagni erano sottoposti.


Ci dobbiamo chiedere per chi lavoravano questi caporali che costringevano lavoratori agricoli in quelle condizioni bestiali, sfruttati per intere giornate lavorative e, per giunta, senza paga?


Lavoravano per aziende agricole regolari che, a loro volta, rifornivano, di frutta e verdura, i banchi delle principali aziende della grande distribuzione organizzata.


E’ quel che avviene nelle campagne di tutt’Italia, dal Sud al Nord, è un sistema schiavile che funziona così. Ovunque.


Non è vero - come dicono alcune associazioni imprenditoriali agricole – che il sistema è buono, c’è qualche mela marcia! Non è vero, perché, per limitarci al Piemonte che è la Regione in cui viviamo, questo sistema lo incontriamo a Saluzzo, nell’astigiano, nell’albese, a Carmagnola, nel torinese, nelle risaie del novarese e in Bassa Valle Scrivia.


Secondo l’ONU, metà della popolazione agricola italiana è costituita da migranti, per lo più irregolari. Manodopera sfruttata dal sofisticato sistema alimentare dell’Italia.


Anche noi consumatori siamo parte del problema.

Quando ci sediamo a tavola, ci dobbiamo chiedere cosa c’è dietro a un bel bicchiere di vino o a un’insalata di pomodori|


Abbiamo più volte denunciato questo sistema perverso, anche attraverso il nostro libro uscito di recente SCHIAVI MAI!, ma, siamo sicuri, in questo caso come in altri che l’attenzione dei media durerà qualche giorno, poi tutto passerà nel dimenticatoio.


Eppure, in Italia, da una decina d’anni, esiste una legge – la 199/2016 – che si è posta l’obiettivo di perseguire non solo i caporali, ma anche le aziende agricole committenti.

Legge totalmente inapplicata.

Avete mai letto, accanto a nomi di caporali, anche solo un nome di un italianissimo proprietario terriero che utilizza i caporali a proprio uso e consumo?


Occorre affrontare con forza questo sistema criminale, ma, al tempo stesso, occorre affrontare il ruolo delle imprese agricole.


Bisogna cambiare le leggi ingiuste, pretendere la cancellazione della Bossi – Fini che relega i lavoratori in condizioni di semiclandestinità rendendoli ricattabili, contrastare le logiche che hanno ispirato i decreti sicurezza e i decreti flussi.

Una volta che arrivano, queste persone sono abbandonate ai caporali. Basta leggere i dati: sapete quanti entrati con il decreto flussi conseguono il contratto di lavoro? Il 20%. E il resto dov’è va a finire?


Certo, parliamo di caporalato, però i caporali sono solo parte del problema. Ci sono altri tre grandi responsabili: il datore di lavoro che li sfrutta per quelle ore, li paga in quel modo e li tiene in quelle condizioni lavorative, poi ci sono i liberi professionisti – consulenti, avvocati, notai, associazioni agricole – che assistono i padroni, li consigliano, conoscono perfettamente la situazione, sanno quanti lavoratori sono in “nero” e quanti in “grigio” e poi c’è la grande distribuzione che fa il bello e il cattivo tempo, detta prezzi e condizioni.


A fronte di ogni caporale, c’è sempre un’azienda che si rivolge a lui. Gli schiavi lavorano, i caporali controllano e i padroni guadagnano” Fannie Lou Hamer


Castelnuovo Scrivia, 3 giugno 2026 - Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia


giovedì 4 giugno 2026

pc 4 giugno - Info x Amendolara - Da Slai cobas per il sindacato di classe - Taranto

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto ad Amendolara sabato alla manifestazione di rilievo nazionale promossa dalla CGIL - concentramento ore 16,30 alla stazione di servizio della strage dei braccianti.

Partenza da Taranto sede Slai Cobas via Livio Andronico 47 ore 14 - info 3475301704 Margherita

pc 4 giugno - Sulla strage di braccianti immigrati ad Amendolara

da ORE12 Controinformazione rossoperaia del 03.06.26-1

Come mai i giornali ora sono così pieni di dettagli precisi sulla strage dei braccianti di Amendolara? Ora sanno tutto, descrivono tutto, all'improvviso gli "invisibili" diventano immediatamente visibili. Non dovremmo aggiungere niente a quello che descrivono i giornali sulla condizione dei braccianti in Calabria, in Puglia, in Basilicata; eppure, oltre al fatto che non bisogna mai stancarsi di descrivere questa condizione "schiavista" e di denunciarla, il punto ora è il che fare.

E sul che fare siamo alle solite: la catena di inchieste giudiziarie - ma non c'erano prima e finora, cosa hanno prodotto? Le denunce apparse sui giornali, che cosa hanno prodotto? Cos'ha prodotto l'attività, anche spesso lodevole, dei sindacati, della CGIL sostanzialmente? perché la CISL e la UIL o non sono presenti nelle campagne oppure sono completamente d'accordo per lo sfruttamento schiavista dei lavoratori e spesso vi è un intreccio molto stretto tra padroni e padroncini che gestiscono questo lavoro nelle campagne e organizzazioni sindacali che lo favoriscono.

Così come è del tutto evidente che questo sistema, chiamato caporalato, in realtà si chiama capitalismo, sfruttamento selvaggio, riduzione in schiavitù dei lavoratori migranti approfittando delle leggi del

pc 4 giugno - Sulla lotta contro la guerra, contro la repressione e per la solidarietà alla Palestina, corrispondenze da Bergamo e Palermo

pc 3 giugno - Sostegno alla battaglia degli abitanti dei quartieri di Milano contro Aler, Comune - Domani assemblea popolare

Ci sono due classi: quelli che abitano e frequentano la Milano "bene", la Milano dei turisti, delle abitazioni solo per chi ha molti soldi, e quelli dei quartieri, delle case popolari che devono vivere nel degrado, nella sporcizia e con i topi....

Dal blog slai cobas

Abbiamo ricevuto questa denuncia da parte degli abitanti di piazza Insubria sullo stato di estremo degrado in cui sono costretti a vivere gli abitanti delle case popolari, ma che è anche la realtà che vivono i proletari nelle periferie milanesi, frutto delle politiche del governo Meloni che al diritto all'abitare contrappone campagne di criminalizzazione di chi è costretto ad occupare visto che gli affitti a Milano sono diventati impossibili per lavoratori, pensionati, giovani, migranti, donne con bambini piccoli, sottoposti a continui sgomberi selvaggi anziché ristrutturare/sanificare gli edifici di edilizia popolare. Ma come denunciano gli abitanti stessi la giunta Sala di certo non si è distinta per salvaguardare gli interessi delle fasce più deboli, anzi il sindaco è stato il primo a gridare "legalità" ma per gli speculatori, a non fare nulla per i diritti delle persone a abitare senza essere invasi dai topi, a sostenere gli sgomberi selvaggi

"Nei giorni scorsi - denunciano alcuni abitanti di piazza Insubria - alcuni fascisti della zona hanno strappato questi avvisi. Non vogliono che si indichi come responsabile l’Aler e quindi la Regione Lombardia (amici di centro destra) come responsabili della situazione facendo ricadere ogni responsabilità sugli occupanti di casa in primis e poi sul Comune (di centro sinistra). Quest’ultimo responsabilità ne ha, fosse altro perché qui il problema è ormai andato oltre i cancelli delle case popolari ed è diventato un’emergenza di salute pubblica cittadina sempre più grave. Ma l’Aler è il proprietario e spetta a esso liberare gli abitanti delle case che ha ingestione dalla invasione dei topi."

"Grazie alla nostra iniziativa, Aler ha risposto. Il servizio Rai è servito a fare promesse di sgomberare alcune cantine, infestate dai topi. Sarebbe un primo passo importante, ma lo farà davvero? E perché vengono esclusi ora dei civici di piazza Insubria? E la derattizzazione vera e propria quando? Dobbiamo continuare come abitanti a esercitare una forte pressione collettiva. 

Giovedì tutti in assemblea nel cortile di piazza Insubria 3 per decidere insieme che altre iniziative mettere in campo. 


pc 3 giugno - Un saluto militante al compagno Visconte Grisi che ci ha lasciato

 

Medico e intellettuale rivoluzionario 

Lo abbiamo conosciuto e condiviso la militanza nel movimento marxista leninista maoista, da Servire il Popolo a Voce Operaia, da Cutro/Calabria a Milano

Abbiamo continuato a prestare attenzione ai suoi scritti e saggi nell'area operaista e sulla rivista Collegamenti.

Visconte ha partecipato al convegno da noi organizzato a Milano sul 50° sull' Autunno caldo 69 'Uscire dal lungo inverno per un nuovo autunno caldo',e anche recentemente ad alcune iniziative di dibattito da noi organizzate. 

Pubblichiamo alcuni suoi articoli condivisibili sul sistema sanitario e la medicina generale. 

La crisi della medicina generale inizia già negli anni 50 – 60, ai tempi delle mutue, e si protrae fino ad oggi con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978. Una crisi di ruolo e di professionalità del medico generale che passa dalla figura del vecchio medico condotto, esperto di tutte le arti mediche e anche del territorio, alla figura del medico della mutua, poi di famiglia, poi di base che vede ridursi la sua competenza alla cura delle malattie più semplici e aumentare il suo carico burocratico. Oggi l’ambulatorio del medico di famiglia, nella maggior parte dei casi e salvo alcune lodevoli eccezioni, è diventato poco più di un ufficio decentrato dell’ ASL in cui si svolgono adempimenti burocratici e vengono smistati i pazienti verso gli specialisti, gli ospedali e i vari esami di approfondimento diagnostico.

Tutto questo è stato ratificato dall’assegnazione di un “budget”, un tetto di spesa che riguarda sia la farmaceutica che gli esami, ad ogni singolo medico, che viene così qualificato come “ordinatore di spesa”. Viene calcolata una media di spesa a livello regionale, di ASL, di distretto e chi sfora di una certa percentuale (circa il 20%) quel tetto viene chiamato a fornire spiegazioni e, in certi casi, si vede costretto a restituire l’importo di spesa ordinato in più. Ciò vale soprattutto per la prescrizione di farmaci, come poi vedremo.

Di questa crisi si è accorto anche il regime, per cui il Ministero e i governatori regionali spingono, anche con incentivi economici, per decretare la fine del medico di famiglia singolo e per la formazione di poliambulatori distrettuali o di quartiere, strutture di prima diagnosi formate da diverse figure sanitarie (medici generali, guardia medica, eventualmente specialisti, infermieri ecc.) e con l’impiego anche di un minimo di strumentazione medica (elettrocardiogramma, ecografia ecc.). Ufficialmente questa svolta viene giustificata dal fatto di voler sgravare i vari Pronto Soccorso dalla diagnosi e cura della patologia minore, esigenza indubbiamente sentita. Questa svolta però incontra diverse resistenze, sia da parte di una classe medica abituata a gestire in proprio l’organizzazione (e i profitti) del proprio ambulatorio e che vede nella nuova organizzazione del lavoro, forse non a torto, una anticamera della dipendenza e dell’aumento del controllo sul proprio lavoro, oltretutto organizzato 24 ore su 24, ma

pc 3 giugno - Bolivia: le proteste contro il governo stanno diventando una vera insurrezione - info

Dimezzamento dello stipendio e abrogazione della riforma agraria non stanno servendo a salvare la testa del presidente boliviano Rodrigo Paz Pereira, in carica da meno di un anno. Dopo un mese di proteste e decine di blocchi stradali, la capitale La Paz risulta ancora isolata, e i manifestanti – cittadini e lavoratori provenienti da tutti i settori – puntano verso un solo obiettivo: le dimissioni del governo. I colloqui con opposizioni e rappresentanti delle dimostrazioni sono bloccati, mentre dall’estero arrivano aiuti per arginare le ripercussioni dei blocchi delle infrastrutture stradali del Paese da parte dei manifestanti. A fare scattare le proteste è stato un miscuglio di elementi, tutti riconducibili al fallimento della politica del «capitalismo per tutti» del presidente Paz. La ricetta neoliberista della nuova Bolivia filo-statunitense sta venendo applicata da una manciata di mesi, ma tanto è bastato per fare sprofondare il Paese nel caos, e mettere a serio rischio la stabilità dell’esecutivo.

È complicato tracciare il filo che ha portato le proteste antigovernative boliviane a quello che sta gradualmente iniziando ad assumere i tratti di un moto insurrezionale. I primi lavoratori a mobilitarsi sono stati gli insegnanti, per chiedere un sistema educativo pubblico e gratuito; a essi si sono aggiunti gli agricoltori, che hanno contestato la nuova riforma agraria, i minatori, e gli indigeni, che già portatori di malcontento si sono trincerati attorno all’ex presidente Morales, attualmente sotto processo per accuse che egli definisce politicamente motivate. Rapidamente, le proteste sono finite per includere porzioni diverse e diversificate della popolazione boliviana.

A un mese dallo scoppio delle proteste – iniziate a cavallo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio – si

pc 3 giugno - Un libro rivela come la Cia creò il consenso tramite gli intellettuali

Andrea Cauti - 1 giugno 2026

Accoglienza in Italia

Il congresso per la libertà della cultura