martedì 28 luglio 2026

Meloni complice sionista: il governo secreta i dati sul traffico di armi dal porto di Ravenna verso Israele (nonostante una sentenza del Tar). Giovedì 30 luglio Manifestazione al Porto

convocata dal Coordinamento “No armi al porto di Ravenna”


report a cura dello Slai Cobas di Ravenna che aderisce

La lotta contro il traffico di armi, le merci “dual use” impiegati nel genocidio contro il popolo palestinese, i rapporti commerciali tra l’Italia e Israele attraverso il Porto di Ravenna, la sorveglianza in mano ad Israele al Porto sta continuando a Ravenna, da un lato contro le 32 denunce per una manifestazione durante lo sciopero generale del 28 novembre, dall’altro con un’istanza di accesso civico promossa dalla giornalista Linda Maggiori, collaboratrice di Altreconomia e autrice del dossier “La flotta del genocidio” che ha portato assieme all'avvocato Andrea Maestri, un’istanza di accesso agli atti che ha portato a un’importante sentenza del Tar che ha obbligato l’Agenzia delle Dogane di Ravenna a rivelare parzialmente i dati sui traffici di armi.

E qui agisce ancora una volta la complicità di questo governo con lo Stato nazisionista israeliano che si è manifestata in moltissimi modi, dall’invio di armi alla repressione interna contro il movimento in solidarietà alla Palestina, ora quella complicità è tornata a farsi sentire attraverso le Dogane - che dipendono dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) - che sono arrivate a impugnare la sentenza del Tar dell'Emilia-Romagna, nonostante che i giudici amministrativi abbiano ribadito che l’accesso alle informazioni è fondamentale, le Dogane/Governo hanno rigettato l’istanza sottolineando che la pubblicazione di questi dati avrebbe “minato la sicurezza nazionale e i rapporti tra gli Stati”, appellandosi paradossalmente - come denuncia L. Maggiori - “alla Legge 185/1990 che a loro dire prevede un regime di segretezza sugli armamenti (mentre storicamente è nato con la motivazione opposta, proprio per opporsi al regime di segretezza di epoca fascista).... l’11 febbraio ho quindi presentato ricorso al Tar. L’udienza si è tenuta il 13 maggio e le Dogane hanno presentato una loro “relazione difensiva”, dove affermano che “non può non tenersi conto del rischio di possibili strumentalizzazioni derivanti dalla pubblicazione dei dati in questione, con potenziale pregiudizio per l’ordine pubblico e la politica estera. La divulgazione delle informazioni richieste comporterebbe la rivelazione di dati economici strategici suscettibili di utilizzo da parte di potenziali concorrenti, arrecando un danno concreto all’operatività commerciale dei soggetti potenzialmente controinteressati...nel dossier di Altreconomia “La flotta del genocidio”, le principali compagnie che scalano dal porto di Ravenna sono Msc e Zim e sono state coinvolte, nel 2025, in traffici di armi, dual use e prodotti agricoli verso colonie israeliane illegali. Ma ciò che sappiamo è solo una minima parte della realtà. Per questo è necessario avere tutti i dati. Per giustificare il diniego, le Dogane hanno inoltre aggiunto che “non può bastare ‘l’interesse mediatico’ per avere diritto di conoscere dati e/o informazioni sensibili, poiché l’interesse pubblico […] è qualcosa di ben diverso dall’interesse del pubblico. Orbene sia consentito dubitare che, nel caso di specie, le reiterate richieste della ricorrente siano dirette a consentire un controllo diffuso sull’operato delle pubbliche amministrazioni, sembrando di contro ‘orientate’ a un interesse mediatico connesso ai pur tragici eventi che hanno animato (e purtroppo continuano a caratterizzare) lo scenario geopolitico del Medio Oriente, che nulla hanno a che fare con la legittimità dell’operato di questa Amministrazione”. Il traffico di armi verso un genocidio in corso è quindi derubricato al far rumore”.

Come denuncia la giornalista/attivista L: Maggiori: “da Ravenna i dati statistici ci dicono che a maggio 2026 sono partiti 1.800 container verso i porti di Haifa e Ashdod, 2.400 ad aprile e così via gli altri mesi prima, con una media di 1.500-2.000 container ogni mese. Israele resta sempre in cima a tutte le destinazioni delle navi che escono dal porto di Ravenna”.

L’avvocato Maestri: “Questa sentenza è importante non solo per Ravenna perché potrà essere usata come giurisprudenza per avere trasparenza anche in tutti i porti d’Italia, dove si sta rafforzando una rete di attivisti e lavoratori per opporsi ai traffici di armi”.

Il comunicato del Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna:

“Il dato quantitativo in merito al materiale bellico o ai componenti di armamenti partiti dal Porto di Ravenna nel 2025 è un dato importante, se non altro in quanto consente di comprendere quale sia la eventuale rilevanza militare complessiva del Porto di Ravenna e la sua strategicità nel dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione. (…) L’esecuzione della sentenza è idonea a compromettere in modo definitivo ed irreparabile la sicurezza nazionale, la difesa e le questioni militari, nonché le relazioni internazionali dello Stato” spiega l’avvocatura dello Stato nell’appello.

COMUNICATO STAMPA PMC MELFI 28-07-2026. La lotta paga, ma non e’ ancora il momento di festeggiare.

Pubblichiamo il comunicato stampa di oggi degli operai della PMC in presidio da mesi.


COMUNICATO STAMPA

Dei lavoratori in presidio alla Pmc Automotive di Melfi da oltre 9 mesi, anche in merito all’incontro svoltosi al Mimit il 27 Luglio 2026, di seguito la nota integrale:

Sono ormai più di nove mesi che calpestiamo l’asfalto davanti ai cancelli dello stabilimento Stellantis, gestito dalla PMC Automotive, oggi in fase di liquidazione. Dalla piccola tenda adibita a cucina ci si sposta nella tenda grande e viceversa. Si cerca di trovare il posto migliore, si è passati dal ripararsi dal freddo e dalla pioggia dell’inverno al caldo dell’estate Tutto è iniziato il 13 ottobre 2025: da allora andiamo avanti con caparbietà, rivendicando quel lavoro che ci è stato tolto. Un lavoro che ci dia la dignità di un salario e ci permetta di portare il pane a tavola.

Il 13 ottobre ci siamo trovati di fronte a un bivio: rassegnarci a casa con la cassa integrazione, cercando poi individualmente un’altra occupazione, oppure restare davanti ai cancelli e lottare collettivamente per il futuro di tutti. Abbiamo scelto la seconda strada, e su quella abbiamo puntato tutto. Se la vertenza PMC ha la risonanza di adesso e se stiamo ottenendo risultati, anche se ancora da concretizzare, è proprio per la determinazione e la costanza con cui abbiamo perseguito questa scelta.

Dopo una lunga serie di riunioni, ieri si è tenuto l’ennesimo incontro al Mimit, dove è stato firmato un verbale di accordo tra i sindacati, le parti datoriali e i rappresentanti del Ministero. Se tutto procederà senza intoppi, la vertenza potrebbe concludersi entro il mese di settembre. Desideriamo ringraziare pubblicamente le donne e gli uomini solidali che con sensibilità e coscienza, ci stanno accanto in questa battaglia.

Per noi operai, questo di oggi è senz’altro un passo avanti, ma restiamo vigili: la partita non è ancora chiusa. Tanti sono ancora i passaggi da fare, dichiareremo vinta la battaglia solo quando saremo riassorbiti dalla nuova azienda e finalmente rientreremo in fabbrica a lavorare.

Nel mese di agosto la zona industriale sarà praticamente deserta, motivo per cui il presidio verrà temporaneamente sospeso, per poi riprendere a pieno ritmo a settembre. Per quanto ci riguarda, è ancora presto per festeggiare: lo faremo solo quando i lavoratori varcheranno nuovamente i cancelli della fabbrica, rientrando da quegli stessi ingressi da cui sono stati costretti a uscire lo scorso 13 ottobre.

San Nicola di Melfi 28 luglio 2026

Siamo sempre qui! - Notav.info sulla grande giornata di lotta di ieri in Val di Susa.

Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa. Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno. Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi.

20.000 persone hanno sfilato per le strade e i sentieri della Val di Susa, trasformando la mappa dei lavori in un percorso da attraversare con spirito ed entusiasmo: per opporsi concretamente al progetto, per alzare la testa contro chi ci vorrebbe silenti, per difendere questa nostra terra condannata dall’alto ad essere una zona di sacrificio. Quella di oggi, e lo diciamo con emozione, è stata una giornata piena di significato. Una marea umana è riuscita a dividersi dalla bassa all’alta valle, a percorrere per ore sentieri, strade, prendere treni, attraversare prati, fare carovane e serpentoni infiniti.
Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa.

La mattinata è partita con una carovana di macchine che ha raggiunto il cantiere di Salbertrand, ove dovrebbe sorgere l’area di fabbricazione dei conci, qui i/le No Tav hanno intrapreso una battitura e poi sono riusciti a entrare al suo interno srotolando uno striscione che citava Siamo la natura che si ribella. No Tav No alla guerra! Nel frattempo la marcia, partita da Venaus raggiungeva da una parte il cantiere di San Didero, mentre la gran parte del corteo si incamminava tra i sentieri della Val Clarea. A San Didero diverse centinaia di No Tav hanno raggiunto il cantiere in diversi punti per infastidire le truppe di occupazione con battiture e cori. Mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo, i No Tav sono riusciti a raggiungere le recinzioni del cantiere e così diversi metri di concertina sono crollati. La risposta delle forze dell’ordine non è tardata ad arrivare e sotto il lancio di numerosi lacrimogeni hanno tentato una manovra a tenaglia uscendo dalle camionette e attraversando i campi che però non è andata a buon fine. Al momento del rientro della manifestazione la polizia, coadiuvata dalla digos, ha accerchiato le persone presenti entrando sui binari della stazione di Bruzolo identificando i presenti che sono stati lasciati andare poco dopo. Una reazione che non lascia spazio a tante interpretazioni: da una parte la vendetta per essere stati presi in fallo da più punti della valle, e dall’altra la necessità, già intravista nei giorni prima del festival con massicci posti di blocco e identificazioni, di dare un’immagine di rinnovata solerzia alla polizia di stato soprattutto dopo l’ultimo fatto che ha visto la morte di Fakir per mano di alcuni agenti di polizia.

In questa giornata non c’è spazio per una memoria storica dal sapore nostalgico: ogni passo è un passo concreto per riconquistare un pezzo di ciò che viene tolto ogni giorno. Ci viene in mente il 3 luglio del 2011 oggi. Una di quelle date della storia del Movimento No Tav ma oggi, come e forse ancor più di allora, migliaia di persone hanno accerchiato quelle stesse reti e attraversato quegli stessi sentieri che contornano il cantiere di Chiomonte.

Con determinazione e gioia si sono dirette senza esitazioni verso il simbolo della devastazione della Val Susa, nonostante le barriere poste a sua difesa dopo aver tirato giù i tre jersey sul sentiero gallo romano, i/le No Tav, grazie alla conoscenza del territorio, sono riusciti a raggiungere le reti il cantiere da più punti: chi guardava dall’alto, chi batteva le mani, chi intonava cori, chi entrava in massa all’interno del cantiere e chi da altri angoli contribuiva a colpire un simbolo concreto del modello previsto per noi. E così, i No Tav sono riusciti a riprendersi il cantiere e entrarci a migliaia. La control room brucia, diverse camionette di carabinieri e finanza con lei

Dall’alto dei sentieri si vedono colonne di fumo, quello che si respira nell’aria però non è l’odore acre di ferraglia e neanche quello bruciante dei lacrimogeni, ma l’entusiasmo di migliaia di persone che sono riuscite a raggiungere quello che sembrava essere uno dei fortini più inespugnabili della storia, dimostrando che la val di Susa e tutt’altro che pacificata. Da Mattarella a Salvini l’arco istituzionale si è espresso nelle ore successive. Solidarietà alle forze dell’ordine e narrazioni che dipingono i No Tav come “il frutto marcio della sinistra” rappresentano la pochezza che incarnano le opzioni politiche oggi. La differenza sostanziale con chi spreca parole per dare dei facinorosi e degli incappucciati a chi partecipa attivamente alla costruzione di un mondo migliore è che questi politicanti tentano in maniera abbozzata e a tratti autoritaria di affrontare volenti o nolenti i frutti marci della loro crisi, noi costruiamo passo dopo passo la possibilità di porre fine a ingiustizia e sfruttamento. I politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti. A sarà dùra!

Conferenza stampa del Movimento No Tav “C’eravamo, ci siamo e ci saremo”.Blocchi e identificazioni ma il movimento rilancia e ribadisce “La lotta rende giovani”

conferenza stampa convocata dal Movimento No Tav in seguito ai posti di blocco istituiti questa mattina a conclusione del Festival Alta Felicità: un’intera porzione di Valsusa è stata perimetrata. 

asciolta su infoaut 


I veri "terroristi"... Chi fa devastazione...

Lacrimogeni più urticanti e proiettili di gomma: il governo studia la svolta 
Il pressing dei sindacati di polizia. Al Viminale le riflessioni per potenziare l’equipaggiamento






Dalla conferenza stampa del movimento NO TAV: 
«Non c’è da prendere nessuna distanza. Sia in presenza, sia con il cuore che con la partecipazione, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è capitato» ha detto Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav alla conferenza stampa indetta a conclusione del festival Alta Felicità.

Nelle stesse ore Meloni e Piantedosi giungevano a Chiomonte

«Sabato abbiamo praticato il diritto alla difesa, sono trent’anni che subiamo violenza, ma ci viene imputata la devastazione: ebbene la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio, con l’amianto che respiriamo che ci fa ammalare», chiarisce Dosio. Il movimento rivendica gli scontri e respinge la narrazione tra manifestanti pacifici e violenti: «La divisione tra buoni e cattivi è assolutamente falsa – spiega un altro esponente No Tav, Guido Fissore – entrare nel cantiere è stata una cosa condivisa. Raccontatelo, perché siamo tutti responsabili».

La procura di Torino indaga per devastazione e saccheggio, al vaglio anche l’aggravante della finalità di terrorismo.

a raccontare delle «violenze No Tav» al Tg7, Filippo Ferri, condannato in via definitiva a 3 anni

«L'area a caldo dell'Ilva è causa di tumori, va chiusa entro 90 giorni». Corte d’appello di Milano - UNA NOTA

Taranto, l'ex Ilva allo Stato? Per gli ambientalisti non è la soluzione

"La Corte d'appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni perché le emissioni superano i limiti di legge e potrebbero essere la causa dell'aumento dei tumori. La produzione potrà ripartire soltanto dopo aver «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e «adottato le misure necessarie per ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno».
La società si è difesa sostenendo che l'amianto potrà essere rimosso "solo a fine vita tecnica degli impianti". «Non va sottaciuto - è scritto in ordinanza - che gli impianti Ilva e il sistema produttivo, sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento»

La decisione di Milano aiuta ad affrontare in emergenza i problemi della continuità dello stabilimento nelle attuali pericolose, mettendo a nudo le responsabilità di padroni e governo nella loro non volontà di trovare soluzioni a tutela di lavoro e salute dei lavoratori e cittadini. La sentenza dei giudici denuncia anche che l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 "non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5"; ad ulteriore conferma che anche il governo Meloni, come i precedenti, non ha fatto nulla per quanto meno ridurre i rischi per la salute degli operai e della popolazione di Taranto, peggiorando enormemente la situazione (mitigata solo e soltanto dal forte calo produttivo).  

A noi sta a cuore la mobilitazione di lavoratori e cittadini, unica  alternativa ai piani e logiche di padroni, governo e Stato del capitale - fermo restando che nocivo è il capitale e non la fabbrica. Serve una piattaforma operaia e popolare su cui chiamare alla lotta autonoma per imporre soluzioni temporanee e di prospettiva.

Urso, Giorgetti, la Meloni rispondono solo con l'allarmismo, non certo perchè si

Settimana internazionale dei martiri della rivoluzione indiana e la nuova giornata internazionale di solidarietà e lotta il 26 settembre

In occasione della Martyrs' Week 28 luglio -3 agosto - primo appello per una nuova Giornata Internazionale di Azione il 26 settembre 2026

L'ICSPWI (Comitato Internazionale a sostegno della guerra popolare in India) fa appello alle organizzazioni e partiti marxisti-leninisti-maoisti, ai rivoluzionari, agli antimperialisti, ai progressisti e democratici sinceri, a ricordare i martiri della rivoluzione indiana in occasione della tradizionale Martyrs' Week, 28 luglio al 3 agosto, indetta dal Partito Comunista dell''India maoista

Il sangue versato dai martiri nella loro lotta per la Rivoluzione di Nuova Democrazia e la Rivoluzione Socialista in India deve essere onorato!

Onoriamo nello stesso tempo tutte le masse, parte di esse appartenenti alle popolazioni indigene - adivasi- che sono state uccise e massacrate durante la criminale e genocida Operazione Kagaar da parte del regime fascista 'hindutva' di Modi, al servizio dell'imperialismo

I martiri della rivoluzione indiana sono i migliori figli del popolo che hanno sacrificato le loro vite non solo per la liberazione dell'India ma del mondo intero, dallo sfruttamento capitalista/imperialista, contribuendo alla rivoluzione proletaria mondiale.

La rivoluzione indiana, la guerra popolare, il PCI (Maoista) si trovano oggi in una situazione molto difficile. Il regime di Modi afferma che oggi l’India è un paese "libero dai naxaliti, ma le classi dominanti, altri governi e regimi in India in passato hanno detto la stessa cosa, e la storia ha dimostrato che si tratta di un'illusione.

La guerra popolare e il PCI (maoista) sono immortali! Nuove generazioni di figli del popolo sono in lotta e prendono in mano la bandiera della rivoluzione.

È vero che ora più che mai in questi tempi difficili serve la solidarietà e il sostegno internazionale e internazionalista del movimento comunista, del movimento proletario e rivoluzionario, del movimento antimperialista, del proletariato e delle masse popolari in lotta e in armi nel mondo

L'ICSPWI, con il suo forte e permanente sostegno del CPI (Maoista) in tutte le forme, esiste per questo ed è impegnato a mobilitare tutti per questo sostegno.

Le iniziative di protesta della Campagna di Emergenza Internazionale contro l'Operazione Kagaar fino alle forti manifestazioni del 28 marzo in tutto il mondo hanno dimostrato che questo è possibile, ma bisogna continuare questa campagna prolungata e fare molto di più. È necessario unificare il movimento internazionale di solidarietà e sostegno contro ogni forma di opportunismo e settarismo.

È necessario unire le iniziative sul fronte democratico e a sostegno del movimento democratico popolare di opposizione al regime di Modi con il sostegno al PCI (Maoista) e alla sua lotta contro revisionisti, traditori e capitolazionisti, oggi e in particolare nel 22° anniversario della fondazione del Partito a settembre per difendere il Partito e la via della guerra di popolo di lunga durata in India e nel mondo.

È necessario portare questa battaglia internazionalista all'interno del movimento comunista internazionale, all'interno del grande movimento antimperialista nel mondo, in primis il movimento di solidarietà con la Palestina, il movimento contro la guerra imperialista, il movimento contro la repressione per la liberazione dei prigionieri politici.

Per questo, nel quadro di questa nuova fase della campagna prolungata già in corso, facciamo appello a una nuova giornata internazionale di solidarietà e lotta per il 26 settembre 2026.

Nelle prossime settimane con la collaborazione di tutte le forze solidali costruiamo la piattaforma della giornata e il piano delle iniziative, da Roma a Parigi, dalla Svizzera alla Germania, dalla Turchia al Brasile, dalla Colombia agli Usa, dal BanglaDesh alla Cina, e ovunque è possibile nel mondo !

ICSPWI

28/7/26

csgpindia@gmail.com

lunedì 27 luglio 2026

INDIA:Observe Martyrs’ Week July 28th to August 3rd (RSF)

Migliaia in corteo a Bologna per Fakir - Senza giustizia nessuna pace! - info

Dalla stampa

Manifestazione al Pilastro di Bologna, circa 2mila in corteo: “Via Svevo diventi via Fakir”. E torna il simbolo di George Floyd

“Siamo tutte e tutti Fakir” c’è scritto sullo striscione che apre il corteo della ‘marcia popolare’. Un minuto di silenzio, in ginocchio e il pugno chiuso alzato poi il lungo serpentone cammina per il quartiere. Anche cartelli e cori contro il Governo. La moglie di Abderrahim si è collegata in chiamata dal Marocco

Torna il simbolo di George Floyd, in ginocchio col pugno alzato (Ansa/Foto Schicchi)

Torna il simbolo di George Floyd, in ginocchio col pugno alzato

Bologna, 26 luglio 2026 – A una settimana dalla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto durante un fermo di polizia in via Italo Svevo, sono state circa duemila le persone che si sono radunate a pochi metri dal luogo della scomparsa per chiedere “giustizia e verità” sulla vicenda con una “marcia popolare” che attraversa il Pilastro.

“Siamo tutte e tutti Fakir” c’era scritto sullo striscione che ha aperto il corteo: a tenerlo teso giovani ragazzini che hanno chiesto a gran voce “giustizia” per il 42enne. Durante la manifestazione sono stati scanditi slogan come "Basta razzismo istituzionale", "Siamo tutti antifascisti" e "Siamo tutti Fakir Abderrahim". I manifestanti hanno intonato anche cori contro il Governo: "Dei nostri quartieri non ne sapete niente, Salvini e Piantedosi nemici della gente".

Per le strade del rione c’erano Plat, Si Cobas, Giovani Palestinesi, comitato popolare Pilastro e MuBasta. La locandina è stata rilanciata anche dai collettivi Cua e Cas e condivisa da Potere al Popolo. Il corteo ha percorso via Italo Svevo e tutte le vie del Pilastro per poi tornare all'angolo tra via Italo Svevo e via Alfredo Panzini, dove è morto Fakir. Il dispositivo di sicurezza è stato decisamente poco invasivo. Sul posto non erano presenti mezzi delle forze dell'ordine che hanno presidiato l'area a distanza, proprio per evitare eventuali tensioni.


A una settimana dalla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto durante un fermo di polizia in via Italo Svevo, sono a centinaia le persone che si sono radunate a pochi metri dal luogo della scomparsa per chiedere “giustizia e verità” sulla vicenda con una “marcia popolare” che attraversa il Pilastro (Foto servizio di Schicchi)

20:24
“Via Svevo diventi via Fakir”

"Questo è un messaggio per la gente del Pilastro, per i miei fratelli, per tutte le famiglie che abitano nel quartiere. Per favore non dobbiamo stare zitti per questo nostro fratello che è stato assassinato. Dobbiamo chiedere che via Italo Svevo cambi nome e che mettano una targa con il nome di nostro fratello che è stato assassinato". È l'appello lanciato al microfono, nel corso del corteo. Rivolgendosi ai manifestanti, ha invitato il quartiere a continuare a mobilitarsi e a mantenere alta l'attenzione sulla vicenda, chiedendo anche un gesto simbolico come l'intitolazione della via o l'apposizione di una targa in ricordo di Fakir. Le sue parole sono state accolte dagli applausi dei partecipanti alla manifestazione, che sta attraversando le strade del Pilastro per chiedere "giustizia per Fakir".

Milano contro il licenziamento al San Raffaele della delegata - infosolidale

Milano: l’ospedale San Raffaele licenzia la delegata sindacale Margherita Napoletano 

La lettera di licenziamento  fa seguito alla pretestuosa contestazione disciplinare del 23 giugno scorso: evidentemente, le giustificazioni, previste dalla normativa, per l’Azienda erano solo un pro forma e la decisione della sanzione massima era già stata presa. Dopo le forti denunce fatte dal sindacato, le mobilitazioni e gli scioperi, la Direzione aveva già premeditato di dare una punizione esemplare, invece di affrontare i veri problemi di carenza di organico e di malagestione.

Lunedì 27 luglio 2026 dalle ore 11.00

Spianata dell’Ospedale San Raffaele via Olgettina 60 – Milano

USI Sanità, CUB Sanità Provinciale Milano e CUB Sanità San Raffaele

DDL ANTISEMITISMO, APPELLO RETE #NOBAVAGLIO: “NO A CENSURA SU GENOCIDIO.

by #NOBAVAGLIO

La Rete #NoBabaglio esprime forte preoccupazione e contrarietà rispetto al disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo, alle ultime battute dell’iter in Commissione Affari Costituzionale alla Camera, che rischia di essere approvato nel silenzio generale senza alcuna possibilità d’intervento rispetto al testo licenziato dal Senato lo scorso marzo. Un ‘golpe estivo’ che restringerà ancora di più lo spazio civico in Italia e comprometterà la libertà d’espressione e di dissenso. Ci appelliamo a tutte le forze democratiche affinché intervengano per scongiurare l’ennesima legge bavaglio e un’ulteriore deriva autoritaria nel nostro Paese.

Il provvedimento, nella versione attuale, recepisce integralmente la definizione di antisemitismo dell’IHRA, inclusi gli indicatori applicativi, introducendo un margine interpretativo così ampio da poter colpire non solo la libertà d’espressione, ma anche il lavoro di associazioni, ONG e gruppi della società civile che documentano violazioni dei diritti umani e criticano le politiche del governo israeliano. Una norma formulata in questo modo rischia di trasformarsi in uno strumento di limitazione del dissenso, con effetti diretti sul giornalismo, sull’attivismo e sulla ricerca indipendente.
Sarebbe infatti stata sufficiente la Legge Mancino (Legge 25 giugno 1993, n. 205), che sanzione e

domenica 26 luglio 2026

"Opposizione" parlamentare e polizia - Un commento da un operaio Slai cobas sc di Taranto

Dopo i fatti di gennaio a Torino, Alleanza Verdi Sinistra torna ad esprimere solidarietà verso i crimini polizieschi. È chiaro come la luce del sole che neanche questo può assolutamente essere il partito che possa fare gli interessi delle masse all'interno del parlamento, ad ulteriore dimostrazione di come nessun partito dell'arco parlamentare possa essere utile alla eliminazione del fascismo di Stato. 

Da un certo punto di vista i tempi che corrono sono ben peggiori di quelli di cento anni fa: allora esisteva un'opposizione, oggi no. 

Stendiamo un velo pietoso su quella mummia egiziana del Presidente della Repubblica, torna anch'egli ad esprimere per l'ennesima volta solidarietà alle forze dell'ordine mentre si dimentica (volutamente) di esprimerne verso il fratello Fakir Abderrahim, giustiziato da quelle stesse merde infami.





Cosenza per MOMO suicidato dallo Stato - da Soccorso Rosso Proletario

Cosenza si mobilita per Momo, morto suicida durante una perquisizione


COSENZA CHIEDE GIUSTIZIA PER MOMO
LUNEDÌ ALLE 18.30 MANIFESTAZIONE
Minuto dopo minuto, la morte di Momo assume contorni sempre più gravi e le responsabilità delle forze dell’ordine sono sempre più chiare. Di fronte all’ennesima ingiustizia nella storia di questa città, non possiamo tacere né rimanere in silenzio aspettando che qualcuno metta tutto sotto il tappeto.
La tragedia di Mohamed, che richiama a quanto accaduto a Fakir qualche giorno fa a Bologna, ci restituisce in modo drammatico le conseguenze della gestione della salute mentale in questo paese: contenimento e repressione al posto di cura e assistenza sociale. Quando la politica risponde alle disuguaglianze e al disagio con le manette anziché con i diritti, la violenza diventa uno strumento ordinario. È una realtà che in Calabria conosciamo bene, in un territorio abbandonato dove l’assenza di tutele per i più fragili uccide ogni giorno.
Cosenza ha sempre dato prova di non lasciare indietro nessuno e di saper rispondere a testa alta agli abusi di potere. La città in cui vogliamo vivere non è quella in cui chi è invisibile e in condizione di disagio sociale ed economico è destinato a morire.
Come comunità cittadina dobbiamo ritrovarci uniti per pretendere verità e giustizia.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare a una grande manifestazione popolare, lunedì dalle 18:30, a partire da via dei Mille, il quartiere di Mohamed.
Giustizia per Momo, giustizia per tutte e tutti!
MOMO. UNO DI NOI.

Mohamed Amin Bassioud, suicidato dallo Stato a Cosenza

“Mio figlio depresso, lo tormentavano”.

Il ragazzo di 25 anni si trovava ai domiciliari. Si è lanciato dal terzo piano durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed Amin Bassioud e’morto così, a Cosenza.

25enne di nazionalità italiana e di origini tunisine. Era agli arresti domiciliari e da tempo soffriva di un grave disagio psichico. Nel marzo scorso, era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria dopo aver commesso atti di autolesionismo. Straziante il lamento della madre che ci accoglie e con dignità racconta

Oggi Bologna di nuovo in piazza



Vannacci via da Taranto - Siamo tutti antifascisti! - Info solidale - Dal blog tarantocontro

 Il fascismo non è un'opinione è un crimine!

 
COMUNICATO
Siamo bell3 come l'antifascismo. Futuro Nazionale fuori da Taranto!
Oggi una cinquantina di persone – donne, uomini, student3, lavorator3, precari3, persone queer, persone con disabilità, bambin3 – si sono ritrovate in Piazza Maria Immacolata per contestare la presenza di Futuro Nazionale intento a raccogliere firme a sostegno dell'omicida Mario Roggero.
Non potevamo restare in silenzio. Non in una città già martoriata come Taranto. Non mentre si tenta di normalizzare la presenza di organizzazioni che alimentano odio razzista, misogino, omolesbobitransfobico, classista e repressivo. Non accettiamo la presenza di chi si richiama apertamente al nazifascismo, sostiene politiche di guerra, militarizzazione e riarmo ed è complice del genocidio in corso in Palestina.
Loro erano protetti dallo schieramento delle forze dell'ordine. Noi eravamo lì con i nostri corpi, le nostre voci e la nostra rabbia, per ribadire con forza che i fascisti non sono i benvenuti nelle nostre piazze e nei nostri quartieri.
Eravamo lì per gridare giustizia. Per difendere chi ogni giorno subisce le conseguenze delle loro politiche di esclusione, discriminazione e violenza. Per affermare che a Taranto esiste una parte di comunità che rifiuta la

sabato 25 luglio 2026

Immagini da Torino

 


Viva il movimento No Tav - Stato, governo, padroni, riformisti di merda, fate attenzione...

 

NoTav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada

di Alberto Giulini, inviato in Val di Susa

Il corteo che apre il festival dell'Alta Felicità, circa 20 mila persone, si è diviso in vari spezzoni. Cinquecento manifestanti mascherati hanno invaso il cantiere. A fuoco due camionette dei carabinieri. A Bruzolo fermata dai manifestanti fino alle 18 la linea ferroviaria

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte. Il Coisp: «60 feriti, a fuoco quattro mezzi delle forze dell'ordine». Meloni: «Violenza non piegherà lo Stato». Bloccati per ore treni e autostrada

 


Cirio: «Danno alle imprese e all'immagine del Piemonte»

Si unisce alle reazioni il presidente della regione Piemonte Alberto Cirio, secondo cui gli eventi di oggi sono «Un attacco alle istituzioni e un danno gravissimo ai cittadini, alle imprese e all'immagine del Piemonte». Alle forze dell'ordine il governatore esprime poi «profonda gratitudine, insieme alla piena solidarietà della Regione Piemonte, per il coraggio e la professionalità con cui, ancora una volta, hanno difeso la sicurezza e la legalità». 

La condanna si estende intanto a tutto l'arco parlamentare. «Condanno senza se e senza ma le violenze - dichiara Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde -. Si tratta di azioni assolutamente inaccettabili, che non hanno alcuna giustificazione e che contribuiscono soltanto ad alimentare un clima di tensione. La difesa del territorio, dell'ambiente e dei diritti delle comunità si afferma con la mobilitazione democratica e con la non violenza». Il leader di Azione Carlo Calenda parla a sua volta di «Escalation quotidiana di violenza da parte dell'estrema sinistra antagonista» e annuncia che «Nessuna contiguità di amministratori e parlamentari con questi delinquenti che agiscono a viso coperto può essere tollerata, a Bologna come in Val di Susa». 

Tra le dichiarazioni a caldo anche quella di  Calogero Mauceri, Presidente dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione: «L'opera prosegue e si conferma un’infrastruttura strategica, da portare avanti nel rispetto del confronto istituzionale e del dialogo con i territori. Episodi di violenza e intimidazione non fermeranno il percorso avviato a favore dei territori e delle comunità locali».

»Ribadiamo l'importanza strategica della Tav, non solo per il territorio torinese e piemontese, ma per l’intera economia nazionale, perché è in grado di avvicinarci ulteriormente all’Europa  - scrivono Cisl e Filca-Cisl di Torino -. Intervenire con fermezza contro chi vuole di fatto negare il futuro a questo Paese».

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada

 


19:21  |  25 Luglio

Meloni: «Attacco allo Stato, chi serve Italia non sarà lasciato solo»

«Chi lancia bombe carta, incendia mezzi dello Stato e aggredisce le forze dell'ordine non sta difendendo un'idea, sta attaccando lo Stato. A Chiomonte, ancora una volta donne e uomini in divisa sono stati bersaglio della violenza di delinquenti incappucciati. A loro va la mia solidarietà e quella del governo. La violenza non piegherà lo Stato: chi serve l'Italia non sarà mai lasciato solo», così sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 



19:06  |  25 Luglio

I numeri del sindacato

 «Gli antagonisti sono riusciti a entrare nel cantiere di Chiomonte. Il piazzale antistante il tunnel è stato invaso da centinaia di violenti che hanno dato vita a una vera e propria azione di guerriglia, incendiando quattro mezzi di servizio, due dei Carabinieri e due della Guardia di finanza. Il bilancio dei feriti tra le forze dell'ordine al momento è di circa 60, ma il numero è ancora provvisorio e purtroppo è destinato ad aggravarsi nelle prossime ore». Ad affermarlo è Domenico Pianese, segretario generale del Coisp. Fonti della Guardia di Finanza, a cui apparteneva uno dei mezzi dati alle fiamme,  parlano invece di una decina di feriti, «destinati a salire».

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada

 


19:01  |  25 Luglio

Val di Susa, ripartono i treni

«Dalle ore 18.15 - fanno sapere dalla Rete Ferroviaria Italiana - sulla linea Modane-Torino la circolazione ferroviaria, precedentemente sospesa tra Bussoleno e Borgone a causa della presenza di manifestanti in prossimità dei binari è ripresa». La linea è però ancora fortemente rallentata, con ritardi fino a 120 minuti, rallentamenti e cancellazioni.

19:00  |  25 Luglio

Tregua dopo gli scontri

Sembrano calare di intensità adesso gli scontri al cantiere di Chiomonte. Uno spezzone del corteo starebbe facendo ritorno all'area del Festival Alta Felicità a Chiomonte, dove molti passeranno la notte nel campeggio. Non c'è ancora un bilancio ufficiale della giornata ma al momento non si registrerebbero feriti. 

18:28  |  25 Luglio

Fermi anche i treni da e per Torino

Risultano soppressi al momento alcuni treni in partenza da Bardonecchia per Torino nelle prossime ore. Secondo le ultime informazioni la linea tra Bardonecchia e Salbertrand sarebbe sospesa per la presenza di un gruppo di circa 350 manifestanti sui binari a Bruzolo, vicino al cantiere di San Didero. «Avvisiamo che la circolazione è sospesa fra Bussoleno e Borgone per un intervento delle forze dell'ordine nella stazione di Bruzolo», si legge sul tabellone della stazione di Bardonecchia. Istituito un servizio bus fra Bussoleno e Avigliana.

17:38  |  25 Luglio

Due mezzi delle forze dell'ordine in fiamme

Risultano due adesso le camionette dei carabinieri date alle fiamme durante l'assalto ancora in corso al cantiere della Torino-Lione a Chiomonte,  in Val di Susa. Al momento non si sa se ci siano feriti. La questura segnala il lancio di diverse molotov contro la polizia all’interno del cantiere. Un altro fronte si è aperto su un sentiero sopra il cantiere dove la polizia ha caricato più volte un gruppo di manifestanti diretti al cantiere.

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada

 


17:24  |  25 Luglio

Avanza il «blocco nero», chiusa l'autostrada

Il «blocco nero» di manifestanti incappucciati continua ad avanzare nel cantiere di Chiomonte, mentre si registrano più roghi attivi al suo interno. Gli incappucciati, sarebbero circa cinquecento, sono tutti vestiti di nero e indossano caschi e maschere antigas. Stanno lanciando pietre e bottiglie e sparano bombe carta e razzi, anche con mortai artigianali. Tra di  essi, a quanto si apprende, sarebbero presenti anche degli stranieri, in particolare francesi. Un gruppo di un centinaio di manifestanti del «Corteo verso i cantieri della devastazione», camuffati, è stato bloccato dalla polizia tra due rivi mentre un altro gruppo più numeroso è stato fermato a Bruzolo, tra San Didero e Bussoleno, per impedire che arrivasse a ridosso del cantiere. 

Intanto la concessionaria autostradale Sitaf rende noto che, per motivi di ordine pubblico, è stata chiusa l'autostrada A32 Torino-Bardonecchia tra gli svincoli di Oulx e Susa Est. 

No Tav: l'assalto al cantiere di Chiomonte. Una camionetta dei Carabinieri in fiamme




17:01  |  25 Luglio

Guerriglia a Chiomonte

Un gruppo di varie decine di manifestanti, il «blocco nero» di antagonisti incappucciati che guidava quello spezzone di corteo, è riuscito a entrare dopo vari tentativi nel cantiere dell'Alta Velocità a Chiomonte. Una camionetta dei Carabinieri è in fiamme mentre le forze dell'ordine stanno arretrando davanti ad attacchi su più fronti.

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada

 


16:31  |  25 Luglio

Attacco a Chiomonte

È iniziato poco dopo le 16  l'attacco di una parte dei manifestanti partiti dal Presidio dei Mulini al Cantiere per l'Alta velocità di Chiomonte. Gli antagonisti, oltre un migliaio, arrivati con diversi percorsi tra la strada principale e i sentieri nei boschi, hanno usato dei flessibili per aprire un varco ed entrare. La polizia risponde con i lacrimogeni. I manifestanti stanno tenendo attacchi su più fronti per tenere occupata la polizia.

16:21  |  25 Luglio

Primi scontri in Val di Susa

Sale la tensione alla marcia No Tav in corso in Val di Susa. Alcune centinaia di attivisti  hanno lanciato pietre e bombe carta contro le forze dell'ordine schierate a protezione del cantiere del San Didero. Gli agenti in tenuta antisommossa  hanno risposto con un lancio di lacrimogeni. Le tensioni sono durate circa venti minuti. Un gruppo più numeroso di incappucciati, diviso a sua volta in due tronconi, sta cercando di raggiungere il presidio dei Mulini presso il cantiere di Chiomonte. Ci sarebbero migliaia di persone nei boschi impegnate a dirigersi verso la zona.  Secondo gli organizzatori i partecipanti sono in tutto  ventimila. Un terzo spezzone del corteo ha raggiunto invece Salbertrand in auto nella tarda mattinata. Qui i manifestanti hanno attuato quello che definiscono la «battitura» delle barriere a  aprotezione del cantiere.

14:37  |  25 Luglio

Compaiono manifestanti a volto coperto

Procede, il corteo No Tav in Val di Susa. Una carovana di auto partita alle 11 da Susa ha raggiunto intanto il cantiere di Salbertrand. Tra i manifestanti un gruppo, a Pradonio, nei pressi di Susa, si è allontanato dalla manifestazione principale per mascherarsi, altri avrebbero indossato passamontagna e bandane coperti dalla vegetazione e da ombrelli. Sono state anche coperte con buste della spesa le telecamere di videosorveglianza presenti sulla strada. Dopo una breve pausa per ricompattarsi il corteo diretto ai Mulini è ripartito, ora in testa compaiono due scudi e un blocco nero di manifestanti a volto coperto.

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada

 


14:03  |  25 Luglio

Verso il presidio sotto il diluvio: «Siamo 20 mila»

Piove intensamente sulla tradizionale  marcia No Tav nell'ambito del  Festival dell'Alta Felicità in Val di Susa, partita poco fa da Borgata 8. Mentre uno spezzone del corteo di migliaia di persone si dirige verso Susa, un altro sta salendo al presidio dei Mulini. «Siamo 20 mila», annunciano gli organizzatori.

13:38  |  25 Luglio

In marcia verso Giaglione

Il corteo, composto da migliaia di persone e più partecipato rispetto agli scorsi anni, non si dirige verso Susa ma ha imboccato la strada per Giaglione.

13:25  |  25 Luglio

Tre francesi allontanati dalla polizia

Nei momenti che hanno preceduto la manifestazione, la polizia ha individuato tre cittadini di nazionalità francese, provenienti dalla Francia, mentre a bordo di un'auto percorrevano la statale 24. Sottoposti a un controllo, nascondevano nel vano portabagagli numerosi artifici pirotecnici, fumogeni e petardi, tronchesi, un flessibile alimentato da due batterie, cesoie e ulteriori strumenti, indumenti e materiali idonei al travisamento, caschi, maschere, occhiali, bombolette e spray, benzina e altri liquidi oltre a numerose sim separate dai rispettivi telefoni cellulari. Nei confronti dei tre, il Tribunale di Torino ha convalidato i provvedimenti
del questore di esecuzione dell'allontanamento immediato dal territorio dello Stato per motivi di ordine e sicurezza pubblica.

13:21  |  25 Luglio

«Oggi vogliamo fermare la Tav»

È partita da Borgata 8 dicembre, cuore del Festival dell'Alta Felicità, la tradizionale marcia No Tav. «Dopo dieci anni di lotte continuiamo con questa esperienza che ogni anno riunisce decine di migliaia di giovani e persone da tutta Italia – spiegano gli attivisti –. Davanti alla distruzione della nostra terra ci contrapponiamo. Abbiamo capito come lottare, dobbiamo usare tutti i mezzi e le capacità che abbiamo a disposizione. Oggi vogliamo fermare la Tav, in autunno torneremo a scuola a lottare per il nostro futuro. La Val di Susa ci ha insegnato a lottare. Siamo qua anche per ricordare la morte di Fakir, un omicidio di Stato».


India: il movimento degli “scarafaggi” continua le mobilitazioni e si estende. Gli agricoltori si uniscono alla protesta

I giovani in India sono stanchi, ci sono disoccupazione e sotto-occupazione molto alte. Se il governo non tratterà seriamente sulle richieste concrete del movimento degli Scarafaggi, quest’ultimo dilaga.

da Radio Onda d’Urto

Già adesso si è unito alla protesta studentesca il popolo degli agricoltori che nel paese è una grande forza.” Questa è la previsione della studiosa dell’India Enrica Garzilli, già docente alle università di Perugia e di Torino e che ha collaborato anche con l’università  di Delhi e Harvard. “Il movimento è nato spontaneamente a maggio, quando in occasione dell’esame di ammissione alle

GUERRA AI GIOVANI. Una legge reazionaria e crudele - Un commento dell'Avv. Antonietta Ricci di Taranto - e una nota

Mentre agli assassini, come il gioielliere, che ammazzano, non certo per difendersi, ma per vendicarsi di chi ha colpito la "sua proprietà", il governo, la Meloni, Salvini, Nordio, Piantedosi, ecc. pensano a decreti di iper estensione della legittimità di uccidere; 

mentre per i poliziotti/carabinieri che ammazzano Fakir, e tanti altri prima e dopo, vantandosi anche - un carabiniere di Bologna nel suo post ha commentato la morte di Fakir scrivendo: "Uno in meno" - il governo risponde con lo "scudo penale" e con una oscena campagna stampa/TV;

in fretta e furia il governo ha fatto un decreto che dichiara i minori sempre colpevoli, un "problema" da trattare solo allargando le maglie della repressione e le porte del carcere.

Questo governo lo fa perchè è fatto di persone fasciste, in cui il più "innocuo", dovrebbe già stare in galera per anni - lo fa per auto-tutelarsi, per propaganda reazionaria, razzista, populista, facile, visto che ha in mano la maggiorparte di giornali e reti televisive. Questo governo non può fare diversamente; questo governo dove mette le mani, soprattutto sulla scuola, sui servizi sociali, sulla cultura, opera per imporre  piani di tagli, di trasformazione al servizio del militarismo, della guerra, dell'attacco ad ogni voce libera, dissidente, intelligente, ecc. Su questo non ci devono essere illusioni, è la logica e l'azione fascista/razzista che guida i loro provvedimenti; nessun appello, nessuna denuncia legittima "gli fa un baffo" o fa fare un passo indietro, e quando sono costretti a farlo dalle proteste, da alcune lotte, allora via libera alla repressione, ai "decreti" - lo comprendano anche i democratici.

Questo governo, dietro episodi di singoli giovani - episodi ultra normali, ci sono sempre stati - in realtà sono i giovani che lottano, che si ribellano, che fanno le manifestazioni, che si scontrano con la polizia e attaccano le "proprietà", il loro obbiettivo; questi li fanno andare di "bestia" - e non è certo un caso che questo decreto "maranza" l'hanno fatto subito dopo la manifestazione di Bologna per Fakir e gli scontri con la polizia. Su questi giovani il governo, la sua polizia concentrerà la sua violenza.

Ma qui, soprattutto qui, devono trovare la giusta risposta!

proletari comunisti 

IL COMMENTO AL DECRETO DELL'AVVOCATA ANTONIETTA RICCI DI TARANTO

Non è un decreto contro i 'maranza': è un decreto contro i giovani. 

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato quello che molti quotidiani hanno definito il "decreto anti maranza". Ma questa definizione è fuorviante. Più correttamente, bisognerebbe chiamarlo decreto anti minori, perché interviene direttamente sulla giustizia penale minorile e modifica uno dei principi  fondamentali su cui essa si è sempre retta. Il provvedimento cambia infatti l'articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra i 14 e i 18 anni. In altre parole, viene ribaltato l'onere  della prova: fino a oggi era lo Stato a dover dimostrare che un ragazzo avesse la maturità necessaria per  essere pienamente imputabile; da domani sarà il minore a essere considerato automaticamente capace, salvo prova contraria.  

È un passaggio enorme, che racconta molto più di una semplice modifica tecnica. È l'ennesimo tassello  di quella che appare sempre più come una vera e propria guerra ai giovani, e più in generale contro  chiunque venga percepito come un problema sociale invece che come una persona da comprendere. 

Questa strategia non nasce oggi. È iniziata con il decreto contro i rave, trasformando un fenomeno  marginale in un'emergenza nazionale. È proseguita con il decreto Caivano, che ha irrigidito la giustizia  penale minorile e ha contribuito a un fatto senza precedenti: il sovraffollamento degli istituti penali per  minorenni. È continuata con i decreti sicurezza che colpiscono i giovani militanti e oggi arriva questo  nuovo intervento, che prosegue sulla stessa strada: meno diritti, più repressione. 

Nel merito, poi, il decreto è costruito su molta propaganda e poca sostanza. Non abbassa l'età  dell'imputabilità, che resta fissata a 14 anni. Ma modifica qualcosa di altrettanto rilevante: cancella il  principio secondo cui l'accertamento della maturità del minore è un presupposto della responsabilità  penale. Fino a oggi il giudice doveva verificare, caso per caso, il grado di consapevolezza del ragazzo. Ora quella verifica non sarà più il punto di partenza, ma un'eccezione. 

Il messaggio politico è chiarissimo: non capire, ma punire. Ed è proprio qui il nodo della questione. Perché è sempre più semplice costruire consenso attraverso la  repressione che affrontare davvero le cause del disagio giovanile. È più facile evocare il nemico di turno che investire nella scuola, nell'inclusione, nei servizi sociali, nel lavoro educativo. 

Pensiamo alle seconde generazioni, ai giovani cresciuti nelle periferie, alle difficoltà di integrazione  sociale, culturale ed economica. Sono problemi complessi, che richiederebbero politiche di welfare,  inclusione e cittadinanza. Questo governo sceglie invece la strada opposta: trasformare il disagio in una questione di ordine pubblico. 

Ed è evidente che queste norme finiranno per colpire soprattutto alcuni gruppi sociali: chi vive  condizioni di marginalità sociale, economica e culturale. 

Anche il linguaggio utilizzato non è casuale. Parole come "maranza" non servono solo a descrivere un  fenomeno: servono a costruire uno stereotipo, a identificare un'intera categoria di giovani come  pericolosa per definizione. Prima si crea il nemico, poi si giustificano norme sempre più severe. 

Il paradosso è che lo Stato spesso non riesce a garantire inclusione scolastica, opportunità lavorative,  percorsi educativi o persino il riconoscimento della cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia. Ma  quando quei giovani manifestano disagio, l'unica risposta che trova è il diritto penale. 

Parallelamente, il decreto rafforza i poteri di prevenzione e controllo del territorio in chiave “anti-bande”. Il Questore può emettere avvisi orali e vietare a chi è stato coinvolto in episodi di violenza o  danneggiamento in gruppo di tornare a radunarsi con gli stessi soggetti, soprattutto se già colpiti da  misure di prevenzione o condannati per reati contro la persona o il patrimonio in luoghi pubblici.  

Viene ampliato l’uso dell’accompagnamento e trattenimento in ufficio di polizia per l’identificazione di  persone ritenute pericolose, estendendo di fatto ai minorenni il cosiddetto “fermo di prevenzione”,  con particolare attenzione a stazioni, zone della movida e grandi eventi.  

Sul fronte del contrasto al degrado urbano, si introducono procedure accelerate di sgombero per le  occupazioni abusive e una nuova aggravante di danneggiamento commesso da almeno cinque  persone, che consente l’arresto anche in flagranza differita sulla base di immagini e video. 

Magistrati minorili, avvocati, accademici e associazioni come Antigone parlano apertamente di  “tradimento” del modello italiano di giustizia minorile, storicamente considerato tra i più avanzati in  Europa. Giuristi e associazioni denunciano un effetto di “profiling” di classe e di origine: le nuove misure, pur scritte in termini generali, tendono a colpire soprattutto adolescenti che vivono in quartieri popolari, con alle spalle fragilità economiche, scolastiche e familiari, già oggetto di stigmatizzazione sociale. 

Un altro punto sensibile riguarda il rapporto tra dati reali e percezione di insicurezza. Le statistiche ufficiali non indicano un’esplosione incontrollata della criminalità minorile, ma l’attenzione mediatica su episodi particolarmente violenti o spettacolari alimenta l’idea di un’emergenza costante.  

Su questo terreno, il “decreto maranza” è una risposta meramente propagandistica: un messaggio politico riassumibile nello slogan qualunquista e populista “chi sbaglia paga, anche se minore”, che  però ignora le complessità del mondo giovanile e i principi di gradualità e proporzionalità sanciti dalle  norme nazionali e internazionali. 

In realtà, il dibattito sul decreto mette a nudo una frattura ben più profonda: quella tra le istituzioni e le nuove generazioni. Per troppi ragazzi lo Stato ha un solo volto: quello delle divise, dei controlli, delle perquisizioni e delle sanzioni. Molto più difficile, invece, incontrarlo sotto forma di scuola, servizi sociali, presìdi culturali, impianti sportivi, opportunità educative o strumenti concreti di emancipazione. 

È la fotografia di un fallimento politico prima ancora che normativo. Perché quando l'unica risposta al disagio giovanile diventa il diritto penale, significa che lo Stato ha già rinunciato a svolgere la sua funzione più importante: prevenire, includere, offrire opportunità. 

Il rischio è evidente. Costruire un impianto normativo che parte dal presupposto che il minore sia innanzitutto un potenziale pericolo significa alimentare una logica di contrapposizione permanente, dividendo la società tra chi deve essere protetto e chi deve essere controllato. Una narrazione tossica che trasforma migliaia di adolescenti – spesso provenienti dalle periferie o dalle seconde generazioni – in bersagli politici prima ancora che in cittadini. 

Per questo il cosiddetto "decreto maranza" non è soltanto un insieme di norme penali e amministrative. È il manifesto di una precisa idea di società: una società che, di fronte alle fragilità, sceglie di punire invece di comprendere; che investe nella repressione perché costa meno, politicamente, che investire nella scuola, nel welfare, nell'inclusione e nella cittadinanza. È una scelta miope e profondamente in contrasto con lo spirito della Costituzione, che assegna alla pena una funzione educativa e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l'uguaglianza sostanziale. Sostituire l'educazione con la repressione non renderà il Paese più sicuro: renderà soltanto più profonda la distanza tra lo Stato e una generazione che continua a sentirsi vista come un problema, anziché riconosciuta come una risorsa e come cittadinanza a pieno titolo. 

Questo decreto non renderà il Paese più sicuro. Lo renderà semplicemente più duro con i più deboli, più impaurito e più diviso. Ed è questo, forse, il vero obiettivo della propaganda: alimentare la paura invece di risolvere i problemi.