da ORE12/Controinformazione rossoperaia del 20.05.26
È arrivata l'ennesima batosta per il Decreto Sicurezza del Governo Meloni. Non è arrivata da un collettivo antagonista, da Amnesty International o da qualche assemblea universitaria occupata, la demolizione più dura del cosiddetto Decreto Sicurezza del Governo Meloni è arrivata dall'Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, cioè da uno degli organismi tecnici più autorevoli dell'ordinamento giudiziario italiano.
In una relazione di 129 pagine i magistrati hanno messo in fila dubbi di costituzionalità, forzature procedurali e rischi sistemici per i diritti fondamentali e le libertà pubbliche. Un testo che pur non essendo vincolante rappresenta una guida interpretativa rilevantissima per magistrati e avvocati e, soprattutto, rappresenta una sonora smentita alla retorica governativa sulla sicurezza democratica.
La critica più pesante riguarda il metodo. Il Governo, infatti, per approvare il secondo Decreto Sicurezza, ha trasformato in decreto legge un disegno di legge che aveva già quasi completato l'iter parlamentare. In altre parole, non c'era alcuna vera urgenza.
La Cassazione sottolinea, infatti, che il testo era già pronto per il passaggio finale al Senato e che il ricorso alla decretazione d'Urgenza appariva difficilmente giustificabile.
Il Governo, quindi, ha aggirato il Parlamento pur non avendo reale necessità. Certo, qui emerge un tratto strutturale della politica italiana contemporanea perché l'emergenza è considerata una tecnica ordinaria di Governo, quindi si governa per Decreti, per accelerazioni, per commissariamenti continui della discussione democratica.
Quindi, in nome della necessità, della stabilità e della sicurezza, il Parlamento resta formalmente in piedi, ma sempre più simile a un teatro di ratifica.
Il Massimario parla apertamente di un “ricorso accentuato allo strumento penale” e richiama le critiche di costituzionalisti, penalisti, ONU e OSCE, non esattamente quindi un gruppo di militanti col passamontagna.
Le norme del decreto vengono definite “eterogenee”, “confuse”, accomunate soprattutto da una logica repressiva.
Terrorismo, carceri, manifestazioni, migranti, canape, tutto impastato dentro un unico contenitore emergenziale. È il vero trucco della politica securitaria fondere fenomeni diversi dentro una percezione generalizzata di pericolo, così ogni conflitto sociale può essere trattato come questione d'ordine pubblico e ogni dissenso potenzialmente reinterpretato come minaccia alla stabilità dello Stato.


















