Ieri la giornata si è chiusa con le “dimissioni” di Del Mastro, della Bartolozzi e le dimissioni della Santanchè.
E’ evidente che non si tratta di “dimissione” ma di cacciata fatta dalla Meloni, che prima li ha chiamati nella compagine di Governo e ora deve liberarsene per rafforzare il suo governo. Il problema è che la feccia, corrotta, marcia che pensa che siccome è al potere può fare tutto, senza neanche tanto nasconderlo e in alcuni casi rivendicandolo, era ed è in sintonia con la politica, lo stile di governare, l’ideologia reazionaria, fascista della Meloni; questo vuol dire che non è che buttando fuori i più indecenti questo governo cambia.
La prima questione è che, possiamo dirlo, la spallata ai Del Mastro, Bartolozzi, l’ha data l’esito beffardo per la Meloni del referendum; non ci fosse stato questo probabilmente avrebbero campato fino alla fine in questo governo. Ma non è per questo che il Sì ha perso.
Secondo la mossa della Meloni non è affatto un indebolimento del governo – come vorrebbe e si illude l’opposizione parlamentare, in primis il PD - ma al contrario un suo rafforzamento. La Meloni l’ha fatto, l’ha dovuto fare per rafforzare la sua immagine, il governo, in funzione delle elezioni politiche, e così lo presenterà all’opinione pubblica.
Quindi, non solo i piani, le politiche del governo Meloni, e ciò che li accompagna in termini di servilismo dei mass media, di propaganda ideologica, andranno avanti, ma, liberati dai troppo marci, impresentabili personaggi che, come Bartolozzi, Del Mastro voleva essere più ministri del ministro, più importanti di Nordio, andranno avanti con più determinazione, dalle politiche, azioni internazionali sul fronte guerra, armamenti, e anche uomini, ai decreti sicurezza all’interno, alla repressione delle mobilitazioni, ai provvedimenti anti immigrati, ecc.
Ora, però, il problema fastidioso è il PD, il M5s, AVS, il cosiddetto “campo largo”, che da un lato si imbarca sulla linea delle “dimissioni”, dando di fatto una sponda alla Meloni: “c'è in gioco la dignità delle istituzioni italiane ed è quella che Meloni deve difendere non difendere i suoi». Lo ha detto la Schlein, a “Di Martedì”; dall’altro pensano anch’essi alle elezioni, illudendosi che il risultato referendario ha dato credito a loro, quando non è affatto vero; l’astensionismo di sinistra, i giovani che sono scesi in lotta per la Palestina, contro la guerra hanno sempre denunciato la politica del PD, 5 stelle che aveva dato campo libero alla nascita del governo Meloni e che ora continua, con l’appoggio alla guerra, con i balbettii sugli armamenti, e sui decreti sicurezza, con l’auspicare e spingere per un ruolo più schierato dell’Italia nell’Europa, che è oggi l’Europa degli armamenti in proprio, dell’azione militare più autonoma dalla Nato e dagli Usa, ecc.
Non siete voi che potete far cadere la Meloni! Sia chiaro!
L'esito del referendum, per il fronte di lotta, la sinistra rivoluzionaria, incoraggia ad andare avanti e spinge la lotta per il rovesciamento del governo Meloni. Ma con chiarezza, perchè i problemi ci sono e restano.
Alcune analisi del voto NO sono condivisibili, ma il problema sta nel comprendere bene cosa e chi soprattutto ha permesso la massiccia partecipazione al voto e la vittoria del No e le conseguenze, perchè è soprattutto nelle conclusioni che vengono fatte che ci sono problemi.
Chiaramente la magistratura è un anello centrale dello Stato borghese e quindi un anello importante del sistema di potere, ma nessuno può e deve illudersi che il risultato del NO può far cadere il governo Meloni - che anzi reagisce “ripulendo” la compagine governativa, per rafforzare il governo e sé stessa. Qui, sia pur auspicando più movimenti di lotta (che, certo, tutti vogliamo) dobbiamo porre tra le avanguardie proletarie, giovanili, nel campo delle forze rivoluzionarie, la necessità della lotta che abbia ora al centro la caduta del governo e di dotarci degli strumenti necessari per una lotta generale contro l’intero sistema capitalista.
Sull’analisi del voto non si può fare un calderone delle motivazioni, come per esempio fa la Tir.
Si parla dei giovani, della partecipazione al voto di un ampia fetta di astensionisti. Ma non si individua quali giovani e quali settori astensionisti. Si parla delle fasce di giovani più esposte alla proletarizzazione dilagante, alla precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa, ecc; ma questi giovani c’erano da tempo prima e non certo per questo erano andati a votare. Hanno detto NO quei tanti giovani che sono scesi in lotta, in piazza per la Palestina, contro la guerra, l’aumento degli armamenti, le industrie produttrici di armi, contro la repressione e i decreti sicurezza; così le donne, le ragazze hanno partecipato a questo referendum non perchè “avvertono un continuo arretramento materiale e nei servizi…”, anche questo non è da oggi, ma per le risposte securitarie ai femminicidi del governo Meloni, per l’osceno Ddl della Bongiorno; così non l’astensionismo generico ma l’astensionismo di sinistra, di “estrema sinistra” è stato l’aspetto significativo; il nuovo tradottosi sul piano della partecipazione al voto.
Altrimenti non si coglie la leva che ha mobilitato migliaia, centinaia di migliaia di giovani, di compagni, di persone, e quindi non si vede come elevare la lotta, e i problemi che ci sono per questa lotta contro il governo tra i lavoratori e le masse popolari.
Si fa un continuismo delle lotte, che non pone tra le avanguardie il problema del fine delle lotte per una effettiva alternativa politica; perchè essa richiede oggi la costruzione del Partito del proletariato, richiede un Fronte anticapitalista, antimperialista, antifascista, che accetti sul campo la sfida, come in diverse occasioni è stato fatto, dei decreti di sicurezza, dello Stato di Polizia. Diversamente diventa una politica, un’indicazione e azione caratterizzate dall’economismo, al di là delle parole.
Ma la posizione più presente nei movimenti – e in un certo senso sintetizzata da Infoaut – è quella del movimento per il movimento, per cui il movimento è tutto il fine è nulla – anche con posizioni non chiare su cosa si intende per “fare affidamento ad altre infrastrutture”..
Infoaut scrive nell’analisi del voto referendario: “A fronte dell’intelligenza dal basso manca però un modo complessivo da parte di chi vorrebbe rappresentare “l’alternativa reale”, “l’opzione dal basso”, di costruire le condizioni per offrire a questo pezzo di società la possibilità di riconoscersi in una dimensione complessiva, “di essere movimento” e di poter fare affidamento ad altre infrastrutture che dovrebbero fortificarsi nella società per escludere completamente la tensione verso la delega… Se si respira un vento di cambiamento allora dobbiamo soffiare più forte! A noi rimane il compito di stimolare e raccogliere questa indicazione…”.
Quindi, l’indicazione diventa sempre e solo più movimento, un movimento più forte, la iper valorizzazione del “basso”; invece che dare le migliori energie per l’”alto”, il partito rivoluzionario comunista combattente.