Ci sono anni in cui i libri arrivano
in coppia, come se il tempo avesse bisogno di due voci per dire una cosa
sola. Il 2026 è uno di questi. Nel febbraio 2026 Feltrinelli ha
pubblicato Libercomunismo. Scienza dell’utopia dell’economista Emiliano
Brancaccio. Pochi mesi dopo è uscito Cyberfascismo. Anatomia di un
dominio invisibile, libro interamente autoprodotto da chi scrive, frutto
di un lungo lavoro di ricerca interdisciplinare che intreccia storia
del fascismo, economia politica, scienze della comunicazione, processi
cognitivi e analisi delle infrastrutture digitali. Non si tratta
semplicemente di due libri usciti nello stesso anno. La loro contemporaneità è soltanto il dato cronologico di una convergenza molto più profonda. Essi
nascono da discipline differenti, percorrono strade autonome e
utilizzano strumenti analitici diversi, ma approdano alla medesima
diagnosi storica: la concentrazione del capitale non rappresenta più
soltanto un fenomeno finanziario o industriale. È diventata
concentrazione del calcolo, delle infrastrutture digitali, dei dati,
della conoscenza e della capacità di orientare le coscienze.
Il libro di Brancaccio dimostra scientificamente questa tendenza attraverso gli strumenti dell’economia politica e dell’analisi econometrica. Cyberfascismo riparte
esattamente dal punto in cui quella dimostrazione termina, cercando di
dare un volto concreto a quel potere: i data center, il cloud, i
semiconduttori, gli algoritmi, i modelli di intelligenza artificiale, le
piattaforme digitali, le infrastrutture energetiche che alimentano il
nuovo capitalismo del calcolo. I due libri, dunque, non si
sovrappongono. Si completano. Il primo dimostra una legge di tendenza.
Il secondo ne ricostruisce l’anatomia. Il primo osserva il movimento del
capitale. Il secondo identifica gli strumenti attraverso i quali quel
capitale organizza oggi il dominio economico, cognitivo e politico. Da
questa complementarità nasce il senso di questo articolo. Non una
recensione, né un confronto accademico fine a sé stesso, ma la
ricostruzione di una vera e propria staffetta intellettuale. Dove
termina la lente dell’economia politica iniziano la storia, la teoria
della comunicazione e l’analisi delle tecnologie. È lungo questa
continuità che diventa possibile comprendere la natura del nuovo potere.
L’obiettivo è verificare entrambe le tesi alla prova dei fatti: la
concentrazione del capitale, la corsa delle big tech all’energia
nucleare, il controllo delle infrastrutture del calcolo, la guerra
algoritmica, la subordinazione tecnologica europea e la progressiva
privatizzazione delle infrastrutture cognitive dell’umanità.
Perché è proprio dalla convergenza
tra la scienza dell’economista e l’anatomia dello storico della
comunicazione che emerge, infine, un programma politico coerente con le
trasformazioni del nostro tempo.
1. La tesi di Brancaccio: la centralizzazione come legge
Libercomunismo è un libro di 176
pagine, articolato in tredici capitoli, un’appendice metodologica di
ispirazione althusseriana e gli Appunti per un manifesto, che ne
dichiarano apertamente l’ambizione: riscrivere per il XXI secolo il
gesto teorico del 1848. L’autore, docente di Economia politica presso
l’Università Federico II di Napoli, dopo un lungo magistero
all’Università del Sannio, è oggi una delle principali voci del marxismo
scientifico contemporaneo. Ha sviluppato un intenso confronto
internazionale con economisti del calibro di Olivier Blanchard, Daron
Acemoglu e Vernon Smith ed è stato promotore, insieme a Robert
Skidelsky, dell’appello sulle condizioni economiche per la pace
pubblicato contemporaneamente dal Financial Times e da Le Monde. La sua
tesi centrale recupera una legge di tendenza già individuata da Marx e
la sottopone a verifica econometrica: la centralizzazione del capitale.
Il mercato, lasciato operare senza limiti, non moltiplica i soggetti
economici. Li elimina progressivamente. La concorrenza non produce
dispersione del potere economico. Produce la sua concentrazione.
Da questa dinamica Brancaccio fa
discendere i principali caratteri del capitalismo contemporaneo:
l’inefficienza sistemica di un mercato ormai dominato da pochi grandi
gruppi, la cattura della ricerca scientifica da parte del profitto
privato, l’illusione di una transizione ecologica affidata al mercato,
la trasformazione delle persone in capitali umani individualizzati e
indebitati e, infine, due conseguenze politiche di enorme portata: il
ritorno della guerra e il progressivo svuotamento della democrazia. Due
neologismi sorreggono l’intera costruzione teorica. Il primo è
l’esocapitale, la rete dei controllori che governa il capitale mondiale
al di sopra degli Stati, come una materia oscura della quale possiamo
osservare gli effetti senza individuarne immediatamente la struttura. Il
secondo è l’oltrefascismo transnazionale, la forma storica nella quale
la libertà assoluta del capitale finisce per divorare tutte le altre
libertà. Da questa analisi Brancaccio trae una conclusione che rompe uno
dei tabù più radicati della modernità politica: l’esproprio pubblico
del grande capitale centralizzato come condizione necessaria per
ricostruire una pianificazione democratica capace di conciliare libertà
individuale e interesse collettivo.
I fatti, almeno fino a oggi, sembrano
confermare con sorprendente precisione questa legge di tendenza. Nel
giugno 2026 le prime quattro società tecnologiche statunitensi
capitalizzano complessivamente circa dodicimila miliardi di dollari,
oltre cinque volte il prodotto interno lordo italiano. Nvidia, da sola,
ha superato i cinquemiladuecento miliardi di dollari di
capitalizzazione, un valore superiore al PIL del Giappone. Persino gli
analisti di Morningstar riconoscono che la concentrazione del mercato
azionario statunitense attorno ai cosiddetti Magnifici Sette ha ormai
superato i livelli registrati durante la bolla delle dot-com. La
dinamica degli investimenti completa il quadro. Alphabet, Amazon,
Microsoft e Meta hanno portato gli investimenti in conto capitale dai
circa 410 miliardi di dollari del 2025 agli oltre 700 miliardi
programmati per il solo 2026, mentre Goldman Sachs stima oltre 5.300
miliardi di investimenti cumulati entro il 2030. Più di tre Piani
Marshall all’anno. Decisi non da governi democraticamente eletti, ma da
quattro consigli di amministrazione. È qui che la dimostrazione
economica di Brancaccio raggiunge il proprio punto più alto. Ed è
precisamente qui che Cyberfascismo raccoglie il testimone, ponendosi una
domanda ulteriore. Se la concentrazione del capitale è ormai
dimostrata, dove si trova oggi, concretamente, quel potere? Quali
infrastrutture lo rendono possibile? Quali strumenti materiali
organizzano la nuova forma del dominio? È da questa domanda che prende
avvio il secondo tratto della staffetta.
2. Dal capitale alle infrastrutture: dove abita oggi il potere
È proprio a questo punto che
Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile raccoglie il testimone
di Libercomunismo. Se Brancaccio dimostra che il capitale tende
inevitabilmente a concentrarsi, la domanda successiva diventa
inevitabile: dove si materializza oggi quella concentrazione? Qual è la
sua base fisica? Attraverso quali infrastrutture esercita il proprio
dominio? La risposta proposta nel mio libro è semplice solo in
apparenza. Il capitale del XXI secolo non controlla più soltanto
fabbriche, banche e mercati finanziari. Controlla il calcolo. Controlla
la capacità di elaborare informazioni. Controlla l’intelligenza
artificiale. Controlla la produzione e la circolazione della conoscenza.
Controlla le reti attraverso cui miliardi di esseri umani lavorano,
comunicano, studiano, acquistano, votano, costruiscono le proprie
relazioni sociali e formano le proprie convinzioni.In altre parole, la
concentrazione descritta da Brancaccio assume oggi una forma nuova: la
concentrazione delle infrastrutture cognitive. È questo, probabilmente,
il tratto più originale del capitalismo contemporaneo. Per oltre due
secoli il potere economico si è fondato prevalentemente sul controllo
dei mezzi materiali della produzione. Oggi continua certamente a
fondarsi sulla produzione materiale, ma incorpora una nuova dimensione:
il controllo dell’infrastruttura cognitiva attraverso la quale passa la
vita sociale. Le grandi piattaforme digitali non vendono soltanto
servizi. Organizzano l’accesso alla conoscenza. Filtrano l’informazione.
Orientano l’attenzione. Classificano gli individui. Predicono i
comportamenti. Influenzano i consumi. Condizionano perfino il linguaggio
con cui interpretiamo la realtà. È il processo che Shoshana Zuboff ha
definito capitalismo della sorveglianza: l’esperienza umana trasformata
in dati comportamentali e in previsioni vendibili. Ed è la rendita che
Nick Srnicek e Yanis Varoufakis hanno descritto, rispettivamente, come
capitalismo delle piattaforme e tecnofeudalesimo: un pedaggio permanente
riscosso sull’accesso stesso alla vita sociale. È questo il passaggio
che, a mio avviso, completa l’analisi economica di Brancaccio.
L’esocapitale non è soltanto un intreccio finanziario difficilmente
individuabile. Possiede ormai un corpo materiale. Quel corpo è
costituito da una filiera tecnologica gigantesca, della quale
normalmente percepiamo soltanto l’ultimo anello: l’applicazione che
utilizziamo sullo smartphone o il modello di intelligenza artificiale
con cui dialoghiamo. Dietro quella apparente semplicità esiste invece
una delle infrastrutture industriali più complesse mai costruite nella
storia dell’umanità. Si parte dall’estrazione delle terre rare e dei
minerali strategici. Si passa attraverso la progettazione e la
produzione dei semiconduttori più avanzati. Seguono le memorie ad alte
prestazioni, le reti di telecomunicazione, i sistemi cloud, i data
center, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali e
gli algoritmi che regolano la visibilità delle informazioni. È una
filiera unitaria. Ed è proprio il controllo integrato di questa filiera
che costituisce oggi il principale fattore di accumulazione del potere.
Per questa ragione ritengo insufficiente parlare genericamente di
economia digitale. Siamo di fronte a qualcosa di molto più profondo.
Siamo di fronte alla costruzione delle nuove infrastrutture strategiche
dell’umanità. Così come nel Novecento il controllo delle reti
ferroviarie, dell’acciaio, dell’energia elettrica o delle
telecomunicazioni determinava i rapporti di forza tra gli Stati, oggi il
controllo dei chip, del cloud, dei data center, dei modelli linguistici
e delle reti di calcolo determina il nuovo equilibrio geopolitico
mondiale. Non è un caso che le principali competizioni internazionali si
concentrino proprio su questi settori. La cosiddetta guerra dei chip
tra Stati Uniti e Cina non riguarda semplicemente un comparto
industriale. Riguarda il controllo della futura capacità di calcolo
dell’intero pianeta. Allo stesso modo, la costruzione di giganteschi
data center alimentati da centrali nucleari dedicate, l’espansione delle
infrastrutture cloud e la corsa all’intelligenza artificiale non
rappresentano fenomeni separati. Sono aspetti diversi della medesima
trasformazione storica. È qui che il concetto di cyberfascismo acquista
il suo significato più preciso. Esso non indica un semplice ritorno del
fascismo storico. Non descrive una nostalgia ideologica del Novecento.
Indica piuttosto una nuova forma di organizzazione del potere nella
quale la concentrazione del capitale si salda con la concentrazione del
calcolo, dell’informazione e della capacità di orientare i comportamenti
collettivi. Il dominio non passa più soltanto attraverso il controllo
dell’apparato produttivo. Passa anche attraverso il controllo
dell’infrastruttura cognitiva. È questa la ragione per cui considero
data center, cloud, algoritmi e modelli di intelligenza artificiale i
nuovi mezzi strategici della produzione contemporanea. Chi controlla
queste infrastrutture non controlla soltanto un mercato. Controlla una
parte crescente della formazione della coscienza sociale. La biblioteca
dell’umanità, per usare un’immagine sviluppata nel mio libro, rischia di
trasformarsi progressivamente in una proprietà privata. E insieme alla
biblioteca rischia di essere privatizzata la stessa capacità collettiva
di elaborare conoscenza. È su questo terreno che la diagnosi di
Brancaccio trova il proprio naturale completamento. L’economia politica
dimostra la tendenza alla concentrazione. L’analisi delle infrastrutture
mostra dove quella concentrazione prende corpo. La centralizzazione del
capitale diventa centralizzazione del calcolo. La concentrazione della
ricchezza diventa concentrazione dell’intelligenza artificiale.
L’accumulazione economica diventa accumulazione di potere cognitivo. Ed è
proprio questa saldatura tra capitale, tecnologia e controllo della
conoscenza che costituisce, a mio avviso, la vera novità storica del
nostro tempo.