La resistenza non è terrorismo , nè reato ! Anan libero/Palestina Libera!
a breve report foto e video
Processo a palestinesi, Yaeesh condannato a 5 anni e 6 mesi per terrorismo
Tribunale L'Aquila
Assolti gli altri due imputati. In tribunale all'Aquila contestazioni in aula
La Corte d'Assise dell'Aquila ha condannato il
palestinese Anan Yaeesh alla pena di 5 anni e 6 mesi di reclusione nel
processo per associazione con finalità di terrorismo.
La decisione è stata letta dal presidente del collegio, Giuseppe
Romano Gargarella, al termine della camera di consiglio durata circa 6
ore.
Assolti gli altri due imputati, Ali Irar e Mansour Doghmosh. Yaeesh,
detenuto a Melfi, ha seguito la lettura del dispositivo in collegamento;
Irar e Doghmosh erano in aula. L'accusa aveva chiesto fino a 12 anni
per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh. Le difese avevano chiesto
l'assoluzione contestando l'impianto accusatorio. Alla lettura della
sentenza sono state forti le reazioni in aula da parte di manifestanti
pro pal.
Tra
gli interventi più duri quello di Jehad Harar, palestinese presente
alla manifestazione: “Hannoun e gli altri erano lì con i bambini,
hanno sempre aiutato. I terroristi sono loro, non noi. Aiutano tutti,
non solo palestinesi, anche siriani, palestinesi in Siria, in Libano,
in Giordania: solo loro c’erano, non Meloni, né Netanyahu, né Abu
Mazen. Ci sono migliaia di foto di loro. Noi vogliamo free Palestine,
tutti liberi, Palestina libera”.
Ha
preso la parola anche Elio, del centro sociale milanese Vittoria: “È
giusto essere qua. Si apre un processo a persone indagate per anni e
ogni volta non si arriva a nulla perché non c’è nulla. I dati
arrivano da informative dell’Idf, che sono persone che torturano.
Loro hanno dedicato la loro vita al popolo palestinese”. Secondo
Elio, l’accusa di aver trasferito soldi ad Hamas “fa parte della
vacuità dell’impianto accusatorio”: “Se vengono tolti i conti
correnti, loro raccoglievano soldi nelle moschee. Moltissimi di noi
hanno foto di bambini di Gaza per gli aiuti. Qui esiste un’inversione
dell’onere della prova. Abbiamo un ministro dell’Interno che in
un’informativa al Parlamento italiano dice che Hannoun e gli altri
sono terroristi il giorno prima dell’udienza del Riesame”.
Per
l’attivista milanese, “è un processo politico che mette sotto
accusa la solidarietà”: “Queste sono persone che hanno dedicato
la propria vita alla solidarietà. Erano in corteo con noi, le loro
famiglie sono qui: siamo una famiglia che sostiene la Palestina.
Loro, con la schiena dritta e a testa alta, hanno sempre rivendicato
il popolo palestinese e la sua resistenza”.
Alcune
decine di persone in solidarietà con l'attivista accusato di avere
finanziato indirettamente il terrorismo e che è stato trasferito in
carcere a Terni. Al sit-in anche i familiari di Hannoun
Genova.
Il caso dei presunti finanziamenti solidali ad Hamas è oggi
all’ordine del giorno al tribunale del Riesame di
Genova, dove è in corso da questa mattina l’udienza sull’istanza
di scarcerazione presentata
dagli avvocati degli arrestati. Il 27
dicembre scorso erano finiti in manette in nove,
accusati di associazione con finalità di terrorismo, anche solo
sette sono stati raggiunti dalle misure: uno sarebbe a Gaza e uno in
Turchia.
Tra
gli arrestati Mohammad
Hannoun,
63 anni, indicato dagli inquirenti come il vertice di una cellula
dell’organizzazione islamista in Italia. Dopo alcuni giorni in
carcere a Marassi, è stato trasferito in una struttura di massima
sicurezza – necessaria viste le accuse di terrorismo – a Terni.
I legali
della difesa,
che nei giorni con una
nota congiunta hanno
definito inutilizzabili i materiali forniti dall’intelligence
israeliana e su cui è basata gran parte dell’inchiesta, hanno
impugnato le ordinanze di arresto. L’udienza
si sta svolgendo a porte chiuse con
l’audizione della procura, degli avvocati dei singoli arrestati, e
alla presenza in videocollegamento di alcuni assistiti. Ancora non
è chiaro se la decisione del Riesame arriverà entro la giornata o
se, più probabilmente, arriverà lunedì,
ultimo giorno utile per i termini di legge. I giudici potrebbero
anche decidere la scarcerazione per alcuni degli arrestati e non per
tutti.
Le
contestazioni alle tesi della procura riguarderanno innanzitutto
l’utilizzabilità delle prove, che per la maggior parte sono state
raccolte e fornite da Israele. Una questione giuridica che, per
caratteristiche dell’inchiesta e contesto internazionale, ha
aspetti inediti per l’ordinamento italiano sebbene in un caso
analogo, sempre contro Hannoun, nel 2010 la stessa procura abbia
ritenuto di non poter usare il materiale collezionato da Tel Aviv in
zona di guerra. Altre obiezioni riguardano l’applicabilità del 270
bis del codice penale, che punisce le associazioni terroristiche, e
l’utilizzo delle intercettazioni.tutte le foto
Presidio
per Hannoun davanti al tribunale di Genova
Durante
l’udienza la
procura di Genova, titolare dell’inchiesta, ha prodotto un
documento –
sempre arrivato da autorità israeliane , tradotto in italiano –
con cui in sostanza verrebbe autorizzata la delega all’intelligence
di Tel Aviv a
trasmettere il materiale di indagini agli investigatori italiani, con
un riferimento a una legge del 2003 che consentirebbe questo tipo di
cooperazione.
Davanti al
tribunale di Genova presidio per Hannoun
Questa
mattina,alcune
decine di persone hanno
sfidato la pioggia e si sono date appuntamento davanti al tribunale
di Genova per manifestare supporto
e solidarietà a Mohammad Hannoun e agli altri arrestati nella
maxi inchiesta. Nei giorni scorsi, quando Hannoun si trovava ancora
in carcere a Marassi, si era svolta una manifestazione per
chiederne la libertà davanti allo stesso penitenziario genovese.
Davanti
al tribunale anche il figlio di Hannoun, Mahmoud,
che ha retto uno degli striscioni che invocano la libertà per il
presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, insieme alla
sorella. Anche gli stretti familiari di Hannoun sono indagati a piede
libero nell’ambito della stessa inchiesta.
A
parlare davanti al tribunale è Karim
Hamarneh, presidente dell’Associazione Culturale Liguria Palestina:
“É dal 2003 che sono in contatto con questo palestinese,
attivista, che ha fatto sempre raccolta fondi per la sua gente –
dice – purtroppo è sempre nell’occhio del ciclone anche se
non c’è certezza di una sua collaborazione con Hamas”. Hannoun
era già stato oggetto di un’indagine per presunti finanziamenti al
terrorismo una decina di anni fa ma tutto finì nel nulla, in parte
per le stesse motivazioni che oggi portano i suoi legali a chiederne
la scarcerazione e ha insistere sulla sua innocenza.
“Ho
parlato diverse volte con lui, non abbiamo mai avuto la sensazione
che lui collaborasse con Hamas – ha aggiunto Hamarneh, che ha
anche commentato anche le parole del ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi. Due giorni fa, in un’informativa alla Camera, ha
definito senza mezzi termini Hannoun il capo di Hamas in Italia. “Non
si può adesso sparare delle cose come ha fatto il ministro
dell’Interno – conclude Harmaneh – non si può avere
un’istituzione così grande, il massimo dell’istituzione
italiana, di partenza contro questa persona, e contro il suo gruppo,
senza nemmeno parlare della disperazione e della continuazione del
genocidio in Palestina”.
Il
governo sta portando avanti attraverso magistratura e polizia una
gigantesca campagna di repressione delle lotte sociali, dei movimenti
di solidarietà con la Palestina, dei movimenti studenteschi contro
il riarmo e la scuola di classe, dei lavoratori che scendono in
piazza e di ogni forma di opposizione e di ribellione che si sviluppi
in questo paese.
Partiamo
dagli interventi più gravi, dallo sgombero del centro sociale a
Askatasuna. Un centro
sociale da anni impegnato nella lotta contro la TAV che, ad esempio,
nell’ultima festa dell'Alta felicità in Valsusa ha raccolto 60
mila persone e che nel quartiere dove ha la sede sostiene tutte le
persone più deboli, tutti coloro che hanno dei bisogni; tanto da
farne un referente per i settori più poveri e non solo di questa
zona.
Questo
sgombero che fa seguito a quello molto conclamato di un centro
sociale come Leoncavallo storicamente importante per la città
di Milano, si sta trasformando ora in un ondata di arresti, denunce,
molte misure cautelari di ogni tipo che colpiscono soprattutto i
giovani, gli studenti, i minorenni.
L'ultima
clamorosa operazione è quella di 8 misure cautelari di giovani
tra i 15-20 anni, con 5 minorenni arrestati, due in carcere e tre
collocati in comunità, accusati di scontri avvenuti nel corso di
manifestazioni molto grandi come quella dello sciopero generale del 3
ottobre, il più grande sciopero generale che ci sia stato in realtà
in questo paese in quest'anno, uno sciopero in difesa della Flotilla,
per Gaza e che nella città di Torino aveva portato in piazza 100.000
persone. Ma finito lo sciopero, finita l'ondata grande del movimento
per la Palestina, che naturalmente continua, si è scatenata una
repressione contro gruppi consistenti di manifestanti, colpendo in
particolare i giovanissimi.
Tutte
operazioni repressive che vengono fatte, utilizzando i decreti di
sicurezza forcaioli, liberticidi, da Stato di Polizia e di stampo
moderno fascista che sono stati approvati in Parlamento qualche mese
fa.
A
questo si aggiungono le migliaia di denunce, multe, per migliaia di
euro nei confronti di attivisti in tutta Italia che hanno manifestato
al sostegno alla Palestina, da Torino a Massa Carrara, passando per
Bologna, Taranto, Bergamo, Treviso e Catania; ma sicuramente non c'è
città di questo paese che non abbia manifestato per la Palestina che
non vede ora il carico di una rappresaglia vera e propria fatta di
multe e di altre forme di repressione.
Chiaramente
il movimento a Torino si prepara a dare grandi risposte a questo.
L'Assemblea studentesca di Torino che riunisce la maggior parte degli
studenti dichiara che più di 100.000 torinesi sono scesi in piazza e
in città blindata per chiedere la fine della complicità italiana
nel genocidio a Gaza: “fuori i signori della guerra dalla nostra
città, fuori l'industria bellica che ha da Torino, non saremo la
città produttiva per la vostra guerra”.
Quindi
è del tutto evidente che l'indicazione che viene da Torino sono due:
che a questa repressione bisogna opporre una grande mobilitazione
di tutte le realtà che ne sono colpite e di tutte le realtà che
condividono le ragioni della lotta per cui sono scesi in piazza
100.000 persone; che il problema delle multe non può essere visto, a
fronte delle dimensioni nazionali gigantesche di questo attacco
repressivo, come problema da affidare ognuno al proprio avvocato, a
gruppi o a singoli, ma di considerare questo una grande questione
nazionale, una grande repressione che ha lo scopo soprattutto di
impedire alle persone di tornare in piazza e in particolare è
particolarmente odiosa verso i giovanissimi che vedono arrivare multe
a casa con tutta la preoccupazione delle famiglie che si traduce in
uno sforzo di molti di essi di dire ai propri figli di non
manifestare o di cercare soluzioni individuali che sono
sostanzialmente di accettazione di questa ondata di repressione.
Ma
questo non è nulla rispetto alle operazioni e alle montature
giudiziarie in corso nei confronti dei palestinesi e dei
rappresentanti del movimento palestinese.
La
più duratura è quella che colpisce i prigionieri politici
appartenenti alla resistenza palestinese processati nel nostro paese.
Il
processo all'Aquila, contro Anan, Mansour e Alì, che
dovrebbe avere la sua sentenza nella giornata
Lo studio del Civ certifica che
gli stipendi restano sotto il carovita di 7 punti in media e che a
tamponare sono fisco e bonus. Mentre le donne guadagnano ancora solo il
70% degli uomini
Generi alimentari: +24%. Indagine Antitrust sulla grande distribuzione
Chi
legge assiduamente il nostro giornale sa che sono mesi e mesi che ci
occupiamo di riportare le notizie riguardo “l’anomalia” dei prezzi dei
generi alimentari, che continuano ad aumentare a un ritmo molto più alto
dell’inflazione media, con un effetto particolarmente negativo per le
fasce popolari, il cui reddito è speso in proporzione maggiore per i
beni che servono per campare, giorno dopo giorno.
Ora,
finalmente, arriva un’indagine conoscitiva dell’Antitrust per cercare
di fare luce su questa dinamica. L’approfondimento riguarderà le catene
distributive nella ripartizione del valore aggiunto prodotto dalla
filiera agroalimentare, e come ciò porta alla formazione dei prezzi
finali. E sotto la lente d’ingrandimento c’è soprattutto la Grande Distribuzione Organizzata (GDO).
È proprio l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a spiegare che la distorsione osservata “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale
Il ministero dell'Istruzione vuole schedare i bambini palestinesi nelle scuole italiane.
USB Scuola Roma denuncia la gravissima nota emanata dall’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio – Ambito territoriale di Roma, su indicazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, che richiede alle istituzioni scolastiche la rilevazione degli alunni e delle alunne palestinesi iscritti per l’anno scolastico 2025/2026.
Siamo di fronte a un atto inaccettabile, che introduce una vera e propria schedatura su base etnica e nazionale all’interno della scuola pubblica statale. È la ghettizzazione dei bambini e delle bambine palestinesi, già vittime di una violenza sistematica nei loro territori ad opera dello Stato di Israele.
La nota ministeriale non chiarisce in alcun modo le finalità di questa indagine, non ne specifica il fondamento normativo né il motivo per cui tale rilevazione venga effettuata esclusivamente nei
L’AQUILA: ATTESA LA SENTENZA IN
PRIMO GRADO PER ANAN, ALI E MANSOUR. PRESIDIO FUORI DAL TRIBUNALE,
BLOCCATO UN PULLMAN DI SOLIDALI
Attesa per oggi, venerdì 16 gennaio, la sentenza di primo grado nei confronti di Anan, Ali e Mansour, i tre giovani cittadini palestinesi accusati di terrorismo internazionale dal Tribunale de L’Aquila.
Finora non è emerso alcun elemento incriminante a carico degli imputati. Secondo
l’accusa, formulata dalle autorità israeliane, i tre avrebbero
finanziato la Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese
territori occupati contro l’invasione israeliano. Il diritto
internazionale e il diritto internazionale umanitario – dalla
Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni Unite, fino alla
Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del popolo
palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale,
anche attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti
civili estranei al conflitto. Nel corso del processo non è emerso alcun
superamento di questo limite.
Un punto centrale è stato il
tentativo dell’accusa di presentare un insediamento illegale israeliano
in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base militare, come
una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa
tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento
proveniente dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha
negato l’ammissione. In risposta, l’accusa ha richiesto di convocare
l’ambasciatore israeliano come testimone nella prossima udienza.
In occasione di questa udienza è stato organizzato un presidio al Tribunale de L’Aquila,
iniziato questa mattina alle ore 9.30, per esprimere solidarietà ad
Anan, Ali e Mansour e per ribadire che “la Resistenza Palestinese non si
arresta né si processa”. Bloccato da polizia e carabinieri un pullman
di solidali che doveva raggiungere l’iniziativa. Ingente il
dispiegamento poliziesco.
La
fabbrica di misure repressive del governo sta facendo ormai i doppi
turni. Sono passati pochi mesi dall’approvazione dell’ultimo Decreto
Sicurezza e ne sta già arrivando un altro che introduce nuovi reati e si
accanisce – ancora una volta – sulle manifestazioni politiche di
piazza. La tabella di marcia verso uno stato di polizia subisce così una
nuova accelerazione.
Il
nuovo testo si compone di tre capitoli (Sicurezza pubblica,
Immigrazione e Protezione internazionale e Funzionalità Forze di polizia
e del Ministero interno) e di 40 articoli.
Con questo decreto il governo sposta il baricentro dalla prevenzione alla una punibilità immediata e aggravata.
Il
nuovo pacchetto sicurezza del Viminale introduce una logica che va a
conformare per l’intero ordinamento ovvero che la sicurezza urbana, dei
privati cittadini e di chi indossa una divisa diventano prevalenti sulla
discrezionalità individuale e sugli iter procedurali.
La
novità sostanziale è che il possesso di strumenti potenzialmente atti a
offendere o il mancato rispetto delle autorità non vengono più
considerati illeciti minori, ma pilastri di una nuova architettura di
intimidaziome, controllo e repressione politica e sociale.
Attraverso
il potenziamento dei poteri delle forze di polizia lo Stato punta a
scoraggiare la criminalità diffusa prima ancora che essa si manifesti in
atti violenti ma, allo stesso tempo, anche le manifestazioni politiche
di piazza.
Il
piano messo a punto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si
divide in due binari paralleli. Il primo è un decreto leggefinalizzato a interventi urgenti e strutturali, come l’aumento delle telecamere di videosorveglianza nelle zone rosse cittadinee
il potenziamento organico delle forze dell’ordine. Il secondo è un
disegno di legge (Ddl) che contiene le riforme strutturali del codice e
delle procedure.
Colpire i minorenni punendo i genitori
Il
nuovo pacchetto sicurezza interviene sul fenomeno delle baby gang,
introducendo il principio della
LIBERTÀ PER ANAN YAEESH, MOHAMED SHAHIN, AHMAD SALEM, TAREK DRIDI E MOHAMMED HANNOUN
In vista dell’udienza finale del processo nei confronti di Anan Yaeesh, che si terrà il 16 gennaio al tribunale dell’Aquila, rispondiamo alla chiamata alla mobilitazione da parte del comitato @free_anan scendendo in piazza a Bergamo per chiedere la liberazione immediata di Anan Yaeesh e di tutti i prigionieri dello stato per il loro sostegno alla causa palestinese: Mohamed Shahin, Ahmad Salem, Tarek Dridi e Mohammed Hannoun.
Da più di due anni Anan Yaeesh si trova nelle carceri italiane su richiesta dell’entità sionista e, con Alì
L’ex sindaca di Minneapolis: «L’obiettivo è la distruzione della comunità nera»
Trump stesso lo ha ammesso: sta creando un esercito interno
di agenti dell’Ice per molestare e perseguitare gli immigrati. È
l’equivalente della Gestapo o delle SS nella Germania degli Anni 30 e
40». L’ex sindaca di Minneapolis, Betsey Hodges, non ha dubbi
sull’operato del governo federale. Prima cittadina del centro urbano dal
2014 al 2018, Hodges ci parla al telefono dal Maryland, dove oggi vive
insieme al marito. «Mio padre vive ancora lì. Parte della mia famiglia, i
miei amici vivono lì. Sono consapevole di cosa succede», dice.
A nove giorni dall’uccisione di Renee Good, la
Segretaria della sicurezza interna Kristi Noem ha annunciato l’invio di
altri mille agenti dell’Ice a Minneapolis. «Quello che
l’amministrazione Trump sta facendo è piuttosto palese, lo sta facendo
in Minnesota, ma anche in altre parti del Paese: sta sperimentando
diverse strategie in diverse città per vedere cosa sia più efficace e
cosa funzioni in modo da poter continuare a costruire e ampliare il suo
esercito interno».
Trump sembra particolarmente ossessionato dal Minnesota e da Minneapolis. Come mai? «È
ossessionato dagli Stati e dalle città a maggioranza democratica e
dalle città a maggioranza
Minneapolis, agente spara e ferisce un migrante: riparte la rivolta. Trump minaccia l'Insurrection Act
(reuters)
WASHINGTON. Il presidente Donald Trump è pronto a invocare l'Insurrection Act per sedare le proteste a Minneapolis, scoppiate dopo che un agente dell’immigrazione, la settimana scorsa, aveva ucciso una donna che stava protestando durante un raid dell’ICE, lo United States Immigration and Customs Enforcement.
«Se
i politici corrotti del Minnesota non rispetteranno la legge e non
impediranno agli agitatori professionisti e agli insorti di attaccare i
patrioti dell'ICE, che stanno solo cercando di fare il loro lavoro,
attiverò l'Insurrection Act, come hanno fatto molti presidenti prima di
me, e porrò rapidamente fine a questa farsa che si sta consumando in quello che un tempo era un grande Stato», ha scritto Trump su Truth Social questa mattina.
Non è la prima volta che il repubblicano minaccia di ricorrere a questa legge, che lo autorizzerebbe a
utilizzare l'esercito per reprimere un'insurrezione, dei disordini
civili o una ribellione armata qualora il governo di uno Stato ne faccia
richiesta.
Minneapolis, violenti scontri nella notte dopo il ferimento di un immigrato
Invocando l'Insurrection Act, un presidente autorizza le
forze armate a compiere arresti e perquisizioni
All’assemblea a Palermo che si è svolta ieri 14 gennaio presso la sede dello Slai Cobas per il sc, una parte di essa è stata dedicata alla informazione/aggiornamento ai lavoratori e lavoratrici della vicenda di Anan Yaeesh/Palestina, anche alla luce della imminente giornata del 16 gennaio in cui presso il Tribunale penale di l’Aquila sarà emessa la sentenza del processo farsa sul prigioniero politico Anan e su due palestinesi suoi amici, Ali e Mansour, che rischiano rispettivamente 12, 9 e 7 anni di carcere. La loro colpa? Quella di essere palestinesi = terroristi per una magistratura al servizio del governo Meloni che più che complice del genocidio del popolo palestinese si piega ai dettami nazisionisti di Israele, arrestando e processando in questo paese chi è partigiano della legittima resistenza del popolo palestinese.
Una vicenda che i lavoratori da un lato hanno seguito in questi mesi attraverso i comunicati sulla campagna di azione e solidarietà messa in campo sia a l’Aquila e che a Melfi, dove Anan adesso si trova in carcere, ma mettendo anche in campo a Palermo delle azioni solidali per Anan, e in particolare negli importanti scioperi generali per la Palestina.
Sincera e bella è stata poi la solidarietà che lavoratori e lavoratrici precari hanno concretamente espresso alla compagna Luigia attraverso un collegamento in diretta telefonico.
Nella campagna di solidarietà e lotta per Anan e per la Palestina, a fronte di un governo fascista come quello Meloni che oggi avanza rapido nella marcia sempre più repressiva verso chi lotta per la Palestina, Luigia è stata sempre in prima linea nella denuncia e lotta e per questo è stata attaccata, prima indagata in quanto promotrice di un flash mob di denuncia del genocidio del popolo palestinese fatto un supermercato Carrefour di L’Aquila e poi di recente aggredita con violenza fascista e sessista da un poliziotto che ha cercato invano in una iniziativa di toglierle la bandiera palestinese.
Al telefono poi Luigia ha ribadito che “…La campagna repressiva scatenata negli ultimi mesi è molto
Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!“
“Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo iraniano”.
Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi, lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue:
Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento,
la gestione delle fabbriche di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è
assunta dai Consigli Operai eletti dai lavoratori. Non riconosciamo più i
manager nominati dallo Stato né i sindacati fantoccio del regime.
Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è
più una questione di salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare
Consigli di Quartiere per gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le
nostre fabbriche sono la vostra protezione.
Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli
nell’Esercito: non diventate gli assassini dei vostri padri. Se
sceglierete la nostra parte, i nostri Consigli garantiranno la vostra
sicurezza e quella delle vostre famiglie.
Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con
la forza nei complessi industriali o di arrestare i nostri delegati sarà
considerato un atto di guerra contro l’intera città. Se una sola goccia
di sangue operaio sarà versata, le fiamme della rivolta non lasceranno
traccia del vostro potere.
Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!”
(*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di
importanti impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica,
petrolchimica, della produzione di macchine per l’industria.
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Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie
Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e
La televisione e i mass media da alcuni giorni stanno occupando le prime pagine con la liberazione di parte dei detenuti italiani da parte del governo venezuelano attuale, guidato dalla vice Presidente che ha preso il
posto di Maduro rapito dagli americani.
Noi non abbiamo dubbi che le carceri venezuelane siano pessime, come tutte le carceri del mondo a dir la verità, comprese le carceri italiane che sono state teatro
di rivolte, e la condizione dei detenuti in Italia viene più volte denunciata: sovraffollamento, suicidi in numero altissimo e ogni tipo mancanza di assistenza sanitaria, e potremmo parlare per ore.
Tutte le carceri del mondo in regime capitalista e imperialista sono da chiudere e quindi non c'è dubbio che la condizione carceraria deve essere migliorata in tutto il mondo.
Però dietro la questione della condizione carceraria i mass media, televisioni in testa, nascondono parecchie cose e sono di grandissima ipocrisia oltre che tutti interamente a servizio del governo e di questo governo in particolare. Ancora non si è capito e non si sono volutamente fatte capire le ragioni per cui vi è un numero così elevato di prigionieri politici
italiani nelle carceri venezuelane; ancora non si è capito realmente che cosa erano andati a fare in Venezuela e perché erano incarcerati. Il più famoso di essi, Trentini, fa parte
di una ONG americana, quindi non è un normale cooperante italiano che va in giro per il mondo, con l'America Latina non aveva mai avuto nulla a che fare e invece ha operato in alcuni paesi dell'Asia.
Francamente in Venezuela da sempre e non dagli ultimi tempi l'imperialismo americano (e non solo) ha spesso utilizzato le ONG o pseudo tali in attività
di spionaggio e in particolare le ha utilizzate nei confronti dei governi e di paesi che gli americani considerano da sottomettere e trasformare in governi al servizio dei loro interessi.
Il caso di Venezuela è esattamente questo.
La liberazione di questi prigionieri politici non nasconde ma conferma che verso questo paese si
Lo Slai Cobas sindacato di classe e proletari comunisti di Ravenna che fanno parte delle realtà solidali con la Palestina a livello locale e nazionale hanno indetto un presidio per domani, venerdì 16 gennaio, alle ore 17:30 in piazza del popolo a Ravenna per esprimere la solidarietà a tutti i prigionieri politici palestinesi sotto processo in Italia e richiedere la loro scarcerazione. Non saranno certo i governi israeliano ed italiano legittimati ad accusare di “terrorismo” la Resistenza palestinese e la solidarietà umanitaria e internazionalista!
Ma anche l'attacco repressivo contro coloro che sono scesi in piazza a fianco del popolo palestinese nel nostro paese va contrastato perché in molte città ci sono multe, applicazione del decreto Piantedosi, e a Ravenna ci sono state 32 denunce per i blocchi al Porto.
Anan a L'Aquila, Hannoun, Dawoud, Yasser e Khalil a Milano (in tutto sono 9 i gravissimi arresti a livello nazionale) devono essere rilasciati subito perché sono arresti illegittimi e sulla base di una montatura poliziesca israeliana! E’ un attacco politico contro la Resistenza palestinese e contro l’attivismo solidale che non deve passare!
LA SOLIDARIETA' UMANITARIA E INTERNAZIONALISTA NON E' REATO. LIBERARE TUTTI!
Fermiamo
guerra, genocidio e repressione! Partecipiamo tutte e tutti alla
giornata di
mobilitazione con presidio e corteo organizzata dall’
Associazione palestinesi in Italia e dall’ Associazione Donne
Palestinesi.
ORE
15 concentramento in via Palestro angolo Corso di
Porta Venezia
con termine in Piazza Scala.
LA
SOLIDARIETA’ NON E’ TERRORISMO! LA RESISTENZA NON E’
REATO!
Siamo
tutt@ Palestinesi! Siamo Tutt@ orgogliosamente colpevoli di
schierarci dalla parte del popolo palestinese e della sua Resistenza!
Siamo tutte e tutti vicini ai nostri compagni di lotta Mohammad
Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Khalil Abu Deiah, e tutti gli
altri arrestati e deportati nei carceri di massima sicurezza lontani
dalle loro famiglie in attesa della sentenza del tribunale del
riesame che si terrà il 16 gennaio. Siamo tutte e tutti vicini a
Anan, Ali, Mansour, per i quali il 16 gennaio arriverà la sentenza
al tribunale dell’Aquila dopo aver richiesto pene gravissime e
ingiustificate per complessivamente 28 anni.
Riproduciamo questo articolo perchè ciò che viene denunciato, nel suo piccolo (ma non sappiamo in quanti altri paesini avviene la stessa cosa) è un altro esempio/effetto non solo dell'attacco fatto dalle aziende di distribuzione che hanno interesse a lucrare anche sulla informazione, ma della pervicace azione di abbruttimento mentale della popolazione di un sistema capitalista nella fase di crisi che di fatto rende volutamente disinformate la maggioranza delle persone, o deviate solo verso i social, o informazioni televisive sempre più addomesticate, impoverite, selezionate (la gente deve sapere giorno per giorno di "Garlasco", ma degli avvenimenti politici e soprattutto internazionali deve sentire superficiali, varie volte manipolate, notizie o al massimo l'autopropaganda dell'azione del governo). QUESTO E' FASCISMO.
Certo anche la maggiorparte dei giornali o sono al servizio della classe dominante, del governo, o sono anch'essi espressione di questa crisi, di sottocultura. Ma impedire che le persone possano decidere se comprare, leggere dei giornali e cosa leggere è quello che facevano i fascisti, nazisti quando bruciavano giornali, libri.
In questo senso, alla "resistenza" della edicolante di Salcito diamo tutta la solidarietà.
Venerdì 16 gennaio il processo italo-israeliano alla resistenza palestinese arriverà a sentenza. In quella occasione, dalle ore 9:30, si terrà un presidio al Tribunale dell’Aquila in solidarietà con Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, per i quali il pubblico ministero ha richiesto 28 anni in totale per non aver commesso reati contro lo Stato italiano, né azioni terroristiche verso Israele. La loro colpa è essere palestinesi, Anan, in particolare, un partigiano palestinese.
La vicenda giudiziaria di Anan è emblematica della corresponsabilità dello stato italiano nei crimini dell’entità sionista contro l’umanità e il diritto internazionale. Ha preso il via da una richiesta di estradizione da parte dello stato terrorista di Israele e ha dato il via alla repressione in Italia della solidarietà al popolo palestinese. Il rischio che ora il processo per procura israeliana ad Anan, Ali e Mansour diventi il prototipo di altri processi in Italia è concreto e immediato, perciò ne ripercorriamo in sintesi le tappe principali.
Nel pieno di un genocidio in mondovisione Anan Yaeesh, partigiano palestinese perseguitato da Israele e costretto a rifugiarsi in Europa, viene rapito dallo Stato italiano per essere consegnato al suo carnefice. Se non fosse stato per la grande visibilità e solidarietà intorno al suo caso, probabilmente sarebbe già stato assassinato: Israele non vuole testimoni. Per ovvi motivi umanitari l’estradizione non viene concessa, ma le informative dei servizi segreti israeliani si trasformano in atti di accusa per il futuro processo per terrorismo internazionale, che si concluderà a 2 anni di detenzione cautelare per Anan, e a 6 mesi per Ali e Mansour. Tutti e tre sono accusati di propaganda e finanziamento delle brigate Tulkarem, nella Palestina occupata, il solo Anan dell'organizzazione di un ipotetico attentato in Israele, che non c'è mai stato. Ci sono state invece decine di ragazzi assassinati a Tulkarem ad opera dell’IDF, grazie al governo italiano, che ha fornito ad Israele tutti i contatti di Anan. Sin dal suo inizio, il processo politico ai tre palestinesi ha visto la Procura dell’Aquila infischiarsene delle decisioni precedenti dell’autorità giudiziaria italiana e spalancare di nuovo la porta ai servizi segreti israeliani: i verbali delle confessioni estorte sotto tortura a 15 palestinesi di Tulkarem arrestati, deportati e processati in corte marziale da Israele in assenza di qualsiasi garanzia difensiva, vengono ammessi al dibattimento. Solo successivamente verranno esclusi per l'impossibilità di identificarne la fonte, ossia l'identità degli agenti dello Shin Bet che li avevano redatti. Israele non vuole testimoni: la difesa ne propone 47, ne verranno ammessi solo 2, a nessuno dei quali verrà in ogni caso consentito di riferire sul contesto di violenza coloniale in Cisgiordania. Ci sono state varie udienze, ma in queste udienze la voce della difesa, la stessa voce di Anan, è stata distorta, ostacolata, minimizzata. Ammessa a parlare del contesto coloniale in Cisgiordania la sola Digos dell’Aquila, fino a quando non è stata esplicitamente tirata in ballo dalla Procura, e ammessa al dibattimento, la testimonianza dell’ambasciata israeliana. L’accusatore ha mostrato il suo vero volto: mentre al pubblico veniva proibito di indossare una kefiah o di mostrare una bandiera palestinese, davanti a una bandiera israeliana lo Stato occupante processava l’occupato per aver resistito all’occupazione. Chi terrorizza e uccide impunemente centinaia di migliaia di civili palestinesi, chi ha torturato Anan, era seduto sul banco dell’accusa di un tribunale italiano. Al termine di un processo segnato da profonde anomalie e storture, ignorando completamente le testimonianze della difesa, i precedenti pronunciamenti della Corte di Cassazione e le norme di diritto internazionale, l’accusa ha chiesto 12 anni per Anan, 9 per Ali, 7 per Mansour. Anche il ritmo del processo è stato scandito dalle esigenze dello Stato di Israele, per emettere una sentenza scontata, una condanna preordinata. Con l’annuncio della falsa tregua a sigla Trump, la tensione sociale è scesa dalle strade ed è salita intorno a questo processo in termini securitari, alimentata dai media mainstream, che mentre nascondono il genocidio, gli stupri, le torture, la repressione in Palestina, innalzano al ruolo di vittime eccellenti un PM e un giudice dell'Aquila ai quali è stata assegnata la scorta. Il genocidio continua ma di Palestina non si parla più, se non per demonizzarla e costruire il mostro palestinese da sbattere in galera e in prima pagina, criminalizzare la solidarietà additandola come terrorista, reprimerla con il carcere e la violenza poliziesca.
Intanto all’ombra della “pace trumpiana” il genocidio continua per fame, freddo e malattie. Alle 37 più importanti organizzazioni umanitarie viene impedito di intervenire a Gaza e in Cisgiordania, mentre in Italia le associazioni benefiche di solidarietà con il popolo palestinese vengono chiuse e i loro rappresentanti arrestati. Il governo terrorista Netanyahu, il governo fascista Meloni e quello nazista di Trump vogliono completare senza testimoni la pulizia etnica del popolo palestinese per realizzare il sogno di una Grande Israele che garantisca all’imperialismo occidentale il completo controllo politico e militare sull’Asia occidentale, facendo carta straccia del diritto internazionale e rendendo possibile l’aggressione imperialista di Stati sovrani.
É in questo scenario di guerra, interna ed esterna, determinata dalle contraddizioni del sistema capitalistico, che verrà pronunciata la sentenza di primo grado.
Contro questo sistema, che usa la giustizia come arma di guerra per reprimere la legittima resistenza di un popolo oppresso rispondiamo con la solidarietà internazionalista. Ancora una volta tutte e tutti a L’Aquila il 16 gennaio!
LIBERTÀ PER ANAN, ALI, MANSOUR! LIBERTÀ PER TUTTE E TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI! LA RESISTENZA NON SI CONDANNA! LA SOLIDARIETÀ NON SI ARRESTA! LA PALESTINA NON SI PROCESSA!