APPELLO
A tutti i collettivi e i gruppi, le associazioni, i singoli che si battono a fianco della causa palestinese
A tutte e tutti i nemici della guerra capitalista
A tutte e tutti i disertori della falsa coscienza occidentale
Facciamo del 15 maggio, giorno
della Nakba, la giornata della memoria di tutte le vittime del
colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno
resistito
Facciamo parte di un’unica civiltà: la
civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più
profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di
storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e
dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la
civiltà comune di cui siamo eredi. […] La questione fondamentale a cui
dobbiamo rispondere fin dall’inizio è cosa stiamo difendendo
esattamente, perché gli eserciti non combattono per astrazioni. Gli
eserciti combattono per un popolo, gli eserciti combattono per una
nazione. Gli eserciti combattono per uno stile di vita. Ed è questo che
stiamo difendendo: una grande civiltà che ha tutte le ragioni per essere
orgogliosa della sua storia, fiduciosa nel suo futuro e che mira a
essere sempre padrona del proprio destino economico e politico.
Discorso del segretario di Stato americano Marco Rubio
alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, 14 febbraio 2026
Sì, vale la pena di studiare,
clinicamente, nei dettagli, le tattiche di Hitler e dell’hitlerismo e di
svelare al molto distinto, al molto umanista, cristiano borghese del XX
secolo, che custodisce in sé un Hitler nascosto, che Hitler abita in
lui ed è il suo demone, che se lo rifiuta, è per mancanza di logica e che in fondo, ciò che non perdona ad Hitler, non è il crimine come tale, il crimine contro l’uomo; non è l’umiliazione dell’uomo in sé,
ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato
all’Europa metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa.
Aimé Césaire, Discorso contro il colonialismo (1950)
…neanche i morti saranno al sicuro se il nemico vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940)
La lotta sociale è anche una battaglia per
la conquista delle coscienze. Se questo è vero da sempre, lo è in modo
particolare nella società odierna, in cui i mezzi di comunicazione di
massa, insieme alle istituzioni educative e culturali (come la scuola,
l’università, la ricerca) svolgono una funzione indispensabile
nell’elaborazione del consenso necessario alle élite per
attuare i loro piani. Questo è ancora più vero in tempi di guerra. Se
per combattere è necessaria la carne da cannone (e da lavoro), una
società in guerra ha bisogno del concorso compatto e entusiasta della
popolazione, e non può quindi permettere il dissenso.
Da questo punto di vista, le atrocità
commesse a Gaza dall’indomani del 7 ottobre e la mobilitazione
internazionale per la Palestina che ne è seguita, sono stati degli antidoti contro
quella mobilitazione per la guerra che le classi dirigenti occidentali,
incalzate dall’emergere di nuove potenze capitalistiche e dalle
ribellioni dei popoli, hanno aperto a partire dal fronte ucraino (e che
va estendendosi rapidamente a tutta l’Asia Occidentale). Quando persino
libri di politologi fedeli al regime, pubblicati da autorevoli case
editrici, vanno dicendo che il genocidio a Gaza ha aperto una profonda
ferita nella coscienza dell’Occidente, conviene credergli. Chi oggi ha
vent’anni o meno, sta crescendo con questa verità desecretata:
quella parte di mondo che si fregia della sua superiorità democratica e
consumistica, farcita di “diritti” d’ogni tipo, ha la responsabilità
morale e materiale d’un genocidio trasmesso in mondovisione. Mentre nei
diversi Paesi europei si discute o si comincia a reintrodurre la leva
obbligatoria, questo stato d’animo non è certo un incentivo a lasciarsi
arruolare. Ecco perché la classe dominante corre ai ripari: da un lato
con l’esibizione permanente dell’autoritarismo degli altri – Putin, Khamenei o Xi Jinping (che
hanno almeno il limite di esercitarlo dentro o attorno ai propri
confini, mentre i “nostri” impongono da sempre i loro interessi al mondo
intero); dall’altro costruendo una memoria spesso falsificata e
sempre selettiva, che parla il meno possibile degli orrori compiuti
dalle democrazie liberali o dai loro antenati.
L’obiettivo è chiaro: richiudere il prima possibile la ferita palestinese e così arginare il dilagare del disfattismo, che alla lunga renderebbe impossibile la mobilitazione bellica. Se la falsa pax trumpiana a
Gaza è stata il primo passo in questo senso – accompagnato da una
discreta stretta repressiva, in Italia e non solo – il secondo passaggio
non può che essere l’illegalizzazione di ogni supporto alla resistenza
palestinese, fino a farne un vero e proprio reato di opinione.
Mentre gli arresti e le persecuzioni dei
tanti Yaeesh, Shahin, Hannoun, Salem hanno preparato il terreno, nei
giorni scorsi il governo italiano, con l’appoggio di una parte
dell’opposizione, ha varato il famigerato disegno di legge che equipara
antisionismo e antisemitismo. Un’equiparazione assurda, infame,
insostenibile, basata sulla definizione di “antisemitismo” data
dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), una di quelle agenzie di propaganda sionista che intendono trasformare la memoria degli
orrori di ieri in una clava a difesa degli orrori di oggi, e rendere la
fedeltà allo Stato d’Israele una specie di prerequisito di “agibilità
democratica”. Dove leggi simili sono passate anni fa – come in Gran
Bretagna o in Germania – una manifestazione può essere impedita per la
semplice esibizione di una bandiera palestinese, o peggio ancora se
grida «Palestina libera dal fiume al mare». Nella Repubblica Federale
Tedesca, dove il sionismo obbligatorio è stato imposto fino
alle più estreme conseguenze, firmare una carta in cui si riconosce lo
Stato d’Israele è addirittura una condizione per l’ottenimento della
cittadinanza da parte degli immigrati.
Se anche un bambino capirebbe
l’insostenibilità dell’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo –
ancora più grottesca in Italia, dove viene imposta né più né meno che
dagli eredi di chi ha promulgato le leggi razziali e collaborato alle
deportazioni in Germania – la forza della propaganda non sta certo nella
sua logica, ma nella ripetizione asfissiante di alcune formule ad
effetto, opportunamente accompagnate dalla censura di ogni posizione
dissidente. Una sorta di maleficio che è stato preparato anche con le
varie giornate della Memoria selettiva (27 gennaio) o del Ricordo falsificato (10 febbraio), e che va rotto in modo sistematico. Per questo pensiamo che alla lotta in senso stretto debba accompagnarsi, da parte nostra, anche una battaglia culturale. Se
continuare a intervenire nelle diverse giornate di cordoglio comandato
ci sembra perciò importante, crediamo che incalzare il nemico sul suo
stesso terreno non basti, e che sia necessario dotarsi di spazi in cui
(ri)costruire una memoria nostra: quella di chi lotta dalla parte di tutti gli oppressi, senza distinzioni di colore o nazionalità.
Il 15 maggio, com’è noto, è il giorno della fondazione dello Stato d’Israele. Per i sionisti si tratta della giornata dell’Indipendenza,
in cui gli ebrei avrebbero riconquistato la propria sovranità dopo
secoli di persecuzioni. Per i palestinesi il 15 maggio è invece il
giorno della Nakba («catastrofe»), in cui fu sancita
definitivamente l’occupazione della Palestina, con circa 800.000
profughi costretti a lasciare per sempre le proprie case con l’inizio
della cosiddetta «prima guerra arabo-israeliana» (il culmine di una
pulizia etnica che comincia già alla fine del ‘47). Se questa data è
già, in tutto il mondo, una giornata di mobilitazione dei palestinesi e
dei loro solidali, la nostra proposta è rafforzarla, rendendo il 15 maggio la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo occidentale.
Una giornata, cioè, in cui insieme alla tragedia dei palestinesi venga
ricordato lo sterminio secolare di centinaia di milioni di “nativi” americani,
asiatici, africani; la deportazione e schiavizzazione di almeno 10
milioni di persone dall’Africa; la sistematica distruzione delle
strutture sociali, politiche ed economiche in India e in Cina; lo
spaccio di alcol e oppio per infragilire i sudditi renitenti e aprire le
frontiere; la guerra contro le popolazioni oceaniche da parte dei
mercanti e dei soldati di Sua Maestà britannica; lo sterminio degli
Herero da parte della Germania; il Congo trasformato in un enorme campo di lavoro e di sterminio da
Leopoldo II del Belgio; la spartizione dell’Asia Occidentale da parte
di Francia e Gran Bretagna con gli accordi Sykes-Picot (1916); le stragi
francesi in Nordafrica, Madagascar e Indocina; le guerre statunitensi
alla Corea, al Vietnam del Nord, all’Afghanistan, all’Iraq; le «guerre
sporche» degli USA in America latina… E infine, per quanto riguarda
“noi”, le «imprese» italiane nei Balcani e in Africa, con gli orribili
primati del primo bombardamento aereo di una città (Tripoli, 1911) e
dell’uso dei gas contro la popolazione civile (Etiopia, 1935-36).
Una giornata di mobilitazione che non si limiti al passato e tenga ben desta la memoria del presente: un passato che non passa ma
prosegue con il cappio del debito stretto al collo del Sud del mondo e
nelle varie guerre – “dirette” e per procura – che gli Stati occidentali
continuano a muovere ovunque per i propri interessi di potenza e i
profitti di un pugno di nababbi, dal Congo all’Asia Occidentale, dal
Sudan all’Iran, dal Kurdistan all’America latina… E che non dimentichi
tutti coloro che hanno resistito al colonialismo e all’imperialismo: i
Toussaint Louverture, gli Omar Mukhtar, i Patrice Lumumba e i Thomas
Sankara…
Mentre ci impegniamo a
organizzarci per il prossimo 15 maggio, facciamo appello a tutti gli
ingrati disertori del “benessere” occidentale a rilanciare questo
appuntamento, ciascuna alla propria maniera, con i propri contenuti, il
proprio linguaggio, la propria sensibilità. Organizzando per il 15 maggio delle iniziative che vadano in questa direzione: memoria e solidarietà con gli oppressi palestinesi nella memoria solidale e internazionalista con tutti gli oppressi del mondo.
Il 15 maggio organizziamo
incontri, presentazioni di libri, dibattiti. Allestiamo mostre
documentarie e fotografiche. Scendiamo in strada.
Siate e siamo la cattiva coscienza di
questa civiltà assassina e marcia che non ha proprio nulla da insegnare
al resto del mondo, ma ha molto da imparare anche su se stessa.
Se ciò che l’Europa non perdona ai nazisti
è di aver fatto all’uomo bianco ciò che era sempre stato riservato ai
popoli colonizzati, non c’è solo una memoria, ma anche una coscienza da recuperare – e una ferita che non deve richiudersi, ma allargarsi il più possibile.
Trento, marzo 2026
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Post scriptum: Invitiamo a far circolare
questa proposta anche attraverso testi e comunicati diversi dal nostro,
con altre firme ecc. Non ci interessa avere la “primogenitura” su
alcunché, ma contribuire a far crescere la consapevolezza e la voglia di
lottare.