i crimini quotidiani frutto dello sfruttamento e il razzismo contro i braccianti e i migranti in genere gridano solidarietà vendetta organizzazione della lotta
la
tragedia dello sfruttamento che nessuno vuole vedere
All’alba del 12
maggio, nelle campagne di Poggio Imperiale, in località Fucicchia,
un bracciante agricolo ha perso la vita bruciato vivo nella roulotte
in cui viveva. Una morte che qualcuno chiamerà “incidente”. Ma
che in realtà ha il volto della ghettizzazione, dello sfruttamento e
dell’abbandono.
La vittima, un
lavoratore di origine romena, viveva in una roulotte parcheggiata tra
i campi. Non per scelta, ma perché per molti braccianti agricoli la
casa è un lusso, un diritto negato. Quella roulotte era il suo
rifugio durante le giornate di lavoro più dure e massacranti. Un
rifugio fragile, improvvisato, pericoloso. Una trappola.
Le prime
ricostruzioni parlano di cause accidentali. Ma cosa c’è di davvero
“accidentale” nel fatto che nel 2026 esistano ancora lavoratori
costretti a vivere in mezzi di fortuna, senza sicurezza, senza
dignità, senza protezione?
Questa morte non è
un episodio isolato. È il risultato di un sistema agricolo che
continua a reggersi su manodopera invisibile, sottopagata e costretta
a vivere in condizioni disumane. Un sistema che si alimenta di
sfruttamento strutturale e di un razzismo istituzionalizzato che
rende queste vite sacrificabili, marginali, invisibili.
Ghetti informali,
baraccopoli, roulotte parcheggiate nei campi: luoghi dove la fatica è
quotidiana e la dignità viene sospesa.
Chi raccoglie il
cibo che arriva sulle nostre tavole troppo spesso vive senza diritti,
senza tutele e senza una casa vera. Si muore di lavoro, si muore di
sfruttamento, si muore di indifferenza.
E ogni volta si
parla di fatalità.
Ma quando la
precarietà diventa sistema, la fatalità non esiste più: resta solo
la responsabilità collettiva.