Storie di schiavitù tra i braccianti delle campagne lucane
Migliaia di migranti vivono in masserie fatiscenti e lavorano 12 ore al giorno per pochi soldi, minacciati dai caporali come i quattro bruciati vivi in un minivan

In poco più di una quarantina di chilometri tra Metaponto e Nova Siri, nelle campagne della costa ionica della Basilicata, e nella vicina Val d’Agri, lavorano circa 20mila braccianti nella raccolta di fragole, albicocche, pesche e ortaggi vari. Sono quasi tutti migranti, arrivati in Italia via mare dall’Africa, a piedi attraverso la cosiddetta rotta balcanica o in aereo con il decreto flussi, la norma con cui ogni anno il governo stabilisce quanti stranieri extracomunitari possono entrare regolarmente in Italia per lavorare (molto esposta a illeciti e truffe).
Secondo le stime del sindacato Flai (Federazione lavoratori agro industria) Cgil, la metà – quindi circa 10mila – sono a rischio di sfruttamento: sono controllati dai caporali, cioè persone che fanno da intermediari per lucrare sul contratto, ingaggiando i lavoratori, portandoli nei campi e trattenendo una parte della loro paga; e lavorano in nero o in grigio, cioè con contratti per un certo numero di ore e per il resto in nero, pagati in contanti.
Molti dei migranti che lavorano in questi campi sono tenuti in condizioni di schiavitù: vivono stipati nelle masserie in campagna o in case affittate dai caporali nei comuni dell’entroterra o della vicina












