sabato 25 luglio 2026

immagini da Torino -

 




lunga vita al movimento No Tav - stato governo padroni riformisti di merda, fate attenzione - lo vogliate o no - nasce il ' Partito dell'Insurrezione'!

 

NoTav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada

di Alberto Giulini, inviato in Val di Susa

Il corteo che apre il festival dell'Alta Felicità, circa 20 mila persone, si è diviso in vari spezzoni. Cinquecento manifestanti mascherati hanno invaso il cantiere. A fuoco due camionette dei carabinieri. A Bruzolo fermata dai manifestanti fino alle 18 la linea ferroviaria

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte. Il Coisp: «60 feriti, a fuoco quattro mezzi delle forze dell'ordine». Meloni: «Violenza non piegherà lo Stato». Bloccati per ore treni e autostrada

Cirio: «Danno alle imprese e all'immagine del Piemonte»

Si unisce alle reazioni il presidente della regione Piemonte Alberto Cirio, secondo cui gli eventi di oggi sono «Un attacco alle istituzioni e un danno gravissimo ai cittadini, alle imprese e all'immagine del Piemonte». Alle forze dell'ordine il governatore esprime poi «profonda gratitudine, insieme alla piena solidarietà della Regione Piemonte, per il coraggio e la professionalità con cui, ancora una volta, hanno difeso la sicurezza e la legalità». 

La condanna si estende intanto a tutto l'arco parlamentare. «Condanno senza se e senza ma le violenze - dichiara Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde -. Si tratta di azioni assolutamente inaccettabili, che non hanno alcuna giustificazione e che contribuiscono soltanto ad alimentare un clima di tensione. La difesa del territorio, dell'ambiente e dei diritti delle comunità si afferma con la mobilitazione democratica e con la non violenza». Il leader di Azione Carlo Calenda parla a sua volta di «Escalation quotidiana di violenza da parte dell'estrema sinistra antagonista» e annuncia che «Nessuna contiguità di amministratori e parlamentari con questi delinquenti che agiscono a viso coperto può essere tollerata, a Bologna come in Val di Susa». 

Tra le dichiarazioni a caldo anche quella di  Calogero Mauceri, Presidente dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione: «L'opera prosegue e si conferma un’infrastruttura strategica, da portare avanti nel rispetto del confronto istituzionale e del dialogo con i territori. Episodi di violenza e intimidazione non fermeranno il percorso avviato a favore dei territori e delle comunità locali».

»Ribadiamo l'importanza strategica della Tav, non solo per il territorio torinese e piemontese, ma per l’intera economia nazionale, perché è in grado di avvicinarci ulteriormente all’Europa  - scrivono Cisl e Filca-Cisl di Torino -. Intervenire con fermezza contro chi vuole di fatto negare il futuro a questo Paese».

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada
 |  25 Luglio

Meloni: «Attacco allo Stato, chi serve Italia non sarà lasciato solo»

«Chi lancia bombe carta, incendia mezzi dello Stato e aggredisce le forze dell'ordine non sta difendendo un'idea, sta attaccando lo Stato. A Chiomonte, ancora una volta donne e uomini in divisa sono stati bersaglio della violenza di delinquenti incappucciati. A loro va la mia solidarietà e quella del governo. La violenza non piegherà lo Stato: chi serve l'Italia non sarà mai lasciato solo», così sui social la presidente del Consiglio Giorgia
Meloni

 |  25 Luglio

I numeri del sindacato

 «Gli antagonisti sono riusciti a entrare nel cantiere di Chiomonte. Il piazzale antistante il tunnel è stato invaso da centinaia di violenti che hanno dato vita a una vera e propria azione di guerriglia, incendiando quattro mezzi di servizio, due dei Carabinieri e due della Guardia di finanza. Il bilancio dei feriti tra le forze dell'ordine al momento è di circa 60, ma il numero è ancora provvisorio e purtroppo è destinato ad aggravarsi nelle prossime ore». Ad affermarlo è Domenico Pianese, segretario generale del Coisp. Fonti della Guardia di Finanza, a cui apparteneva uno dei mezzi dati alle fiamme,  parlano invece di una decina di feriti, «destinati a salire».

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada
 |  25 Luglio

Val di Susa, ripartono i treni

«Dalle ore 18.15 - fanno sapere dalla Rete Ferroviaria Italiana - sulla linea Modane-Torino la circolazione ferroviaria, precedentemente sospesa tra Bussoleno e Borgone a causa della presenza di manifestanti in prossimità dei binari è ripresa». La linea è però ancora fortemente rallentata, con ritardi fino a 120 minuti, rallentamenti e cancellazioni.

 |  25 Luglio

Tregua dopo gli scontri

Sembrano calare di intensità adesso gli scontri al cantiere di Chiomonte. Uno spezzone del corteo starebbe facendo ritorno all'area del Festival Alta Felicità a Chiomonte, dove molti passeranno la notte nel campeggio. Non c'è ancora un bilancio ufficiale della giornata ma al momento non si registrerebbero feriti. 

 |  25 Luglio

Fermi anche i treni da e per Torino

Risultano soppressi al momento alcuni treni in partenza da Bardonecchia per Torino nelle prossime ore. Secondo le ultime informazioni la linea tra Bardonecchia e Salbertrand sarebbe sospesa per la presenza di un gruppo di circa 350 manifestanti sui binari a Bruzolo, vicino al cantiere di San Didero. «Avvisiamo che la circolazione è sospesa fra Bussoleno e Borgone per un intervento delle forze dell'ordine nella stazione di Bruzolo», si legge sul tabellone della stazione di Bardonecchia. Istituito un servizio bus fra Bussoleno e Avigliana.

 |  25 Luglio

Due mezzi delle forze dell'ordine in fiamme

Risultano due adesso le camionette dei carabinieri date alle fiamme durante l'assalto ancora in corso al cantiere della Torino-Lione a Chiomonte,  in Val di Susa. Al momento non si sa se ci siano feriti. La questura segnala il lancio di diverse molotov contro la polizia all’interno del cantiere. Un altro fronte si è aperto su un sentiero sopra il cantiere dove la polizia ha caricato più volte un gruppo di manifestanti diretti al cantiere.

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada
 |  25 Luglio

Avanza il «blocco nero», chiusa l'autostrada

Il «blocco nero» di manifestanti incappucciati continua ad avanzare nel cantiere di Chiomonte, mentre si registrano più roghi attivi al suo interno. Gli incappucciati, sarebbero circa cinquecento, sono tutti vestiti di nero e indossano caschi e maschere antigas. Stanno lanciando pietre e bottiglie e sparano bombe carta e razzi, anche con mortai artigianali. Tra di  essi, a quanto si apprende, sarebbero presenti anche degli stranieri, in particolare francesi. Un gruppo di un centinaio di manifestanti del «Corteo verso i cantieri della devastazione», camuffati, è stato bloccato dalla polizia tra due rivi mentre un altro gruppo più numeroso è stato fermato a Bruzolo, tra San Didero e Bussoleno, per impedire che arrivasse a ridosso del cantiere. 

Intanto la concessionaria autostradale Sitaf rende noto che, per motivi di ordine pubblico, è stata chiusa l'autostrada A32 Torino-Bardonecchia tra gli svincoli di Oulx e Susa Est. 

No Tav: l'assalto al cantiere di Chiomonte. Una camionetta dei Carabinieri in fiamme

Attacco chiomonte
 |  25 Luglio

Guerriglia a Chiomonte

Un gruppo di varie decine di manifestanti, il «blocco nero» di antagonisti incappucciati che guidava quello spezzone di corteo, è riuscito a entrare dopo vari tentativi nel cantiere dell'Alta Velocità a Chiomonte. Una camionetta dei Carabinieri è in fiamme mentre le forze dell'ordine stanno arretrando davanti ad attacchi su più fronti.

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada
 |  25 Luglio

Attacco a Chiomonte

È iniziato poco dopo le 16  l'attacco di una parte dei manifestanti partiti dal Presidio dei Mulini al Cantiere per l'Alta velocità di Chiomonte. Gli antagonisti, oltre un migliaio, arrivati con diversi percorsi tra la strada principale e i sentieri nei boschi, hanno usato dei flessibili per aprire un varco ed entrare. La polizia risponde con i lacrimogeni. I manifestanti stanno tenendo attacchi su più fronti per tenere occupata la polizia.

 |  25 Luglio

Primi scontri in Val di Susa

Sale la tensione alla marcia No Tav in corso in Val di Susa. Alcune centinaia di attivisti  hanno lanciato pietre e bombe carta contro le forze dell'ordine schierate a protezione del cantiere del San Didero. Gli agenti in tenuta antisommossa  hanno risposto con un lancio di lacrimogeni. Le tensioni sono durate circa venti minuti. Un gruppo più numeroso di incappucciati, diviso a sua volta in due tronconi, sta cercando di raggiungere il presidio dei Mulini presso il cantiere di Chiomonte. Ci sarebbero migliaia di persone nei boschi impegnate a dirigersi verso la zona.  Secondo gli organizzatori i partecipanti sono in tutto  ventimila. Un terzo spezzone del corteo ha raggiunto invece Salbertrand in auto nella tarda mattinata. Qui i manifestanti hanno attuato quello che definiscono la «battitura» delle barriere a  aprotezione del cantiere.

 |  25 Luglio

Compaiono manifestanti a volto coperto

Procede, il corteo No Tav in Val di Susa. Una carovana di auto partita alle 11 da Susa ha raggiunto intanto il cantiere di Salbertrand. Tra i manifestanti un gruppo, a Pradonio, nei pressi di Susa, si è allontanato dalla manifestazione principale per mascherarsi, altri avrebbero indossato passamontagna e bandane coperti dalla vegetazione e da ombrelli. Sono state anche coperte con buste della spesa le telecamere di videosorveglianza presenti sulla strada. Dopo una breve pausa per ricompattarsi il corteo diretto ai Mulini è ripartito, ora in testa compaiono due scudi e un blocco nero di manifestanti a volto coperto.

No Tav in Val di Susa, gli scontri in diretta: assalto a Chiomonte, il bilancio è di 60 feriti e quattro mezzi delle forze dell'ordine a fuoco. Bloccati per ore treni e autostrada
 |  25 Luglio

Verso il presidio sotto il diluvio: «Siamo 20 mila»

Piove intensamente sulla tradizionale  marcia No Tav nell'ambito del  Festival dell'Alta Felicità in Val di Susa, partita poco fa da Borgata 8. Mentre uno spezzone del corteo di migliaia di persone si dirige verso Susa, un altro sta salendo al presidio dei Mulini. «Siamo 20 mila», annunciano gli organizzatori.

 |  25 Luglio

In marcia verso Giaglione

Il corteo, composto da migliaia di persone e più partecipato rispetto agli scorsi anni, non si dirige verso Susa ma ha imboccato la strada per Giaglione.

 |  25 Luglio

Tre francesi allontanati dalla polizia

Nei momenti che hanno preceduto la manifestazione, la polizia ha individuato tre cittadini di nazionalità francese, provenienti dalla Francia, mentre a bordo di un'auto percorrevano la statale 24. Sottoposti a un controllo, nascondevano nel vano portabagagli numerosi artifici pirotecnici, fumogeni e petardi, tronchesi, un flessibile alimentato da due batterie, cesoie e ulteriori strumenti, indumenti e materiali idonei al travisamento, caschi, maschere, occhiali, bombolette e spray, benzina e altri liquidi oltre a numerose sim separate dai rispettivi telefoni cellulari. Nei confronti dei tre, il Tribunale di Torino ha convalidato i provvedimenti
del questore di esecuzione dell'allontanamento immediato dal territorio dello Stato per motivi di ordine e sicurezza pubblica.

 |  25 Luglio

«Oggi vogliamo fermare la Tav»

È partita da Borgata 8 dicembre, cuore del Festival dell'Alta Felicità, la tradizionale marcia No Tav. «Dopo dieci anni di lotte continuiamo con questa esperienza che ogni anno riunisce decine di migliaia di giovani e persone da tutta Italia – spiegano gli attivisti –. Davanti alla distruzione della nostra terra ci contrapponiamo. Abbiamo capito come lottare, dobbiamo usare tutti i mezzi e le capacità che abbiamo a disposizione. Oggi vogliamo fermare la Tav, in autunno torneremo a scuola a lottare per il nostro futuro. La Val di Susa ci ha insegnato a lottare. Siamo qua anche per ricordare la morte di Fakir, un omicidio di Stato».


India: il movimento degli “scarafaggi” continua le mobilitazioni e si estende. Gli agricoltori si uniscono alla protesta


I giovani in India sono stanchi, ci sono disoccupazione e sotto-occupazione molto alte. Se il governo non tratterà seriamente sulle richieste concrete del movimento degli Scarafaggi, quest’ultimo dilaga.

da Radio Onda d’Urto

Già adesso si è unito alla protesta studentesca il popolo degli agricoltori che nel paese è una grande forza.” Questa è la previsione della studiosa dell’India Enrica Garzilli, già docente alle università di Perugia e di Torino e che ha collaborato anche con l’università  di Delhi e Harvard. “Il movimento è nato spontaneamente a maggio, quando in occasione dell’esame di ammissione alle facoltà sanitarie dell’India che ha coinvolto circa 20 milioni di studenti e studentesse sono state scoperte compravendite delle domande; chi ha soldi si paga domande e risposte, le persone bocciate hanno cominciato a protestare e gli esami sono stati invalidati.” Un ministro del governo di destra che guida il grande paese asiatico aveva definito scarafaggi i giovani che si erano mobilitati e quell’insulto è stato invece rivendicato come denominazione del movimento e poi del partito politico “delle persone che il sistema ha dimenticato di contare, ha marginalizzato completamente”.

Entro poche settimane l’account Instagram del movimento è arrivato  ad avere 23 milioni di follower, ben 5 milioni in più di quello della prima ministra Narendra Modi e sono state fatte manifestazioni con molte decine di migliaia di persone; inoltre il forte popolo degli agricoltori – protagonista dal novembre 2020 fino al dicembre 2021, di una protesta e uno sciopero ad oltranza molto duro per abrogare delle leggi che favorivano le grandi industrie – si è unito al movimento degli studenti. “Questo movimento vuole allargarsi ad altri settori popolari. Rappresentano il problema di tutti i giovani indiani che studiano in maniera molto seria per un futuro migliore e contestano e si scontrano con un sistema di corruzione che non vogliono più perchè favorisce le famiglie più ricche, chiedendo una vera riforma e chiedendo poi che il titolo di studio porti ad un’ occupazione dignitosa e attinente al loro percorso. Per il momento il movimento si pone questi obiettivi molto concreti ma come storicamente accade in India penso che diventerà un altro movimento di protesta globale in India. Se il gov non tratterà in maniera seria il movimento dilaga e sarà sempre più pericoloso per la sopravvivenza stessa del governo.” Intanto nella notte a Nuova Delhi ci sono stati ancora scontri tra manifestanti e polizia, i giovani chiedono anche le dimissioni del ministro dell’Istruzione.

GUERRA AI GIOVANI. Una legge reazionaria e crudele - Un commento dell'Avv. Antonietta Ricci di Taranto - e una nota

Mentre agli assassini, come il gioielliere, che ammazzano, non certo per difendersi, ma per vendicarsi di chi ha colpito la "sua proprietà", il governo, la Meloni, Salvini, Nordio, Piantedosi, ecc. pensano a decreti di iper estensione della legittimità di uccidere; 

mentre per i poliziotti/carabinieri che ammazzano Fakir, e tanti altri prima e dopo, vantandosi anche - un carabiniere di Bologna nel suo post ha commentato la morte di Fakir scrivendo: "Uno in meno" - il governo risponde con lo "scudo penale" e con una oscena campagna stampa/TV;

in fretta e furia il governo ha fatto un decreto che dichiara i minori sempre colpevoli, un "problema" da trattare solo allargando le maglie della repressione e le porte del carcere.

Questo governo lo fa perchè è fatto di persone fasciste, in cui il più "innocuo", dovrebbe già stare in galera per anni - lo fa per auto-tutelarsi, per propaganda reazionaria, razzista, populista, facile, visto che ha in mano la maggiorparte di giornali e reti televisive. Questo governo non può fare diversamente; questo governo dove mette le mani, soprattutto sulla scuola, sui servizi sociali, sulla cultura, opera per imporre  piani di tagli, di trasformazione al servizio del militarismo, della guerra, dell'attacco ad ogni voce libera, dissidente, intelligente, ecc. Su questo non ci devono essere illusioni, è la logica e l'azione fascista/razzista che guida i loro provvedimenti; nessun appello, nessuna denuncia legittima "gli fa un baffo" o fa fare un passo indietro, e quando sono costretti a farlo dalle proteste, da alcune lotte, allora via libera alla repressione, ai "decreti" - lo comprendano anche i democratici.

Questo governo, dietro episodi di singoli giovani - episodi ultra normali, ci sono sempre stati - in realtà sono i giovani che lottano, che si ribellano, che fanno le manifestazioni, che si scontrano con la polizia e attaccano le "proprietà", il loro obbiettivo; questi li fanno andare di "bestia" - e non è certo un caso che questo decreto "maranza" l'hanno fatto subito dopo la manifestazione di Bologna per Fakir e gli scontri con la polizia. Su questi giovani il governo, la sua polizia concentrerà la sua violenza.

Ma qui, soprattutto qui, devono trovare la giusta risposta!

proletari comunisti 

IL COMMENTO AL DECRETO DELL'AVVOCATA ANTONIETTA RICCI DI TARANTO

Non è un decreto contro i 'maranza': è un decreto contro i giovani. 

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato quello che molti quotidiani hanno definito il "decreto anti maranza". Ma questa definizione è fuorviante. Più correttamente, bisognerebbe chiamarlo decreto anti minori, perché interviene direttamente sulla giustizia penale minorile e modifica uno dei principi  fondamentali su cui essa si è sempre retta. Il provvedimento cambia infatti l'articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra i 14 e i 18 anni. In altre parole, viene ribaltato l'onere  della prova: fino a oggi era lo Stato a dover dimostrare che un ragazzo avesse la maturità necessaria per  essere pienamente imputabile; da domani sarà il minore a essere considerato automaticamente capace, salvo prova contraria.  

È un passaggio enorme, che racconta molto più di una semplice modifica tecnica. È l'ennesimo tassello  di quella che appare sempre più come una vera e propria guerra ai giovani, e più in generale contro  chiunque venga percepito come un problema sociale invece che come una persona da comprendere. 

Questa strategia non nasce oggi. È iniziata con il decreto contro i rave, trasformando un fenomeno  marginale in un'emergenza nazionale. È proseguita con il decreto Caivano, che ha irrigidito la giustizia  penale minorile e ha contribuito a un fatto senza precedenti: il sovraffollamento degli istituti penali per  minorenni. È continuata con i decreti sicurezza che colpiscono i giovani militanti e oggi arriva questo  nuovo intervento, che prosegue sulla stessa strada: meno diritti, più repressione. 

Nel merito, poi, il decreto è costruito su molta propaganda e poca sostanza. Non abbassa l'età  dell'imputabilità, che resta fissata a 14 anni. Ma modifica qualcosa di altrettanto rilevante: cancella il  principio secondo cui l'accertamento della maturità del minore è un presupposto della responsabilità  penale. Fino a oggi il giudice doveva verificare, caso per caso, il grado di consapevolezza del ragazzo. Ora quella verifica non sarà più il punto di partenza, ma un'eccezione. 

Il messaggio politico è chiarissimo: non capire, ma punire. Ed è proprio qui il nodo della questione. Perché è sempre più semplice costruire consenso attraverso la  repressione che affrontare davvero le cause del disagio giovanile. È più facile evocare il nemico di turno che investire nella scuola, nell'inclusione, nei servizi sociali, nel lavoro educativo. 

Pensiamo alle seconde generazioni, ai giovani cresciuti nelle periferie, alle difficoltà di integrazione  sociale, culturale ed economica. Sono problemi complessi, che richiederebbero politiche di welfare,  inclusione e cittadinanza. Questo governo sceglie invece la strada opposta: trasformare il disagio in una questione di ordine pubblico. 

Ed è evidente che queste norme finiranno per colpire soprattutto alcuni gruppi sociali: chi vive  condizioni di marginalità sociale, economica e culturale. 

Anche il linguaggio utilizzato non è casuale. Parole come "maranza" non servono solo a descrivere un  fenomeno: servono a costruire uno stereotipo, a identificare un'intera categoria di giovani come  pericolosa per definizione. Prima si crea il nemico, poi si giustificano norme sempre più severe. 

Il paradosso è che lo Stato spesso non riesce a garantire inclusione scolastica, opportunità lavorative,  percorsi educativi o persino il riconoscimento della cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia. Ma  quando quei giovani manifestano disagio, l'unica risposta che trova è il diritto penale. 

Parallelamente, il decreto rafforza i poteri di prevenzione e controllo del territorio in chiave “anti-bande”. Il Questore può emettere avvisi orali e vietare a chi è stato coinvolto in episodi di violenza o  danneggiamento in gruppo di tornare a radunarsi con gli stessi soggetti, soprattutto se già colpiti da  misure di prevenzione o condannati per reati contro la persona o il patrimonio in luoghi pubblici.  

Viene ampliato l’uso dell’accompagnamento e trattenimento in ufficio di polizia per l’identificazione di  persone ritenute pericolose, estendendo di fatto ai minorenni il cosiddetto “fermo di prevenzione”,  con particolare attenzione a stazioni, zone della movida e grandi eventi.  

Sul fronte del contrasto al degrado urbano, si introducono procedure accelerate di sgombero per le  occupazioni abusive e una nuova aggravante di danneggiamento commesso da almeno cinque  persone, che consente l’arresto anche in flagranza differita sulla base di immagini e video. 

Magistrati minorili, avvocati, accademici e associazioni come Antigone parlano apertamente di  “tradimento” del modello italiano di giustizia minorile, storicamente considerato tra i più avanzati in  Europa. Giuristi e associazioni denunciano un effetto di “profiling” di classe e di origine: le nuove misure, pur scritte in termini generali, tendono a colpire soprattutto adolescenti che vivono in quartieri popolari, con alle spalle fragilità economiche, scolastiche e familiari, già oggetto di stigmatizzazione sociale. 

Un altro punto sensibile riguarda il rapporto tra dati reali e percezione di insicurezza. Le statistiche ufficiali non indicano un’esplosione incontrollata della criminalità minorile, ma l’attenzione mediatica su episodi particolarmente violenti o spettacolari alimenta l’idea di un’emergenza costante.  

Su questo terreno, il “decreto maranza” è una risposta meramente propagandistica: un messaggio politico riassumibile nello slogan qualunquista e populista “chi sbaglia paga, anche se minore”, che  però ignora le complessità del mondo giovanile e i principi di gradualità e proporzionalità sanciti dalle  norme nazionali e internazionali. 

In realtà, il dibattito sul decreto mette a nudo una frattura ben più profonda: quella tra le istituzioni e le nuove generazioni. Per troppi ragazzi lo Stato ha un solo volto: quello delle divise, dei controlli, delle perquisizioni e delle sanzioni. Molto più difficile, invece, incontrarlo sotto forma di scuola, servizi sociali, presìdi culturali, impianti sportivi, opportunità educative o strumenti concreti di emancipazione. 

È la fotografia di un fallimento politico prima ancora che normativo. Perché quando l'unica risposta al disagio giovanile diventa il diritto penale, significa che lo Stato ha già rinunciato a svolgere la sua funzione più importante: prevenire, includere, offrire opportunità. 

Il rischio è evidente. Costruire un impianto normativo che parte dal presupposto che il minore sia innanzitutto un potenziale pericolo significa alimentare una logica di contrapposizione permanente, dividendo la società tra chi deve essere protetto e chi deve essere controllato. Una narrazione tossica che trasforma migliaia di adolescenti – spesso provenienti dalle periferie o dalle seconde generazioni – in bersagli politici prima ancora che in cittadini. 

Per questo il cosiddetto "decreto maranza" non è soltanto un insieme di norme penali e amministrative. È il manifesto di una precisa idea di società: una società che, di fronte alle fragilità, sceglie di punire invece di comprendere; che investe nella repressione perché costa meno, politicamente, che investire nella scuola, nel welfare, nell'inclusione e nella cittadinanza. È una scelta miope e profondamente in contrasto con lo spirito della Costituzione, che assegna alla pena una funzione educativa e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l'uguaglianza sostanziale. Sostituire l'educazione con la repressione non renderà il Paese più sicuro: renderà soltanto più profonda la distanza tra lo Stato e una generazione che continua a sentirsi vista come un problema, anziché riconosciuta come una risorsa e come cittadinanza a pieno titolo. 

Questo decreto non renderà il Paese più sicuro. Lo renderà semplicemente più duro con i più deboli, più impaurito e più diviso. Ed è questo, forse, il vero obiettivo della propaganda: alimentare la paura invece di risolvere i problemi.

Venezuela: non è tattica, è capitolazione!,.. alla buonora signori revisionisti e pseudo antimperialisti

 

Venezuela: non è tattica, è capitolazione!

Abbiamo atteso il tempo necessario per fare tutte le verifiche prima di esprimere pubblicamente le nostre valutazioni sul processo controrivoluzionario avviato dalla nuova dirigenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Già la dinamica del sequestro a gennaio del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores da parte degli Stati Uniti aveva suscitato – e non solo a noi – legittimi e pesanti interrogativi.

Lo sviluppo degli eventi e delle scelte intraprese dalla leadership guidata dalla vicepresidente Delcy Rodriguez, ha via via reso evidente come quei dubbi siano stati confermati dai fatti che confermano un vero e proprio processo di liquidazione dell’esperienza rivoluzionaria e bolivariana del Venezuela avviata e costruita dal compagno Chavez.

Cisgiordania - Contro i massacri dei coloni/Israele - Con la resistenza armata verso la guerra di popolo

 


venerdì 24 luglio 2026

Le fabbriche e il ruolo degli operai durante la Rivoluzione culturale in Cina - 3° e ultima parte: Verso la scomparsa progressiva della divisione capitalistica del lavoro - I lavoratori si impossessano della scienza e della tecnica

Concludiamo questa pubblicazione, utilizzando il libro di Charles Bettelheim "L'organizzazione industriale in Cina e la Rivoluzione culturale", con la dimostrazione di come è possibile, nel socialismo, che gli operai, venendo meno la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra dirigenti, tecnici e lavoratori, possano decidere e dirigere tutto, trasformare il modo di produzione capitalistico e quindi ponendo fine allo sfruttamento, al lavoro salariato. 

Questo però, come sottolinea lo stesso Battelheim in "Appendice", non "cade dal cielo", non è "spontaneo", ma è frutto di una forte e prolungata lotta di classe tra proletariato e borghesia; è frutto della rivoluzione dei proletari e delle masse che costruiscono il potere operaio, la nuova società socialista verso il comunismo.  

MA QUESTO E' POSSIBILE! Questo devono comprendere prima di tutto i lavoratori.

Nello stesso tempo la Rivoluzione culturale nella Cina, allora socialista, dice come queste trasformazioni da un lato mostrano il cuore nero del sistema capitalista che è arrivato a distruggere natura, popolazioni per continuare a fare profitti; dall'altro mostrano che una volta che scienza, tecnica, le forze produttive (generate dallo stesso capitale ma oggi sempre più usate per distruggere) sono nelle mani dei proletari, esse sono al servizio della produzione non per il profitto ma dello sviluppo generale dell'umanità.

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DAL LIBRO "L'organizzazione industriale in Cina e la Rivoluziona culturale" 

"...la forma di organizzazione (nelle fabbriche ndr) precedente: "Era la gestione delle imprese da parte degli esperti e questi ultimi mettevano la produzione davanti a tutto e tendevano a porre i profitti al posto di comando..."

"...a partire dai Gruppi di gestione operaia e dai Comitati rivoluzionari inizia la scomparsa della distinzione e della divisione tra i compiti di direzione e quelli di esecuzione. Questo processo si sviluppa: a) attraverso le differenti forme di gestione da parte dei lavoratori; b) attraverso la partecipazione dei quadri al lavoro manuale...". "... Da una parte tutti coloro che hanno delle responsabilità di gestione e di direzione devono partecipare al lavoro manuale per due o tre giorni alla settimana... D'altra parte le attività di gestione e di controllo sono moltiplicate a livello di reparti, delle

Cisgiordania - Non sono numeri!


Da Amnesty International

L'ESPANSIONE DEGLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI IN CISGIORDANIA

50.785 unità abitative destinate agli insediamenti tra il 2023 e il 2025.

27.941 unità abitative approvate solo nel 2025: la cifra più alta mai registrata.

102 nuovi insediamenti autorizzati ad aprile 2026: il più alto numero autorizzato da un singolo governo nella storia israeliana.

122% la crescita del bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle Missioni nazionali.

3407 abitazioni e strutture palestinesi distrutte nel 2023-2026.

2996 persone palestinesi sfollate nel 2023-2026.

Questi numeri raccontano una sola realtà: la pulizia etnica della Cisgiordania occupata.

Stiamo assistendo a una cancellazione di persone, alberi, edifici e di ogni elemento legato alla presenza palestinese, ad opera dei coloni israeliani.

Ma non si tratta solo di espellere persone dalle terre in cui hanno vissuto per generazioni. I coloni stanno attaccando le persone palestinesi con estrema violenza: 

❌ Abbiamo intervistato persone che hanno subito massicce violenze fisiche, come pestaggi con bastoni e fucili, lanci di pietre, accoltellamenti e altro ancora.

🔥 Abbiamo raccolto foto e video che mostrano incendi e atti di vandalismo contro abitazioni, scuole, distruzioni di fonti d’acqua, pannelli solari e scorte di cibo.

🔪  Abbiamo documentato che le autorità israeliane hanno dotato migliaia di coloni di armi da fuoco, alimentando attacchi armati contro persone innocenti.

Alcuni villaggi stanno provando a resistere, ma l'aumento della violenza e la continua espansione degli insediamenti lo rendono estremamente complicato.

Con le prove che raccogliamo, chiediamo agli Stati che hanno influenza su Israele di interrompere ogni forma di cooperazione con il Paese e di fare pressione per porre fine alla campagna israeliana di pulizia etnica.

Amnesty International – Sezione Italiana OdV

Via Ludovico di Savoia 2b (Spazio 3M) – 00185 Roma

Per Fakir - Alcune immagini e video-interventi dalla partecipata manifestazione a Palermo di ieri

In centinaia ieri a Palermo in corteo per Fakir ucciso barbaramente dalla polizia assassina al servizio  del governo fascista e razzista Meloni che oggi fa gli interessi di questo Stato borghese. 

Giustizia per Fakir e per tutti gli immigrati assassinati, repressi, oppressi, sfruttati in questa società violenta capitalista e imperialista è stato gridato lungo tutto il corteo che è partito da Piazza Sant'Anna dove proprio alcuni giorni fa un lavoratore immigrato alla fine del turno di lavoro è stato aggredito e picchiato da 7 porci razzisti, per snodarsi al centro storico e concludersi nel quartiere di Ballarò, a Porta Sant'Agata, luogo dove peraltro un paio di anni fu aggredito e ucciso un giovane migrante gambiano di 25 anni. 

Forte solidarietà è stata espressa durante tutto il corteo alla famiglia di Fakir così il corteo si è voluto unire  a tutti coloro che sono scesi in mobilitazione a Bologna e che si stanno mobilitando in altre città. 

A fine corteo è stata annunciata da attiviste di Right to Be, a fronte della necessità di proseguire la mobilitazione, una prossima assemblea. 









gli interventi di alcuni fratelli immigrati 



 proletari comunisti Palermo 

Proposta iniziativa nazionale a metà settembre a Bologna contro la repressione - SI di proletari comunisti - lavoriamo insieme e costruiamo la piattaforma comune

L’assemblea di Bologna a piazza Lucio Dalla, calda e molto partecipata (centinaia di presenti), ha lanciato l’idea di un’iniziativa nazionale per metà settembre contro le politiche della repressione di Stato che colpiscono tutte le forme di conflittualità, ma si abbattono con particolare violenza e sistematicità sul proletariato di immigrazione.

L’Italia continua a fornire supporto logistico alla guerra statunitense all’Iran


Sullo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, in Italia si riaccende il dibattito sull’uso delle basi del Belpaese da parte di Washington. Le opposizioni chiedono chiarimenti sul coinvolgimento italiano nel conflitto, segnalando 12 cacciabombardieri F-16 decollati da Aviano verso «il teatro di guerra» e due aerocisterne partite da Sigonella, dove sono ripresi anche i voli di ricognizione. La denuncia arriva dai capigruppo M5S delle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, che spiegano che il governo Meloni ha il dovere di negare l’uso delle proprie basi a sostegno di una guerra contraria «al diritto internazionale e all’interesse nazionale». La questione era già emersa nei primi mesi di guerra, mentre a inizio luglio, il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva rivelato che i voli partiti dalle basi italiane, per operazioni non cinetiche legate alla guerra statunitense all’Iran, erano stati 518, confermando i numeri del Segretario generale della NATO, Mark Rutte, le cui dichiarazioni avevano innescato tensioni diplomatiche.

La richiesta di chiarimenti è stata avanzata dai capigruppo del Movimento 5 Stelle nelle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, Alessandra Maiorino, Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti. I parlamentari parlano di «12 cacciabombardieri F-16 decollati da Aviano verso il teatro di guerra con il supporto di due aerocisterne KC-135 partite da Sigonella, da dove sono ripresi anche i voli di ricognizione dei droni MQ-4C Triton». Le dichiarazioni del Movimento sono arrivate alla vigilia dell’audizione dei ministri della Difesa Guido Crosetto e degli Esteri Antonio Tajani, che ieri hanno riferito a Montecitorio sugli esiti del G7 di Ankara. Inizialmente il tema dell’utilizzo delle basi italiane da parte delle forze statunitensi si preannunciava uno dei principali argomenti del confronto parlamentare; dopo gli interventi dei ministri, tuttavia, visto il poco tempo a disposizione, il dibattito è stato rinviato.

giovedì 23 luglio 2026

Il volantino di proletari comunisti - anche in arabo - alla manifestazione a Palermo per Fakir

 FAKIR ABDERRAHIM: OMICIDIO DI STATO

Contro la deriva moderno fascista e razzista e la polizia assassina da Bologna ad ogni città è giusto opporre la necessaria resistenza!

Il 19 giugno a Bologna Abderrahim Fakir, lavoratore di 42 anni, è stato brutalmente assassinato da due agenti della polizia di Stato. Un video subito circolato in rete mostra chiaramente come alle richieste di aiuto di Fakir, non solo i poliziotti continuavano a premergli faccia e torace contro l'asfalto bollente ma anche i quattro paramedici ivi presenti restavano immobili non adempiendo al proprio dovere, negando il soccorso. L'assassinio di Abderrahim per ironia della sorte è coinciso con il 25esimo anniversario dell'assassinio di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova… E i casi di razzismo a tutti i livelli in questo paese continuano a ripetersi: dall’uccisione di Sako Bakari a Taranto ai molteplici casi in varie città fino all’aggressione del lavoratore immigrato a Piazza Sant’Anna a Palermo, picchiato con pugni e colpito con bottiglie da 7 porci razzisti mentre il lavoratore a fine turno si accingeva a mangiare un panino, per non parlare di tutti i lavoratori immigrati fino in fondo ipersfruttati nelle campagne e nelle fabbriche in questo paese la cui vita non deve valere meno che niente, da Satnam Singh ad Amin, Ullah, Safi, Waseem, braccianti di Amendolara uccisi dallo sfruttamento schiavista.

Il regime borghese ancora una volta, com'era prevedibile ha fatto quadrato intorno ai propri uomini” servi: il governo Meloni che ogni giorno dall’alto sparge ideologia fascio-razzista a livello di massa in ogni ambito ha invocato lo scudo penale per i due sbirri e i quattro paramedici che non risultano iscritti nel registro degli indagati, l'omicidio "colposo" è forse opera di ignoti? Magari lo stesso Fakir si è ucciso da solo... Uno dei due sbirri è stato riconosciuto dal rapper Doka che ha pubblicato sui social un video in cui tre agenti di polizia, solo qualche giorno fa, lo immobilizzavano a terra, causandogli la rottura della protesi alla gamba: «Sono sicuro al mille per mille che era lui. Mi stava sopra e l’ho visto bene in faccia. Il più sbruffone è lo stesso poliziotto che domenica teneva le mani sulla testa di Abderrahim Fakir».

I media di regime, a partire dal TG regionale dell'Emilia Romagna hanno provato a censurare il servizio poche ore dopo, facendo un clamoroso autogol (come denunciato dal comunicato dei giornalisti) dato che ormai il video dell'assassinio già circolava in rete. Intanto i media nazionali controllati direttamente dal governo moderno fascista Meloni ci propinano da giorni in apertura il gioielliere assassino, che assurge a notizia principale surclassando l'aggressione imperialista/sionista all'Iran, i bombardamenti/massacri che continuano a Gaza ed in Libano.

Un lavoratore che viene assassinato impunemente in pieno giorno mentre chiede aiuto invece non ha diritto alla notizia e deve calare il silenzio per proteggere i poliziotti assassini!

Stellantis, Melfi: “State a casa e non rompete” - all'ombra dei piani Stellantis e della passività/complicità sindacale - in fabbrica comandano i capi, fino a quando...?

Stellantis, Melfi: “State a casa e non rompete”

Lo strapotere dei capi Ute: decidono “le squadre preferite” e “la lista nera” di chi non deve “scendere mai” al lavoro

LA LISTA NERA Accordi sottobanco, ogni capo ha a cuore la sua squadra e si fida solo di alcuni. Tutti aspetti presenti in ogni contesto industriale e lavorativo. Eppure, sulla linea di S. Nicola di Melfi, accadrebbe qualcosa di ancora più sistematico. “Il capo Ute, in accordo col gestore operativo, ha una sua ‘lista nera’, per cui c’è chi non viene e non verrà mai chiamato, tanto c’è la Cassa integrazione che comunque copre tutti”, ci confessa sottovoce un lavoratore. “Succede così da tempo – aggiunge – ma col procedere della Cassa integrazione e la ‘rotazione’ tra colleghi sulla linea, tutto ciò, in teoria, non dovrebbe accadere. Ai vertici aziendali, inoltre, questi fatti non sono noti”. In sintesi, per mantenere un equilibrio, sulla linea ogni capo ha una sua “squadra del cuore”

AMICI FIDATI “Molti sono amici, parenti, fiduciari e in effetti sono quasi sempre loro a scendere in fabbrica”, aggiunge la fonte. E così, anche sui pullman che giungono a S. Nicola “pare di vedere sempre, o quasi, gli stessi volti di operai”. Tutto lecito? Non esattamente. “Si tratta di accordi taciti – prosegue – il capo dice ‘state a casa e non rompete’ e molti accettano, anche perché il clima è pesante sulla linea e se scendi, e non sei ben visto, ti mettono sulle postazioni peggiori, in modo che tu stesso chiedi di rimanere a

Bologna, piazza bella piazza, brucia di rabbia contro la vostra repressione. Una voce che grida: "il silenzio non può reggere"

dal giornale autogestito di Bologna, Zic

https://zic.it/il-silenzio-non-puo-reggere/

Non sempre le piazze sono facili da comprendere, soppesare e tantomeno giudicare. Ma le piazze – sempre – palpitano, respirano e lasciano qualcosa dentro a chi le attraversa. Non sarà tutto quello che c’è da dire, ma un pezzetto di questo qualcosa l’abbiamo intercettato e gli diamo voce.

23 Luglio 2026

Il silenzio non può reggere

Silenzio. Poi il volume basso, bassissimo.

Parole che si disperdono al vento fermo, fermissimo.

Lacrime, una voce più forte, spezzata, ma molto più forte.

Il silenzio non può reggere.

Rabbia e urla non si contengono.

Il silenzio non può reggere.

Le gambe si muovono, un passo dopo l’altro, quasi senza controllo.

Scudi, gabbie e porte chiuse. E silenzio, ancora silenzio.

Ma quel silenzio non regge, non può reggere.

Non può essere il rombo di un elicottero a romperlo.

Nessuno può deciderlo e nessuno lo decide, ma non può reggere.

Non possono essere gli spari dei lacrimogeni e i getti dell’idrante a romperlo.

Le lacrime si aggiungono soltanto ad altre lacrime,

e l’acqua non può spegnere quel calore.

Brucia, non in gola o sugli occhi, brucia in petto.

Le gambe si muovono, qualche metro indietro.

Ma soltanto per muoversi di nuovo, in avanti, a lungo.

E’ un movimento insopprimibile, intimo e collettivo.

Gli sguardi si incrociano spesso e spesso non si conoscono.

Nessuno può deciderlo e nessuno lo decide.

E non c’è biasimo che tenga,

che sia da un balcone o da uno schermo.

Stasera non si torna a casa presto.

Perché brucia, stasera salta il cinema in centro.

Stasera non c’è regia, soltanto corpi in movimento.

Perché chi ha la fortuna di potersi ancora muovere

non può, non vuole, non sa restare fermo, in silenzio.

(di Jacksapain)




(disegni di acule-https://www.instagram.com/acule_jokar/)

Fakir: l'assemblea alla bolognina lancia un appello per una nuova manifestazione al Pilastro domenica prossima e un’assemblea nazionale il 12 settembre “contro gli abusi di polizia e le logiche della remigrazione di questo governo”

Corrispondenza di un compagno di Ravenna

La lotta per la verità e giustizia per Abderrahim Fakir continua, la rabbia per quello che tutti riconoscono come omicidio di Stato, omicidio razzista, per mano di una polizia a cui questo governo ha garantito l'impunità, è troppo grande per essere contenuta da Stato, mass media e da tutta la feccia fascio-razzista presente nel governo, nei partiti che lo sostengono, nei benpensanti razzisti che vomitano odio nelle reti social. La polizia di questo governo non è riuscita a soffocarla con gli idranti, i lacrimogeni, con i manganelli, con la caccia all'uomo che hanno scatenato a Bologna il giorno del grande corteo per Fakir. La risposta dei giovani è stata straordinaria, giusta e necessaria, e l'assemblea popolare organizzata ieri dal PLAT (Piattaforma di intervento sociale) di Bologna la sostiene e non accetta alcuna divisione, la manifestazione ed il corteo erano una voce sola.

L'assemblea di ieri alla bolognina, con grande partecipazione e commozione, si è unita attorno alla famiglia di Abderrahim Fakir e la sostiene perché su di essa continua lo sciacallaggio mediatico e poliziesco, perché mentre la famiglia ha dichiarato che non vuole che le indagini vengano condotte dalla polizia proprio ieri ha subito una perquisizione in casa.

L' Assemblea è stata molto partecipata, è stata aperta dalle realtà immigrate, dal Si Cobas che aveva bloccato l'Interporto con i lavoratori e le forze solidali impedendo ai camion di passare, e dagli amici e conoscenti di Fakir, con la presenza di famiglie intere e grande commozione ha suscitato l'intervento di un adolescente che non può accettare la crudeltà, la disumanizzazione, di quell'omicidio. Sono intervenuti il comitato popolare pilastro/mu.basta, il coord. migranti di Bologna, e Lince, la ragazza a cui gli sbirri hanno lanciato un lacrimogeno in faccia e ha perso la vista in un occhio.

L'assemblea è stata aperta dalla giovane palestinese che ha sintetizzato tutto quello che è stata questa assemblea: "il razzismo non comincia col ginocchio sulla schiena, è quello quotidiano che subisce chi ha la pelle nera e su di lui si accaniscono polizia, lo Stato che gli nega i documenti, il permesso di soggiorno, la cittadinanza, una casa, quando un documento è più importante della vita di una persona, quando un immigrato è costretto ad accettare condizioni di sfruttamento e paghe da fame, quando una persona viene definita clandestino, maranza e per questo pericoloso, e quando tutto questo diventa "normale" agiscono la violenza razzista, i decreti sicurezza, i decreti anti-maranza, quello che chiamate "integrazione" che, in realtà, è solo obbedienza. Dopo l'omicidio di Fakir oggi ci chiedono di aspettare, di non parlare, di lasciare che altri possano raccontare quello che è successo, ma noi ci ribelliamo a questo".

Il comitato Mu.Basta denuncia con un comunicato: "RISULTA NECESSARIO TRARRE ALCUNE CONCLUSIONI:

- L’incapacità dello Stato di gestire i problemi sociali, fomenta i disordini per giustificare una più comoda repressione.
- La Censura mediatica in cui le istituzioni negano le proprie responsabilità anche di fronte all’evidenza, ricorrendo al silenzio della stampa (come nel caso di Rai 3).
- L’ipocrisia del sindaco che non ha il coraggio di riconoscere pubblicamente le colpe della questura, nonostante l’imponente risposta della società civile. Lancia il sasso chiamando la piazza e nasconde la mano imponendo il silenzio quando invece bisognerebbe parlare.
- Le politiche securitarie del Sindaco che si rifiuta di ammettere che la scelta di puntare sulla militarizzazione e sulla sicurezza di facciata non può che portare a simili tragedie.
- La profilazione razziale e urbanistica, dinamica presente al Pilastro come alla Bolognina e nelle periferie di ogni grande città. Al Pilastro questo abuso si somma alla violenza di un’opera devastante imposta dall’alto, che crea una frattura profonda con la popolazione. "

Un toccante intervento è stato quello dell'assemblea donne del coord. migranti di Bologna contro l'odio razziale e le discriminazioni nei confronti delle donne immigrate, contro i femminicidi e la violenza anti-queer. Dal comunicato: " In questa direzione va anche il percorso aperto dalla manifestazione migrante che ha attraversato Bologna il 20 giugno: nata dalla protesta per l'uccisione di Bakary Sako, Waseem, Amin, Safi e Ullah, si è trasformata in un processo politico di cui siamo parte che proseguirà con un'assemblea il 12 settembre e una nuova manifestazione a ottobre, confermando la necessità di costruire spazi di organizzazione capaci di tenere insieme le lotte contro il patriarcato, il razzismo e lo sfruttamento."

Nel nome di Abderrahim Fakir la lotta continua, continua perché è un tutt'uno con la rabbia per la morte di Ramy, di Abderrahim Mansouri, a Milano, perchè non si può subire la violenza poliziesca all'interno delle carceri, nelle manifestazioni, così come non si può accettare che l'unica risposta a chi vive nelle periferie dei quartieri popolari e proletari da parte dello Stato, delle Istituzioni, del Governo sia sempre e solo polizia!

Domenica prossima al Pilastro, alle ore 19, ci sarà la manifestazione, nel nome di Abderrahim Fakir la lotta continua

India - contro la repressione - comunicato in italiano - massima diffusione - per contatti rivolgersi a csgpindia@gmail. com

 

COMUNICATO STAMPA

Data: 22 luglio 2026

*CAMPAGNA CONTRO LA REPRESSIONE DI STATO (CASR) CONDANNA FERMAMENTE LA BRUTALE REPRESSIONE STATALE SCATENATA CONTRO I GIOVANI IN PROTESTA A DELHI*

FERMARE LA BRUTALE REPRESSIONE DELLE PROTESTE DEMOCRATICHE!

FERMARE LA MILITARIZZAZIONE DELLA POLIZIA CIVILE E LA CRIMINALIZZAZIONE DEL DISSENSO!

La Campagna contro la Repressione dello Stato (CASR) condanna fermamente la brutale e indiscriminata repressione scatenata dallo Stato indiano contro migliaia di giovani e manifestanti democratici che marciavano verso il Parlamento di Delhi.

La risposta dello stato non è stata quella di mantenere l'ordine pubblico, ma di schiacciare violentemente il dissenso democratico. La polizia di Delhi, insieme alle forze paramilitari, ha lanciato un assalto coordinato contro i manifestanti con ripetute cariche con i lunghi bastoni, l'uso di gas lacrimogeni e il fuoco di pistole a pallini. Numerosi manifestanti hanno riportato gravi ferite durante la repressione. Sono emerse anche immagini inquietanti che mostrano persone in borghese che aggredivano manifestanti, incluse donne, insieme a poliziotti in uniforme, sollevando serie preoccupazioni sull'uso di individui non identificati nella violenza statale contro i cittadini.

*L'uso delle pistole a pallini a Delhi segna un'escalation pericolosa*

Uno degli aspetti più allarmanti della repressione è stato l'uso segnalato di pistole a pallini contro i manifestanti.

Per più di un decennio, le pistole a pallini sono diventate sinonimo della brutale repressione vista in Kashmir, dove migliaia di civili—inclusi bambini e giovani—hanno subito cecità permanente e ferite che hanno cambiato la loro vita. Il loro dispiegamento contro i civili è stato criticato da numerose organizzazioni per i diritti umani per aver causato danni indiscriminati e irreversibili.

L'uso di pistole a pallini contro i manifestanti nella capitale nazionale rappresenta un'espansione profondamente preoccupante di questo modello repressivo dal Kashmir a Delhi. La normalizzazione di tali armi contro i cittadini che esercitano i loro diritti democratici segnala una pericolosa erosione delle libertà costituzionali e solleva serie preoccupazioni riguardo all'approccio sempre più militarizzato dello stato alle proteste pubbliche.

*Il ruolo della cellula speciale della polizia di Delhi solleva gravi preoccupazioni*

La CASR è profondamente turbata da rapporti e prove visive che mostrano la partecipazione dell'ispettore della cellula speciale della polizia di Delhi, Nishant Dahiya, all'aggressione ai manifestanti.

Questo sviluppo non può essere visto isolatamente. Nel marzo di quest'anno, dieci attivisti—inclusi attivisti studenteschi e attivisti per i diritti dei lavoratori—sono stati rapiti illegalmente, detenuti e brutalmente torturati da funzionari della Cellula Speciale della Polizia di Delhi presso il suo ufficio di New Friends Colony. Quelle detenzioni illegali e le accuse di tortura in custodia sono avvenute sotto la supervisione dell'ispettore Nishant Dahiya. I procedimenti relativi a questi incidenti sono attualmente in corso presso l'Alta Corte di Delhi.

La partecipazione dello stesso ufficiale alla repressione di una protesta democratica di massa dimostra un modello inquietante in cui unità specializzate di polizia antiterrorismo vengono impiegate sempre più contro movimenti democratici piuttosto che contro vere minacce alla sicurezza.

È altrettanto inquietante che un tale ufficiale sia stato insignito di un Premio al Valore. Premiare funzionari contro i quali gravi accuse di tortura in custodia e violazioni dei diritti umani sono ancora sotto controllo giudiziario invia un pericoloso messaggio di impunità.

*Un modello di violenza statale contro i movimenti democratici*

La brutale repressione vista a Delhi non è un evento isolato, ma fa parte di un lungo e inquietante schema di violenza statale contro le lotte democratiche.

Dalle proteste anti-CAA/NRC a Delhi, dove i manifestanti persero la vita e centinaia furono soggetti ad arresti e repressioni, alle ripetute repressioni contro le comunità adivasi che resistevano allo sfollamento e difendevano Jal, Jungle e Jameen, lo stato indiano ha ripetutamente risposto con forza eccessiva alla rivendicazione pacifica democratica.

In tutte le regioni adivasi, le comunità che proteggono le loro terre ancestrali hanno subito spari dalla polizia, arresti arbitrari, distruzione di siti di protesta e criminalizzazione sotto leggi draconiane. Invece di affrontare le legittime richieste democratiche, i governi si sono sempre più affidati a una polizia coercitiva, alla militarizzazione e a leggi straordinarie per mettere a tacere il dissenso.

Gli eventi a Delhi dimostrano ancora una volta questo continuo schema di intolleranza verso la protesta democratica.

*Difendere i diritti democratici è una responsabilità collettiva*

La CASR ritiene che la difesa dei diritti democratici non possa dipendere dall'affiliazione politica o dall'accordo ideologico. Ogni attacco ai manifestanti pacifici indebolisce la democrazia costituzionale stessa.

Invitiamo sindacati, organizzazioni studentesche, movimenti contadini, organizzazioni femminili, gruppi per le libertà civili, avvocati, giornalisti, scrittori, artisti e tutti i cittadini democratici a unirsi contro il crescente attacco autoritario al diritto del popolo di organizzarsi, protestare e dissentire.

Il silenzio di fronte a tale repressione non farà che incoraggiare ulteriori attacchi ai diritti democratici.

Le nostre richieste

1. Condurre un'inchiesta giudiziaria indipendente sulla violenza della polizia e sull'uso presunto di pistole a pallini contro i manifestanti.

2. Identificare e perseguire tutto il personale di polizia e le persone in borghese coinvolte in aggressioni contro manifestanti pacifici.

3. Indagare sul ruolo degli agenti della Cellula Speciale della Polizia di Delhi, incluso l'Ispettore Nishant Dahiya, nella repressione violenta delle proteste.

4. Porre fine al dispiegamento di unità specializzate di polizia antiterrorismo contro i movimenti democratici.

5. Difendere i diritti costituzionali alla libertà di parola, riunione pacifica e associazione.

La Campagna contro la Repressione di Stato è solidale con tutti coloro che sono feriti, aggrediti e sottoposti a violenza statale, mentre esercitano il loro diritto democratico di protestare. Riaffermiamo il nostro impegno a resistere a ogni tentativo di criminalizzare i movimenti democratici e invitiamo tutte le persone impegnate nella giustizia, nella libertà e nei valori costituzionali a restare unite contro questo crescente autoritarismo.

CAMPAGNA CONTRO LA REPRESSIONE DI STATO (CASR)

Team organizzatore:

(AIRSO, AISF, APCR, ASA, BASF, BSM, Bhim Army, bsCEM, CEM, COLLECTIVE, CRPP, CSM, CTF, DISSC, DSU, DTF, Forum Against Repression Telangana, Fraternity Movement, IAPL, Innocence Network, Karnataka Janashakti, LAA, Mazdoor Adhikar Sangathan, Mazdoor Patrika, NAPM, Nazariya Magazine, Nishant Natya Manch, Nowruz, NTUI, People's Watch, Rihai Manch, Samajwadi Janparishad, Samajwadi Lok Manch, Bahujan Samajwadi Manch, United Peace Alliance, WSS, Y4S)