Nello stadio di Città del Messico la cerimonia di apertura dei Mondiali di Calcio più grandi, lucrosi e diseguali di sempre,
le cui gare si giocano tra Messico, Usa e Canada. Sul palco ore di star
internazionali, nel segno dello slogan voluto dalla Fifa: “il calcio
unisce tutto il mondo”.
Parole surreali e insultanti, almeno per le migliaia di persone –
insegnanti, lavoratori, sindacati, madres buscadoras, movimenti sociali e
per la giustizia climatica – che ieri sera per ore hanno provato a superare il muro di polizia posto a oltre un km dallo stadio messicano, tra scontri, arresti e cannoni ad acqua. A festeggiare è solo la Fifa, con un giro d’affari da 13 miliardi di euro, sulla pelle di popoli e territori.
Visto il fallimento delle
prime timide concessioni ai manifestanti, il governo boliviano di
Rodrigo Paz sta preparando il terreno per la repressione violenta delle
proteste. Il nuovo Parlamento, in carica da meno di un anno, ha infatti
approvato la legge 1740 sugli stati di eccezione, che disciplina lo
stato di emergenza e autorizza il governo a dispiegare le forze armate
per reprimere i sollevamenti popolari. Dopo tutto, il moto di
ribellione, che sta ormai assumendo i tratti di una vera e propria
insurrezione, va avanti da oltre 40 giorni e non pare esserci modo per
fermarlo: la capitale La Paz è paralizzata, nel Paese restano attivi una
novantina di blocchi e in diverse piazze si sono registrati violenti
scontri tra manifestanti e polizia. Il popolo boliviano continua a
chiedere le dimissioni di Paz e rivendica un ritorno alle politiche
sociali che rovesci la ricetta liberista che il presidente ha portato
avanti sotto il motto «capitalismo per tutti».
La legge 1740
è stata promulgata lunedì 9 giugno. Essa regola l’applicazione di
misure straordinarie in situazioni di crisi che potrebbero minacciare
l’ordine e la sicurezza pubblici, la sovranità nazionale o il
funzionamento delle istituzioni del Paese. Lo stato di emergenza
disciplinato dalla norma conferisce all’esecutivo poteri straordinari
per gestire le crisi per un periodo massimo di 90 giorni,
prorogabile con l’approvazione dell’Assemblea legislativa
plurinazionale. Il timore di manifestanti e osservatori è che essa venga
applicata proprio per gestire le manifestazioni e lo sciopero a
oltranza in corso dal 1° maggio. Proprio mentre il presidente promulgava
il regolamento, in Bolivia hanno iniziato a circolare immagini che ritraevano mezzi pesanti e carri armati nell’area di Patacamaya, alimentando i sospetti di un imminente dispiegamento militare; il ministero della Difesa ha smentito
tali voci. Nel
Meloni ormai è saldamente schierata con i padroni e a tutti gli eventi a cui partecipa il suo primo imperativo è quello di dimostrare che il suo governo è schierato
con i padroni, con i ricchi, con la borghesia imperialista italiana, con le banche, con la grande finanza, perché il timore principale che è emerso - per le sue contraddizioni interne dopo la sconfitta referendum-
è che i padroni grandi, medi e in parte piccoli, gli tolgano il consenso, che cambino cavallo, cavalchino le sue contraddizioni per rimuoverla dal governo visto che proprio da lì viene il principale pericolo
per la Meloni, data la debolezza oggettiva - a parte il voto referendario - del movimento sociale e politico, proletario e di massa, che metta in discussione il governo e ne provochi la caduta.
Siamo più volte intervenuti sulle attuali debolezze del movimento operaio, proletario e di massa, ora però torniamo alla fonte, cioè sul perché il movimento
operaio proletario e di massa deve scendere in lotta, unirsi in uno sciopero generale vero che abbia come esplicito obiettivo la caduta del governo Meloni.
Gli interventi che la Meloni sta facendo in questi giorni, sia nei meeting a cui partecipa sia attraverso i suoi mezzi di stampa, sia attraverso i provvedimenti che il suo governo, con
la fiducia, impone al Parlamento (che peraltro non si spreca molto nell'opposizione radicale a questi provvedimenti), dimostrano quanto questo sciopero sia necessario.
Partiamo dall'ultimo discorso che ha fatto la Meloni all'assemblea della Confcommercio. Il suo discorso è stato chiaro: no alla patrimoniale, cioè non si toccano i
miliardari, non si toccano le grandi ricchezze del paese, non si toccano i super profitti raggiunti dalla congiuntura internazionale dai signori del petrolio, non si toccano i profitti di guerra, dell'economia di guerra,
della corsa agli armamenti, non si toccano i profitti delle banche, della grande finanza che i suoi giornali dichiarano apertamente di ottenere.
Quindi la priorità della Meloni è non toccare i profitti e le ricchezze dei padroni, il suo barometro, il suo punto di riferimento, è proprio quello.
Pas de G7 ! La guerre contre la guerre ! L’avenir nous appartient !
Partout dans le monde, les puissances impérialistes qui alimentent
les guerres, soutiennent les occupations et condamnent les peuples à la
pauvreté et à l’exil se réuniront du 14 au 17 juin à Genève, en Suisse.
Les pays du G7, qui se placent au centre de la politique mondiale et
s’arrogent le droit de décider de l’avenir des peuples, se retrouvent
une fois de plus pour définir de nouvelles orientations politiques
conformes à leurs intérêts économiques, politiques et militaires.
Cependant, lors de ce sommet, il ne sera pas question des besoins des
peuples, de l’avenir de la jeunesse ou des véritables problèmes du
monde. Ce qui sera discuté, c’est la manière de perpétuer le système
impérialiste et de préserver l’ordre actuel fondé sur l’exploitation.
Qu’est-ce que le G7 ?
Le G7 est un sommet réunissant les États capitalistes et
impérialistes les plus puissants du monde : les
Comunicato stampa dei lavoratori Pmc Automotive di Melfi
Il presidio
permanente alla Pmc Automotive ha raggiunto gli otto mesi. Ieri, 8
giugno, si è svolto a Roma l’ennesimo tavolo al Mimit con i sindacati, e
il prossimo incontro è già fissato per il 21 luglio. L’evoluzione della
vertenza ha visto diversi mutamenti. Inizialmente, è stato dichiarata
la disponibilità ad assorbire l’intero personale (sia impiegati che
operai), escludendo solo i lavoratori vicini alla pensione. Eventuali
contenziosi individuali dei lavoratori contro PMC avrebbero dovuto
essere risolti da quest’ultima, senza ricadere sulla nuova proprietà.
Con il tempo, però, lo scenario è cambiato. Il nodo impiegati: è
venuto fuori di non voler riassorbire gli impiegati, richiedendo che il
personale
Tarek Dridi uscirà dal carcere di Frosinone
il 16 giugno 2026, dopo 1 anno e 8 mesi di detenzione per aver preso
parte alla manifestazione in solidarietà con la resistenza palestinese
del 5 ottobre 2024.
Eravamo in migliaia in quella
piazza, nonostante la levata di scudi della politica, i filtri della
polizia prima di raggiungerla, i posti di blocco, le identificazioni, i
fogli di via: nonostante tutto ciò, piazzale Ostiense si riempì di
gente. La volontà di muoversi in corteo per le strade della città era grande, una vera e propria necessità collettiva.
Il divieto, irremovibile, imposto nella gestione della piazza è ciò che ha inevitabilmente, generato gli scontri. A
distanza di tempo è difficile aggiungere altro: guardandosi indietro,
quella giornata è stata una delle tante forzature necessarie affinché si
potesse continuare a scendere in piazza, affinché, mesi dopo, si fosse
milioni nelle strade.
Il prezzo più alto per quella giornata lo
ha pagato Tarek, un ragazzo dimenticato, che non fa parte di alcuna
realtà politica, immigrato dalla Tunisia e sul quale la giustizia si è
accanita. Solo dopo alcuni mesi si è cominciato a parlare della sua
storia, grazie ad alcune realtà politiche che se ne sono fatte carico,
grazie al suo avvocato, Leonardo Pompili, e all’immancabile impegno di
Zerocalcare.
Seicentosette giorni di carcere sono tantissimi. Un
giorno è comunque sempre troppo e crediamo che non esista errore che
giustifichi il carcere. Con questa consapevolezza, il 16 giugno saremo content* di riabbracciare Tarek; l’ultimo rimasto ancora a piazzale Ostiense.
C’è un quartiere a Milano chiamato Molise-Calvairate che si trova a circa 3 chilometri dal centro cittadino e a circa 2 chilometri dalla Fondazione Prada. È un complesso di edilizia economica e popolare
che si sviluppa tra viale Molise, piazza Insubria, via Faà di Bruno e
via degli Etruschi ed è caratterizzato da edifici a corte e a ballatoio,
organizzati attorno ad ampi cortili interni.
Ingresso del civico 3 di Piazza Insubria
Il complesso risale agli anni Trenta ed è considerato – per disegno e solidità – un esempio significativo dell‘urbanistica pubblica milanese degli anni Trenta ed è tuttora oggetto di interesse da parte di studiosi e architetti.
Questo patrimonio edilizio è oggi gestito da Aler Milano, erede dell’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) ente pubblico che storicamente amministrava l’edilizia popolare milanese fino al 1996, anno in cui, con una legge
della Regione Lombardia, venne trasformato nelle attuali ALER (Aziende
Lombarde per l’Edilizia Residenziale), che ne ereditano patrimonio e
funzioni.
Milano, 9 giugno 2026. Via Faà di Bruno a Milano
Il Molise-Calvairate conta oggi tra i 2.400 e 3.000 alloggi pubblici ed è abitata da diverse migliaia di
E non lo dicono manifestanti contro la guerra, ma un ex manager di Arcelor che in una lettera aperta agli operai dell'ex Ilva e alla città di Taranto dice praticamente:
Lavoratori è inutile che voi volete difendere il lavoro, il salario;
Cittadini di Taranto è inutile che voi vi battete contro l'inquinamento
per la vostra salute, la vostra vita... i soldi non possono essere
investiti per questi "piccoli" interessi... ma per gli armamenti di
morte, per la guerra degli imperialisti che devono accaparrarsi terre,
materie prime, fare una lotta di concorrenza per i mercati (Usa/Europa
contro Asia/Cina), imporre il loro dominio, una nuova geografia di
spartizione del mondo, ammazzando popolazioni, distruggendo interi
territori, cacciando dalle loro terre migliaia di abitanti...
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Alcuni stralci della lettera (pubblicata da Taranto Buonasera):
"Una lettera aperta rivolta alla città e ai lavoratori dell’ex
Ilva... A firmarla è Alberto
Pratesi, già manager di Arcelor e presidente dell’Associazione Italiana
Coil Coating, che interviene sulla crisi dello stabilimento tarantino e
sulle prospettive industriali del gruppo, partendo da una premessa senza
margini di ambiguità: secondo la sua analisi, pensare di riportare
l’Ilva alla dimensione e al ruolo del passato non sarebbe più
realistico.
L’ex manager individua più
ragioni alla base di questa impossibilità... (una ragione) riguarda le risorse finanziarie necessarie... «Ci
vorrebbero 20 miliardi, 10 e più per pagare i debiti, 5 per rifare gli
impianti e 5 per le bonifiche, e non ci sono prospettive di ritorno
sull’investimento», sostiene Pratesi... prendere atto del fatto che un intervento di questa
portata avrebbe conseguenze politiche e finanziarie rilevanti.
Nella
lettera, Pratesi lega anche l’eventuale impegno dello Stato alla
cornice più ampia delle priorità nazionali e internazionali, richiamando
le spese per gli armamenti
L'11
giugno i manifestanti si sono radunati vicino al luogo della partita
inaugurale dei Mondiali a Città del Messico, mentre migliaia di tifosi
si dirigevano allo stadio. Brevi scontri sono scoppiati quando i
dimostranti si sono avvicinati ai cordoni di sicurezza attorno
all'impianto.
Il
Messico ha dato il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026 l'11 giugno a
Città del Messico, tra rigide misure di sicurezza. La cerimonia di
apertura si è svolta dopo gli scontri tra studenti, attivisti e polizia
nei pressi dello stadio che ospitava la partita inaugurale tra Messico e
Sudafrica.
I manifestanti dell'Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) e
di altri gruppi hanno marciato verso l'impianto, sostenendo che le
risorse governative destinate al torneo dovrebbero invece essere
utilizzate per le priorità sociali. All'arrivo dei tifosi per la
partita, i dimostranti hanno cercato di spostare le barriere e di
forzare i cordoni di polizia, provocando scontri lungo le vie di accesso
allo stadio.
Gli agenti in tenuta antisommossa hanno formato cordoni difensivi e
sono intervenuti per impedire ai manifestanti di raggiungere le aree
riservate ai sostenitori. Alcuni manifestanti hanno lanciato pietre e
detriti, mentre la polizia ha risposto con misure di controllo della
folla. Gli striscioni esposti criticavano le spese legate ai Mondiali e
richiamavano l'attenzione su disuguaglianze e sparizioni irrisolte in
Messico. Fumo e fumogeni erano visibili in diversi punti del perimetro
dello stadio, ma le autorità hanno mantenuto il controllo della zona di
sicurezza.
MESSICO: IL QUOTIDIANO MURAL SUL BOICOTTAGGIO DEI MONDIALI DEL 2026
Il quotidiano messicano Mural, nel suo
recente supplemento dedicato ai prossimi Mondiali di calcio del
Quattro
braccianti afghani e pakistani sono morti carbonizzati in un minivan
sulla Statale 106 Jonica. Il già giovane aveva 19 anni. Fermati due
caporali connazionali. Il sopravvissuto: «Non ci pagavano da settimane.
Volevano anche i soldi per il trasporto». Ricostruita la filiera dai
campi ai supermercati, ma con molte ombre
Mohammad
Taj Alamyar prende a gomitate il finestrino. Il vetro cede. Riesce a
trascinarsi fuori, dal portellone posteriore, mentre il minivan brucia.
Forse le ustioni alle braccia non gli resteranno per sempre, ma il
ricordo di quei momenti sì. Sarà l’unico sopravvissuto.
Gli
altri quattro muoiono dentro. Qualcuno aveva bloccato le portiere,
cosparso il mezzo di carburante e appiccato il fuoco. Si chiamavano Amin
Fazal Khogjani, ventotto anni. Ullah Ismat Qiemi, diciannove. Safi
Iayjad, ventisette. Waseem Khan, ventinove. Erano arrivati dal Pakistan e
dall’Afghanistan, appartenenti all’etnia pashtun.
Era
il primo giugno. Una mattina uguale a tante altre. All’alba erano saliti
sul furgone diretto ai campi di fragole di Scanzano Jonico. Lo facevano
quasi ogni giorno dalla fine di aprile. Zaino sulle spalle, scarpe già
sporche di terra. Da un appartamento al primo piano di via Gramsci, a
Villapiana, percorrevano la Statale 106, la lunga strada che attraversa
l’alto Jonio calabrese.
Non sono più tornati. La loro vita è finita nello spiazzo del distributore di carburante.
Vivevano
come molti lavoratori stagionali della zona: fino a dieci persone in
due stanze, materassi appoggiati sul pavimento, pochi mobili. Partivano
prima dell’alba e rientravano nel pomeriggio, dopo ore passate nei
campi. Spesso viaggiavano sui minivan organizzati dai caporali. La loro
storia è finita dentro uno di quei furgoni.
Una piccola comunità
Insieme
formavano una piccola comunità. Sempre alla ricerca di lavoro, erano
stati prima in Sardegna, dove avevano ottenuto i permessi di soggiorno,
per poi spostarsi in quell’area traBasilicata e Calabria che è uno dei distretti agricoli più importanti d’Italia.
Non
solo le fragole, ma olive, agrumi, pesche-noci e persino frutta esotica
e riso. Migliaia di imprese che lavorano a stretto contatto con la
grande distribuzione di tutta Italia e anche all’estero. Da quei campi
partono le vaschette di frutta confezionata primaverile o le clementine
che a dicembre arrivano sulle tavole delle famiglie italiane. Milioni di
euro di fatturato che, per chi raccoglie la frutta, si traduce in poche
monete da strappare a un caporale riluttante. Una geografia del lavoro
che scende lungo la costa dello Jonio: Bernalda, Metaponto, Policoro,
Pisticci, Amendolara, Sibari, Schiavonea.
Nell’appartamento
dove vivevano a Villapiana, gli investigatori hanno trovato tracce
evidenti della loro quotidianità: materassi a terra, documenti, pochi
effetti personali e un numero impressionante di scarpe infangate.
L’affitto, circa 500 euro al mese, veniva diviso tra loro e detratto
direttamente dai salari.
Sfruttamento e filiera
Ogni
mattina i braccianti partivano per lavorare nelle campagne della zona
per la raccolta di fragole in un’azienda agricola di Scansano.
L’incarico era iniziato dal 20 aprile. L’accordo era per 45 euro
giornalieri. «Ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano
dato neanche mai un euro», spiega il sopravvissuto Mohammad Taj Alamyar
al TgR Calabria. «Alla fine ci davano la casa ma niente paga.
Pretendevano anche 5 euro al giorno per il viaggio fino al lavoro».
Dalle
parole del superstite emerge il quadro di una vita segnata da
precarietà e sfruttamento. Quarantacinque euro al giorno, da cui
sottrarre l’affitto, il trasporto, le spese. Il bilancio finale: poco
più di zero. Tra i temi da accertare vi è se la richiesta di un
contratto regolare o di una paga diversa, o il rifiuto di ulteriori
trattenute, abbiano avuto un ruolo nella vicenda. «Volevano il
contratto», dice Taj Alamyar riferendosi ai compagni morti nel rogo.
Sicuramente avevano litigato fino al mattino della strage, anche
violentemente. E ai caporali era venuto in mente di dare una lezione.
Definitiva.
Ricostruzione della filiera agricola
Qui
iniziano le contraddizioni. Il titolare dell’azienda presso cui hanno
lavorato li ha impiegati nella racconta delle fragole. Un lavoro
temporaneo, dove si paga la giornata, quasi sempre con regolare apertura
di ingaggio. Questa azienda aveva assunto tutti, anche i presunti
caporali e dice che pagava ciascuno con bonifico. Nessuno al momento può
smentire, ma allora quale era il ruolo dei caporali?
È
interessante comunque entrare dentro l’azienda, moderna ed efficiente,
molto lontana dall’idea di economia arcaica che circola sull’agricoltura
meridionale. Un fatturato milionario, un sito per la vendita diretta di
fragole e frutta esotica, contratti con i grandi nomi dei supermarket
dove arrivano sia con il nome proprio che col private label, “nascosti”
dietro il marchio della catena.
Il
rapporto con la GDO è chiarito in un alcune interviste. Comprate frutta
italiana. Nessuna rivendicazione di compensi maggiori, solo il terrore
della concorrenza dall’estero, Grecia e Spagna in testa.
Il giorno della strage
C’era
stata una prima lite la mattina, poi la discussione era proseguita
durante il rientro. Taj Alamyar racconta che i braccianti si erano
ribellati alla condizione di sfruttamento a cui erano sottoposti.
Secondo
la Procura di Castrovillari, il piano sarebbe stato premeditato. Uno
dei passaggi ritenuti decisivi riguarda la porta scorrevole del minivan:
resa inutilizzabile dall’esterno, con la rottura della maniglia, così
da bloccare chi si trovava all’interno mentre le fiamme si propagavano
rapidamente.
Il
posizionamento dei cadaveri, tutti nel vano anteriore, e il movimento
del mezzo ripreso dalle telecamere avrebbero fatto ipotizzare agli
investigatori un disperato tentativo di liberarsi usando braccia e
gambe.
La Procura di Castrovillari colloca il
caporalato tra le piste dell’inchiesta. Il riferimento tecnico richiama
l’articolo 603-bis del codice penale, riformulato dalla legge 199 del
2016, che riguarda intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Gli investigatori stanno verificando se dietro il rogo ci sia una rete
costruita intorno alla manodopera agricola. La Statale 106 unisce il
luogo del delitto e la direttrice di spostamento tra aree agricole,
alloggi e punti di transito dell’alto Jonio cosentino.
I fermati e il movente
Per
la strage sono stati fermati due cittadini pakistani di 31 anni.
Sarebbero stati loro i caporali che gestivano il trasporto e gli alloggi
dei braccianti e che pretendevano soldi da uomini a cui non avevano mai
consegnato una paga.
Mohammad Taj Alamyar ripete in
modo ossessivo: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pakistani». Il
sopravvissuto ha parlato di una “mafia del Pakistan”, riferendosi a una
rete di caporalato gestita da connazionali, un meccanismo che, secondo
diverse indagini degli ultimi anni, si innesta tra Basilicata e
Calabria, sfruttando proprio la fragilità dei lavoratori migranti.
Qui
dobbiamo chiarire il concetto di fragilità, per non cadere in un
“essenzialismo” etnico che vede negli asiatici gente sottomessa incapace
di rivendicare i propri diritti. Quando esistono le possibilità, come
sta accadendo nel distretto tessile di Prato, i lavoratori di origine
pakistana sono il cuore del sindacato che sta portando diritti in un
ambito dove lo sfruttamento era, se possibile, pure peggiore rispetto a
quello agricolo. E come non ricordare il caso di Adnan Siddique?
Anche lui di origine pakistana, morto dopo aver denunciato un clan di
connazionali che portava braccianti da sfruttare agli agricoltori della
provincia di Caltanissetta.
La fragilità è costruita da
un sistema di leggi sull’immigrazione nato proprio per creare
lavoratori ricattabili. La politica su questo è sorda. Nessun governo ha
mai preso in carico la questione. Per ottenere i documenti chi arriva
in Italia solitamente passa per la richiesta d’asilo. Un lungo processo
burocratico che si conclude spesso con un rifiuto. Anche per chi viene
dall’Afghanistan dei talebani, non esattamente un paese sicuro. La
risposta, anche per loro, evidentemente si accompagna con fogli di carta
temporanei, fatti apposta per cercare lavoro ricattabile, magari come
rider o come bracciante. Le due strade oggi sono equivalenti, la
differenza la fa il passaparola che ti porta in città oppure in
campagna.
Il centro sarà la capitale belga dove alle 15.00 inizierà la
manifestazione. Organizzato dalla coalizione Stop ReArm Europe, l'evento
si terrà a pochi giorni dalla riunione del Consiglio sul nuovo bilancio
settennale dell'Ue: "Spendere miliardi in armi rende l'Europa più
povera, non più sicura"
Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800
organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che
scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di
riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato
dalla coalizione paneuropea,Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation,
e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica
richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere
sociale, non per armarsi
La stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, avamposto per le
operazioni USA e NATO negli scacchieri di guerra in Ucraina, Africa e
nel Golfo Persico, continua ad essere l'ambita meta per le gite fuori
porta degli istituti scolastici e dei centri di formazione professionale
dell'Isola.
L'ultimo tour ai principali sistemi di morte ospitati nella grande base
che sorge a pochi chilometri dall'area metropolitana di Catania ha visto
protagonisti gli studenti del Centro di Formazione ARS di Paternò.
"Si è trattata di una giornata intensa, ricca di emozioni e di
esperienze formative, una visita esclusiva presso la Naval Air Station
(NAS) Sigonella della Marina degli Stati Uniti e il 41° Stormo
dell'Aeronautica Militare Italiana", riportano con enfasi gli
organizzatori alla testata online Etnanews24.
"L'iniziativa ha offerto ai giovani partecipanti un'opportunità unica
per conoscere da vicino il complesso mondo delle operazioni aeronautiche
e della sicurezza militare, attraverso un percorso che
L'ingresso dell'ospedale di Beit Jala, alle porte di Betlemme - Michele Giorgio
All'ospedale pubblico di Beit Jala, alle porte di Betlemme, i pazienti
affollano la sala d'attesa del Reparto di nefrologia e dialisi. Le
macchine disponibili sono poche e le attese, anche in passato, sono
sempre state lunghe. Ma da diversi mesi si sono ulteriormente allungate.
«Non ci sono abbastanza infermieri e medici e quelli disponibili fanno
il possibile», ci dice Abu Firas, pensionato dell'Autorità nazionale
palestinese (Anp) che da una decina d'anni sopravvive grazie
all'emodialisi. «Un tempo, a chi aspettava tanto», aggiunge, «l'ospedale
assicurava il pasto; oggi invece devi portarti il cibo e l'acqua da
casa. Per come vanno le cose mi accontento di fare la dialisi, è già un
miracolo. Spero solo di continuare a farla».
Le preoccupazioni di Abu Firas sono fondate. La sanità pubblica
palestinese in Cisgiordania sta collassando per mancanza di risorse. E
sta entrando in crisi anche quella privata, che deve la propria
sostenibilità alle prestazioni mediche offerte alla popolazione per
conto di quella pubblica. A pagare il prezzo più alto sono i malati più
gravi, a cominciare da quelli oncologici, messi di fronte alla
possibilità
a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si
tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui
consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni
sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di
imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base
economica.
Il
problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma
quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale
proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del
carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità
contributiva.
b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione
ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di
tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se
l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente
da ORE12/Controinformazione rossoperaia del 10.06.26
La guerra di aggressione imperialista americana e sionista nei confronti dell'Iran non è certo alla vigilia di un accordo ma di una nuova fase dell'aggressione. Gli interessi dell'imperialismo americano di rovesciare il legittimo regime in Iran e quelli dei sionisti israeliani - che oltre a questo continuano nella loro marcia per la Grande
Israele che comporta l'aggressione continuata di tutti i paesi dell'area mentre prosegue lo stillicidio genocida nei confronti della Palestina e l'occupazione/annessione
della Cisgiordania - spingono per una nuova fase dell’aggressione.
Sia la resistenza palestinese, che recentemente ha fatto un attacco all'interno di Israele, sia la resistenza delle forze nazionali libanesi rappresentate dal Hezbollah stanno mettendo
in difficoltà il piano di Israele; così come la resistenza e la reazione dell'Iran rende assai difficile la vittoria più volta annunciata da Trump.
In questo contesto è importante, come sempre, mantenere la barra dritta: i proletari e i popoli del mondo sono contro l'aggressione imperialista americana, sono contro il regime sionista israeliano che oggi, come consenso generico internazionale è ai minimi storici, ma le forze che lo sostengono, innanzitutto l'imperialismo americano, poi a diverse sfumature i governi dei paesi imperialisti,
quindi