Da La Bottega del Barbieri
Dal dossier di Mario Sommella - stralcio
Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di « salario giusto », è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli. Conviene osservarla con calma, perché è in questi passaggi — quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario — che si misura la qualità democratica di un governo.
Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene. Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100 per cento per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES. È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato nelle gambe dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più. I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato. La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a « ringraziare gli italiani ». Era difficile trovare formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.
E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, « occupazionale ». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa. Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che « il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa ». Sufficiente. In ogni caso. Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali — è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.
La sentenza che il governo vuole cancellare
Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento — che ha