sabato 21 marzo 2026

pc 21 marzo - NO a Trump/Modi/Netanyahu...

pc 21 marzo - Formazione rivoluzionaria delle donne - Chiang Ching - La rivoluzione nella rivoluzione di una donna comunista

per richiederlo: mfpr.naz@gmail.com

 Nell'anniversario della nascita di Chiang Ching - 19 marzo 1914 - vogliamo dedicare questa FRD a lei, che ha consegnato a tutte le donne del mondo la via per ribellarsi e fare la rivoluzione per rovesciare e trasformare la terra e il cielo. 

Chiang Ching è stata il primo esempio della necessità, possibilità per le donne di portare avanti nella rivoluzione una doppia rivoluzione perchè le donne fossero realmente protagoniste e continuassero la lotta per una vera liberazione contro i vecchi e nuovi "padroni", ad ogni livello, dalle condizioni di vita all'ideologia che è più resistente a cambiare.
Il Mfpr anni fa ha fatto un opuscolo sulla vita, l'azione, la battaglia teorica di Chiang Ching, che è a disposizione. 
Oggi pubblichiamo solo alcune prime pagine. 

pc 21 marzo - La campagna di proletari comunisti sul referendum costituzionale - tante voci dicono NO!

pc 21 marzo - ORE 12 Controinformazione rossoperaia - L’India paga il suo equilibrismo nel Medio Oriente in fiamme - di Lorenzo Di Muro - da Limes podcast

 

pc 21 marzo - Solidali con i compagni anarchici processati a Torino - Soccorso Rosso Proletario

Torino devastata durante il corteo per Alfredo Cospito: chiesti 130 anni di carcere per 18 anarchici imputati per la guerriglia urbana

di Ludovica Lopetti

Le violenze durante la manifestazione di protesta del 4 marzo 2023. Gli anarchici avevano indossato passamontagna, caschi e maschere antigas e impugnato scudi e mazze. Il pm: «Fu predisposto un apparato paramilitare»

Il pm Paolo Scafi ha chiesto condanne da 5 anni e mezzo a quasi 13 anni di carcere per i diciotto militanti anarchici imputati per la guerriglia urbana del 4 marzo 2023, durante il corteo pro Alfredo Cospito. In totale la procura, che contesta il reato di devastazione, ha chiesto oltre 130 anni di carcere.

Secondo quanto ricostruito dalla Digos, quel giorno i manifestanti si erano dati appuntamento a migliaia in piazza Solferino e avevano marciato dietro uno striscione rinforzato con scudi di plexiglass. L’occasione era lo sciopero della fame messo in atto dal leader della Federazione anarchica informale, detenuto nel carcere di Sassari, per protesta contro il carcere duro. Una volta raggiunta via Cernaia, i dimostranti avevano indossato passamontagna, caschi e maschere antigas, impugnando scudi e mazze. Per consentire «la mutazione» — così nelle carte — il corteo si era fermato una ventina di minuti ed era stato steso un gigantesco lenzuolo bianco. Per la procura l’obiettivo era predisporre un «apparato paramilitare in testa e in coda al corteo, finalizzato a preparare lo scontro con i reparti schierati a protezione dell’ordine pubblico» e «sostenere un violento scontro nelle vie del centro di

pc 21 marzo - Incendiata fabbrica di armi israeliana in Repubblica Ceca.

L'attacco alla macchina da guerra genocida dello stato sionista di tipo nazista Israeliano non è terrorismo ma solidarietà al popolo e alla resistenza palestinese

 Un gruppo rivendica l’attacco: “Faremo tutto il necessario”

L'azienda data alle fiamme è legata alla Elbit Systems, tra i massimi fornitori di armamenti dell'esercito di Tel Aviv. Le autorità hanno avviato un'indagine
Incendiata fabbrica di armi israeliana in Repubblica Ceca. Un gruppo rivendica l’attacco: “Faremo tutto il necessario”

L’attacco all’azienda legata alla Elbit Systems è avvenuto durante le prime ore della mattina di venerdì 20 marzo. Le autorità ceche hanno avviato un’indagine, mentre la polizia ha dichiarato di star verificando “un possibile collegamento con il terrorismo“. L’azienda israeliana è tra i massimi fornitori di armamenti, utilizzati dall’esercito israeliano nelle sue guerre a Gaza e in Iran.

pc 21 marzo - Referendum - 10: Operai, lavoratori, lavoratrici AL REFERENDUM DOBBIAMO VOTARE NO - Non ci facciamo ingannare


In tanti articoli che abbiamo fatto, gli interventi che abbiamo pubblicato hanno spiegato tutti i motivi per cui è necessario votare NO al prossimo referendum. Quindi, per chi vuole capire, soprattutto tra i lavoratori, le ragioni del NO sono piuttosto chiare, e sperimentate dai lavoratori anche direttamente, sulla propria pelle.

Certo tanti lavoratori hanno dovuto avere a che fare con la magistratura, per colpa dei padroni soprattutto, delle leggi e normative che vanno contro la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, o per le ingiustizie, gli abusi delle Istituzioni che si subiscono quasi ogni giorno. E spesso non si è ottenuta giustizia neanche nelle aule dei Tribunali. A Taranto noi abbiamo l’esempio più evidente di questa mancata giustizia nel processo Ilva “Ambiente svenduto”, dove è evidente che in questo sistema di classe, in cui comandano i padroni e il loro faccendieri politici, rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, della Chiesa, in questo sistema in cui gli omicidi dei lavoratori in fabbrica, degli abitanti nei quartieri inquinati dal capitale devono restare impuniti, in questo processo anche quando si era cominciato a vedere un pò di giustizia per le condanne inflitte dai giudici del 1° grado, subito questi giudici “dall’alto” sono stati bloccati, disarmati, il processo di 1° grado annullato e trasferito, perché non si arrivi ad una giustizia per i lavoratori e le masse popolari.

Ecco, il governo, i padroni, dicendo di votare sì, vogliono che questa situazione di ingiustizia sia rafforzata, avvenga sempre e per ogni cosa quando si tratta di diritti dei lavoratori, perché vogliono che tutta la magistratura sia al loro servizio, che non dia loro fastidio, anzi che tutti i giudici siano sotto il proprio controllo, difendano i ministri, i parlamentari corrotti e malavitosi, i padroni assassini e sfruttatori, i fascisti, i razzisti, gli stupratori, ecc. ecc.

Questo è il significato della loro campagna per il sì.

Nessun lavoratore può farsi ingannare, se vince il governo vi sarà solo per loro “giustizia”, e ancor meno giustizia per gli operai, i giovani che lottano, le donne che denunciano.

Certo, spesso sono proprio i lavoratori, che per ogni ingiustizia, grande o piccola, hanno la “fissa” di andare dall’avvocato, di andare in Tribunale per avere giustizia (e tante volte non la hanno neppure), e non vedono che anche dietro piccoli soprusi, malversazioni, attacco ai diritti più elementari c’è una sistema più grande, un sistema borghese che non si può eliminare nelle aule di un Tribunale.

E’ una guerra di classe, anche in questo referendum questa è la sostanza: da un parte i

pc 21 marzo - Serve lo sciopero generale vero per difendere i salari e le condizioni di vita e di lavoro -2

Pubblichiamo articoli e contributi al servizio delle ragioni che richiedono questo sciopero generale 

Slai cobas per il sindacato di classe - 

info contatti slaicobasta@gmail.com wa 3475301704 

Lottiamo contro la crescente disuguaglianza di classe!

Fioccano in questi giorni le notizie sulla crescita delle disuguaglianze sociali, in Italia e nel mondo.

Perfino il giornale dei padroni per eccellenza, “il Sole 24 ore”, registra, a distanza di poche ore, che in Italia il potere d’acquisto dei salari è al di sotto di quello che era nel 2005 [e di quanto!!]; e che – per contro – negli ultimi quindici anni il 5% più ricco della società, quello che ha tagliato i salari, composto dai capitalisti e altri parassiti, ha accresciuto il proprio patrimonio del 55%.

Nonostante ciò, una battente campagna mediatica condotta su Tv e altri giornali dei padroni spinge operai/e, proletari/e, salariati/e ad identificarsi con l’Italia, a pensare sé stessi come “italiani” – una identità diversa e contrapposta a quella degli “stranieri”, anche se questi lavorano o abitano di fianco a noi. Il governo Meloni prepara il terreno per tornare alla leva obbligatoria, e chiede ai giovani di essere pronti a versare il sangue per la “Patria”. Il partito della Meloni si chiama appunto “Fratelli d’Italia”… 

Ma siamo davvero tutti “fratelli” di una stessa patria? E cos’è ‘sta patria? chi viene chiamato a dare il sangue per essa?

Le due guerre mondiali e adesso l’Ucraina – solo per limitarci a quella – ce lo spiegano in modo incontrovertibile: sono quelli che lavorano per vivere e i loro figli, sono i proletari che vengono mandati

pc 21 marzo - Il governo fascista indù di Modi applica la “nuova dottrina” Prahaar contro le masse popolari e la guerra popolare

28 giornata internazionale d csgpindiai mobilitazione contro l'operazione Kagaar

a zurigo ore 15 manifestazione internazionalista - delegazione proletaria dall'Italia

info adesioni/contatti csgpindia@gmail.com

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“Voglio assicurare al popolo indiano che entro il 31 marzo 2026 l'India sarà libera dal naxalismo. Coloro che sognano di creare un Corridoio Rosso da Tirupati a Pashupati [dal sud al nord! ndr] saranno completamente sconfitti e le nostre forze di sicurezza ristabiliranno il pieno controllo.”

Questo è stato ripetuto da Amit Shah, il ministro degli interni dell’India “Intervenendo alla celebrazione del 57° anniversario della Central Industrial Security Force a Cuttack”. (https://www.thehindu.com/news/national/amit-shah-reiterates-commitment-to-eliminate-maoism-by-march-31/article70710822.ece)

Ma il 31 marzo si avvicina e non sembra che il proposito del duo fascista indù Modi-Shah possa andare in porto, ed è per questo che hanno deciso di accentrare tutte le operazioni di repressione finora messe in atto dal governo, mettendolo nero su bianco in un documento chiamato Prahaar, che è un lungo acronimo dei vari aspetti di questa politica.

Ne hanno parlato naturalmente i mezzi di informazione indiani ma anche linkiesta.it vi ha dedicato un lungo e dettagliato articolo da cui traiamo alcuni pezzi.

Si tratta,  dice l’articolo, di “una dottrina completa di contrasto al terrorismo, con l’obiettivo di coordinare le diverse strutture statali e adattare gli strumenti di sicurezza alle nuove forme di minaccia.” La “minaccia” di cui si parla ma che non viene esplicitamente citata è quella ricordata

pc 21 marzo - Facciamo del 15 maggio, giorno della Nakba, la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno resistito

 proletari comunisti aderisce

Facciamo del 15 maggio, giorno della Nakba, la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno resistito



APPELLO

A tutti i collettivi e i gruppi, le associazioni, i singoli che si battono a fianco della causa palestinese

A tutte e tutti i nemici della guerra capitalista

A tutte e tutti i disertori della falsa coscienza occidentale

Facciamo del 15 maggio, giorno della Nakba, la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno resistito

Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo eredi. […] La questione fondamentale a cui dobbiamo rispondere fin dall’inizio è cosa stiamo difendendo esattamente, perché gli eserciti non combattono per astrazioni. Gli eserciti combattono per un popolo, gli eserciti combattono per una nazione. Gli eserciti combattono per uno stile di vita. Ed è questo che stiamo difendendo: una grande civiltà che ha tutte le ragioni per essere orgogliosa della sua storia, fiduciosa nel suo futuro e che mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico.

Discorso del segretario di Stato americano Marco Rubio

alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, 14 febbraio 2026

Sì, vale la pena di studiare, clinicamente, nei dettagli, le tattiche di Hitler e dell’hitlerismo e di svelare al molto distinto, al molto umanista, cristiano borghese del XX secolo, che custodisce in sé un Hitler nascosto, che Hitler abita in lui ed è il suo demone, che se lo rifiuta, è per mancanza di logica e che in fondo, ciò che non perdona ad Hitler, non è il crimine come tale, il crimine contro l’uomo; non è l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa.

Aimé Césaire, Discorso contro il colonialismo (1950)

…neanche i morti saranno al sicuro se il nemico vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.

Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940)

La lotta sociale è anche una battaglia per la conquista delle coscienze. Se questo è vero da sempre, lo è in modo particolare nella società odierna, in cui i mezzi di comunicazione di massa, insieme alle istituzioni educative e culturali (come la scuola, l’università, la ricerca) svolgono una funzione indispensabile nell’elaborazione del consenso necessario alle élite per attuare i loro piani. Questo è ancora più vero in tempi di guerra. Se per combattere è necessaria la carne da cannone (e da lavoro), una società in guerra ha bisogno del concorso compatto e entusiasta della popolazione, e non può quindi permettere il dissenso.

Da questo punto di vista, le atrocità commesse a Gaza dall’indomani del 7 ottobre e la mobilitazione internazionale per la Palestina che ne è seguita, sono stati degli antidoti contro quella mobilitazione per la guerra che le classi dirigenti occidentali, incalzate dall’emergere di nuove potenze capitalistiche e dalle ribellioni dei popoli, hanno aperto a partire dal fronte ucraino (e che va estendendosi rapidamente a tutta l’Asia Occidentale). Quando persino libri di politologi fedeli al regime, pubblicati da autorevoli case editrici, vanno dicendo che il genocidio a Gaza ha aperto una profonda ferita nella coscienza dell’Occidente, conviene credergli. Chi oggi ha vent’anni o meno, sta crescendo con questa verità desecretata: quella parte di mondo che si fregia della sua superiorità democratica e consumistica, farcita di “diritti” d’ogni tipo, ha la responsabilità morale e materiale d’un genocidio trasmesso in mondovisione. Mentre nei diversi Paesi europei si discute o si comincia a reintrodurre la leva obbligatoria, questo stato d’animo non è certo un incentivo a lasciarsi arruolare. Ecco perché la classe dominante corre ai ripari: da un lato con l’esibizione permanente dell’autoritarismo degli altri  – Putin, Khamenei o Xi Jinping (che hanno almeno il limite di esercitarlo dentro o attorno ai propri confini, mentre i “nostri” impongono da sempre i loro interessi al mondo intero); dall’altro costruendo una memoria spesso falsificata e sempre selettiva, che parla il meno possibile degli orrori compiuti dalle democrazie liberali o dai loro antenati.

L’obiettivo è chiaro: richiudere il prima possibile la ferita palestinese e così arginare il dilagare del disfattismo, che alla lunga renderebbe impossibile la mobilitazione bellica. Se la falsa pax trumpiana a Gaza è stata il primo passo in questo senso – accompagnato da una discreta stretta repressiva, in Italia e non solo – il secondo passaggio non può che essere l’illegalizzazione di ogni supporto alla resistenza palestinese, fino a farne un vero e proprio reato di opinione.

Mentre gli arresti e le persecuzioni dei tanti Yaeesh, Shahin, Hannoun, Salem hanno preparato il terreno, nei giorni scorsi il governo italiano, con l’appoggio di una parte dell’opposizione, ha varato il famigerato disegno di legge che equipara antisionismo e antisemitismo. Un’equiparazione assurda, infame, insostenibile, basata sulla definizione di “antisemitismo” data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), una di quelle agenzie di propaganda sionista che intendono trasformare la memoria degli orrori di ieri in una clava a difesa degli orrori di oggi, e rendere la fedeltà allo Stato d’Israele una specie di prerequisito di “agibilità democratica”. Dove leggi simili sono passate anni fa – come in Gran Bretagna o in Germania – una manifestazione può essere impedita per la semplice esibizione di una bandiera palestinese, o peggio ancora se grida «Palestina libera dal fiume al mare». Nella Repubblica Federale Tedesca, dove il sionismo obbligatorio è stato imposto fino alle più estreme conseguenze, firmare una carta in cui si riconosce lo Stato d’Israele è addirittura una condizione per l’ottenimento della cittadinanza da parte degli immigrati.

Se anche un bambino capirebbe l’insostenibilità dell’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo – ancora più grottesca in Italia, dove viene imposta né più né meno che dagli eredi di chi ha promulgato le leggi razziali e collaborato alle deportazioni in Germania – la forza della propaganda non sta certo nella sua logica, ma nella ripetizione asfissiante di alcune formule ad effetto, opportunamente accompagnate dalla censura di ogni posizione dissidente. Una sorta di maleficio che è stato preparato anche con le varie giornate della Memoria selettiva (27 gennaio) o del Ricordo falsificato (10 febbraio), e che va rotto in modo sistematico. Per questo pensiamo che alla lotta in senso stretto debba accompagnarsi, da parte nostra, anche una battaglia culturale. Se continuare a intervenire nelle diverse giornate di cordoglio comandato ci sembra perciò importante, crediamo che incalzare il nemico sul suo stesso terreno non basti, e che sia necessario dotarsi di spazi in cui (ri)costruire una memoria nostra: quella di chi lotta dalla parte di tutti gli oppressi, senza distinzioni di colore o nazionalità.

Il 15 maggio, com’è noto, è il giorno della fondazione dello Stato d’Israele. Per i sionisti si tratta della giornata dell’Indipendenza, in cui gli ebrei avrebbero riconquistato la propria sovranità dopo secoli di persecuzioni. Per i palestinesi il 15 maggio è invece il giorno della Nakba («catastrofe»), in cui fu sancita definitivamente l’occupazione della Palestina, con circa 800.000 profughi costretti a lasciare per sempre le proprie case con l’inizio della cosiddetta «prima guerra arabo-israeliana» (il culmine di una pulizia etnica che comincia già alla fine del ‘47). Se questa data è già, in tutto il mondo, una giornata di mobilitazione dei palestinesi e dei loro solidali, la nostra proposta è rafforzarla, rendendo il 15 maggio la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Una giornata, cioè, in cui insieme alla tragedia dei palestinesi venga ricordato lo sterminio secolare di centinaia di milioni di nativi americani, asiatici, africani; la deportazione e schiavizzazione di almeno 10 milioni di persone dall’Africa; la sistematica distruzione delle strutture sociali, politiche ed economiche in India e in Cina; lo spaccio di alcol e oppio per infragilire i sudditi renitenti e aprire le frontiere; la guerra contro le popolazioni oceaniche da parte dei mercanti e dei soldati di Sua Maestà britannica; lo sterminio degli Herero da parte della Germania; il Congo trasformato in un enorme campo di lavoro e di sterminio da Leopoldo II del Belgio; la spartizione dell’Asia Occidentale da parte di Francia e Gran Bretagna con gli accordi Sykes-Picot (1916); le stragi francesi in Nordafrica, Madagascar e Indocina; le guerre statunitensi alla Corea, al Vietnam del Nord, all’Afghanistan, all’Iraq; le «guerre sporche» degli USA in America latina… E infine, per quanto riguarda “noi”, le «imprese» italiane nei Balcani e in Africa, con gli orribili primati del primo bombardamento aereo di una città (Tripoli, 1911) e dell’uso dei gas contro la popolazione civile (Etiopia, 1935-36).

Una giornata di mobilitazione che non si limiti al passato e tenga ben desta la memoria del presente: un passato che non passa ma prosegue con il cappio del debito stretto al collo del Sud del mondo e nelle varie guerre – “dirette” e per procura – che gli Stati occidentali continuano a muovere ovunque per i propri interessi di potenza e i profitti di un pugno di nababbi, dal Congo all’Asia Occidentale, dal Sudan all’Iran, dal Kurdistan all’America latina… E che non dimentichi tutti coloro che hanno resistito al colonialismo e all’imperialismo: i Toussaint Louverture, gli Omar Mukhtar, i Patrice Lumumba e i Thomas Sankara…

Mentre ci impegniamo a organizzarci per il prossimo 15 maggio, facciamo appello a tutti gli ingrati disertori del “benessere” occidentale a rilanciare questo appuntamento, ciascuna alla propria maniera, con i propri contenuti, il proprio linguaggio, la propria sensibilità. Organizzando per il 15 maggio delle iniziative che vadano in questa direzione: memoria e solidarietà con gli oppressi palestinesi nella memoria solidale e internazionalista con tutti gli oppressi del mondo.

Il 15 maggio organizziamo incontri, presentazioni di libri, dibattiti. Allestiamo mostre documentarie e fotografiche. Scendiamo in strada.

Siate e siamo la cattiva coscienza di questa civiltà assassina e marcia che non ha proprio nulla da insegnare al resto del mondo, ma ha molto da imparare anche su se stessa.

Se ciò che l’Europa non perdona ai nazisti è di aver fatto all’uomo bianco ciò che era sempre stato riservato ai popoli colonizzati, non c’è solo una memoria, ma anche una coscienza da recuperare – e una ferita che non deve richiudersi, ma allargarsi il più possibile.

Trento, marzo 2026

Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese

Post scriptum: Invitiamo a far circolare questa proposta anche attraverso testi e comunicati diversi dal nostro, con altre firme ecc. Non ci interessa avere la “primogenitura” su alcunché, ma contribuire a far crescere la consapevolezza e la voglia di lottare.

venerdì 20 marzo 2026

pc 20 marzo - Referendum 9: tante voci dicono NO! Da una compagna di Palermo

Sono una lavoratrice della scuola, militante politica di proletari comunisti, sindacale dello Slai cobas per il sindacato di classe e compagna del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario. Voterò no al referendum del 22-23 marzo sulla riforma della giustizia e invito tutti coloro che ascoltano, ma in generale i lavoratori, le lavoratrici, gli operai, i proletari, i giovani, le donne ad andare a votare no, perché questo no non è solo un no contro una riforma della giustizia che è un nuovo tassello che questo governo Meloni vuole imporre per avanzare sempre più rapidamente in quella marcia con cui ci vogliono praticamente portare a un regime aperto, ma è anche un voto contro il governo Meloni. Chiaramente dobbiamo essere consapevoli che viviamo in una società capitalista fondata sull'oppressione di una classe, quella borghese dominante sull'altra, quella del proletariato, fondata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e quindi la giustizia all'interno di questa classe capitalistica chiaramente è una giustizia di classe, è una giustizia che è influenzata dalla struttura economica di questa società capitalistica che appunto si basa sullo sfruttamento della classe operaia da parte del capitale, ma proprio perché abbiamo questa consapevolezza dobbiamo vedere il no a questa riforma innanzitutto come un no per cercare di ostacolare quello che è il nuovo tassello che il governo vuole porre per avanzare nell'attacco ai diritti dei lavoratori, nell'attacco ai diritti delle donne, dei giovani, delle masse popolari, nel restringimento degli spazi democratici, in quelle garanzie anche sociali che tutt'oggi ancora esistono in questo paese con la Costituzione vigente che comunque ricordiamo è nata dalla resistenza antifascista.

Quindi, questo no è importante perché è un no contro il governo, è un no proprio di dissenso, di protesta, di denuncia contro questo governo moderno fascista che è costituito da personaggi, a partire dalla Meloni, fascisti, in primis ideologicamente. La Meloni ha detto che non si dimetterà se vince il sì, ma è un governo che va combattuto ogni giorno sotto tutti i punti di vista, quindi in tutti gli ambiti con l'obiettivo di cacciarlo; si tratta di una lotta ampia fatta da tante forme di lotta.

Viviamo in una fase, in questo sistema sociale capitalista che scivola ogni giorno in una crisi economica sempre più profonda – e lo dicono gli stessi padroni, lo dicono gli analisti della borghesia che sta al potere; oggi questo scivolamento lo vediamo anche dal punto di vista della guerra, della guerra imperialista che si estende sempre di più nel mondo, perché la guerra è uno di quei mezzi con cui la borghesia dominante al potere cerca di fuoriuscire dalla crisi economica in cui sprofonda ogni giorno sempre di più.

Questo si traduce anche verso di noi, proletari, lavoratori, lavoratrici, masse popolari, in una guerra

pc 20 marzo - i popoli del mondo scrivono la storia...


 

pc 20 marzo - ORE 12 Controinformazione rossoperaia - Vota NO! Un voto che serve alla lotta contro il governo - I governi imperialisti europei, Italia compresa, sempre più trascinati nella guerra

 

pc 20 marzo - Serve lo sciopero generale vero per difendere i salari e le condizioni di vita e di lavoro - 1

Pubblichiamo articoli e contributi al servizio delle ragioni che richiedono questo sciopero generale 

Slai cobas per il sindacato di classe - 

info contatti slaicobasta@gmail.com wa 3475301704 

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L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio

La ricchezza in Italia è tanta, ma è una ricchezza che ha smesso di circolare da tempo, si concentra, e non viene redistribuita: diventa il tesoretto di una ristretta élite. A settembre 2025, il patrimonio netto degli italiani ha raggiunto l’astronomica cifra di 11 mila miliardi di euro.

Secondo la Banca d’Italia, questo è il valore da attribuire all’insieme di case, azioni, titoli di Stato e risparmi che, se divisa equamente, garantirebbe circa 200mila euro a testa (o, più o meno, 440mila a famiglia). “Una cifra – si legge su Il Sole 24 Ore – leggermente più alta di quella del Regno Unito, ma un po’ più bassa di quella dei francesi e di un quinto inferiore di quella dei tedeschi“.

Ma le medie, si sa, vanno bene solo per la statistica, non per descrivere la realtà di un paese. Le fette della torta sono sempre più diseguali e l’ascensore sociale non solo si è fermato, ma sembra aver iniziato una lenta discesa. Dal 2011 a oggi, il patrimonio a valori correnti è cresciuto di ben 2.200 miliardi (+25%), ma solo una ristretta parte della collettività se ne è davvero avvantaggiata.

Il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60% del patrimonio nazionale totale. Se

pc 20 marzo - Si accentua la crisi della Stellantis, scaricata sugli operai - fuori 121 lavoratori da Mirafiori.

Stellantis, fuori 121 lavoratori da Mirafiori. Ecco cosa succede

Centoventuno lavoratori fuori da Mirafiori. È la decisione di Stellantis, che ha prospettato il piano ai sindacati nella giornata di oggi, mercoledì 11 marzo. Ma la Fiom Cgil ha rifiutato di firmare l'accordo. Ecco i dettagli.

Il piano di Stellantis riguarda 121 lavoratori tra cui quelli definiti "ex mascherine", che sono una cinquantina: gli altri sono 13 delle Presse, 12 della Costruzioni Stampi, 5 di Mould & Shop e 41 dell'ex Pcma di San Benigno Canavese. Si tratta di uscite incentivate, come quelle portate avanti nei mesi scorso, sotto la gestione Tavares: 30mila euro di incentivo alle dimissioni, oltre a 24 mensilità per gli under 50 e 30 per chi è fra i 50 e i 54 anni.Dai sindacati, però, è stata avanzata una controproposta alla direzione del Gruppo. Ossia quella di una stabilizzazione a tempo intederminato dei giovani neoassunti, parte di quei 400 lavoratori in somministrazione (al momento ne sono entrati 90) annunciati, mesi fa, dal ceo Antonio Filosa. L'idea era di una stabilizzazione di giovani in numero pari alle uscite.

pc 20 marzo - Importante lotta nell'appalto Stellantis - Trasnova, sciopero di cinque giorni contro i licenziamenti: a rischio 94 lavoratori - info

Dal 23 al 27 marzo stop totale negli stabilimenti: i sindacati chiedono il ritiro della procedura e l’intervento del governo dopo la fine degli appalti con Stellantis

Trasnova, sciopero di cinque giorni contro i licenziamenti: a rischio 94 lavoratori
La protesta dei lavoratori Trasnova

Cinque giorni di sciopero per fermare una procedura che potrebbe azzerare l’intera forza lavoro. Le sigle sindacali Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil di Torino hanno proclamato 40 ore di sciopero, dal 23 al 27 marzo, su tutti i turni e per l’intero orario giornaliero, dopo l’apertura della procedura di licenziamento collettivo da parte di Trasnova. La decisione è arrivata al termine di un’assemblea con i lavoratori e rappresenta una risposta diretta alla comunicazione dell’azienda dello scorso 13 febbraio, quando era stata avviata la procedura di riduzione del personale. Una misura drastica che coinvolge 94 dipendenti su 94, distribuiti tra Torino (14), San Germano, Pomigliano d'Arco e Melfi.

Alla base della crisi c’è la cessazione degli appalti con Stellantis, che ha annunciato la fine dei contratti e degli affidamenti entro il 30 aprile 2026. Una scelta che ha lasciato Trasnova senza prospettive concrete, portando l’azienda ad avviare i licenziamenti. I sindacati chiedono il ritiro immediato della procedura e l’attivazione di ammortizzatori sociali almeno fino alla conclusione delle attività negli stabilimenti Stellantis. L’obiettivo è guadagnare tempo e aprire un confronto che possa portare a soluzioni alternative alla perdita dei posti di lavoro.

pc 20 marzo - Torino «Que viva Askatasuna», blitz notturno con manifesti e volantini davanti alla palazzina di corso Regina

Massimo appoggio all'azione - 10/100 di queste azioni! - proletari comunisti

Scritte in favore del centro sociale e di contestazione alle forze dell’ordine. Una ventina di identificati dalla Digos

Una ventina di attivisti di Askatasuna si è radunata nella notte davanti alla palazzina di corso Regina Margherita 47, sgomberata lo scorso 18 dicembre. Tra gli slogan contro le forze dell’ordine, che continuano a presidiare l’area 24 ore su 24, sono stati affissi manifesti sulla facciata dello stabile.

«Vogliamo il nostro quartiere libero, da mesi Vanchiglia è militarizzata», 

hanno spiegato gli attivisti di Aska. La ventina di giovani è stata allontanata dalle forze dell’ordine, ma non si sono registrate tensioni. Gli antagonisti, tutti volti noti, sono già stati identificati dalla Digos. L’azione è stata rivendicata con un video pubblicato sui social.

giovedì 19 marzo 2026

pc 19 marzo - Referendum - 8: tante voci dicono NO! Militante politico e sindacalista di Bergamo

Sono militante di proletari comunisti e dello Slai Cobas per il sindacato di classe e questo è un contributo alla battaglia del NO, perché il Sì al referendum venga sconfitto, quel Sì che rappresenta un passo in avanti verso il moderno fascismo, un Sì che rappresenta il mettere le mani sulla magistratura da parte del governo Meloni.

Se non li conoscete guardate il Capo banda, è un boia, un assassino colui che li comanda”, cantava Fausto Amodei negli anni ‘60-‘70 a proposito dei fascisti di allora, i fascisti dell'MSI e di Almirante, il boia torturatore alla loro testa. Con la riforma Nordio, il referendum confermativo sulla giustizia, altro non è che una contro riforma per allungare le mani sulla magistratura, per renderla meno libera.

Abbiamo un problema simile che è quello di comprendere la natura moderno fascista della maggioranza di governo, per attrezzarci contro la montagna di propaganda spazzatura, sotto cui provano a nascondere le vere ragioni di classe del patto tra banditi che hanno stabilito, ovvero tra i tre partiti che compongono la maggioranza, per questo referendum che da più parti - e giustamente - è stato chiamato “golpe istituzionale”.

Il progetto è quello di un attacco alle libertà costituzionali che stanno portando in due tempi.

Per prima puntano alla riforma costituzionale, strillano contro i privilegi e l'impunità di cui godrebbero i

pc 19 marzo - Fermare la guerra, rovesciare i governi della guerra!

da ORE12/Controinformazione rossoperaia del 18.03.26

L'aggressione imperialista e sionista di Stati Uniti e Israele all'Iran non gli sta andando troppo bene. Certo per il popolo, per le masse iraniane bombardate, attaccate, in violazione del diritto internazionale, la guerra pesa in termini di morti, distruzioni, condizioni di vita, ma la risposta iraniana è stata all'altezza dell'attacco, gli obiettivi americani e sionisti sono stati fatti segno dell'azione legittima dell'Iran.

Ma torniamo nel nostro campo. Trump dice ora ai paesi imperialisti europei - e un po' a tutti gli altri - "lo Stretto di Hormuz liberatelo voi". Ma chiaramente questi paesi attualmente non vogliono essere la prima fila di questo attacco all'Iran, tranne quei governi dei paesi imperialisti europei, dei paesi capitalisti e oppressi nel mondo che sono legati all'imperialismo americano e alla sua frazione dominante, quella di Trump oggi, e che lo spalleggiano in qualsiasi iniziativa e si dichiarano disponibili a scendere in campo a fianco dell'imperialismo americano in questa aggressione nei confronti dell'Iran.

Però questa richiesta di Trump risponde alle difficoltà che ha per affermare la sua linea, una guerra che

pc 19 marzo - "Voterò NO! Una vittoria del sì sarebbe una vittoria del fascismo al governo" - compagna proletaria di #iostoconlapalestina Taranto

Votare no. Perche' lo faro'. Non c'e' dubbio che una vittoria del sì purtroppo sarebbe una vittoria del fascismo al governo, ed e' questa l'unica motivazione politica e politicizzata che do al mio voto.

Ho pensato al "voto per dispetto" come d'altronde feci al Referendum di Renzi nel dicembre 2016… Si va a votare contro uno schieramento di destra, non certo per abolire o "cambiare" schifezze e nefaste responsabilita' di esse di una giustizia borghese e di classe, nefaste e responsabilita' che sono anche dei cosiddetti "partiti d'opposizione" che sventolano il no...(pero' e' bello sventolare la bandiera - bianca- dei diritti dopo aver ammainato quella dei diritti costituzionali e stracciato, almeno dal 1945, quella rossa…).

Per la destra fascista questo quesito e' una pacchia perche' serve a trasformare il sì del referendum in un sì alle loro politiche liberticide, fasciste, antipopolari, omofobe, islamofobe, razziste, sessiste, femminicide, genocidiarie, guerrafondaie, poliziesche, lobbistiche, all'insegna della corruzione e del malaffare; serve per avere sempre piu' "mani libere" e ad ufficializzare la loro natura delinquenziale attraverso apparati ben assoggettati che la legalizzano. Un esempio è l'abolizione del reato di abuso d'ufficio che altro non e' che abusi di potere.

Vorrei pero' ridimensionare il senso dell'appuntamento referendario che mi portera' a votare no. Andro' a votare come ci andai soltanto nel 2016 contro il referendum Renzi-Pd..., ma come abbiamo constatato il progetto di alterazione costituzionale fu solo rimandato…

E siamo all'oggi: non andro' a votare per chissa' quale miraggio alternativo di una giustizia borghese e di classe. Questo Stato non rappresenta gli sfruttati, i proletari che, anzi, sono il suo cibo con cui nutrirsi