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L’attacco statunitense al Venezuela non è finito col rapimento del presidente Maduro e l’uccisione di oltre cento persone, ma si appresta ora a implementare la seconda fase, volta a mettere le mani sui ricchi giacimenti di petrolio del Paese. Con o senza il beneplacito del governo ora guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, si intende. Dopo aver rilasciato in un primo momento dichiarazioni forti contro Washington, Rodríguez ha aggiustato il tiro, aprendo alla collaborazione con gli Stati Uniti ed evitando, almeno per ora, l’escalation militare. Il presidente USA Donald Trump non la esclude e minaccia l’esecutivo di Caracas in caso di interferenze coi suoi piani sul petrolio venezuelano (sic!). Nel frattempo, il Tycoon ha iniziato a radunare le multinazionali del settore per spartirsi le riserve del Paese. Immancabili i colossi americani, come Exxon Mobil e Chevron, cui si è aggiunta in sordina anche l’italiana ENI.
«Le aziende americane avranno l’opportunità di ricostruire le infrastrutture energetiche obsolete del Venezuela e alla fine aumentare la produzione di petrolio a livelli mai visti prima», ha dichiarato Trump durante un incontro avuto venerdì alla Casa Bianca con 14 multinazionali del fossile. Presenti, tra gli altri, i rappresentanti di Exxon Mobil, ConocoPhillips, Chevron ed ENI, nella persona dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, che ha commentato: «Abbiamo 500 persone nel Paese. Siamo pronti a investire e lavorare con le compagnie americane». A quanto pare, la fedeltà del governo Meloni, avamposto europeo dell’amministrazione Trump, potrebbe portare presto a maturazione i primi frutti con il coinvolgimenti di ENI — il cui azionista principale è il Ministero dell’Economia e delle

