giovedì 24 novembre 2011

pc 24 novembre - verso il 25 novembre... "Sulle uccisioni delle donne, oggi"

Riportiamo alcuni stralci dell'opuscolo "Le uccisioni delle donne oggi" che abbiamo prodotto in occasione del 25 novembre 2010, di recente ripubblicato in forma aggiornata.

Si tratta di un opuscolo che nasce dalla riflessione comune, alla luce di un'analisi materialistico dialettica, delle compagne, lavoratrici, donne disoccupate che sulla base anche delle esperienze concrete e di lotta nelle diverse realtà hanno poi ragionato insieme in alcuni momenti di incontri collettivi nazionali.

Nelle iniziative cittadine che faremo nelle città in cui siamo presenti il 25 novembre prossimo (volantinaggi itineranti con affissioni di locandine, pannelli e calate di striscioni) sarà tra i materiali che distribuiremo.

Chi fosse interessato a riceverne copia può richiederla a mfpr@libero.it.

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"Le uccisioni delle donne, oggi"

Serve inquadrare il clima politico, ideologico, sociale in cui e per cui avvengono oggi le uccisioni delle donne, a dimostrazione del fatto che non si tratta affatto di casi isolati, da vedere in sé per sé, ma si tratta di una tendenza che andrà purtroppo accentuandosi e che può trovare come risposta soltanto una mobilitazione diretta delle donne.

Il fatto che le uccisioni delle donne stiano assumendo dimensioni allarmanti, una “guerra di bassa intensità” contro le donne, fa sì che la stessa giurisprudenza inizi a parlare di femminicidio.

Noi abbiamo usato il titolo di un libro per parlare del nuovo livello del rapporto uomo/donna. Gli “Uomini che odiano le donne” esprime - sia pur nei limiti di un titolo di romanzo - questi rapporti nella fase del moderno fascismo.

Il moderno fascismo è l’edificazione a sistema di tutto ciò che è reazionario, maschilista.

In questo senso le uccisioni non si potranno fermare, né ci sono interventi di legge, di controllo che possano frenarli. Il moderno fascismo le alimenta a livello di massa: le uccisioni hanno la caratteristica di essere ripetitive, emulative – più se ne parla, più vengono prese ad esempio. La stampa, la televisione berlusconiana sono in questo uno strumento fondamentale: amplificano o minimizzano o nascondono, su alcune vicende costruiscono dei talk show osceni, su altre fanno calare il silenzio; in questo modo indirizzano e/o deviano l’attenzione, impongono idee, giudizi, con criteri di scelta/selezione spesso razzisti, di classe o che comunque rispondono all’utilizzo di tali uccisioni e violenze per rafforzare la politica, l’ideologia, i “valori” dominanti e nasconderne la cause sociali, lì dove invece i motivi di questa recrudescenza di uccisioni delle donne vanno visti sempre come espressione della condizione generale delle donne e della realtà sociale. Spesso si tende a motivare il femminicidio come vicenda privata, frutto della gelosia, o di un raptus di follia. Ma anche esaminando specifici episodi, vediamo che le singole persone che uccidono trovano l’humus adatto, favorevole, che in un certo senso li fa sentire legittimate, niente affatto in colpa, anzi, quasi autorizzate. Questo humus è il moderno fascismo e questo rende differente oggi la questione della violenza sulle donne ed in particolare le uccisioni.

Certo le uccisioni, le violenze ci sono state anche negli anni passati, il problema è perché oggi. Noi dobbiamo denunciare e lottare contro le caratteristiche attuali delle uccisioni, delle violenze sessuali, interne a: clima politico – humus sessista-razzista - reazione alle donne che si vogliono ribellare, che vogliono rompere legami oppressivi - ruolo della famiglia. Oggi dobbiamo affrontare questa guerra, che ha questi terreni di combattimento…

…L’altra questione che rende “nuovo” il femminicidio è il ruolo oggi della famiglia. La famiglia è stata sempre terreno di oppressione per la donna, di tomba dell’amore, di ghetto. Noi diciamo “in morte della famiglia” perché la maggior parte delle uccisioni avvengono nell’ambito familiare o di rapporti familiari. Che cos’è la famiglia? Perché la famiglia è morte? In termini sociali è la cellula della società, che esprime in sintesi processi, contraddizioni che avvengono poi nell’intera società. Il problema è che ora la famiglia, da un lato effettivamente è in crisi, non riesce più a conservare, ad essere un elemento di conservazione, nello stesso tempo viene iper-esaltata dalla Chiesa, dal governo, dallo Stato. Anche questo aspetto rende in un certo senso diversa, moderna la questione delle uccisioni delle donne…

…Affrontare la questione della violenza con le misure repressive, togliendo quegli elementi di socialità, di apertura e solidarietà che ci aiutano a combatterla, puntando invece alla chiusura, alla fascistizzazione della società, alla desertificazione delle città, favorisce la violenza. Nelle città hanno creato un deserto e alle 9 di sera non c’è più gente per strada, e poi si meravigliano che una donna che giri da sola in questa condizione è a rischio? Ma chi ha creato questa condizione?

Queste misure creano un clima oscurantista, sempre ideale per la coltivazione di idee e pratiche fasciste, maschiliste, di sopraffazione e quindi hanno un effetto opposto, di incoraggiamento delle violenze sessuali a tutti i livelli; creano città sotto controllo, invivibili, in cui sono bandite le normali libertà, la socialità tra i giovani, tra le persone, l’uso normale delle città. E quando questo accade, sempre le città si desertificano dalla gente e diventano terreno pericoloso soprattutto per le donne, perché impediscono, addirittura criminalizzandolo, il senso collettivo, sociale della città e dei problemi, spingendo a una concezione individualista, antisociale, compagna di strada della sopraffazione, di un’ideologia comunque reazionaria, razzista e fascista, che nei confronti delle donne si esprime sempre come maschilismo e violenza.

La maggior parte degli assassini avvengono al nord.

…L’EURES ha analizzato che la maggior parte degli assassinii di donne da parte degli uomini e dei mariti avviene al nord, soprattutto in Lombardia: ben 59,3% rispetto invece al 21-22% del centro e al 19% del sud. Si tratta di dati importanti, in un certo senso inaspettati, dato che è il sud la realtà che viene vista come più arretrata e legata ai valori patriarcali. Infatti la denuncia più diffusa, anche nell’ambito femminista, è quella che vede nel patriarcalismo la causa principale degli omicidi di donne.

Se ciò fosse vero il risultato dell’analisi doveva essere almeno rovesciato, perché concezioni e costumi patriarcali sicuramente sono più presenti nel sud rispetto al nord. Allora forse non è questa la causa principale dei femminicidi!

Certo, il fatto che nel sud il numero di violenze e uccisioni sia minore che al nord, è il frutto anche di una maggiore oppressione, del fatto che più donne subiscono ancora in silenzio, che si ribellano meno all’oppressione (ma non nelle grandi città del sud), che non si separano per problemi di mancanza di lavoro, perchè non ce la farebbero a vivere da sole, soprattutto con i figli; mentre al nord le donne si separano più facilmente, rompono i legami familiari (ma anche al sud oggi lo fanno sempre più donne, soprattutto lavoratrici);

Certo, al sud fondamentalmente le relazioni sociali con le famiglie, la parentela funzionano di più, nel male e nel bene, la famiglia è più allargata e c’è una sorta di controllo generalizzato. Al nord c'è un maggiore autonomia dalla famiglia d’origine, e le separazioni soprattutto per gli uomini stravolgono la possibilità di sopravvivenza; c’è un intreccio molto stretto rispetto alle difficoltà materiali delle persone, la difficoltà di vivere con un solo stipendio di fronte al maggiore costo della vita al nord. Molti uomini non riescono da soli a cavarsela, non hanno la capacità di crearsi un’altra vita, vogliono dettar legge, e quando il giocattolo “famiglia” si rompe, non lo accettano.

Ma, quindi, perché al Nord le donne vengono uccise di più? Perchè per capire le moderne uccisioni dobbiamo guardare soprattutto al nord? Perchè è proprio nelle realtà più “avanzate” che si capisce il “nuovo”, qui vi è il nuovo “delitto d’onore” che oggi possiamo chiamare “delitto di proprietà”. Perchè c’è una certa maggiore sintonia tra condizioni di vita da un lato e concezioni fasciste, maschiliste, reazionarie, clima generale, dall’altro… frutto e in sintonia con l’ideologia leghista, moderno clerico-fascista, razzista oggi sempre più presente e agente soprattutto in realtà del nord ma anche portata avanti organicamente dagli esponenti principali del governo, della chiesa, dei loro mass media, e diffusa in settori delle masse, in particolare della piccola borghesia o strato superiore dei lavoratori, ma non solo.

E’ la concezione contro l’altro, che poi è la concezione contro l’immigrato, del securitarismo. A volte anche frutto della condizione oggi di maggiore insicurezza economica, di vita ecc., alla quale, come diceva una donna, al sud siamo più “abituati”; c’è quindi anche un elemento “di difesa”, ma che emerge in termini razzisti, di chiusura, contro il diverso ecc. Allora le donne che si ribellano sono qualcosa che vengono a rompere un “equilibrio” che poggia sull’oppressione delle donne: proprietà privata per l’uomo, ammortizzatori sociali per la società capitalista.

Ma anche le uccisioni al sud vanno analizzate all’interno della situazione attuale.

L’uccisione di Sarah Scazzi a fine agosto 2010 in provincia di Taranto è emblematica.

Essa affonda nella realtà e concezione della famiglia, chiusa, oppressiva, patriarcale, da difendere verso l’esterno anche quando è barbarie e morte. Una famiglia che è una catena, in cui se cade uno cadono tutti e per questo bisogna restare uniti a reggerla, a difenderne l’”onorabilità”.

Una famiglia che soprattutto per le donne, ma anche per i giovani, è un moderno inaccettabile medioevo, che tiene prigioniere, devia energie che invece devono liberarsi. Ma questo è possibile solo se le donne, i giovani si ribellano e lottano contro i veri responsabili di questo moderno medioevo, Stato, governo, chiesa, padroni.

E’ frutto della vita di tantissime ragazze al sud, fatta a volte di vuoto, di soppressione ma anche spesso di deviazione dei desideri di un mondo diverso, libero, ricco, per imporre falsi, deviati bisogni individuali, invece di trovare le ragioni comuni di ribellione e di lotta.

Anche se nel caso concreto è possibile che l’assassinio di Sarah sia stato fatto anche dalla cugina, quindi da un’altra donna, questo non cambia il discorso di fondo e mostra in maniera più cruda la condizione delle ragazze fatta comunque di oppressione sia di vita, ma anche ideologica…

Ma oggi è soprattutto la spinta delle ragazze, delle donne, soprattutto lavoratrici, che entra oggettivamente, benchè spesso non ancora soggettivamente, in contrasto con il patriarcalismo e provoca rotture. Qui il contrasto uomo/donna appare in maniera più evidente simile alla contraddizione tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive: le forze produttive (la necessità delle donne di “emanciparsi”) sviluppandosi sempre più entrano in contrasto aperto, antagonista con i rapporti di produzione esistenti (patriarcali/capitalistici). Ma fino a che non rompono tali rapporti, sono le forze produttive che ne vengono distrutte o deviate. soffocate.

Questa realtà e soprattutto questa necessità di rottura/rivoluzione vale anche e a maggior ragione per le donne/ragazze immigrate uccise all’interno delle loro famiglie, e che si devono scontrare con una triplice oppressione: patriarcal/feudale di origine, di genere: uomo/donna, di classe: del paese imperialista.

Importante è il legame tra tutto questo e la politica, l’humus generale legittimato.

…Con Berlusconi, la prostituzione a fini di carriera-spettacolo politico-elettorali viene praticata e legittimata; la pornografia dello spettacolo, una sorta di rinnovato e moderno ius primae noctis per il piacere dell’imperatore, vogliono dire cultura e pratica dello stupro, della pedofilia che vengono rese “normali”… La concezione di Berlusconi e della sua corte, anche femminile, sulle donne, la considerazione del loro ruolo nella società, sono di fatto una cartina di tornasole, la punta di iceberg dell’ideologia e del grado di inciviltà di una casta che, non potendo più nascondere e mentire, ormai rivendica pubblicamente come legittima espressione di un sentire di massa quel modo di vivere e di concezione, dichiarando apertamente che la concezione del loro sistema è quella che noi chiamiamo sinteticamente moderno medioevo, quella per cui “dio, patria, famiglia” vale per gli altri, deve essere imposta anche con la legge agli altri, ma non vale per sé…

La violenza sulle donne non fa che proseguire la discriminazione, l’ingiustizia, il doppio sfruttamento e oppressione di cui siamo vittime nella società capitalista.

Il padronato, il governo agiscono per ricacciare a casa le donne. Tante nel nostro paese in questi mesi sono state colpite sul piano dell’occupazione, lavoratrici licenziate, operaie messe in cassa integrazione, precarie sempre più precarizzate, disoccupate in lotta per il lavoro caricate dalla polizia e multate, donne super sfruttate fin quasi a condizioni di moderno schiavismo. Lo Stato direttamente con l’attacco alla scuola sta portando avanti il più grande licenziamento di massa in un settore a stragrande maggioranza femminile.

Nello stesso tempo, con un discorso tanto ipocrita “sulla parità” quanto di primo passo di un attacco generalizzato, viene innalzata l’età pensionabile delle lavoratrici. Tutto ciò non ha fatto altro che peggiorare le già pesanti e discriminanti condizioni di lavoro e di salario delle donne, e l’Italia si posiziona tra gli ultimi paesi per tasso di occupazione delle donne. Vengono scaricate sulle donne i tagli e i peggioramenti ai servizi sociali, la gestione della crisi nella famiglia. E sono proprio le donne e i bambini a pagare i tagli alla sanità e la logica puramente produttivista e utilitarista che vi regna, con il ritorno delle morti per parto.

Mentre riprende il bombardamento ideologico e attacco pratico da parte di governo e Vaticano contro la libertà di scelta delle donne… Questa politica fatta da Stato, padroni, Governo, Chiesa contro le donne, per le donne ha come inevitabile conseguenza l’aumento dell’oppressione, del maschilismo fascista, della violenza sessuale contro le donne.

Torniamo sulla questione della famiglia.

Noi diciamo “In morte della Famiglia” per dire in modo provocatorio che la famiglia è un anello chiave della marcia verso il moderno fascismo del governo e dello Stato. Il moderno fascismo non potrebbe realizzarsi senza fare della famiglia una sua base principale, sia in senso di subordinazione, di essere piegata, funzionale alle scelte del governo e dello Stato, sia in senso di sostenitrice attiva, combattente in termini ideologici di simbolo e propaganda di valori di quelle scelte politiche.

La famiglia, soprattutto proletaria, è il luogo centrale in cui si gestisce un�economia sociale sempre più povera, si amministrano i salari sempre più ridotti o inesistenti, si gestiscono gli aumenti del costo della vita. La famiglia proletaria garantisce nella fase di attacco, di crisi, di attutire l’impatto devastante di queste politiche…

Ma la famiglia, in particolare la famiglia medio, e a volte anche piccolo borghese, ma influenzante anche settori di famiglie proletarie, svolge nella marcia verso il moderno fascismo, anche una funzione attiva, sostenitrice di valori reazionari, come la difesa della sicurezza, i figli alla patria, il controllo sui giovani ecc. Non c’è scampo per le donne, le catene della famiglia diventano sempre più strette anche se a volte vengono indorate. Per le proletarie, per le donne delle masse popolari questa famiglia è sempre più un ritorno ad un moderno medioevo, con fenomeni di abbrutimento, di violenza, di apparente ritorno al passato, soprattutto nei rapporti uomo–donna, che trovano la loro manifestazione più eclatante appunto nei femminicidi.

La 'famiglia' per la chiesa che pesa in modo sempre più opprimente e sfacciato nella vita sociale e politica e sociale, per il governo, per lo Stato è diventata invece la “sacra famiglia”. Volutamente sempre più astratta, più neutra, non reale. Ma la famiglia è una realtà concreta… Non c'è poi la “famiglia”, ci sono “le famiglie”, le famiglie dei borghesi, dei capitalisti, dei ricchi, in cui come diceva Marx il fondamento dei rapporti tra uomo e donna, tra genitori e figli è dato solo dal capitale, dalla proprietà privata, in cui l'unico valore che si tramanda è quello della capacità di far soldi e spesso le donne sono delle ricche prostitute legalizzate o delle ligie/oscure segretarie delle oscure scalate dei mariti finanzieri, banchieri, padroni che siano. E ci sono le famiglie dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, in cui nel come tirare avanti, nel come arrangiarsi, nelle speranze deluse di una vita migliore, si consuma la vita e anche spesso i sentimenti… Ma la famiglia deve essere per forza astratta. Perchè essa e il ruolo della donna in essa devono essere il fondamento che salva l'ordine esistente - cioè che salva il loro sistema capitalista - che agisca da “ammortizzatore sociale” del peggioramento delle condizioni di vita della maggiorparte delle masse popolari, in cui le donne devono, come scrive Ratzinger, “lenire le ferite, far zittire chi vuole urlare e lottare...”, per impedire che le contraddizioni di classe, sociali escano fuori ed esplodano in ribellione, rivolta, rivoluzione.

Per le donne nessun passo in avanti è duraturo e definitivo senza rivoluzione e la rivoluzione nella rivoluzione.

Questa realtà dimostra che nella società borghese nessun passo in avanti delle donne è duraturo e definitivo che solo una lotta rivoluzionaria, in cui la ribellione e la lotta delle donne è una forza poderosa e imprescindibile; solo un nuovo potere proletario basato sui principi e la pratica per legge della piena emancipazione e liberazione delle donne, e sulla lotta ideologica e l’educazione di massa, può rendere definitive quelle conquiste. Per questo non basta instaurare un governo socialista, o pensare che la rivoluzione risolva dall’oggi al domani tutte le concezioni maschiliste. L’esperienza del movimento comunista ha dimostrato, e ha elaborato con la Rivoluzione culturale proletaria in Cina, che occorre la rivoluzione nella rivoluzione, un periodo in cui si combini la legge che impedisce che pratiche e concezioni maschiliste e imponga altre pratiche, e l’educazione, la convinzione a livello di massa. Scrive Bebel su “L’emancipazione della donna” che la forma della famiglia esistente in un’epoca determinata non può essere disgiunta dalle condizioni sociali esistenti. Marx scrive che la famiglia contiene in sé in miniatura tutti gli antagonismi che si svilupperanno più tardi largamente nella società e nel suo Stato. Engels dice che la famiglia monogamica fu la forma cellulare della società civile e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza.

Nell’attuale condizione sociale… la famiglia e i rapporti uomini/donne cambiano in rapporto e funzionalmente a questo moderno medioevo e nello stesso tempo ne contengono in embrione tutte le contraddizioni. In questo senso non si tratta di una famiglia “arretrata” rispetto ad una società avanzata, non si tratta di rapporti uomo/donna apparentemente inconcepibili rispetto ai progressi delle donne, come a volte viene detto; ma si tratta di una famiglia fino in fondo moderna, nel senso adeguata a quello che oggi è il sistema sociale capitalista esistente, e a cui serve.

Non è possibile lottare contro questa famiglia senza rovesciare questo sistema sociale che la produce e di cui se ne fa puntello. Questa lotta non ha niente a che fare (e anzi deve smascherare) con la politica del femminismo piccolo borghese che vuole liberarsi dalla famiglia in una logica tutta individualista, né può essere ridotta a mera lotta contro gli uomini… Questa lotta, se non può che essere fatta innanzitutto in prima persona dalle donne, che subiscono tutte le catene, non è però interesse solo delle donne, ma di tutti i proletari, perché è una lotta per una nuova umanità, nuovi rapporti sociali. Per noi comuniste “in morte della famiglia” vuol dire fare della famiglia, invece che puntello del sistema capitalista e oggi della marcia verso il moderno fascismo, leva della ribellione delle donne per rovesciare il sistema.

Noi odiamo gli “Uomini che odiano le donne”.

Noi abbiamo detto “noi odiamo gli “uomini che odiano le donne”. Queste parole le abbiamo prese dal romanzo di Stieg Larsson, che ha alcuni aspetti emblematici… La protagonista del romanzo, Lisbeth Salander, è una ribelle ad ogni tentativo di “normalizzazione”/considerata diversa per eccellenza, ha tentato di uccidere il padre quand’era ragazzina perché violentava la madre, ecc. Lisbeth è ribelle a ogni regola e questa ribellione è insopportabile per gli altri, soprattutto per gli uomini che la devono “domare”, fino a violentarla e tentare di ucciderla.

Ma chi sono questi uomini? Sono grandi manager di industria, fascisti, nazisti, che odiano le donne.

Lisbeth a un certo punto, a fronte dell’altro protagonista del libro, un giornalista che tenta anche di giustificare il violentatore/assassino, facendo un’analisi psicologica, esclama: “cazzate, questo odia le donne!”. “Cazzate!”, appunto, perchè dobbiamo respingere le interpretazioni/giustificazioni che spesso vengono fatte dopo uccisioni perchè servono solo a mettere un cappello sopra; diverso è raccogliere alcune di queste interpretazioni ma per mostrarne il loro carattere assolutamente sociale, comune a migliaia di uomini e spiegabili solo con un’analisi sociale, di classe e di genere… “Gli uomini che odiano le donne” esprime l’immagine del sistema capitalista, nella sua fase di crisi, di putrefazione imperialista, di un sistema che non ha più nulla di costruttivo, ma è solo distruzione. E proprio per questo deve essere distrutto. E LE DONNE HANNO DOPPIE RAGIONI PER FARLO!

25 novembre 2010

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http://femminismorivoluzionario.blogspot.com/

mercoledì 23 novembre 2011

pc 23 novembre - Assolti Bellomonte, Costantino Virgilio e Manolo Morlacchi.Solidarietà con i prigionieri politici, comunisti e rivoluzionari

Libertà per Massimo Riccardo Porcile, Gianfranco Zoja e Bernardino Vincenzi

E' caduta la montatura della procura di Roma contro i compagni accusati di costituzione di banda armata.
Mentre sono stati assolti Bruno Bellomonte dopo 2 anni e mezzo di carcere, Costantino Virgilio e Manolo Morlacchi che lo Stato ha tenuto in galera per 11 mesi solo per il cognome che porta, sono stati invece condannati a 7 anni e 6 mesi Massimo Riccardo Porcile (per lui il Pm aveva sollecitato la condanna a 15 anni), a 8 anni e 6 mesi Gianfranco Zoja (15 anni) e Bernardino Vincenzi a 4 anni e 6 mesi (il Pm aveva chiesto 12 anni e 8 mesi). Tutti - giudicati dalla sentenza responsabili del fallito attentato del 26 settembre 2006 alla caserma Vannucci di Livorno, rivendicato da "Per il comunismo Brigate Rosse" - erano stati arrestati il 10 giugno del 2009.
Nel disporre la sentenza la Corte ha annullato la contestazione di associazione derubricandola in cospirazione politica mediante accordo e contestandola ai soli Porcile e Zoja. Per quanto riguarda le pene accessorie la Corte, oltre a interdire i tre condannati in perpetuo dai pubblici uffici, ha condannato Zoja e Porcile a risarcire il ministero della Difesa in sede civile, pagando intanto una provvisionale immediatamente esecutiva pari a complessivi cinquantamila euro.
Contro Bellomonte è una vera e propria persecuzione di Stato. Il ferroviere sindacalista (licenziato pure da Trenitalia), indipendentista sardo, è stato già arrestato per un'altra montatura nel 2006 assieme ad altri militanti storici di A Manca pro s’Indipendentzia e al dirigente del sindacato indipendentista Sindacadu de sa Natzione sarda, per aver progettato un attentato con "aeroplanini esplosivi" contro il G8 alla Maddalena! Per quell'ennesima montatura ha pagato con la propria vita nelle carceri di questo Stato Luigi Fallico, lasciato morire d’infarto in una cella del Mammagialla di Viterbo il 23 maggio per mancanza di cure.
Pagherete caro, pagherete tutto!


Terrorista è lo stato che reprime non chi lo combatte
Contro la persecuzione dei comunisti, dei rivoluzionari
Fronte unito contro la repressione
per un soccorso rosso proletario unitario e di massa

pc 23 novembre - ferrovie - ICENZIAMENTO ANTONINI: GIUSTIZIA PER RICCARDO, GIUSTIZIA PER VIAREGGIO,

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LICENZIAMENTO ANTONINI: GIUSTIZIA PER RICCARDO, GIUSTIZIA PER VIAREGGIO,
ASSEMBLEA PUBBLICA. FIRENZE 26-11-2011

RICEVIAMO E VOLENTIERI INOLTRIAMO IL MESSAGGIO DELLA 'CASSA' CON
L'INVITO AI FERROVIERI, AI LAVORATORI, AI COMITATI ED A TUTTI I CITTADINI
A PARTECIPARE ALL'ASSEMBLEA PUBBLICA

ANCORA IN MARCIA ADERISCE E SARA' PRESENTE CON UNA PROPRIA DELEGAZIONE
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Giustizia per Riccardo, Giustizia per Viareggio
FERROVIERI, ASSEMBLEA NAZIONALE APERTA A TUTTI
CONTRO IL LICENZIAMENTO DI RICCARDO ANTONINI
Firenze, 26 novembre 2011 ore 10,30
“Circolo dei Lavoratori di Porta al Prato”
Firenze, Via della Porte Nuove 33

La Cassa di Solidarietà tra ferrovieri esprime la propria vicinanza a Riccardo Antonini e la
condivisione del suo operato, denuncia il conflitto di interessi dei dirigenti FS e fa appello ai colleghi, ed
a quanti vogliano sostenerlo assieme a noi, a partecipare all'assemblea pubblica per individuare le
iniziative economiche, politiche, sindacali e di informazione più adeguate per la riassunzione di Riccardo.

Riccardo Antonini è ferroviere, dipendente di RFI che vive e lavora a Viareggio.
La notte della strage del 29 giugno 2011, dopo pochi minuti era sul posto (.... leggi tutto)

pc 23novembre - mozione con raccolta firme alla Marcegagliadi Ravenna presentata dallo slai cobas per il sindacato di classe

Il governo Monti è nato per la difesa degli interessi delle banche, della finanza internazionale, dei padroni. La sostanza delle sue dichiarazioni "ci vuole un'altra

politica"… "impopolare"… “un lavoro enorme da fare” è il messaggio che ha mandato ai lavoratori, cioè la sua azione sarà quella di attacco alle condizione di vita e di lavoro

degli operai. Non è un caso che ha nominato ministri come Fornero e Passera in dicasteri chiave per la sua politica economica, cioè attacco alle pensioni e licenziamenti di massa (Passera come amministratore delegato delle Poste Italiane ha già tagliato oltre 20mila posti di lavoro). Così come non è un caso che ha nominato un prefetto agli Interni e un ammiraglio alla Difesa per militarizzare ancora di più la sua politica contro l'opposizione sociale.

Gli operai non hanno una rappresentanza sindacale e politica per contrastare l'azione di un governo antioperaio e antipopolare. I confederali lo sostengono e le forze politiche

parlamentari sono tutte unite nell'appoggiarlo.

Ora bisogna raccogliere e organizzare la forza degli operai per difendere i nostri interessi di classe, schierarci e mobilitarci per lo sciopero generale contro questo

governo.

Per questo lo Slai Cobas per il sindacato di classe sta facendo circolare una mozione tra gli operai della Marcegaglia su cui raccogliere le firme.



La mozione:

Noi sottoscritti operai della Marcegaglia di Ravenna e ditte esterne siamo contro il

governo Monti che, dietro l'immagine di governo "tecnico" e con la copertura

dell'unità nazionale,

• nasconde la sua vera natura di un esecutivo espressione delle banche e di

Confindustria senza avere avuto alcuna legittimità democratica ed elettorale

• si prepara a scaricare la crisi economico-finanziaria con una nuova stangata

sui lavoratori e le masse popolari con l'attacco alle pensioni, ai salari, ai contratti

nazionali, ai servizi sociali, per garantire la finanza mondiale e gli interessi del

padronato

• difende il fascismo padronale del piano Marchionne nelle fabbriche e nei

luoghi di lavoro che per noi operai significa più sfruttamento, attacco ai diritti, in

particolare quello di sciopero



Vogliamo una mobilitazione immediata e lo sciopero generale costruito dal basso per

difendere i nostri interessi di operai: lavoro, salari dignitosi e garantiti, salute e

sicurezza nei posti di lavoro e fine della precarietà



Slai Cobas per il sindacato di classe-Ravenna

cobasravenna@libero.it

tel. 339/8911853

pc 23 novembre - Comune obbligato a prevenire esondazioni

un'interessante sentenza di Cassazione che mette in luce le responsabilità di chi si dovrebbe occupare della "pubblica incolumità"
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Cassazione

Comune obbligato a prevenire esondazioni

MILANO

L'ente pubblico ha l'obbligo di attivarsi per la tutela di un diritto altrui - nello specifico, la difesa di un cantiere edilizio privato dall'esondazione di un canale comunale - e, nel caso di inerzia, risponde integralmente dei danni provocati. Le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza 24406/11, depositata ieri) intervengono sul delicato tema della responsabilità omissiva per colpa, fissando importanti principi di comportamento per la pubblica amministrazione. La controversia riguardava l'allagamento di un cantiere di Ancona, provocato dall'esondazione di un canale scolmatore. In primo grado i giudici avevano ripartito la responsabilità («concorso di colpa del danneggiato», articolo 1227 del codice civile), in appello però integralmente trasferita a carico del Comune. Decisione giusta, questa, secondo le Sezioni Unite, che nel conflitto di orientamenti giurisprudenziali hanno scelto quello secondo cui «l'obbligo giuridico di impedire l'evento può derivare anche da una specifica situazione che esiga una determinata attività a tutela di un diritto altrui». Il Comune si era difeso, invano, chiedendo che le opere di contenimento dalle esondazioni venissero poste a carico dell'impresa costruttrice, richiesta valutata come giuridicamente irricevibile.

dal sole24ore 22/11/11

pc 23 novembre - Ancora morti tragedie per il maltempo... e gli "amministratori"


Frana sulle case nel Messinese, 4 morti

Un bimbo di 10 anni, una donna di 24 e padre e figlio trascinati via dal fango nel Messinese

23 novembre, 02:01

ANSA

Un bambino di 10 anni, una donna di 24 e un padre con un figlio grande sono morti nella frana che ha colpito ieri sera un gruppo di case nella provincia di Messina: Scarcelli, frazione di Saponara, e' un fiume di fango, e non e' escluso che possa nascondere altri corpi. La frana arriva a ora di cena, al termine di una giornata di pioggia incessante che ha battuto per ore non solo la Sicilia, ma anche le isole Eolie, la Calabria (dove il giorno prima si era contato un altro morto per il maltempo), un pezzo di Sardegna e un po' tutto il Sud. Si teme subito, a Saponara, per i possibili dispersi. Li cercano gli uomini della Protezione civile, dei Vigili del fuoco e dei Carabinieri, accorsi sul posto. Presto ne vengono segnalati due, un padre e un figlio che mancano all'appello. La madre si e' salvata per miracolo, aggrappandosi alla ringhiera di un balcone. I vigili del fuoco riescono a salvare un ragazzo investito dal fiume di acqua e fango che ha invaso le strade. E non smettono di cercare. "Il paese è in ginocchio - aveva detto il vicesindaco di Saponara, Giuseppe Merlino -, i danni sono ingenti e tutti speriamo che i due dispersi, travolti dalla frana, siano in vita". Sul luogo del disastro, che si può raggiungere solo a piedi, i soccorritori continuano a scavare. In un paese vicino, Monforte San Giorgio, il conducente di un mezzo scavatore che cercava di rimuovere massi e detriti dalla strada, viene intanto investito dal fango, restando gravemente ferito. Il primo corpo ad essere restituito e' quello di un bambino di 10 anni. Si chiamava Luca Vinci e al momento della tragedia era in casa con la madre, che si e' salvata. Tutto e' accaduto troppo in fretta e, anche se distante solo pochi metri dal figlio, non ha potuto far nulla. Intanto esonda un torrente a Villafranca Tirrena (Messina), a valle di Saponara, e 20 famiglie rimangono isolate. Poco dopo, ormai a notte fatta, emergono dal fango anche i corpi senza vita di Luigi e Giuseppe Valla, padre e figlio, rispettivamente 55 e 25 anni, le due persone che risultavano disperse nella frana di Scarcelli. Passano pochi minuti e il responsabile della Protezione Civile siciliana, Pietro Lo Monaco, annuncia il recupero di un quarto corpo: e' di una donna di 24 anni. E vi sarebbero ancora dispersi. "Le notizie che arrivano dal messinese - aveva affermato verso sera il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, quando ancora non si sapeva dei morti ma gia' si segnalavano alluvioni, piene, frane e crolli - inducono in primo luogo la forte solidarietà per le famiglie colpite, e rafforzano l'esigenza di avviare subito un piano nazionale integrato per la difesa del suolo". ''Interventi - aveva detto proprio oggi alla commissione Ambiente al Senato - che l'Italia non può permettersi di rinviare".

pc 23 novembre - GENOVA: VIAGGIO NEI LUOGHI DELL'ALLUVIONE (PARTE PRIMA)

Quella che segue è la prima parte di un réportage dalle zone alluvionate di Genova: in questo primo momento mi occupo della zona di Genova dei quartieri di Marassi e Quezzi, con particolare riferimento alla parte più colpita, dal punto di vista umano - ci sono state sei vittime - la zona di via Fereggiano e dell'omonimo rio.
Nei prossimi giorni aggiornerò questo diario dalle zone di piazzale Adriatico e San Fruttuoso: senza dimenticare che, ad un anno da un evento simile, il quartiere ponentino di Sestri Ponente ha ancora gravi problemi, che nessuno si è ancora degnato di cercare di risolvere; la speranza è che, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale, qualcosa si muova.

Sono passati quindici giorni dall’alluvione che, venerdì quattro novembre scorso, ha investito Genova - in particolare i quartieri di Quezzi, Marassi e San Fruttuoso - in val Bisagno: ritengo giusto tornare sui luoghi interessati dalla catastrofe per capire come stanno procedendo le cose, se la popolazione sta tornando o meno alla normalità.
Inizio il mio giro da quella piazza Galileo Ferraris che, sommersa da due metri di acqua, si è trovata ad essere il ricettacolo di tutte le automobili che scendevano da via Fereggiano a causa della violenza delle acque del rio omonimo.
Appena entrato sulla piazza, sulla sinistra trovo - sotto la sede stradale - il circolo Fitel “Floris”, un tempo sede dei Socialisti democratici italiani di zona; è aperto: un paio di tavoli di carte sono attivi, ma per il resto è una vera tragedia, non c’è rimasto più nulla, e quel poco che viene servito si trova in bicchieri di plastica.
Faccio pochi metri, lasciando la scuola sulla mia sinistra, e mi inoltro in un vicolo dove trovo la sede di quartiere dell’Anpi, dedicata al partigiano Giuseppe Arzani: qui, il presidente - il compagno Luciano Bezerédy - mi spiega che, ‘grazie’ al tappo formato dalle automobili che, scendendo da via Fereggiano, si accatastavano sulla piazza, la sezione non ha subito danni.
Sinceramente rincuorato, proseguo il mio giro e mi inoltro sulla parte bassa di via Fereggiano: qui sono veramente moltissime le attività produttive che sono andate sott’acqua, e molte di queste sono tutt’ora chiuse al pubblico.
La desolazione la fa da padrone: l’odore del fango, che pervade tutta la zona, non mi abbandona neppure all’interno di un bar nel quale mi rifugio per qualche minuto, in modo da riordinare le idee e prendere nota dei moltissimi drappi di ringraziamento per gli “angeli del fango” - i ragazzi, soprattutto dei centri sociali, accorsi nell’immediatezza degli eventi per rendersi utili nel far tornare le cose ad un grado minimo di ‘normalità’ - appesi un po’ ovunque.
Parlando con i titolari, scoprirò poi che - pur tra enormi difficoltà - l’esercizio in questione è stato riaperto nell’immediatezza degli eventi, finendo per costituire un vero e proprio centro di aggregazione per la popolazione del quartiere in difficoltà, nonché di raccolta e rifocillamento dei volontari.
Proseguo verso Quezzi alta, e supero la zona che si trova nelle peggiori condizioni: al posto del parapetto di via Fereggiano c’è un muretto di plastica, che separa la carreggiata dal letto del fiume, proprio nel punto dell’esondazione; fa impressione vedere un centinaio di metri di strada in quelle condizioni: si può immaginare il terrore di chi si è visto il rio piombargli addosso e travolgerlo senza pietà.
Salgo su un autobus della linea 82 e, dopo una breve sosta al capolinea all’apice del quartiere, nel ritornare indietro mi fermo in località Pedegoli, in quello che un tempo era un bar da me frequentato con assiduità: in quel tratto il rio Fereggiano ha creato pochi problemi, risparmiando molte attività produttive; chissà, forse l’abbattimento del bar che fungeva da Genoa Club Pedegoli - che era proprio sul greto del torrente - ha evitato tragedie colossali.

Genova, 22 novembre 2011

Stefano Ghio - Proletari Comunisti Genova

http://pennatagliente.wordpress.com

pc 22 novembre - PROCESSO ETERNIT: ULTIMA UDIENZA DEL 21 NOVEMBRE

La seduta odierna - che è anche l'ultima in attesa della pronuncia della sentenza - si apre alle ore 9:30, davanti ad un pubblico formato in maggioranza dagli oltre duecento ragazzi delle sei scolaresche di Casale Monferrato che avrebbero dovuto partecipare all'udienza del sette novembre scorso, ma è stato loro impedito dalle avverse condizioni climatiche.
Per oggi sono previste le repliche dei responsabili civili (gli avvocati Fornari, Mangia, e Di Amato junior, in rappresentanza delle società: Etex, Amintus e Becon), seguite da quelle dei difensori degli imputati genocidi (gli avvocati Di Amato senior, Alleva e Zaccone, in rappresentanza dello svizzero Stephan Schmidheiny e del belga Jean Louis Marie Ghislain de cartier de Marchienne).
Tutti, nessuno escluso, ribadiscono la tesi secondo la quale i due spacciatori di morte da amianto non sarebbero responsabili di alcunché - e pertanto dovrebbero essere assolti per non aver commesso il fatto - perché i gestori dell'Eternit Italia S.p.A. sarebbero stati i dirigenti italiani.
E' vero esattamente il contrario: i dirigenti italiani, come ampiamente dimostrato dal pm Raffaele Guariniello, erano soltanto dei meri esecutori degli ordini che arrivavano dai due imputati: erano soltanto loro i veri datori di lavoro, essendo gli unici che prendevano le decisioni ed avevano potere di spesa, anche per quanto concerneva gli stabilimenti italiani.
La prossima udienza, che è stata fissata per lunedì tredici febbraio, si concluderà la replica dell'avvocato Zaccone, e successivamente - parole del presidente Giuseppe Casalbore - "seguirà una rapida Camera di consiglio e la lettura del dispositivo della sentenza".

Torino, 21 novembre 2011

Stefano Ghio - Rete sicurezza Torino

c/o Slai Cobas per il sindacato di classe To/Mi/Bg/Ge

http://pennatagliente.wordpress.com

martedì 22 novembre 2011

pc 22 novembre - NO ALLA CRIMINALIZZAZIONE DELLE LOTTE NELLE COOP milano

NO ALLA CRIMINALIZZAZIONE DELLE LOTTE NELLE COOP

NO ALLA REPRESSIONE CONTRO I LAVORATORI IN LOTTA

A ben tre anni di distanza stanno arrivando una serie di avvisi di garanzia
per la mobilitazione dei lavoratori delle coop alla Bennet di Origgio, la lotta
che ha dato il via alle agitazioni tuttora in corso nelle cooperative.

Lavoratori, iscritti del SI Cobas (allora eravamo Slai Cobas), compagni del
CSA Vittoria e del Coordinamento di Sostegno alle lotte delle Cooperative, sono
raggiunti da avvisi di garanzia con accuse di "resistenza", "lesioni", ecc.

Oggi sono in piedi una serie di lotte nelle cooperative, con 15 licenziati
politici per rappresaglia all'Esselunga di Pioltello (Consorzio Coop Safra),
alla SDA di Carpiano (Consorzio Coop UCSA), e in numerose altre realtà.

Da poco si è conclusa la lotta alla TNT di Piacenza (Consorzio Gesco Nord). A
breve, il 30 novembre, sarà pronunciata la sentenza per le lotte alla GLS di
Brembio (Coop Papavero) con 12 lavoratori licenziati dal 2010. (Dopo che è
stata ribaltata la prima sentenza del tribunale del lavoro di Firenze che,
coraggiosamente, sanciva che i soci lavoratori della Papavero fossero dei
dipendenti a tutti gli effetti e che quindi dovessero essere reintegrati come
previsto dallo Statuto dei Lavoratori).

Questi avvisi di garanzia sono funzionali al tentativo di intimidire i
lavoratori che lottano e le realtà che li sostengono. Vogliono impedire
l'autorganizzazione dei lavoratori e che siano adottate forme di lotta che
creano realmente un danno ai profitti dei padroni delle Coop e dei committenti
(la logistica, la grande distribuzione, ..), come il blocco dei camion e delle
merci.

In questi anni le lotte nelle coop si sono sviluppate, hanno cominciato a
mettere in discussione la dittatura e l'arbitrio dei capetti, si sono
contrapposte a condizioni di lavoro umilianti e pressoché di schiavitù.
Condizioni imperniate sulla mancata applicazione dei contratti, sul continuo
ricatto del licenziamento e, quindi, della perdita del permesso di soggiorno,
sulla negazione dei diritti minimi di qualunque lavoratore.

Con la repressione si vuole bloccare un movimento di lotta che sta crescendo,
si vuole impedire che venga messa a nudo fino in fondo la "truffa del socio
lavoratore" che costringe un essere umano a essere "socio" senza le prerogative
di un vero socio di coop e, contemporaneamente, a essere "lavoratore" senza
avere i diritti di tutti gli altri lavoratori.

Ma la repressione statale che oggi inizia a colpire le lotte nelle
cooperative, non riguarda solo questo settore. E' funzionale allo scenario che
si va delineando con un governo chiamato "tecnico", ma che ha l'obiettivo di
far pagare la crisi ancora più duramente ai lavoratori e ai proletari, di
"rilanciare" l'economia capitalista con la riduzione dei salari e l'azzeramento
di diritti e contratti, sul modello di Marchionne alla Fiat.

In questo scenario il grande capitale, economico e finanziario, non vuole
disturbatori, né operai e lavoratori che rifiutano di continuare a essere
calpestati dalle politiche di rilancio dei profitti padronali, di
precarizzazione di tutti i lavori e i lavoratori.

Riusciremo a contrastare la repressione e l'intimidazione solo con la lotta e
con la solidarietà tra lavoratori. Chiediamo a tutti di sostenere le lotte dei
lavoratori delle cooperative, di respingerei tentativi repressivi, di
riprendere a lottare per la difesa delle proprie condizioni di lavoro e dei
propri diritti.

Da più di trent'anni ci raccontano che, "dopo i sacrifici", ci saranno lavoro,
salari e diritti per tutti; ci credete ancora?

pc 22 novembre - pagherete caro, pagherete tutto.....

Roma - (Adnkronos) - La Cassazione ha assolto "perché il fatto non sussiste" l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e l'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola. In particolare, la sesta sezione penale ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Genova del 17 giugno 2010 che, in riforma totale della sentenza di primo grado, aveva condannato De Gennaro a un anno e quattro mesi di reclusione e Mortola a un anno e due mesi per aver istigato alla falsa testimonianza l'ex questore di Genova Francesco Colucci durante il processo per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz al G8 del luglio 2001.


In questo modo la sesta sezione penale presieduta da Adolfo Di Virginio, dopo circa quattro ore di camera di consiglio, ha definitivamente assolto De Gennaro, attualmente direttore del Dis e Mortola che nel frattempo è diventato questore ed è capo della Polizia ferroviaria a Torino. L'assoluzione ai due era già stata accordata dal gip del Tribunale di Genova il 7 ottobre 2009 perché "non c'erano prove sufficienti di colpevolezza".

Soddisfatto De Gennaro: "La Cassazione - ha dichiarato - ha finalmente ristabilito la verità confermando quanto avevano già stabilito i giudici in primo grado che mi avevano assolto". Un sospiro di sollievo che De Gennaro, oggi ai vertici dei Servizi segreti, ha pronunciato davanti al suo legale Franco Coppi. Che, interpellato dall'Adnkronos, si dichiara soddisfatto.

"Non avevamo mai dubitato della sentenza assolutoria pronunciata in primo grado. Un giudizio che non era stato condiviso dai giudici d'appello che avevano fatto una rilettura polemica della sentenza non condivisa oggi dalla Cassazione". Al di là della soddisfazione, il legale di De Gennaro sottolinea anche la dimensione limitata del processo. "Anche se si ragionava nell'ambito di una vicenda che ha avuto esiti drammatici - rileva Coppi - la causa in questione era in realtà molto banale perché doveva soltanto discutere di un ordine impartito ad un addetto stampa. Finalmente la Cassazione ha ripristinato la verità".






pc 22 novembre - Padroni assassini: quattro morti in un giorno


Strage sul lavoro: quattro morti in un giorno
Giornata nera, due operai muoiono nel Lazio: uno vicino Frosinone, l'altro a Viterbo. Nel comasco un edile viene colpito alla testa da una pietra. A Trieste schiacciato dallo sperone di roccia in una cava. Il 21 novembre un'altra vittima a Spoleto

di rassegna.it



E’ stata un’altra giornata di sangue sui luoghi di lavoro: oggi (22 novembre) quattro operai sono morti in poche ore, due solo nel Lazio a breve distanza tra loro. Le altre tragedie sono avvenute a Trieste e in un cantiere del comasco. Le quattro vittime si aggiungono all’operaio edile morto ieri pomeriggio in un cantiere di Spoleto, nei pressi di Perugia.


Un operaio ucraino di 28 anni è morto stamani a Supino, in provincia di Frosinone. Il giovane è caduto da un'altezza di circa 10 metri mentre stava lavorando su un'impalcatura per la riparazione del tetto di una fabbrica. Poche ore dopo, l’altro incidente nel Lazio: a Soriano nel Cimino (Viterbo) un lavoratore italiano di 58 anni è rimasto schiacciato da due lastre di peperino, la pietra locale, ognuna dal peso di alcuni quintali. Per lui non c’è stato nulla da fare.

A Montano Lucino, nel comasco, ha perso la vita un operaio edile di 56 anni. Durante le operazioni di scavo in un cantiere, l'uomo, di cui ancora non è stato reso noto il nome, è stato colpito alla testa da una pietra ed è morto sul colpo.

La mappa dei morti ci porta quindi nelle cave di Aurisina, in provincia di Trieste. Qui un operaio stava lavorando con una macchina escavatrice, quando è rimasto schiacciato dalla caduta di uno sperone di roccia.

Un'altra tragedia era avvenuta ieri pomeriggio. Un edile ha subito un infortunio mortale mentre era impegnato in un cantiere per la costruzione di un'abitazione, nei pressi di Spoleto (Pg). A pochi chilomentri da Campello sul Clitunno, dove proprio venerdì si celebrerà la ricorrenza dei 5 anni dalla tragedia della Umbria Olii, in cui persero la vita 4 lavoratori, il 25 novembre 2006.


pc 20-21 novembre - Dagli operai della Marcegaglia di Ravenna il No al governo Monti

Una mozione che gli operai stanno sostenendo

Prepariamo la giornata di lotta nazionale del 2 dicembre

Il governo Monti è nato per la difesa degli interessi delle banche, della finanza internazionale, dei padroni. La sostanza delle sue dichiarazioni "ci vuole un'altra politica"… "impopolare"… “un lavoro enorme da fare” è il messaggio che ha mandato ai lavoratori, cioè la sua azione sarà quella di attacco alle condizione di vita e di lavoro degli operai. Non è un caso che ha nominato ministri come Fornero e Passera in dicasteri chiave per la sua politica economica, cioè attacco alle pensioni e licenziamenti di massa (Passera come amministratore delegato delle Poste Italiane ha già tagliato oltre 20mila posti di lavoro). Così come non è un caso che ha nominato un prefetto agli Interni e un ammiraglio alla Difesa per militarizzare ancora di più la sua politica contro l'opposizione sociale. Avremo così più stato di polizia in risposta alle rivendicazioni sociali.
Gli operai non hanno una rappresentanza sindacale e politica per contrastare l'azione di un governo antioperaio e antipopolare. I confederali lo sostengono e le forze politiche parlamentari sono tutte unite nell'appoggiarlo.
Ora bisogna raccogliere e organizzare la forza degli operai per difendere i nostri interessi di classe, schierarci e mobilitarci per lo sciopero generale contro questo governo.
Per questo lo Slai Cobas per il sindacato di classe sta facendo circolare una mozione tra gli operai della Marcegaglia su cui raccogliere le firme.

La mozione:
Noi sottoscritti operai della Marcegaglia di Ravenna e ditte esterne siamo contro il
governo Monti che, dietro l'immagine di governo "tecnico" e con la copertura
dell'unità nazionale,
• nasconde la sua vera natura di un esecutivo espressione delle banche e di
Confindustria senza avere avuto alcuna legittimità democratica ed elettorale
• si prepara a scaricare la crisi economico-finanziaria con una nuova stangata
sui lavoratori e le masse popolari con l'attacco alle pensioni, ai salari, ai contratti
nazionali, ai servizi sociali, per garantire la finanza mondiale e gli interessi del
padronato
• difende il fascismo padronale del piano Marchionne nelle fabbriche e nei
luoghi di lavoro che per noi operai significa più sfruttamento, attacco ai diritti, in
particolare quello di sciopero

Vogliamo una mobilitazione immediata e lo sciopero generale costruito dal basso per
difendere i nostri interessi di operai: lavoro, salari dignitosi e garantiti, salute e
sicurezza nei posti di lavoro e fine della precarietà

Slai Cobas per il sindacato di classe-Ravenna
cobasravenna@libero.it
tel. 339/8911853

pc 20-21 novembre - il fascismo padronale targato marchionne fa un ulteriore passo avanti

L'annuncio della Fiat della disdetta di tutti gli accordi negli stabilimenti fiat, dà seguito all'uscita dalla Confindustria, e avvia l'ultima fase dell'offensiva padronale cominciata con il piano e l'accordo di pomigliano.
Questo percorso irreversibile della Fiat e le ragioni non congiunturali di esso sono dettagliamente analizzati nei due speciali-Fiat realizzati da proletari comunisti.
Nei due speciali sono evidenziate anche l'inconsistenza delle posizioni della fiom,dei sindacati di base,e dei gruppi opportunisti,nella analisi e nell'azione per contrastare quello che è il fascismo padronale Fiat,dentro la marcia verso un regime moderno fascista e neocorporativo nel nostro paese.
A questi speciali rimandiamo i compagni, le avanguardie operaie per impugnare l'arma della critica
per la guerra di classe politica, sindacale, culturale ideologica organizzativa necessaria in questo scontro.
Ora in tutti gli stabilimenti fiat - ad esclusione forse di Termini Imerese,ormai chiuso dalla Fiat da oggi, su cui fa fatta una riflessione a parte - lo scontro è chiaro e tutti operai e organizzazioni sindacali sono chiamati a fare i passi conseguenti.
Abbiamo nei mesi scorsi provato a intervenire, noi che non siamo presenti direttamente, nelle fabbriche Fiat, a Termini Imerese, alla Fiat Sata,a Mirafiori per portare le nostre posizioni e proposte e dare vita alle forme organizzative e di lotta conseguenti.
Alcuni embrionali risultati concreti sono stati ottenuti nel rappresentare questo scontro, in particolare sui licenziamenti alla Fiat Sata, in occasione del Referendum Mirafiori, in occasioni dei processi Fiat. Alcuni buoni legami sono stati stabiliti; un certo grado di condivisione verificato tra gli operai vi è stato.
Ma abbiamo trovato anche ostacoli al nostro interno per affermare questa linea.
A Termini Imerese i nostri compagni non sono stati ingrado di trovare le forme con cui dare corpo alle nostre proposte alternative al sindacalismo confederale e al sistema dei partiti e istituzioni che pilotano la chiusura.
A Torino, i compagni del collettivo comunista piemontese che avevano aderito alla nostra organizzazione, proprio sulla questione Fiat hanno dimostrato la loro inconsistenza ideologico- politica e la pochezza organizzativa e di stile di militanza e questo li ha resi inutili allo sviluppo di una azione seria e sistematica, per poter dare vita aun presidio permanente che fosse da punto riferimento della riorganizzazione degli operai,
A Pomigliano, al di là della combattività riconosciuta, prevale nello slai cobas Pomigliano la linea delle vertenze legali come arma principale - e se anche, questo ha portato ad alcune vittorie in tribunale, a nulla questa linea è servita per riorganizzare le file operaie e assicurare una continuità di lotta, in una situazione certomolto difficile.
Alla Fiat Sata la situazione è oggettivamente migliore, la partita è aperta, lo scontro nella fiom reale e il grado di consapevolezza delle avanguardie operaie elevato. Sono, però presenti illusioni sulla portata dello scontro nella fiom, nei partiti di sinistra parlamentare e non è compreso adeguatamente quanto siano necessari,la ricostruzione dal basso del sindacato di classe e l'organizzazione di un circolo operaio nella conduzione di questo scontro sul piano tattico e strategico.
La decisione di Marchionne, dal nostro punto di vista è utile, perchè non lascia molti margini a opportunismi, arretratezze e posizioni centriste.
A dicembre si ricomincia dunque a tessere la tela

proletari comunisti
22 novembre 2011

lunedì 21 novembre 2011

pc 20-21 novembre - Egitto solidarietà alle masse popolari in rivolta contro il regime militare

E' stato un vero massacro quello messo in atto a piazza tahir dal regime militare egiziano, imorti sono oltre 30 accertati e i feriti migliaia
la piazza si è riempita di sangue ad opera di coloro che avevano preso il posto di Mubarak per
difendere gli stessi interessi delle classi dominanti asserviti all'imperialismo e legati ad Israele
coloro che in questimesi hanno inneggiato alle primavere arabe,come esempio di lotta non violenta
tanto da prenderle a modelloanche in paesi comei nostri
ora possono vedere come le classi dominanti non cedano mai il potere pacificamente e non esitano
a massacrare i popoli quando questi vogliono andare oltre i confini che esse stesse hanno stabilito

le richieste di pane, lavoro, libertà, autodeterminazione, le lotte operaie con i loro sindacati indipendenti non possono essere salvaguardate e ottenute, senza che le massenon si dotino degli strumenti necessari per rovesciare le classi dominanti, un partito d'avanguardia espressione della classe operaia,un fronte unito delle masse popolari per una rivoluzione di nuova democrazia in marcia verso ilsocialismo e il comunismo, un esercito popolare per sconfiggere le forze del nemico e dell'imperialismo.

le elezioni annunciate peril 28 novembre vanno boicottate sono un'arma del regimeperlegittimare il suo potere con le mani sporche di sangue

proletari comunisti fa appello a una mobilitazione solidale, che veda protagonisti nel nostro paese, come è stato in occasione della caduta di Mubarak,gli immigrati egiziani e arabi

i comunisti marxisti-leninisti-maoisti, su nostra iniziativa, hanno organizzato a parigi il 15 ottobre 2011, un meeting a sostegno delle rivolte arabe e in particolare per tunisia,marocco ed egitto hanno combinato analisi e riflessione con iniziative politiche internazionaliste, che nel mese di dicembre si svilupperanno nel maggior numero di paesi del mondo. La rivista maoistroad prossima all'uscita in edizione italiana, documenta questa riflessione ed ispira e coordina queste iniziative

ora subito con i proletari e le masse egiziane !


proletari comunisti - PCm Italia
21 novembre 2011

domenica 20 novembre 2011

pc 20-21 novembre - il governo Monti-PD-Pdl pronti all'attacco antioperaio e antipopolare

Il nuovo governo dei padroni, incassato il plebiscito del Parlamento e con il sostegno attivo di Bersani-Casini-Berlusconi, è pronto a scaricare sui proletari e le masse popolari la crisi attraverso una serie di provvedimenti che non lascino niente fuori, per tutelare padroni,ricchi e banche e far diventare i proletari e i poveri sempre più poveri.
Questo bisogna dirlo subito forte e chiaro, in tutte le forme possibili e con tutte le iniziative
sindacali e politiche possibili.
Non conta in questo caso tanto il numero,i numeri verranno poi, ma il posizionamento attivo sui posti di lavoro e nelle piazze.
Gli studenti hanno cominciato il 17 e bisogna continuare con determinazione e autonomia;
i proletari devono partire nella nuova fase.
Bisogna tener conto e denunciare il fatto che i sindacati confederali, Cgil della Camusso compresa, sono già allineati al nuovo governo e pronti, per così dire, ad assumersi le loro responsabilità nel far passare i provvedimenti.
Bisogna denunciare i 'baciatori di rospi' presenti nella sinistra di opposizione che vogliono coprire la natura del governo Monti e dargli la tregua necessaria perchè si consolidi.
Bisogna guardarsi dai gaudenti per la caduta di Berlusconi, pronti a diventare giulivi pretoriani
del nuovo governo dei padroni.
Lo sciopero generale indetto per il 2 dicembre da USB e alcuni sindacati di base, è una buona occasione per cominciare a mostrare la nuova opposizione. Non conta l'esito di massa dello sciopero comunque impossibile in questa fase, ma il posizionamento attivo, la prima risposta, il punto di riferimento da offrire.
A quanto pare, però l'USB, ci ripensa, con ragionamenti tutti politici sui tempi lunghi,tutti da
fare, ma non si vede perchè non cominciare con la lotta del 2 dicembre.
USB e rete dei comunisti si stanno abituando e ci vogliono abituare a una logica che annuncia sfracelli e si ferma al primo ostacolo.
E' successo così anche il 15 ottobre, che deviazioni di corteo e assedi di palazzi annunciati, ai primi fuochi di guerriglia, si siano trasformati in retromarce, giustificazioni e critiche di avventurismo.
Si ripete questa logica il 2 dicembre ?
Proletari comunisti è comunque perchè le forze del sindacalismo di classe e di base disponibili- tra le quali non consideriamo il cobas confederazione dei Bernocchi, e le forze politiche di opposizione reale, tra le quali non consideriamo Casarini e Uniti per l'alternativa,scendano in sciopero e in piazza il 2 dicembre.

proletari comunisti
20 novembre 2011

sabato 19 novembre 2011

pc 19 novembre - Nepal: i contadini rivoluzionari si rifiutano di restituire le terre confiscate

Uno degli scopi della guerra popolare (1996-2006) era quello di dare "la terra a chi la lavora" o terra agricola libera per i contadini da coltivare individualmente o collettivamente. Per portare a compimento ciò il Partito Comunista Unificato del Nepal (Maoista) ha aiutato i contadini a confiscare le terre ai latifondisti feudali o ricchi proprietari terrieri. Ciò era particolarmente necessario nella regione molto popolata del Terai nel sud del Nepal, dove la terra arabile è scarsa relativamente alla popolazione presente.

Ma secondo i termini del recente Accordo in Sette Punti, i contadini verrebbero costretti a riconsegnare buona parte di queste terre. I contadini che fanno parte della Federazione Nazionale Rivoluzionaria dei Contadini si stanno rifiutando.

Questo sviluppo è particolarmente interessante, dato che alcuni leader della Federazione sono della stessa linea di Prachanda, che ha firmato l'Accordo in Sette Punti…

I contadini non vogliono riconsegnare le terre

Kathmandu 16 novembre

La Federazione Nazionale Rivoluzionaria dei Contadini (FNRC) ha dichiarato che non intende restituire le terre che sono state confiscate durante il periodo della Guerra Popolare. Ciò è stato dichiarato in una conferenza stampa che si è tenuta a Kathmandu ieri. La Federazione è contro la restituzione delle terre che vengono coltivate dai poveri e dai senza casa per i loro beni di prima necessità e per la costruzione delle loro piccole capanne.

Il vicepresidente dell'organizzazione Thakur Prasad Chapagain ha detto che restituire le terre senza opzioni alternative, dato che è stato affermato che la riforma agraria rivoluzionaria sarebbe stata l'opzione scientifica, è contro il popolo e la nazione. L'accordo in 7 punti, è esso stesso un tradimento e contro il popolo.

Egli ha detto che i contadini protesteranno e combatteranno contro i partiti al potere e le fazioni dominanti se mobiliteranno i soldati e le forze di polizia per prendere le terre e restituirle ai latifondisti.

http://southasiarev.wordpress.com/2011/11/18/nepal-revolutionary-peasants-refuse-to-return-land/

pc 19 novembre - FIM e UILM VOGLIONO IL CONTRATTO MODELLO POMIGLIANO PER TUTTI

Dopo aver dato la benedizione al nuovo governo dei padroni i sindacati confederali, innanzi tutto sempre Cisl e Uil, a fare da apripista anche per la Cgil, che arriva subito dopo, si fanno prendere dall'euforia di un governo "serio" e preparano un bel regalo di natale a migliaia di operai, rilanciando a favore dei padroni il punto più caldo della battaglia tra la classe operaia e i padroni di questo periodo: chiedono infatti, piegandosi totalmente e in fondo senza nemmeno essere richiesti agli interessi dei padroni industriali, l'applicazione del contratto di lavoro modello Pomigliano a tutti gli altri settori metalmeccanici.

***

FIM E UILM APRONO AL CONTRATTO FIAT MODELLO POMIGLIANO

Da "IL SOLE 24 ORE" di sabato 19 novembre 2011

Auto. Le sigle: soluzione ponte per il 2012

Giorgio Pogliotti - ROMA

Fim-Cisl e Uilm aprono sul contratto Fiat da applicare per gli 82mila dipendenti degli stabilimenti italiani. I due sindacati sollecitano una convocazione da parte del Lingotto proponendo un "contratto ponte", della durata di un anno (2012), per poter confluire successivamente nel contratto nazionale dei metalmeccanici. Mentre la Fiom-Cgil ribadisce la contrarietà a prendere come riferimento in Fiat il contratto di primo livello di Pomigliano - contro il quale ha lanciato un'offensiva giudiziaria - in vigore anche negli impianti di Mirafiori e Grugliasco.

Per i sindacati dei metalmeccanici sono due i fronti aperti; quello con il Lingotto e quello con Federmeccanica, con cui il 30 novembre si vedranno al tavolo sul contratto auto da applicare alle imprese dell`indotto Fiat e a produttori come Dr Motor, che sta configurandosi come una "finestra" specifica all`interno del contratto nazionale dei metalmeccanici (in scadenza alla fine del 2012), sul modello di quanto fatto per la siderurgia. «Per evitare la giungla contrattuale - afferma Rocco Palombella (Uilm) - proponiamo al Lingotto di applicare il contratto Fiat, sul modello di quello di Pomigliano, per il solo 2012. Nel corso dell'anno potremmo lavorare per armonizzare il contratto Fiat e quello di Federmeccanica in un unico che potrebbe decorrere dal 1° gennaio 2013, alla scadenza del contratto nazionale dei metalmeccanici».

Fim e Uilm sono pronte ad avviare il confronto con la Fiat: «C`è bisogno di una normativa unica per assicurare trattamenti comuni ai lavoratori di tutti gli stabilimenti italiani della Fiat - sostiene Giuseppe Farina (Fim) -. La maggiore flessibilità su turni e straordinari produrrà un beneficio sui minimi contrattuali, con un miglioramento salariale. Non è detto che le nuove regole troveranno effettiva attuazione in tutti i siti, visto che il contratto si applicherà anche a Fiat Industrial, che potrebbe avere esigenze diverse da quelle del settore auto». Il contratto aziendale di primo livello di Pomigliano prevede 8o ore di straordinario comandato, senza preventivo accordo sindacale, aggiuntive rispetto alle 40 obbligatorie del contratto nazionale, l'orario su 18 turni, lo spostamento della pausa mensa di 30 minuti a fine turno, un incremento dei minimi tabellari, una semplificazione dell'inquadramento professionale, norme anti-assenteismo (per picchi anomali Fiat non pagherà la quota di indennità malattia a suo carico) e la clausola di responsabilità (sanzioni per mancato rispetto degli impegni presi da parte del sindacato o di singoli lavoratori). Il contratto prevede anche l'applicazione dell`articolo 19 dello Statuto dei lavoratori con la rappresentanza delle Rsa, ovvero delle sigle firmatarie dell'accordo, escludendo la Fiom.

Passando al settore della produzione di treni, Fim, Fiom e Uilm hanno indetto uno sciopero di 8 ore il 25 novembre sollecitando un incontro con il ministro dello Sviluppo economico: preoccupa anche l`intenzione di Finmeccanica di voler deconsolidare AnsaldoBreda.

pc 19 novembre - Le Filippine sono una pedina militare, non un alleato dell’imperialismo USA - PCF

Partito comunista delle Filippine

17 novembre 2011

Il Partito Comunista delle Filippine (PCF) ha etichettato l'alleanza militare tra il governo degli Stati Uniti e lo Stato delle Filippine come nient'altro che "un grande mito." "La realtà è che negli ultimi 60 anni di dominio semicoloniale, l'imperialismo degli Stati Uniti ha solo utilizzato le Filippine come una pedina nel suo interventismo militare, guerre di aggressione e di proiezione di potenza nella regione Asia-Pacifico e oltre".

Il PCF ha emesso la presente dichiarazione il giorno dopo la visita del segretario di Stato Usa Hillary Clinton nelle Filippine in occasione del 60° anniversario del trattato di mutua difesa (TMD). In una cerimonia tenuta a bordo della USS Fitzgerald, Clinton e il segretario filippino agli Affari esteri Alberto del Rosario hanno firmato la "Dichiarazione di Manila", in cui i governi americano e filippino hanno riconfermato il TMD e il loro presunto impegno per affrontare "le sfide regionali e globali, compresa la sicurezza marittima e le minacce alla sicurezza come il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare, il terrorismo e la criminalità transnazionale ".

"Piena di retorica su 'uguaglianza' e 'cooperazione', la Dichiarazione di Manila non è altro che una riaffermazione dei lunghi ineguali rapporti militari, politici ed economici tra le Filippine e gli Stati Uniti, tra una semicolonia e una potenza imperialista," ha sottolineato il PCF.

"Il fatto che la dichiarazione sia stata firmata a bordo di una unità navale americana ancorata in acque filippine in palese disprezzo della sovranità delle Filippine è il simbolo di come il TMD sia un documento di rapporti prevalentemente neocoloniali tra il governo fantoccio filippino e il suo padrone imperialista".

"Non c'è nulla di mutuo nel Trattato di Mutua Difesa", ha detto il PCF. "Il TMD non è mai stato null’altro per il popolo filippino, se non uno strumento utile agli Stati Uniti per legare le Filippine agli interessi strategici geopolitici degli Stati Uniti."

"In diverse occasioni in passato, il TMD è stato utilizzato dagli Stati Uniti per costringere il governo filippino a combattere le guerre di aggressione degli Stati Uniti, ignorando gli interessi diplomatici e politici delle Filippine", ha detto il PCF . Il PCF ha sottolineato che sotto il TMD, le truppe filippine sono state mandate a combattere nella guerra d'intervento degli Stati Uniti contro la Corea negli anni ‘50 e contro il Vietnam durante la fine degli anni ‘60. Le Filippine sono stato anche usate dagli Stati Uniti come base e trampolino di lancio per le sue guerre di intervento contro l'Iraq, l'Iran, l'Afghanistan.

"Finché le Filippine saranno legate al TMD, non potranno mai pretendere di essere neutrali e indipendenti", ha detto il PCF . "Con il TMD, le Filippine sono legate alle decisioni di politica estera degli imperialisti USA. Ciò rende il governo filippino un nemico dei nemici degli Stati Uniti. Si può essere amici solo con governi amici del padrone americano".

"Tra una potenza imperialista e uno stato fantoccio, non potrà mai esserci nulla di mutuo a meno che non lo dica il padrone" ha detto il PCF.

Il PCF ha ribadito la richiesta che dura da lungo tempo del popolo filippino per l'abrogazione immediata del Trattato di Mutua Difesa. "Mentre gli Stati Uniti intensificano gli sforzi per insinuarsi nella regione Asia-Pacifico, è imperativo e urgente per il popolo filippino spingere con maggior vigore per l'abrogazione del TMD".

"Il governo imperialista degli Stati Uniti sta utilizzando lo spettro dell’espansionismo cinese per provocare una disputa sulle isole Spratly e utilizzare questo come pretesto per aumentare la sua presenza navale nel Mar Cinese Meridionale," ha detto il PCF. "Gli Stati Uniti vogliono proiettare la loro potenza militare e assicurare il proprio dominio lungo le coste asiatiche con l'intento di costringere ad aprire per ulteriormente penetrare nel vasto mercato di consumatori della Cina e nel resto dei paesi asiatici."

pc 19 novembre - Egitto, scontri a piazza Tahrir

Un camion per il trasporto truppe della polizia e' stato incendiato

Scontri tra manifestanti e polizia sono scoppiati questa mattina a piazza Tahrir, al Cairo, quando gli agenti sono intervenuti per far sgomberare un sit-in, che durava da diversi giorni, dei parenti delle persone rimaste uccise durante i 18 giorni di rivolta di inizio anno contro il regime di Hosni Mubarak. La repressione di quei giorni ha causato 850 morti e migliaia di feriti.
La battaglia è durata molte ore con lanci di pietre contro lacrimogeni e proiettili di gomma. Piu' limitato il bilancio del ministero della sanita', secondo il quale i feriti sarebbero solo 81. Un camion per il trasporto truppe della polizia e' stato incendiato tra piazza Tahrir e la grande strada Kasr El Aini, bloccata da doppi schieramenti di polizia per evitare un assalto contro il ministero dell'Interno.

pc 19 novembre - Bergamo: Corteo studentesco con denunce

Prima le uova contro Banca Intesa San Paolo, poi Confindustria e Banca d’Italia, dove il tentativo di appendere uno striscione con scritto «Nè Tremonti nè Monti non facciamo sconti» ha creato minuti di tensione fra studenti e polizia, oltre che spaccature tra le associazioni studentesche. Tre ragazzi sono stati denunciati, uno è minorenne: due per imbrattamento e uno per essersi rifiutato di fornire le generalità. E’ la manifestazione organizzata dal Movimento studentesco a Bergamo nel giorno internazionale degli studenti. Ma Diversamente InFormati e Federazione degli studenti prendono le distanze.

Movimento studentesco - Eppure, lo assicurano gli organizzatori, le intenzioni erano delle migliori, pacifiche, senza cercare scontri. «Abbiamo lanciato delle uova contro Banca Intesa, la Confindustria e, tre o quattro rimaste, contro la Banca d’Italia - ammette Chiara Fornoni, 18 anni, studentessa del Liceo artistico e portavoce del Movimento studentesco -. Poi dei ragazzi stavano appendendo uno striscione sulla cancellata, quando sono stati fermati dai carabinieri. E’ quel punto che abbiamo lanciato un sit-in sui gradini della banca. Gli agenti in tenuta antisommossa hanno tentato di caricare, i ragazzi sono scappati, ne hanno preso uno che però è stato subito rilasciato e un altro, che per altro probabilmente nelle fuga ha perso le scarpe. Ci hanno detto che è già stato rilasciato, ma non sappiamo chi è, qui nel Movimento non lo conosciamo. Vorremmo esprimergli la nostra solidarietà e ridargli le sue scarpe». Chiara lo sottoliena: «Non volevamo di certo fare nulla più del sit-in. Mica volevamo entrare in banca, per altro chiusa con quella cancellata alta».

Contro il Governo - E tra musica, salti, corse, qualche balletto improvvisato tra ragazze e ragazzi che si prendono sotto braccio, i temi lanciati sono fondamentalmente due. Anzi, le proteste: il denaro dato alle scuole private e il governo. Le motivazioni arrivano dal furgoncino con microfono che precede il corteo. «Siamo in piazza nel giorno internazionale del diritto allo studio per rivendicare un diritto che ancora oggi non viene rispettato, in particolare in Lombardia e a Bergamo, la regione e la provincia che maggiormente finanziano le scuole private». Anche l’attacco all’esecutivo fresco di composizione è duro: «Il governo tecnico non è scelto dai cittadini. Questo avviene proprio in un momento in cui la democrazia è in calo. E’ composto da rettori, finanzieri e banchieri, proprio coloro che riteniamo causa di questa crisi».

Universitari - Ma gli studenti DiversaMente InFormati, gruppo che nasce dall’iniziativa di ragazzi di Scienze umanistiche dell’Università di Bergamo, si dissociano. In una nota pubblicata anche sulla loro pagina Facebook scrivono di rischio di stereotipi, di cattiva organizzazione, di obiettivi persi di vista. «La nostra associzione nei giorni scorsi ha invitato gli studenti a scendere in piazza perchè ritiene che il 17 Novembre possa essere un giorno importante per permettere agli studenti medi e universitari di riflettere sulla propria condizione e prendere coscienza dei propri diritti. Tuttavia ci dissociamo fermamente da quanto accaduto in città: in particolare per la scarsa organizzazione che ha contribuito a perdere di vista l'obiettivo reale della giornata. Si è parlato di politica e trasporti, ma senza andare a fondo le critiche risultano non solo ripetitive, inefficaci e controproducenti. Tale modo di manifestare procura un danno a tutte le componenti studentesche, perpetuando lo stereotipo negativo dello studente nullafacente e facinoroso».

Federazione studenti - Sulla stessa linea la Federazione degli studenti che sottolina come «manifestare per difendere i propri diritti sia importante. Infatti siamo convinti che l'istruzione necessiti di maggiori investimenti poichè essa un importante strumento per superare la crisi economica e sociale». Ma rispetto alla manifestazione, prende le distanze: «Rispetto a quanto accaduto presso la sede della Banca d'Italia che ha coinvolto anche lavoratori estranei all'oggetto di protesta, pensiamo che la manifestazione studentesca debba svolgersi in modo pacifico, costruttivo e nel totale rispetto di luoghi e persone. I comportamenti che si sono verificati sono da evitare, il rispetto verso le persone che lavorano e non sono oggetto di protesta deve essere il minimo. Tutti insieme cerchiamo di mantenere un clima costruttivo nel rispetto di luoghi e persone all'interno della manifestazione studentesca».