Il generale Roberto Vannacci nega l’esistenza del femminicidio come categoria specifica di reato. Secondo lui, “è un omicidio come tutti gli altri” e non serve una fattispecie dedicata.
Le
sue dichiarazioni, pronunciate durante l’assemblea costituente del suo
partito "Futuro Nazionale" (13–14 giugno 2026), hanno generato polemiche
trasversali nel mondo politico e sociale.
Tra le sue affermazioni:
- “Il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri.”
- “Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri.”
- “Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione.”
- “Non c’è bisogno del reato di femminicidio: deve avere le stesse regole degli altri omicidi.”
- “Così come c’è violenza sulle donne, c’è quella sugli anziani e non c’è un ‘anzianicidio’.”
In
sostanza, Vannacci sostiene che la legge non debba distinguere in base
al genere della vittima e che la parità consista nell’applicare le
stesse norme a tutti.
La
deputata Renate Gebhard (SVP) ha definito le sue parole “populismo
becero e pericoloso”, ricordando che il femminicidio serve a rendere
visibile un contesto specifico di violenza contro le donne.
Il
padre di Ilaria Sula, uccisa dall’ex fidanzato, ha risposto:
“Femminicidio e omicidio sono due cose ben diverse. Solo chi ci passa
può capire.”
Queste
dichiarazioni si inseriscono in un contesto più ampio, segnato da
retoriche negazioniste e da un clima di regressione, che noi compagne
del MFPR, chiamiamo “moderno fascismo” e “nuovo medioevo”.
Non significa vivere nel 1930, ma significa assistere a dinamiche ricorrenti:
- normalizzazione di discorsi che minimizzano discriminazioni strutturali
- negazione di fenomeni sociali documentati (come la violenza di genere)
- spostamento della responsabilità dalle strutture ai singoli individui
- delegittimazione di chi denuncia le ingiustizie, accusato di vittimismo o ideologia
È uno schema storico tipico dei momenti in cui un potere politico vuole ridefinire i suoi confini.
Negare il femminicidio significa negare un conflitto reale, dire che “non esiste” non è un’opinione neutra: è un atto politico.
È un modo per dire:
“Il problema non è la società, non è il patriarcato, non è la cultura del possesso. È solo un individuo impazzito.”
Ma i numeri raccontano altro.
Ogni
anno aumentano le donne uccise, e la maggior parte dei femminicidi
avviene in ambito familiare o relazionale, spesso quando la donna tenta
di sottrarsi al ruolo di cura, dipendenza o disponibilità che la cultura
patriarcale le assegna.
Il
corpo delle donne diventa terreno di scontro per una 'guerra a bassa
intensita', storicamente, quando un potere vuole riaffermare sé stesso,
inizia sempre dai corpi delle donne.
Non è un caso che:
- in molti Paesi si restringano i diritti riproduttivi
- si attacchino le leggi contro la violenza di genere
- si ridicolizzino le battaglie femministe
- si cerchi di riportare le donne a ruoli “tradizionali”
La violenza di genere non è un insieme di episodi isolati.
È un sistema, un meccanismo di controllo sociale, dove Il linguaggio è il primo campo di battaglia:
Prima si negano le parole.
Poi si negano i fatti.
Poi si negano i diritti.
Dire che “il femminicidio non esiste” serve a:
- delegittimare la lotta delle donne
- normalizzare la violenza
- spostare l’attenzione dal sistema al singolo caso
- mantenere lo status quo
E mentre il linguaggio si svuota, la violenza aumenta.
Ogni giorno c’è una nuova storia, un nuovo nome, una nuova vita spezzata.
La guerra contro le donne si intensifica proprio mentre qualcuno tenta di negarne l’esistenza.
Mfpr Milano
Nessun commento:
Posta un commento