Talvolta episodi apparentemente marginali o
circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono
di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle
grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane.
In alcuni settori della
magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di
quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere
il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti
fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti
che lo subiscono. La capacità di soppesare attentamente le conseguenze
delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui
ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di
prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche.
Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari. F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino,
città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le
sue più importanti relazioni amicali e affettive. Questa decisione,
confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto.
Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio
gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea,
destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese. Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita.
Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più
plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da
diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta
così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato
sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il
provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia
avuto un peso non irrilevante.
Non ho conosciuto, invece, direttamente C.
Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e
i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza. Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo (https://infoaut.org/bisogni/ciao-chimi-chi-lotta-non-e-mai-solo-chi-sogna-non-muore-mai).
Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di
dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui
anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale.
Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che
confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso,
avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che
aveva in carico il fascicolo. Costei, preventivamente contattata nella
mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale
autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio,
senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al
magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione,
fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di
comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal
punto di vista costituzionale”, una motivazione che, in tutta
evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti
affettivi che sfugge alla rigidità delle norme. Anche il colloquio
esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso
giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue
convinzioni.
Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni.
La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di
Nello stadio di Città del Messico la cerimonia di apertura dei Mondiali di Calcio più grandi, lucrosi e diseguali di sempre,
le cui gare si giocano tra Messico, Usa e Canada. Sul palco ore di star
internazionali, nel segno dello slogan voluto dalla Fifa: “il calcio
unisce tutto il mondo”.
Parole surreali e insultanti, almeno per le migliaia di persone –
insegnanti, lavoratori, sindacati, madres buscadoras, movimenti sociali e
per la giustizia climatica – che ieri sera per ore hanno provato a superare il muro di polizia posto a oltre un km dallo stadio messicano, tra scontri, arresti e cannoni ad acqua. A festeggiare è solo la Fifa, con un giro d’affari da 13 miliardi di euro, sulla pelle di popoli e territori.
Visto il fallimento delle
prime timide concessioni ai manifestanti, il governo boliviano di
Rodrigo Paz sta preparando il terreno per la repressione violenta delle
proteste. Il nuovo Parlamento, in carica da meno di un anno, ha infatti
approvato la legge 1740 sugli stati di eccezione, che disciplina lo
stato di emergenza e autorizza il governo a dispiegare le forze armate
per reprimere i sollevamenti popolari. Dopo tutto, il moto di
ribellione, che sta ormai assumendo i tratti di una vera e propria
insurrezione, va avanti da oltre 40 giorni e non pare esserci modo per
fermarlo: la capitale La Paz è paralizzata, nel Paese restano attivi una
novantina di blocchi e in diverse piazze si sono registrati violenti
scontri tra manifestanti e polizia. Il popolo boliviano continua a
chiedere le dimissioni di Paz e rivendica un ritorno alle politiche
sociali che rovesci la ricetta liberista che il presidente ha portato
avanti sotto il motto «capitalismo per tutti».
La legge 1740
è stata promulgata lunedì 9 giugno. Essa regola l’applicazione di
misure straordinarie in situazioni di crisi che potrebbero minacciare
l’ordine e la sicurezza pubblici, la sovranità nazionale o il
funzionamento delle istituzioni del Paese. Lo stato di emergenza
disciplinato dalla norma conferisce all’esecutivo poteri straordinari
per gestire le crisi per un periodo massimo di 90 giorni,
prorogabile con l’approvazione dell’Assemblea legislativa
plurinazionale. Il timore di manifestanti e osservatori è che essa venga
applicata proprio per gestire le manifestazioni e lo sciopero a
oltranza in corso dal 1° maggio. Proprio mentre il presidente promulgava
il regolamento, in Bolivia hanno iniziato a circolare immagini che ritraevano mezzi pesanti e carri armati nell’area di Patacamaya, alimentando i sospetti di un imminente dispiegamento militare; il ministero della Difesa ha smentito
tali voci. Nel
Meloni ormai è saldamente schierata con i padroni e a tutti gli eventi a cui partecipa il suo primo imperativo è quello di dimostrare che il suo governo è schierato
con i padroni, con i ricchi, con la borghesia imperialista italiana, con le banche, con la grande finanza, perché il timore principale che è emerso - per le sue contraddizioni interne dopo la sconfitta referendum -
è che i padroni grandi, medi e in parte piccoli, le tolgano il consenso, che cambino cavallo, cavalchino le sue contraddizioni per rimuoverla dal governo; visto che proprio da lì viene il principale pericolo
per la Meloni, data la debolezza oggettiva - a parte il voto referendario - del movimento sociale e politico, proletario e di massa che metta in discussione il governo e ne provochi la caduta.
Siamo più volte intervenuti sulle attuali debolezze del movimento operaio, proletario e di massa, ora però torniamo alla fonte, cioè sul perché il movimento
operaio proletario e di massa deve scendere in lotta, unirsi in uno sciopero generale vero che abbia come esplicito obiettivo la caduta del governo Meloni.
Gli interventi che la Meloni sta facendo in questi giorni, sia nei meeting a cui partecipa sia attraverso i suoi mezzi di stampa, sia attraverso i provvedimenti che il suo governo, con
la fiducia, impone al Parlamento (che peraltro non si spreca molto nell'opposizione radicale a questi provvedimenti), dimostrano quanto questo sciopero sia necessario.
Partiamo dall'ultimo discorso che ha fatto la Meloni all'assemblea della Confcommercio. Il suo discorso è stato chiaro: no alla patrimoniale, cioè non si toccano i
miliardari, non si toccano le grandi ricchezze
Pas de G7 ! La guerre contre la guerre ! L’avenir nous appartient !
Partout dans le monde, les puissances impérialistes qui alimentent
les guerres, soutiennent les occupations et condamnent les peuples à la
pauvreté et à l’exil se réuniront du 14 au 17 juin à Genève, en Suisse.
Les pays du G7, qui se placent au centre de la politique mondiale et
s’arrogent le droit de décider de l’avenir des peuples, se retrouvent
une fois de plus pour définir de nouvelles orientations politiques
conformes à leurs intérêts économiques, politiques et militaires.
Cependant, lors de ce sommet, il ne sera pas question des besoins des
peuples, de l’avenir de la jeunesse ou des véritables problèmes du
monde. Ce qui sera discuté, c’est la manière de perpétuer le système
impérialiste et de préserver l’ordre actuel fondé sur l’exploitation.
Qu’est-ce que le G7 ?
Le G7 est un sommet réunissant les États capitalistes et
impérialistes les plus puissants du monde : les
Comunicato stampa dei lavoratori Pmc Automotive di Melfi
Il presidio
permanente alla Pmc Automotive ha raggiunto gli otto mesi. Ieri, 8
giugno, si è svolto a Roma l’ennesimo tavolo al Mimit con i sindacati, e
il prossimo incontro è già fissato per il 21 luglio. L’evoluzione della
vertenza ha visto diversi mutamenti. Inizialmente, è stato dichiarata
la disponibilità ad assorbire l’intero personale (sia impiegati che
operai), escludendo solo i lavoratori vicini alla pensione. Eventuali
contenziosi individuali dei lavoratori contro PMC avrebbero dovuto
essere risolti da quest’ultima, senza ricadere sulla nuova proprietà.
Con il tempo, però, lo scenario è cambiato. Il nodo impiegati: è
venuto fuori di non voler riassorbire gli impiegati, richiedendo che il
personale
Tarek Dridi uscirà dal carcere di Frosinone
il 16 giugno 2026, dopo 1 anno e 8 mesi di detenzione per aver preso
parte alla manifestazione in solidarietà con la resistenza palestinese
del 5 ottobre 2024.
Eravamo in migliaia in quella
piazza, nonostante la levata di scudi della politica, i filtri della
polizia prima di raggiungerla, i posti di blocco, le identificazioni, i
fogli di via: nonostante tutto ciò, piazzale Ostiense si riempì di
gente. La volontà di muoversi in corteo per le strade della città era grande, una vera e propria necessità collettiva.
Il divieto, irremovibile, imposto nella gestione della piazza è ciò che ha inevitabilmente, generato gli scontri. A
distanza di tempo è difficile aggiungere altro: guardandosi indietro,
quella giornata è stata una delle tante forzature necessarie affinché si
potesse continuare a scendere in piazza, affinché, mesi dopo, si fosse
milioni nelle strade.
Il prezzo più alto per quella giornata lo
ha pagato Tarek, un ragazzo dimenticato, che non fa parte di alcuna
realtà politica, immigrato dalla Tunisia e sul quale la giustizia si è
accanita. Solo dopo alcuni mesi si è cominciato a parlare della sua
storia, grazie ad alcune realtà politiche che se ne sono fatte carico,
grazie al suo avvocato, Leonardo Pompili, e all’immancabile impegno di
Zerocalcare.
Seicentosette giorni di carcere sono tantissimi. Un
giorno è comunque sempre troppo e crediamo che non esista errore che
giustifichi il carcere. Con questa consapevolezza, il 16 giugno saremo content* di riabbracciare Tarek; l’ultimo rimasto ancora a piazzale Ostiense.
C’è un quartiere a Milano chiamato Molise-Calvairate che si trova a circa 3 chilometri dal centro cittadino e a circa 2 chilometri dalla Fondazione Prada. È un complesso di edilizia economica e popolare
che si sviluppa tra viale Molise, piazza Insubria, via Faà di Bruno e
via degli Etruschi ed è caratterizzato da edifici a corte e a ballatoio,
organizzati attorno ad ampi cortili interni.
Ingresso del civico 3 di Piazza Insubria
Il complesso risale agli anni Trenta ed è considerato – per disegno e solidità – un esempio significativo dell‘urbanistica pubblica milanese degli anni Trenta ed è tuttora oggetto di interesse da parte di studiosi e architetti.
Questo patrimonio edilizio è oggi gestito da Aler Milano, erede dell’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) ente pubblico che storicamente amministrava l’edilizia popolare milanese fino al 1996, anno in cui, con una legge
della Regione Lombardia, venne trasformato nelle attuali ALER (Aziende
Lombarde per l’Edilizia Residenziale), che ne ereditano patrimonio e
funzioni.
Milano, 9 giugno 2026. Via Faà di Bruno a Milano
Il Molise-Calvairate conta oggi tra i 2.400 e 3.000 alloggi pubblici ed è abitata da diverse migliaia di
E non lo dicono manifestanti contro la guerra, ma un ex manager di Arcelor che in una lettera aperta agli operai dell'ex Ilva e alla città di Taranto dice praticamente:
Lavoratori è inutile che voi volete difendere il lavoro, il salario;
Cittadini di Taranto è inutile che voi vi battete contro l'inquinamento
per la vostra salute, la vostra vita... i soldi non possono essere
investiti per questi "piccoli" interessi... ma per gli armamenti di
morte, per la guerra degli imperialisti che devono accaparrarsi terre,
materie prime, fare una lotta di concorrenza per i mercati (Usa/Europa
contro Asia/Cina), imporre il loro dominio, una nuova geografia di
spartizione del mondo, ammazzando popolazioni, distruggendo interi
territori, cacciando dalle loro terre migliaia di abitanti...
______________________________
Alcuni stralci della lettera (pubblicata da Taranto Buonasera):
"Una lettera aperta rivolta alla città e ai lavoratori dell’ex
Ilva... A firmarla è Alberto
Pratesi, già manager di Arcelor e presidente dell’Associazione Italiana
Coil Coating, che interviene sulla crisi dello stabilimento tarantino e
sulle prospettive industriali del gruppo, partendo da una premessa senza
margini di ambiguità: secondo la sua analisi, pensare di riportare
l’Ilva alla dimensione e al ruolo del passato non sarebbe più
realistico.
L’ex manager individua più
ragioni alla base di questa impossibilità... (una ragione) riguarda le risorse finanziarie necessarie... «Ci
vorrebbero 20 miliardi, 10 e più per pagare i debiti, 5 per rifare gli
impianti e 5 per le bonifiche, e non ci sono prospettive di ritorno
sull’investimento», sostiene Pratesi... prendere atto del fatto che un intervento di questa
portata avrebbe conseguenze politiche e finanziarie rilevanti.
Nella
lettera, Pratesi lega anche l’eventuale impegno dello Stato alla
cornice più ampia delle priorità nazionali e internazionali, richiamando
le spese per gli armamenti
L'11
giugno i manifestanti si sono radunati vicino al luogo della partita
inaugurale dei Mondiali a Città del Messico, mentre migliaia di tifosi
si dirigevano allo stadio. Brevi scontri sono scoppiati quando i
dimostranti si sono avvicinati ai cordoni di sicurezza attorno
all'impianto.
Il
Messico ha dato il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026 l'11 giugno a
Città del Messico, tra rigide misure di sicurezza. La cerimonia di
apertura si è svolta dopo gli scontri tra studenti, attivisti e polizia
nei pressi dello stadio che ospitava la partita inaugurale tra Messico e
Sudafrica.
I manifestanti dell'Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) e
di altri gruppi hanno marciato verso l'impianto, sostenendo che le
risorse governative destinate al torneo dovrebbero invece essere
utilizzate per le priorità sociali. All'arrivo dei tifosi per la
partita, i dimostranti hanno cercato di spostare le barriere e di
forzare i cordoni di polizia, provocando scontri lungo le vie di accesso
allo stadio.
Gli agenti in tenuta antisommossa hanno formato cordoni difensivi e
sono intervenuti per impedire ai manifestanti di raggiungere le aree
riservate ai sostenitori. Alcuni manifestanti hanno lanciato pietre e
detriti, mentre la polizia ha risposto con misure di controllo della
folla. Gli striscioni esposti criticavano le spese legate ai Mondiali e
richiamavano l'attenzione su disuguaglianze e sparizioni irrisolte in
Messico. Fumo e fumogeni erano visibili in diversi punti del perimetro
dello stadio, ma le autorità hanno mantenuto il controllo della zona di
sicurezza.
MESSICO: IL QUOTIDIANO MURAL SUL BOICOTTAGGIO DEI MONDIALI DEL 2026
Il quotidiano messicano Mural, nel suo
recente supplemento dedicato ai prossimi Mondiali di calcio del
Quattro
braccianti afghani e pakistani sono morti carbonizzati in un minivan
sulla Statale 106 Jonica. Il già giovane aveva 19 anni. Fermati due
caporali connazionali. Il sopravvissuto: «Non ci pagavano da settimane.
Volevano anche i soldi per il trasporto». Ricostruita la filiera dai
campi ai supermercati, ma con molte ombre
Mohammad
Taj Alamyar prende a gomitate il finestrino. Il vetro cede. Riesce a
trascinarsi fuori, dal portellone posteriore, mentre il minivan brucia.
Forse le ustioni alle braccia non gli resteranno per sempre, ma il
ricordo di quei momenti sì. Sarà l’unico sopravvissuto.
Gli
altri quattro muoiono dentro. Qualcuno aveva bloccato le portiere,
cosparso il mezzo di carburante e appiccato il fuoco. Si chiamavano Amin
Fazal Khogjani, ventotto anni. Ullah Ismat Qiemi, diciannove. Safi
Iayjad, ventisette. Waseem Khan, ventinove. Erano arrivati dal Pakistan e
dall’Afghanistan, appartenenti all’etnia pashtun.
Era
il primo giugno. Una mattina uguale a tante altre. All’alba erano saliti
sul furgone diretto ai campi di fragole di Scanzano Jonico. Lo facevano
quasi ogni giorno dalla fine di aprile. Zaino sulle spalle, scarpe già
sporche di terra. Da un appartamento al primo piano di via Gramsci, a
Villapiana, percorrevano la Statale 106, la lunga strada che attraversa
l’alto Jonio calabrese.
Non sono più tornati. La loro vita è finita nello spiazzo del distributore di carburante.
Vivevano
come molti lavoratori stagionali della zona: fino a dieci persone in
due stanze, materassi appoggiati sul pavimento, pochi mobili. Partivano
prima dell’alba e rientravano nel pomeriggio, dopo ore passate nei
campi. Spesso viaggiavano sui minivan organizzati dai caporali. La loro
storia è finita dentro uno di quei furgoni.
Una piccola comunità
Insieme
formavano una piccola comunità. Sempre alla ricerca di lavoro, erano
stati prima in Sardegna, dove avevano ottenuto i permessi di soggiorno,
per poi spostarsi in quell’area traBasilicata e Calabria che è uno dei distretti agricoli più importanti d’Italia.
Non
solo le fragole, ma olive, agrumi, pesche-noci e persino frutta esotica
e riso. Migliaia di imprese che lavorano a stretto contatto con la
grande distribuzione di tutta Italia e anche all’estero. Da quei campi
partono le vaschette di frutta confezionata primaverile o le clementine
che a dicembre arrivano sulle tavole delle famiglie italiane. Milioni di
euro di fatturato che, per chi raccoglie la frutta, si traduce in poche
monete da strappare a un caporale riluttante. Una geografia del lavoro
che scende lungo la costa dello Jonio: Bernalda, Metaponto, Policoro,
Pisticci, Amendolara, Sibari, Schiavonea.
Nell’appartamento
dove vivevano a Villapiana, gli investigatori hanno trovato tracce
evidenti della loro quotidianità: materassi a terra, documenti, pochi
effetti personali e un numero impressionante di scarpe infangate.
L’affitto, circa 500 euro al mese, veniva diviso tra loro e detratto
direttamente dai salari.
Sfruttamento e filiera
Ogni
mattina i braccianti partivano per lavorare nelle campagne della zona
per la raccolta di fragole in un’azienda agricola di Scansano.
L’incarico era iniziato dal 20 aprile. L’accordo era per 45 euro
giornalieri. «Ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano
dato neanche mai un euro», spiega il sopravvissuto Mohammad Taj Alamyar
al TgR Calabria. «Alla fine ci davano la casa ma niente paga.
Pretendevano anche 5 euro al giorno per il viaggio fino al lavoro».
Dalle
parole del superstite emerge il quadro di una vita segnata da
precarietà e sfruttamento. Quarantacinque euro al giorno, da cui
sottrarre l’affitto, il trasporto, le spese. Il bilancio finale: poco
più di zero. Tra i temi da accertare vi è se la richiesta di un
contratto regolare o di una paga diversa, o il rifiuto di ulteriori
trattenute, abbiano avuto un ruolo nella vicenda. «Volevano il
contratto», dice Taj Alamyar riferendosi ai compagni morti nel rogo.
Sicuramente avevano litigato fino al mattino della strage, anche
violentemente. E ai caporali era venuto in mente di dare una lezione.
Definitiva.
Ricostruzione della filiera agricola
Qui
iniziano le contraddizioni. Il titolare dell’azienda presso cui hanno
lavorato li ha impiegati nella racconta delle fragole. Un lavoro
temporaneo, dove si paga la giornata, quasi sempre con regolare apertura
di ingaggio. Questa azienda aveva assunto tutti, anche i presunti
caporali e dice che pagava ciascuno con bonifico. Nessuno al momento può
smentire, ma allora quale era il ruolo dei caporali?
È
interessante comunque entrare dentro l’azienda, moderna ed efficiente,
molto lontana dall’idea di economia arcaica che circola sull’agricoltura
meridionale. Un fatturato milionario, un sito per la vendita diretta di
fragole e frutta esotica, contratti con i grandi nomi dei supermarket
dove arrivano sia con il nome proprio che col private label, “nascosti”
dietro il marchio della catena.
Il
rapporto con la GDO è chiarito in un alcune interviste. Comprate frutta
italiana. Nessuna rivendicazione di compensi maggiori, solo il terrore
della concorrenza dall’estero, Grecia e Spagna in testa.
Il giorno della strage
C’era
stata una prima lite la mattina, poi la discussione era proseguita
durante il rientro. Taj Alamyar racconta che i braccianti si erano
ribellati alla condizione di sfruttamento a cui erano sottoposti.
Secondo
la Procura di Castrovillari, il piano sarebbe stato premeditato. Uno
dei passaggi ritenuti decisivi riguarda la porta scorrevole del minivan:
resa inutilizzabile dall’esterno, con la rottura della maniglia, così
da bloccare chi si trovava all’interno mentre le fiamme si propagavano
rapidamente.
Il
posizionamento dei cadaveri, tutti nel vano anteriore, e il movimento
del mezzo ripreso dalle telecamere avrebbero fatto ipotizzare agli
investigatori un disperato tentativo di liberarsi usando braccia e
gambe.
La Procura di Castrovillari colloca il
caporalato tra le piste dell’inchiesta. Il riferimento tecnico richiama
l’articolo 603-bis del codice penale, riformulato dalla legge 199 del
2016, che riguarda intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Gli investigatori stanno verificando se dietro il rogo ci sia una rete
costruita intorno alla manodopera agricola. La Statale 106 unisce il
luogo del delitto e la direttrice di spostamento tra aree agricole,
alloggi e punti di transito dell’alto Jonio cosentino.
I fermati e il movente
Per
la strage sono stati fermati due cittadini pakistani di 31 anni.
Sarebbero stati loro i caporali che gestivano il trasporto e gli alloggi
dei braccianti e che pretendevano soldi da uomini a cui non avevano mai
consegnato una paga.
Mohammad Taj Alamyar ripete in
modo ossessivo: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pakistani». Il
sopravvissuto ha parlato di una “mafia del Pakistan”, riferendosi a una
rete di caporalato gestita da connazionali, un meccanismo che, secondo
diverse indagini degli ultimi anni, si innesta tra Basilicata e
Calabria, sfruttando proprio la fragilità dei lavoratori migranti.
Qui
dobbiamo chiarire il concetto di fragilità, per non cadere in un
“essenzialismo” etnico che vede negli asiatici gente sottomessa incapace
di rivendicare i propri diritti. Quando esistono le possibilità, come
sta accadendo nel distretto tessile di Prato, i lavoratori di origine
pakistana sono il cuore del sindacato che sta portando diritti in un
ambito dove lo sfruttamento era, se possibile, pure peggiore rispetto a
quello agricolo. E come non ricordare il caso di Adnan Siddique?
Anche lui di origine pakistana, morto dopo aver denunciato un clan di
connazionali che portava braccianti da sfruttare agli agricoltori della
provincia di Caltanissetta.
La fragilità è costruita da
un sistema di leggi sull’immigrazione nato proprio per creare
lavoratori ricattabili. La politica su questo è sorda. Nessun governo ha
mai preso in carico la questione. Per ottenere i documenti chi arriva
in Italia solitamente passa per la richiesta d’asilo. Un lungo processo
burocratico che si conclude spesso con un rifiuto. Anche per chi viene
dall’Afghanistan dei talebani, non esattamente un paese sicuro. La
risposta, anche per loro, evidentemente si accompagna con fogli di carta
temporanei, fatti apposta per cercare lavoro ricattabile, magari come
rider o come bracciante. Le due strade oggi sono equivalenti, la
differenza la fa il passaparola che ti porta in città oppure in
campagna.
Il centro sarà la capitale belga dove alle 15.00 inizierà la
manifestazione. Organizzato dalla coalizione Stop ReArm Europe, l'evento
si terrà a pochi giorni dalla riunione del Consiglio sul nuovo bilancio
settennale dell'Ue: "Spendere miliardi in armi rende l'Europa più
povera, non più sicura"
Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800
organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che
scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di
riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato
dalla coalizione paneuropea,Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation,
e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica
richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere
sociale, non per armarsi
La stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, avamposto per le
operazioni USA e NATO negli scacchieri di guerra in Ucraina, Africa e
nel Golfo Persico, continua ad essere l'ambita meta per le gite fuori
porta degli istituti scolastici e dei centri di formazione professionale
dell'Isola.
L'ultimo tour ai principali sistemi di morte ospitati nella grande base
che sorge a pochi chilometri dall'area metropolitana di Catania ha visto
protagonisti gli studenti del Centro di Formazione ARS di Paternò.
"Si è trattata di una giornata intensa, ricca di emozioni e di
esperienze formative, una visita esclusiva presso la Naval Air Station
(NAS) Sigonella della Marina degli Stati Uniti e il 41° Stormo
dell'Aeronautica Militare Italiana", riportano con enfasi gli
organizzatori alla testata online Etnanews24.
"L'iniziativa ha offerto ai giovani partecipanti un'opportunità unica
per conoscere da vicino il complesso mondo delle operazioni aeronautiche
e della sicurezza militare, attraverso un percorso che
L'ingresso dell'ospedale di Beit Jala, alle porte di Betlemme - Michele Giorgio
All'ospedale pubblico di Beit Jala, alle porte di Betlemme, i pazienti
affollano la sala d'attesa del Reparto di nefrologia e dialisi. Le
macchine disponibili sono poche e le attese, anche in passato, sono
sempre state lunghe. Ma da diversi mesi si sono ulteriormente allungate.
«Non ci sono abbastanza infermieri e medici e quelli disponibili fanno
il possibile», ci dice Abu Firas, pensionato dell'Autorità nazionale
palestinese (Anp) che da una decina d'anni sopravvive grazie
all'emodialisi. «Un tempo, a chi aspettava tanto», aggiunge, «l'ospedale
assicurava il pasto; oggi invece devi portarti il cibo e l'acqua da
casa. Per come vanno le cose mi accontento di fare la dialisi, è già un
miracolo. Spero solo di continuare a farla».
Le preoccupazioni di Abu Firas sono fondate. La sanità pubblica
palestinese in Cisgiordania sta collassando per mancanza di risorse. E
sta entrando in crisi anche quella privata, che deve la propria
sostenibilità alle prestazioni mediche offerte alla popolazione per
conto di quella pubblica. A pagare il prezzo più alto sono i malati più
gravi, a cominciare da quelli oncologici, messi di fronte alla
possibilità
a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si
tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui
consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni
sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di
imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base
economica.
Il
problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma
quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale
proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del
carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità
contributiva.
b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione
ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di
tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se
l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente
da ORE12/Controinformazione rossoperaia del 10.06.26
La guerra di aggressione imperialista americana e sionista nei confronti dell'Iran non è certo alla vigilia di un accordo ma di una nuova fase dell'aggressione. Gli interessi dell'imperialismo americano di rovesciare il legittimo regime in Iran e quelli dei sionisti israeliani - che oltre a questo continuano nella loro marcia per la Grande
Israele che comporta l'aggressione continuata di tutti i paesi dell'area mentre prosegue lo stillicidio genocida nei confronti della Palestina e l'occupazione/annessione
della Cisgiordania - spingono per una nuova fase dell’aggressione.
Sia la resistenza palestinese, che recentemente ha fatto un attacco all'interno di Israele, sia la resistenza delle forze nazionali libanesi rappresentate dal Hezbollah stanno mettendo
in difficoltà il piano di Israele; così come la resistenza e la reazione dell'Iran rende assai difficile la vittoria più volta annunciata da Trump.
In questo contesto è importante, come sempre, mantenere la barra dritta: i proletari e i popoli del mondo sono contro l'aggressione imperialista americana, sono contro il regime sionista israeliano che oggi, come consenso generico internazionale è ai minimi storici, ma le forze che lo sostengono, innanzitutto l'imperialismo americano, poi a diverse sfumature i governi dei paesi imperialisti,
quindi
📍Frente
del Pueblo-SolRojo en pie de lucha en la marcha de esta mañana
convocada por la #CNTE
rumbo al #EstadioCDMX
(Estadio Azteca) como parte de la acciones de la #HuelgaNacional.
📌 Denunciamos
nuevamente el desproporcionado despliegue policíaco y el cerco al
estadio que #ClaraBrugada
y #ClaudiaSheinbaum
mantienen como parte del Estado de excepción que le impone la
#FIFA.
“Ti rispedisco in India in una bara”: è la minaccia che, secondo l’accusa, il presunto caporale della Caddell usava per intimidire gli operai impiegati nella costruzione del nuovo consolato USA di Milano.
Così il 51enne Aji Appukuttan, presunto "caporale operativo" della Caddell Construction – l'azienda costruttrice americana impegnata nella realizzazione del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano che è finita al centro di un'inchiesta per caporalato e "para-schiavismo" – avrebbe minacciato alcuni degli operai impiegati nei lavori. Gli stessi che agli inquirenti hanno poi denunciato: "Tratta gli operai come schiavi, come si vede nei film che parlano di schiavi".
È quanto si legge nell'ordinanza firmata dalla gip di Milano Angelica Cardi su richiesta dei pm Storari e
In Calabria c’è anche chi aiuta i lavoratori migranti
Nella
stessa zona in cui quattro braccianti sono stati bruciati vivi, alcune
aziende e associazioni hanno trovato un modo per togliere potere ai
caporali
di Angelo Mastrandrea
Lavoratori migranti nei terreni dell'azienda agricola Gias a San Marco Argentano, in Calabria
Sulla costa jonica nel nord della Calabria, dove il primo giugno quattro braccianti migranti sono stati bruciati vivi
in un minivan, ci sono anche aziende agricole che assumono i lavoratori
con contratti regolari e condizioni di lavoro dignitose. Provvedono
alla casa e al trasporto, in modo da evitare che si rivolgano a
caporali, cioè persone che fanno da intermediari per ingaggiare i
braccianti, sfruttarli e trattenere parte della loro paga. Li assumono
andandoli a cercare soprattutto nella baraccopoli di San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro, o in quelle pugliesi di Borgo Mezzanone e di Rignano.
Queste
aziende riescono a lavorare nella legalità grazie a un progetto che si
chiama Spartacus, ideato dall’associazione Giuste Terre e finanziato da
alcune fondazioni e dai soldi dell’8 per mille versati alla Chiesa valdese.
«Cerchiamo di far assumere il più possibile le persone legalmente e di
garantire ai braccianti la possibilità di avere un alloggio, perché se
continuano a vivere nei ghetti o alle dipendenze dei caporali è tutto
inutile», dice il responsabile del progetto Gianantonio Ricci.
Ricci
dice che in un anno sono riusciti a far assumere 180 persone che
vivevano a Borgo Mezzanone o a San Ferdinando, tirandole fuori dai
ghetti e sottraendole al caporalato.
Secondo
uno studio del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche, il più
importante ente pubblico che si occupa di ricerca), nelle campagne
calabresi 12mila migranti sono «impiegati in condizioni di
irregolarità». I caporali riescono a tenere sotto controllo i braccianti
perché si occupano di tutto al posto loro, offrendo insieme al lavoro
una casa e il trasporto: i lavoratori migranti spesso non hanno
alternative.
Gli
ideatori del progetto Spartacus allora hanno pensato che per
contrastare il caporalato avrebbero dovuto fare lo stesso, ma in maniera
legale e offrendo un servizio migliore. «La prima cosa che
Storie di schiavitù tra i braccianti delle campagne lucane
Migliaia
di migranti vivono in masserie fatiscenti e lavorano 12 ore al giorno
per pochi soldi, minacciati dai caporali come i quattro bruciati vivi in
un minivan
Un'abitazione
in un campo dove vivono i lavoratori africani durante la stagione della
raccolta dei pomodori a Palazzo San Gervasio, in Basilicata, 2016
(Michele Borzoni/TerraProject/contrasto)
In
poco più di una quarantina di chilometri tra Metaponto e Nova Siri,
nelle campagne della costa ionica della Basilicata, e nella vicina Val
d’Agri, lavorano circa 20mila braccianti nella raccolta di fragole,
albicocche, pesche e ortaggi vari. Sono quasi tutti migranti, arrivati
in Italia via mare dall’Africa, a piedi attraverso la cosiddetta rotta
balcanica o in aereo con il decreto flussi,
la norma con cui ogni anno il governo stabilisce quanti stranieri
extracomunitari possono entrare regolarmente in Italia per lavorare
(molto esposta a illeciti e truffe).
Secondo
le stime del sindacato Flai (Federazione lavoratori agro industria)
Cgil, la metà – quindi circa 10mila – sono a rischio di sfruttamento:
sono controllati dai caporali, cioè persone che fanno da intermediari
per lucrare sul contratto, ingaggiando i lavoratori, portandoli nei
campi e trattenendo una parte della loro paga; e lavorano in nero o in
grigio, cioè con contratti per un certo numero di ore e per il resto in
nero, pagati in contanti.
Tra i lavoratori di queste zone c’erano anche i
Molti
dei migranti che lavorano in questi campi sono tenuti in condizioni di
schiavitù: vivono stipati nelle masserie in campagna o in case affittate
dai caporali nei comuni dell’entroterra o della vicina
Da Comitato di lotta Viterbo e Proletari Comunisti
Esprimiamo incondizionata solidarietà alle compagne e ai compagni di anti imperialist action ireland per le recenti intimidazioni poliziesche fatte di perquisizioni, sequestri di telefoni e pc.
Come ben sappiamo, questo è il trattamento che gli stati imperialisti riservano ai compagni che decidono di lottare contro le loro politiche di aggressione e sfruttamento.
Perché quando sul fronte esterno preparano e combattono le guerre, allo stesso modo sul fronte interno devono reprimere chi non accetta queste logiche.
Per questo, come rivoluzionari, abbiamo il compito e la necessità di organizzarci e migliorare la nostra azione e combattere prima di tutto il nemico in casa nostra.
Come internazionalisti crediamo che sia fondamentale creare e mantenere una rete con tutte le forze antimperialiste, antisioniste e anticapitaliste, perché solo così potremo liberarci una volta per sempre di questa società fatta di sfruttamento e morte.
[ENG]
We express our unconditional solidarity with our comrades at Anti-Imperialist Action Ireland following the recent police intimidation, which has included searches and the seizure of mobile phones and computers.
As we well know, this is the treatment that imperialist states reserve for comrades who decide to fight against their politics of aggression and exploitation.
Because when they prepare and wage wars on the external front, in the same way they must repress those who do not accept this logic on the internal front.
For this reason, as revolutionaries, we have the duty and the need to organise ourselves, improve our action and, first and foremost, fight the enemy within our own ranks.
As internationalists, we believe it is essential to create and maintain a network with all anti-imperialist, anti-Zionist and anti-capitalist forces, because only in this way can we free ourselves once and for all from this society built on exploitation and death.
Anti Imperialist Action Ireland affirme
que des militants ont été visés par des perquisitions menées à l’aube du
7 juin à Dublin par la police, qui a forcé l’entrée de plusieurs
domiciles et saisi du matériel électronique appartenant aux personnes
présentes, y compris à des individus non impliqués dans l’activisme
politique. Aucune arrestation n’a été effectuée, soulignant que c’est
une opération d’intimidation visant le mouvement républicain socialiste
irlandais. En réaction, plusieurs actions de solidarité ont eu lieu pour
réaffirmer leur solidarité avec les militants réprimés.
che oggi diventa il Primo Ministro eletto più longevo nella storia dell’India.
È stato un piacere ritrovarci a Roma nelle scorse settimane e lanciare assieme un Partenariato Strategico Speciale che guarda al futuro per creare nuove opportunità per le nostre Nazioni e i nostri popoli.
Scontri in viale XX settembre, partite dieci denunce. Punto di domanda sul percorso del corteo antifascista
A
riportarlo è Il Piccolo. Si tratta di deferimenti all'autorità
giudiziaria a vario titolo; ancora troppo presto per indagini e nomi.
Sul caso la Digos, presente in viale XX settembre con la Celere. Nessuna
intenzione di vietare la prossima manifestazione, ma il tracciato
potrebbe subire limitazioni per ragioni di sicurezza
Secondo il quotidiano locale Il Piccolo sarebbero una decina
le persone deferite a vario titolo all'autorità giudiziaria per i fatti
del 19 maggio, quando una contromanifestazione antifascista aveva
contestato il rito del "presente" in memoria di Almerigo Grilz in viale
XX settembre e la situazione era rapidamente degenerata in scontri.
Cinque persone erano rimaste colpite nei tafferugli, di cui tre in quota
antifascista e due giornalisti.
Contromanifestazione non autorizzata
Almeno
nei casi in cui le lesioni sono state inferte con un oggetto atto a
offendere – in viale venivano utilizzati cinghie, spranghe e tirapugni,
ma persino lanciate sedie – le indagini sarebbero procedibili d'ufficio.
Indaga la Digos, che il 19 maggio era sul posto con la Celere tentando
di calmare gli animi. Non è ancora chiaro se sia perseguibile il saluto
fascista durante la commemorazione di Grilz – la giurisprudenza
sembrerebbe propendere verso il no –, mentre chi ha partecipato alla
contromanifestazione antifascista, non autorizzata dalla questura,
potrebbe andare incontro a sanzioni pecuniarie anche importanti. Tra i
membri di quest'ultima assemblea nessuno avrebbe ancora ricevuto
notifiche di alcun genere. Non ci sarebbe, infine, intenzione di vietare
la manifestazione programmata tra nove giorni – a un mese di distanza
dai fatti. Partenza prevista dalla riva Traiana alle 18.30. Manca
ancora, però, una conferma sul percorso, che potrebbe subire limitazioni
e contenimenti per ragioni di sicurezza.
«Democracia»: La entidad israelí logra, mediante el acuerdo de Gaza, lo que no consiguió con la guerra
[domingo, 07 junio 2026 13:24:11 +0300]
Ramallah – Saba:
El
Frente Democrático para la Liberación de Palestina condenó hoy,
domingo, la sangrienta escalada de violencia por parte de la entidad
israelí en la Franja de Gaza, así como las muertes y heridas de decenas
de mártires, especialmente en los campamentos de desplazados de la
densamente poblada zona de Rimal.
El Frente Popular para la
Liberación de Palestina (FPLP), en un comunicado al que tuvo acceso la
Agencia de Noticias Yemení (SABA), consideró esta escalada un ataque
contra las conversaciones de El Cairo que se celebran entre las
facciones palestinas, los mediadores y el Coordinador Especial de la ONU
para el Proceso de Paz en Oriente Medio, el Embajador Mladenov. Las
conversaciones tienen
L'Italia rimane uno dei paesi europei più attivi nelle missioni internazionali, con dispiegamenti in ambito NATO, ONU, UE e in operazioni bilaterali.
Il dibattito parlamentare ha rispecchiato una crescente enfasi sulla deterrenza e sulla prontezza militare, accanto alle tradizionali missioni di stabilizzazione.
Crosetto ha inoltre avvertito che "la minaccia atomica che avevamo relegato ai libri di storia sta tornando ad essere rilevante"
Martedì il governo italiano ha avviato le procedure per il rinnovo di 50 missioni militari internazionali, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa
Quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara. I caporali sono lo
strumento, non la causa: dietro c’è una filiera agricola che scarica il
costo sui più vulnerabili, con la complicità di trent’anni di
legislazione bipartisan.
Quattro nomi, un sistema: i braccianti bruciati vivi e la catena dello sfruttamento
Ullhaismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani, Waserm Khan. Quattro nomi. Quattro braccianti pakistani morti bruciati vivi ad Amendolara,
in Calabria, per mano di due caporali connazionali. La notizia ha
occupato qualche colonna nei quotidiani, poi è scivolata via con la
velocità tipica delle tragedie che non producono indignazione
politicamente redditizia. Nessuna visita del Presidente della
Repubblica, nessuna dichiarazione di cordoglio della Presidente del
Consiglio. Il confronto con il caso di Modena — dove le istituzioni si
sono mobilitate con solerzia commovente — non richiede particolari
commenti: lì le vittime avevano una nazionalità e una visibilità
mediatica diverse. Qui invece si applica la regola non scritta che
governa certa narrazione pubblica: stranieri uccisi da stranieri,
faccenda tra loro, cali il sipario. Questa lettura è comoda, e per
questo va smontata.
La filiera dello sfruttamento: dal campo agli scaffali
I due caporali non operavano nel vuoto. Lavoravano per aziende
agricole inserite in una filiera produttiva che termina, puntualmente,
sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. È lì, in quella
catena, che si deve cercare la responsabilità sistemica: non nei singoli
aguzzini — figure criminali che esistono perché il sistema li tollera e
li utilizza — ma nei meccanismi che rendono possibile e conveniente il
loro operato.
Il caporalato non è un’anomalia residuale dell’agricoltura italiana: è una funzione strutturale.
Garantisce manodopera flessibile, a basso costo, priva di tutele reali,
in settori dove i margini si
Venerdì,
19
giugno, ci
sarà un'udienza che
potrebbe essere decisiva
per il processo Ilva
“Ambiente Svenduto” che da settembre si tiene a Potenza.
Potrà
essere
un'udienza decisiva perché potrebbe nuovamente mettere in
discussione addirittura l'intero processo.
Noi
avevamo sempre detto dall'inizio, dal 2012, anno in cui è stato
avviato questo processo che il processo Ilva
in
un certo senso rappresentava la “madre di tutti i processi” di
questo tipo sulla sicurezza, sulla salute dei lavoratori e degli
abitanti della città, dei
quartieri
inquinati. Perché,
per la grande fabbrica che rappresenta l'insieme degli attacchi alla
salute e alla sicurezza sia degli operai che
degli abitanti dei quartieri, per la quantità e la varietà di
soggetti imputati che erano in primis i padroni Riva ma poi tutto il
contorno, i legami politici, istituzionali, addirittura la Chiesa,
la Digos, eccetera, che avevano
contribuito a questo sistema di attacco alla
salute e alla sicurezza, questo processo rappresentava un pò
un quadro, una visione concreta di che cosa è il sistema capitalista
in cui tutti gli aspetti di questa società sono determinati e sono
funzionali al capitale.
Questo
lo dicevamo, in
un certo modo in
senso positivo, perchè
alla sbarra non c'erano solo delle persone ma c'era appunto un intero
sistema
che aveva fatto morti, malati e continuava a farli.
Oggi
invece lo dobbiamo dire in termini sicuramente negativi, Cioè il
processo “Ambiente svenduto” da essere la “madre di tutti i
processi di questo genere” sta diventando la “madre di tutte le
ingiustizie di classe”.
Quello
che sta avvenendo nelle udienze, soprattutto in queste ultime
udienze, ha qualcosa, è poco dire di vergognoso, di scandaloso,
perché è molto di più. In particolare nell'ultima udienza, a un
certo punto è sembrato che si tornasse alle ultime udienze fatte a
Taranto sia nel processo di primo grado sia soprattutto nell'appello.
Cioè il focus, il tema centrale degli interventi degli avvocati e
degli imputati