Da terre libere
Quattro braccianti afghani e pakistani sono morti carbonizzati in un minivan sulla Statale 106 Jonica. Il già giovane aveva 19 anni. Fermati due caporali connazionali. Il sopravvissuto: «Non ci pagavano da settimane. Volevano anche i soldi per il trasporto». Ricostruita la filiera dai campi ai supermercati, ma con molte ombre

Mohammad Taj Alamyar prende a gomitate il finestrino. Il vetro cede. Riesce a trascinarsi fuori, dal portellone posteriore, mentre il minivan brucia. Forse le ustioni alle braccia non gli resteranno per sempre, ma il ricordo di quei momenti sì. Sarà l’unico sopravvissuto.
Gli altri quattro muoiono dentro. Qualcuno aveva bloccato le portiere, cosparso il mezzo di carburante e appiccato il fuoco. Si chiamavano Amin Fazal Khogjani, ventotto anni. Ullah Ismat Qiemi, diciannove. Safi Iayjad, ventisette. Waseem Khan, ventinove. Erano arrivati dal Pakistan e dall’Afghanistan, appartenenti all’etnia pashtun.
Era
il primo giugno. Una mattina uguale a tante altre. All’alba erano saliti
sul furgone diretto ai campi di fragole di Scanzano Jonico. Lo facevano
quasi ogni giorno dalla fine di aprile. Zaino sulle spalle, scarpe già
sporche di terra. Da un appartamento al primo piano di via Gramsci, a
Villapiana, percorrevano la Statale 106, la lunga strada che attraversa
l’alto Jonio calabrese.
Non sono più tornati. La loro vita è finita nello spiazzo del distributore di carburante.
Vivevano come molti lavoratori stagionali della zona: fino a dieci persone in due stanze, materassi appoggiati sul pavimento, pochi mobili. Partivano prima dell’alba e rientravano nel pomeriggio, dopo ore passate nei campi. Spesso viaggiavano sui minivan organizzati dai caporali. La loro storia è finita dentro uno di quei furgoni.
Una piccola comunità
Insieme formavano una piccola comunità. Sempre alla ricerca di lavoro, erano stati prima in Sardegna, dove avevano ottenuto i permessi di soggiorno, per poi spostarsi in quell’area tra Basilicata e Calabria che è uno dei distretti agricoli più importanti d’Italia.
Non solo le fragole, ma olive, agrumi, pesche-noci e persino frutta esotica e riso. Migliaia di imprese che lavorano a stretto contatto con la grande distribuzione di tutta Italia e anche all’estero. Da quei campi partono le vaschette di frutta confezionata primaverile o le clementine che a dicembre arrivano sulle tavole delle famiglie italiane. Milioni di euro di fatturato che, per chi raccoglie la frutta, si traduce in poche monete da strappare a un caporale riluttante. Una geografia del lavoro che scende lungo la costa dello Jonio: Bernalda, Metaponto, Policoro, Pisticci, Amendolara, Sibari, Schiavonea.
Nell’appartamento dove vivevano a Villapiana, gli investigatori hanno trovato tracce evidenti della loro quotidianità: materassi a terra, documenti, pochi effetti personali e un numero impressionante di scarpe infangate. L’affitto, circa 500 euro al mese, veniva diviso tra loro e detratto direttamente dai salari.
Sfruttamento e filiera
Ogni mattina i braccianti partivano per lavorare nelle campagne della zona per la raccolta di fragole in un’azienda agricola di Scansano. L’incarico era iniziato dal 20 aprile. L’accordo era per 45 euro giornalieri. «Ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano dato neanche mai un euro», spiega il sopravvissuto Mohammad Taj Alamyar al TgR Calabria. «Alla fine ci davano la casa ma niente paga. Pretendevano anche 5 euro al giorno per il viaggio fino al lavoro».
Dalle parole del superstite emerge il quadro di una vita segnata da precarietà e sfruttamento. Quarantacinque euro al giorno, da cui sottrarre l’affitto, il trasporto, le spese. Il bilancio finale: poco più di zero. Tra i temi da accertare vi è se la richiesta di un contratto regolare o di una paga diversa, o il rifiuto di ulteriori trattenute, abbiano avuto un ruolo nella vicenda. «Volevano il contratto», dice Taj Alamyar riferendosi ai compagni morti nel rogo. Sicuramente avevano litigato fino al mattino della strage, anche violentemente. E ai caporali era venuto in mente di dare una lezione. Definitiva.
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| Ricostruzione della filiera agricola |
Qui iniziano le contraddizioni. Il titolare dell’azienda presso cui hanno lavorato li ha impiegati nella racconta delle fragole. Un lavoro temporaneo, dove si paga la giornata, quasi sempre con regolare apertura di ingaggio. Questa azienda aveva assunto tutti, anche i presunti caporali e dice che pagava ciascuno con bonifico. Nessuno al momento può smentire, ma allora quale era il ruolo dei caporali?
È interessante comunque entrare dentro l’azienda, moderna ed efficiente, molto lontana dall’idea di economia arcaica che circola sull’agricoltura meridionale. Un fatturato milionario, un sito per la vendita diretta di fragole e frutta esotica, contratti con i grandi nomi dei supermarket dove arrivano sia con il nome proprio che col private label, “nascosti” dietro il marchio della catena.
Il rapporto con la GDO è chiarito in un alcune interviste. Comprate frutta italiana. Nessuna rivendicazione di compensi maggiori, solo il terrore della concorrenza dall’estero, Grecia e Spagna in testa.
Il giorno della strage
C’era stata una prima lite la mattina, poi la discussione era proseguita durante il rientro. Taj Alamyar racconta che i braccianti si erano ribellati alla condizione di sfruttamento a cui erano sottoposti.
Secondo la Procura di Castrovillari, il piano sarebbe stato premeditato. Uno dei passaggi ritenuti decisivi riguarda la porta scorrevole del minivan: resa inutilizzabile dall’esterno, con la rottura della maniglia, così da bloccare chi si trovava all’interno mentre le fiamme si propagavano rapidamente.
Il posizionamento dei cadaveri, tutti nel vano anteriore, e il movimento del mezzo ripreso dalle telecamere avrebbero fatto ipotizzare agli investigatori un disperato tentativo di liberarsi usando braccia e gambe.
La Procura di Castrovillari colloca il caporalato tra le piste dell’inchiesta. Il riferimento tecnico richiama l’articolo 603-bis del codice penale, riformulato dalla legge 199 del 2016, che riguarda intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Gli investigatori stanno verificando se dietro il rogo ci sia una rete costruita intorno alla manodopera agricola. La Statale 106 unisce il luogo del delitto e la direttrice di spostamento tra aree agricole, alloggi e punti di transito dell’alto Jonio cosentino.
I fermati e il movente
Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani di 31 anni. Sarebbero stati loro i caporali che gestivano il trasporto e gli alloggi dei braccianti e che pretendevano soldi da uomini a cui non avevano mai consegnato una paga.
Mohammad Taj Alamyar ripete in modo ossessivo: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pakistani». Il sopravvissuto ha parlato di una “mafia del Pakistan”, riferendosi a una rete di caporalato gestita da connazionali, un meccanismo che, secondo diverse indagini degli ultimi anni, si innesta tra Basilicata e Calabria, sfruttando proprio la fragilità dei lavoratori migranti.
Qui dobbiamo chiarire il concetto di fragilità, per non cadere in un “essenzialismo” etnico che vede negli asiatici gente sottomessa incapace di rivendicare i propri diritti. Quando esistono le possibilità, come sta accadendo nel distretto tessile di Prato, i lavoratori di origine pakistana sono il cuore del sindacato che sta portando diritti in un ambito dove lo sfruttamento era, se possibile, pure peggiore rispetto a quello agricolo. E come non ricordare il caso di Adnan Siddique? Anche lui di origine pakistana, morto dopo aver denunciato un clan di connazionali che portava braccianti da sfruttare agli agricoltori della provincia di Caltanissetta.
La fragilità è costruita da un sistema di leggi sull’immigrazione nato proprio per creare lavoratori ricattabili. La politica su questo è sorda. Nessun governo ha mai preso in carico la questione. Per ottenere i documenti chi arriva in Italia solitamente passa per la richiesta d’asilo. Un lungo processo burocratico che si conclude spesso con un rifiuto. Anche per chi viene dall’Afghanistan dei talebani, non esattamente un paese sicuro. La risposta, anche per loro, evidentemente si accompagna con fogli di carta temporanei, fatti apposta per cercare lavoro ricattabile, magari come rider o come bracciante. Le due strade oggi sono equivalenti, la differenza la fa il passaparola che ti porta in città oppure in campagna.

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