«Modò,
nà ado stè. Jidde è». È una delle frasi pronunciate dalla babygang alla
vista di Bakari Sako, il 35enne del Mali ucciso all'alba del 9 maggio
scorso in piazza Fontana dai giovanissimi membri del gruppo. Dinanzi al
bar, alcuni dei giovani vedono il 35enne arrivare in bicicletta e
commentano «Madonna, ecco dove sta. Lui è». Il gruppo composto da
quattro minori e due maggiorenni, insomma, era in attesa: aspetta un
bersaglio, «un indifeso» come spiegò la procuratrice Eugenia
Pontassuglia in conferenza stampa dopo gli arresti. Poco prima avevano
tentato di aggredire un altro giovane extracomunitario: qualcuno lo
aveva affiancato con la moto e insultato «Carnevà!» mentre gli altri
incitavano da lontano «Ehi, facitu cadè!». «Ehi fatelo cadere!». Quando
il bersaglio però è riuscito a divincolarsi e a proseguire la sua corsa
una parte ha pensato di non lasciarlo scappare: «U facime cadè? Veloce,
pigghjie a mote!». «Lo facciamo cadere? Velocemente, prendi la moto!».
Ma l'intento sfuma e così il gruppo resta in attesa. Fino a quando, da
via Garibaldi uno di loro vede spuntare Bakari.
Nei nuovi atti depositati nell'udienza dinanzi al Tribunale Del Riesame dei due maggiorenni, per i quali è stata confermata la custodia in carcere, emergono nuovi passaggi dei dialoghi tra gli indagati in quei momenti terribili all'alba del 9 maggio. In una nuova informativa depositata dagli agenti della Squadra mobile agli ordini del vice questore Antonio Serpico, si leggono nuove frasi pronunciate prima, durante, e dopo l'agguato.
Nei nuovi atti depositati nell'udienza dinanzi al Tribunale Del Riesame dei due maggiorenni, per i quali è stata confermata la custodia in carcere, emergono nuovi passaggi dei dialoghi tra gli indagati in quei momenti terribili all'alba del 9 maggio. In una nuova informativa depositata dagli agenti della Squadra mobile agli ordini del vice questore Antonio Serpico, si leggono nuove frasi pronunciate prima, durante, e dopo l'agguato.

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