Michele Giorgio | ilmanifesto.it
06/06/2026

L'ingresso dell'ospedale di Beit Jala, alle porte di Betlemme - Michele Giorgio
All'ospedale pubblico di Beit Jala, alle porte di Betlemme, i pazienti affollano la sala d'attesa del Reparto di nefrologia e dialisi. Le macchine disponibili sono poche e le attese, anche in passato, sono sempre state lunghe. Ma da diversi mesi si sono ulteriormente allungate. «Non ci sono abbastanza infermieri e medici e quelli disponibili fanno il possibile», ci dice Abu Firas, pensionato dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) che da una decina d'anni sopravvive grazie all'emodialisi. «Un tempo, a chi aspettava tanto», aggiunge, «l'ospedale assicurava il pasto; oggi invece devi portarti il cibo e l'acqua da casa. Per come vanno le cose mi accontento di fare la dialisi, è già un miracolo. Spero solo di continuare a farla».
Le preoccupazioni di Abu Firas sono fondate. La sanità pubblica palestinese in Cisgiordania sta collassando per mancanza di risorse. E sta entrando in crisi anche quella privata, che deve la propria sostenibilità alle prestazioni mediche offerte alla popolazione per conto di quella pubblica. A pagare il prezzo più alto sono i malati più gravi, a cominciare da quelli oncologici, messi di fronte alla possibilità concreta di non poter più ricevere cure adeguate. Alla base del disastro vi è il protratto blocco da parte di Israele dei fondi doganali palestinesi che Tel Aviv raccoglie per conto dell'Anp in base agli Accordi di Oslo del 1993 e che rappresentano il 68% delle entrate del ministero delle Finanze. Se negli ultimi anni le difficoltà finanziarie del governo palestinese si erano manifestate in modo intermittente, dall'ottobre 2023 il trattenimento sistematico di questi fondi ha affossato i servizi pubblici in Cisgiordania. Sanità e scuola sono i settori più colpiti, ma vacilla l'intero apparato amministrativo: 150mila dipendenti pubblici, che percepiscono solo una frazione del loro salario, vanno avanti facendo debiti e vendendo i propri averi.
La situazione è destinata a peggiorare. A fine aprile il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, che ha fatto della distruzione dell'Anp e dell'idea di uno Stato palestinese indipendente la sua missione, ha annunciato il blocco di un'ulteriore tranche di entrate fiscali palestinesi, pari a circa 740 milioni di shekel, ovvero circa 225 milioni di euro. Se a Gaza il sistema sanitario palestinese è stato colpito e gravemente danneggiato dall'offensiva militare israeliana, in Cisgiordania è sul punto di crollare per le decisioni politiche di Smotrich e del resto del governo Netanyahu. Qualche settimana fa, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) il presidente dell'Anp, ha riferito di 5 miliardi di dollari bloccati da Israele.
Girando per l'ospedale di Beit Jala si vedono sui volti di medici, infermieri e personale amministrativo, i segni della stanchezza e della depressione. I salari arrivano decurtati del 50% nel migliore dei casi. Come in altri ospedali, anche qui sono in corso proteste e riduzioni delle attività per chiedere il pagamento integrale degli stipendi. L'impiego di tirocinanti è sempre più intenso, in modo da garantire che i reparti restino aperti. «Comprendo le ragioni delle proteste, io stesso percepisco solo una frazione del mio stipendio. Il ministero della Sanità ci manda quello che può, ma la colpa è di Israele, che confisca i fondi palestinesi. Ci vuole affamare, portarci alla disperazione», afferma un alto dirigente dell'ospedale che ha chiesto di rimanere anonimo. «I pazienti restano la nostra priorità e il personale sanitario fa di tutto per assisterli, ma cominciano a mancare farmaci importanti e le famiglie dei ricoverati devono procurarseli spendendo somme considerevoli. Sempre più spesso siamo costretti ad accettare soltanto le emergenze gravi; gli altri casi li indirizziamo agli ospedali privati». Ora anche quelli sono in affanno, perché il ministero della Sanità non è in grado di pagare le prestazioni e i medicinali che le strutture private garantiscono a sostegno del settore pubblico. All'ospedale di Beit Jala l'unico reparto ancora pienamente operativo è quello di Oncologia pediatrica "Huda Al Masri", donato dalla Palestine Children's Relief Fund al Ministero della Sanità palestinese. «Riusciamo a lavorare perché riceviamo i farmaci di cui abbiamo bisogno grazie all'associazione italiana Soleterre, che li acquista per noi, garantendoci una fornitura costante», ci dice il primario Mohammed Najajrah.
Il ministero della Sanità, due giorni fa, ha lanciato un nuovo allarme, sottolineando che sono in pericolo le vite di migliaia di persone, a cominciare da quelle degli oltre 4.000 malati di cancro. Se nel 2025 erano stati eseguiti 65.000 interventi chirurgici, tra il 1° gennaio e il 1° giugno 2026, sono stati effettuati solo 19.500. Il ministero sottolinea che per mancanza di fondi ha dovuto rinviare o annullare 11mila interventi. Il debito del ministero ha raggiunto i 3,8 miliardi di shekel (1 miliardi e 115 milioni di euro) di cui 1,3 miliardi nei confronti di aziende farmaceutiche e fornitori di medicinali e materiali. Sono esaurite o stanno per esaurirsi le scorte di 726 farmaci essenziali e salvavita. Quello delle medicine è un problema che colpisce tutta la popolazione, non solo chi è ricoverato in ospedale. Le autorità garantiscono ormai soltanto una minima parte della copertura dei costi delle ricette mediche.
La crisi non risparmia alcun settore della sanità pubblica. Il Centro di Riabilitazione di Betlemme, nei pressi del campo profughi di Dheisheh, è l'unica struttura in Cisgiordania che assiste i tossicodipendenti, i quali qui ricevono anche assistenza farmacologica. Il direttore Hisham Salameh ci porta nella cucina del centro per mostrarci i frigoriferi completamente vuoti. «Questa mattina non abbiamo potuto offrire a chi vive nella struttura neppure un pezzo di pane, non c'è nulla. Non abbiamo soldi e i familiari dei ricoverati devono farsi carico di tutto, dal cibo alle medicine», spiega Salameh. «Vorrei dare un aiuto diretto», ci dice con espressione mortificata, «ma non posso, perché anch'io ricevo solo una parte del mio stipendio e basta appena a pagare le bollette e a coprire qualche altra spesa». Se Israele non revocherà il blocco dei fondi palestinesi, in Cisgiordania non crolleranno soltanto la sanità e l'istruzione. Finirà in pezzi l'intera Anp, come desidera Bezalel Smotrich.

L'ingresso dell'ospedale di Beit Jala, alle porte di Betlemme - Michele Giorgio
All'ospedale pubblico di Beit Jala, alle porte di Betlemme, i pazienti affollano la sala d'attesa del Reparto di nefrologia e dialisi. Le macchine disponibili sono poche e le attese, anche in passato, sono sempre state lunghe. Ma da diversi mesi si sono ulteriormente allungate. «Non ci sono abbastanza infermieri e medici e quelli disponibili fanno il possibile», ci dice Abu Firas, pensionato dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) che da una decina d'anni sopravvive grazie all'emodialisi. «Un tempo, a chi aspettava tanto», aggiunge, «l'ospedale assicurava il pasto; oggi invece devi portarti il cibo e l'acqua da casa. Per come vanno le cose mi accontento di fare la dialisi, è già un miracolo. Spero solo di continuare a farla».
Le preoccupazioni di Abu Firas sono fondate. La sanità pubblica palestinese in Cisgiordania sta collassando per mancanza di risorse. E sta entrando in crisi anche quella privata, che deve la propria sostenibilità alle prestazioni mediche offerte alla popolazione per conto di quella pubblica. A pagare il prezzo più alto sono i malati più gravi, a cominciare da quelli oncologici, messi di fronte alla possibilità concreta di non poter più ricevere cure adeguate. Alla base del disastro vi è il protratto blocco da parte di Israele dei fondi doganali palestinesi che Tel Aviv raccoglie per conto dell'Anp in base agli Accordi di Oslo del 1993 e che rappresentano il 68% delle entrate del ministero delle Finanze. Se negli ultimi anni le difficoltà finanziarie del governo palestinese si erano manifestate in modo intermittente, dall'ottobre 2023 il trattenimento sistematico di questi fondi ha affossato i servizi pubblici in Cisgiordania. Sanità e scuola sono i settori più colpiti, ma vacilla l'intero apparato amministrativo: 150mila dipendenti pubblici, che percepiscono solo una frazione del loro salario, vanno avanti facendo debiti e vendendo i propri averi.
La situazione è destinata a peggiorare. A fine aprile il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, che ha fatto della distruzione dell'Anp e dell'idea di uno Stato palestinese indipendente la sua missione, ha annunciato il blocco di un'ulteriore tranche di entrate fiscali palestinesi, pari a circa 740 milioni di shekel, ovvero circa 225 milioni di euro. Se a Gaza il sistema sanitario palestinese è stato colpito e gravemente danneggiato dall'offensiva militare israeliana, in Cisgiordania è sul punto di crollare per le decisioni politiche di Smotrich e del resto del governo Netanyahu. Qualche settimana fa, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) il presidente dell'Anp, ha riferito di 5 miliardi di dollari bloccati da Israele.
Girando per l'ospedale di Beit Jala si vedono sui volti di medici, infermieri e personale amministrativo, i segni della stanchezza e della depressione. I salari arrivano decurtati del 50% nel migliore dei casi. Come in altri ospedali, anche qui sono in corso proteste e riduzioni delle attività per chiedere il pagamento integrale degli stipendi. L'impiego di tirocinanti è sempre più intenso, in modo da garantire che i reparti restino aperti. «Comprendo le ragioni delle proteste, io stesso percepisco solo una frazione del mio stipendio. Il ministero della Sanità ci manda quello che può, ma la colpa è di Israele, che confisca i fondi palestinesi. Ci vuole affamare, portarci alla disperazione», afferma un alto dirigente dell'ospedale che ha chiesto di rimanere anonimo. «I pazienti restano la nostra priorità e il personale sanitario fa di tutto per assisterli, ma cominciano a mancare farmaci importanti e le famiglie dei ricoverati devono procurarseli spendendo somme considerevoli. Sempre più spesso siamo costretti ad accettare soltanto le emergenze gravi; gli altri casi li indirizziamo agli ospedali privati». Ora anche quelli sono in affanno, perché il ministero della Sanità non è in grado di pagare le prestazioni e i medicinali che le strutture private garantiscono a sostegno del settore pubblico. All'ospedale di Beit Jala l'unico reparto ancora pienamente operativo è quello di Oncologia pediatrica "Huda Al Masri", donato dalla Palestine Children's Relief Fund al Ministero della Sanità palestinese. «Riusciamo a lavorare perché riceviamo i farmaci di cui abbiamo bisogno grazie all'associazione italiana Soleterre, che li acquista per noi, garantendoci una fornitura costante», ci dice il primario Mohammed Najajrah.
Il ministero della Sanità, due giorni fa, ha lanciato un nuovo allarme, sottolineando che sono in pericolo le vite di migliaia di persone, a cominciare da quelle degli oltre 4.000 malati di cancro. Se nel 2025 erano stati eseguiti 65.000 interventi chirurgici, tra il 1° gennaio e il 1° giugno 2026, sono stati effettuati solo 19.500. Il ministero sottolinea che per mancanza di fondi ha dovuto rinviare o annullare 11mila interventi. Il debito del ministero ha raggiunto i 3,8 miliardi di shekel (1 miliardi e 115 milioni di euro) di cui 1,3 miliardi nei confronti di aziende farmaceutiche e fornitori di medicinali e materiali. Sono esaurite o stanno per esaurirsi le scorte di 726 farmaci essenziali e salvavita. Quello delle medicine è un problema che colpisce tutta la popolazione, non solo chi è ricoverato in ospedale. Le autorità garantiscono ormai soltanto una minima parte della copertura dei costi delle ricette mediche.
La crisi non risparmia alcun settore della sanità pubblica. Il Centro di Riabilitazione di Betlemme, nei pressi del campo profughi di Dheisheh, è l'unica struttura in Cisgiordania che assiste i tossicodipendenti, i quali qui ricevono anche assistenza farmacologica. Il direttore Hisham Salameh ci porta nella cucina del centro per mostrarci i frigoriferi completamente vuoti. «Questa mattina non abbiamo potuto offrire a chi vive nella struttura neppure un pezzo di pane, non c'è nulla. Non abbiamo soldi e i familiari dei ricoverati devono farsi carico di tutto, dal cibo alle medicine», spiega Salameh. «Vorrei dare un aiuto diretto», ci dice con espressione mortificata, «ma non posso, perché anch'io ricevo solo una parte del mio stipendio e basta appena a pagare le bollette e a coprire qualche altra spesa». Se Israele non revocherà il blocco dei fondi palestinesi, in Cisgiordania non crolleranno soltanto la sanità e l'istruzione. Finirà in pezzi l'intera Anp, come desidera Bezalel Smotrich.
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