I padroni delle macchine e delle menti
Due libri usciti nel 2026, Libercomunismo di Emiliano Brancaccio e Cyberfascismo di Mario Sommella, danno un nome al potere che concentra capitali, calcolatori e coscienze. Il primo dimostra la tendenza con gli strumenti della scienza economica; il secondo, opera interamente autoprodotta, prosegue il cammino là dove quella lente si arresta, con gli strumenti della storia, della politica, delle scienze della comunicazione e della conoscenza diretta delle tecnologie. Dai due tratti della stessa strada emerge il programma politico del XXI secolo: riportare le macchine e le infrastrutture cognitive sotto controllo democratico.
- di Mario Sommella
- 10/07/2026
- Recensioni
Ci sono anni in cui i libri arrivano in coppia, come se il tempo avesse bisogno di due voci per dire una cosa sola. Il 2026 è uno di questi. Nel febbraio 2026 Feltrinelli ha pubblicato Libercomunismo. Scienza dell’utopia dell’economista Emiliano Brancaccio. Pochi mesi dopo è uscito Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, libro interamente autoprodotto da chi scrive, frutto di un lungo lavoro di ricerca interdisciplinare che intreccia storia del fascismo, economia politica, scienze della comunicazione, processi cognitivi e analisi delle infrastrutture digitali. Non si tratta semplicemente di due libri usciti nello stesso anno. La loro contemporaneità è soltanto il dato cronologico di una convergenza molto più profonda. Essi nascono da discipline differenti, percorrono strade autonome e utilizzano strumenti analitici diversi, ma approdano alla medesima diagnosi storica: la concentrazione del capitale non rappresenta più soltanto un fenomeno finanziario o industriale. È diventata concentrazione del calcolo, delle infrastrutture digitali, dei dati, della conoscenza e della capacità di orientare le coscienze.
Il libro di Brancaccio dimostra scientificamente questa tendenza attraverso gli strumenti dell’economia politica e dell’analisi econometrica. Cyberfascismo riparte esattamente dal punto in cui quella dimostrazione termina, cercando di dare un volto concreto a quel potere: i data center, il cloud, i semiconduttori, gli algoritmi, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, le infrastrutture energetiche che alimentano il nuovo capitalismo del calcolo. I due libri, dunque, non si sovrappongono. Si completano. Il primo dimostra una legge di tendenza. Il secondo ne ricostruisce l’anatomia. Il primo osserva il movimento del capitale. Il secondo identifica gli strumenti attraverso i quali quel capitale organizza oggi il dominio economico, cognitivo e politico. Da questa complementarità nasce il senso di questo articolo. Non una recensione, né un confronto accademico fine a sé stesso, ma la ricostruzione di una vera e propria staffetta intellettuale. Dove termina la lente dell’economia politica iniziano la storia, la teoria della comunicazione e l’analisi delle tecnologie. È lungo questa continuità che diventa possibile comprendere la natura del nuovo potere. L’obiettivo è verificare entrambe le tesi alla prova dei fatti: la concentrazione del capitale, la corsa delle big tech all’energia nucleare, il controllo delle infrastrutture del calcolo, la guerra algoritmica, la subordinazione tecnologica europea e la progressiva privatizzazione delle infrastrutture cognitive dell’umanità.
Perché è proprio dalla convergenza tra la scienza dell’economista e l’anatomia dello storico della comunicazione che emerge, infine, un programma politico coerente con le trasformazioni del nostro tempo.
1. La tesi di Brancaccio: la centralizzazione come legge
Libercomunismo è un libro di 176 pagine, articolato in tredici capitoli, un’appendice metodologica di ispirazione althusseriana e gli Appunti per un manifesto, che ne dichiarano apertamente l’ambizione: riscrivere per il XXI secolo il gesto teorico del 1848. L’autore, docente di Economia politica presso l’Università Federico II di Napoli, dopo un lungo magistero all’Università del Sannio, è oggi una delle principali voci del marxismo scientifico contemporaneo. Ha sviluppato un intenso confronto internazionale con economisti del calibro di Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith ed è stato promotore, insieme a Robert Skidelsky, dell’appello sulle condizioni economiche per la pace pubblicato contemporaneamente dal Financial Times e da Le Monde. La sua tesi centrale recupera una legge di tendenza già individuata da Marx e la sottopone a verifica econometrica: la centralizzazione del capitale. Il mercato, lasciato operare senza limiti, non moltiplica i soggetti economici. Li elimina progressivamente. La concorrenza non produce dispersione del potere economico. Produce la sua concentrazione.
Da questa dinamica Brancaccio fa discendere i principali caratteri del capitalismo contemporaneo: l’inefficienza sistemica di un mercato ormai dominato da pochi grandi gruppi, la cattura della ricerca scientifica da parte del profitto privato, l’illusione di una transizione ecologica affidata al mercato, la trasformazione delle persone in capitali umani individualizzati e indebitati e, infine, due conseguenze politiche di enorme portata: il ritorno della guerra e il progressivo svuotamento della democrazia. Due neologismi sorreggono l’intera costruzione teorica. Il primo è l’esocapitale, la rete dei controllori che governa il capitale mondiale al di sopra degli Stati, come una materia oscura della quale possiamo osservare gli effetti senza individuarne immediatamente la struttura. Il secondo è l’oltrefascismo transnazionale, la forma storica nella quale la libertà assoluta del capitale finisce per divorare tutte le altre libertà. Da questa analisi Brancaccio trae una conclusione che rompe uno dei tabù più radicati della modernità politica: l’esproprio pubblico del grande capitale centralizzato come condizione necessaria per ricostruire una pianificazione democratica capace di conciliare libertà individuale e interesse collettivo.
I fatti, almeno fino a oggi, sembrano confermare con sorprendente precisione questa legge di tendenza. Nel giugno 2026 le prime quattro società tecnologiche statunitensi capitalizzano complessivamente circa dodicimila miliardi di dollari, oltre cinque volte il prodotto interno lordo italiano. Nvidia, da sola, ha superato i cinquemiladuecento miliardi di dollari di capitalizzazione, un valore superiore al PIL del Giappone. Persino gli analisti di Morningstar riconoscono che la concentrazione del mercato azionario statunitense attorno ai cosiddetti Magnifici Sette ha ormai superato i livelli registrati durante la bolla delle dot-com. La dinamica degli investimenti completa il quadro. Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta hanno portato gli investimenti in conto capitale dai circa 410 miliardi di dollari del 2025 agli oltre 700 miliardi programmati per il solo 2026, mentre Goldman Sachs stima oltre 5.300 miliardi di investimenti cumulati entro il 2030. Più di tre Piani Marshall all’anno. Decisi non da governi democraticamente eletti, ma da quattro consigli di amministrazione. È qui che la dimostrazione economica di Brancaccio raggiunge il proprio punto più alto. Ed è precisamente qui che Cyberfascismo raccoglie il testimone, ponendosi una domanda ulteriore. Se la concentrazione del capitale è ormai dimostrata, dove si trova oggi, concretamente, quel potere? Quali infrastrutture lo rendono possibile? Quali strumenti materiali organizzano la nuova forma del dominio? È da questa domanda che prende avvio il secondo tratto della staffetta.
2. Dal capitale alle infrastrutture: dove abita oggi il potere
È proprio a questo punto che Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile raccoglie il testimone di Libercomunismo. Se Brancaccio dimostra che il capitale tende inevitabilmente a concentrarsi, la domanda successiva diventa inevitabile: dove si materializza oggi quella concentrazione? Qual è la sua base fisica? Attraverso quali infrastrutture esercita il proprio dominio? La risposta proposta nel mio libro è semplice solo in apparenza. Il capitale del XXI secolo non controlla più soltanto fabbriche, banche e mercati finanziari. Controlla il calcolo. Controlla la capacità di elaborare informazioni. Controlla l’intelligenza artificiale. Controlla la produzione e la circolazione della conoscenza. Controlla le reti attraverso cui miliardi di esseri umani lavorano, comunicano, studiano, acquistano, votano, costruiscono le proprie relazioni sociali e formano le proprie convinzioni.In altre parole, la concentrazione descritta da Brancaccio assume oggi una forma nuova: la concentrazione delle infrastrutture cognitive. È questo, probabilmente, il tratto più originale del capitalismo contemporaneo. Per oltre due secoli il potere economico si è fondato prevalentemente sul controllo dei mezzi materiali della produzione. Oggi continua certamente a fondarsi sulla produzione materiale, ma incorpora una nuova dimensione: il controllo dell’infrastruttura cognitiva attraverso la quale passa la vita sociale. Le grandi piattaforme digitali non vendono soltanto servizi. Organizzano l’accesso alla conoscenza. Filtrano l’informazione. Orientano l’attenzione. Classificano gli individui. Predicono i comportamenti. Influenzano i consumi. Condizionano perfino il linguaggio con cui interpretiamo la realtà. È il processo che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza: l’esperienza umana trasformata in dati comportamentali e in previsioni vendibili. Ed è la rendita che Nick Srnicek e Yanis Varoufakis hanno descritto, rispettivamente, come capitalismo delle piattaforme e tecnofeudalesimo: un pedaggio permanente riscosso sull’accesso stesso alla vita sociale. È questo il passaggio che, a mio avviso, completa l’analisi economica di Brancaccio. L’esocapitale non è soltanto un intreccio finanziario difficilmente individuabile. Possiede ormai un corpo materiale. Quel corpo è costituito da una filiera tecnologica gigantesca, della quale normalmente percepiamo soltanto l’ultimo anello: l’applicazione che utilizziamo sullo smartphone o il modello di intelligenza artificiale con cui dialoghiamo. Dietro quella apparente semplicità esiste invece una delle infrastrutture industriali più complesse mai costruite nella storia dell’umanità. Si parte dall’estrazione delle terre rare e dei minerali strategici. Si passa attraverso la progettazione e la produzione dei semiconduttori più avanzati. Seguono le memorie ad alte prestazioni, le reti di telecomunicazione, i sistemi cloud, i data center, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali e gli algoritmi che regolano la visibilità delle informazioni. È una filiera unitaria. Ed è proprio il controllo integrato di questa filiera che costituisce oggi il principale fattore di accumulazione del potere. Per questa ragione ritengo insufficiente parlare genericamente di economia digitale. Siamo di fronte a qualcosa di molto più profondo. Siamo di fronte alla costruzione delle nuove infrastrutture strategiche dell’umanità. Così come nel Novecento il controllo delle reti ferroviarie, dell’acciaio, dell’energia elettrica o delle telecomunicazioni determinava i rapporti di forza tra gli Stati, oggi il controllo dei chip, del cloud, dei data center, dei modelli linguistici e delle reti di calcolo determina il nuovo equilibrio geopolitico mondiale. Non è un caso che le principali competizioni internazionali si concentrino proprio su questi settori. La cosiddetta guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina non riguarda semplicemente un comparto industriale. Riguarda il controllo della futura capacità di calcolo dell’intero pianeta. Allo stesso modo, la costruzione di giganteschi data center alimentati da centrali nucleari dedicate, l’espansione delle infrastrutture cloud e la corsa all’intelligenza artificiale non rappresentano fenomeni separati. Sono aspetti diversi della medesima trasformazione storica. È qui che il concetto di cyberfascismo acquista il suo significato più preciso. Esso non indica un semplice ritorno del fascismo storico. Non descrive una nostalgia ideologica del Novecento. Indica piuttosto una nuova forma di organizzazione del potere nella quale la concentrazione del capitale si salda con la concentrazione del calcolo, dell’informazione e della capacità di orientare i comportamenti collettivi. Il dominio non passa più soltanto attraverso il controllo dell’apparato produttivo. Passa anche attraverso il controllo dell’infrastruttura cognitiva. È questa la ragione per cui considero data center, cloud, algoritmi e modelli di intelligenza artificiale i nuovi mezzi strategici della produzione contemporanea. Chi controlla queste infrastrutture non controlla soltanto un mercato. Controlla una parte crescente della formazione della coscienza sociale. La biblioteca dell’umanità, per usare un’immagine sviluppata nel mio libro, rischia di trasformarsi progressivamente in una proprietà privata. E insieme alla biblioteca rischia di essere privatizzata la stessa capacità collettiva di elaborare conoscenza. È su questo terreno che la diagnosi di Brancaccio trova il proprio naturale completamento. L’economia politica dimostra la tendenza alla concentrazione. L’analisi delle infrastrutture mostra dove quella concentrazione prende corpo. La centralizzazione del capitale diventa centralizzazione del calcolo. La concentrazione della ricchezza diventa concentrazione dell’intelligenza artificiale. L’accumulazione economica diventa accumulazione di potere cognitivo. Ed è proprio questa saldatura tra capitale, tecnologia e controllo della conoscenza che costituisce, a mio avviso, la vera novità storica del nostro tempo.