venerdì 17 luglio 2026

«I medici non sono poliziotti»: la FNOMCeO contro la securizzazione della salute dei migranti


La Federazione nazionale degli Ordini dei Medici lancia un monito netto sul Nuovo Patto europeo su migrazione e asilo: la tutela della salute non può essere subordinata al controllo delle frontiere, al trattenimento e ai rimpatri. «L’atto medico deve restare un atto di cura, non uno strumento di ordine pubblico».

«Il medico non può essere trasformato in un ausiliario dell’ordine pubblico». È una presa di posizione netta, inequivocabile, destinata a pesare nel dibattito sulle politiche migratorie e sulla progressiva securizzazione delle frontiere europee. A pronunciarla è la FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, che ha approvato all’unanimità un Ordine del Giorno dedicato alla tutela del diritto alla salute delle persone migranti nel quadro del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.

Il documento, adottato nel corso della tre giorni romana che ha riunito tutti i presidenti degli Ordini territoriali dei medici, rappresenta molto più di una semplice presa di posizione corporativa. È, al contrario, un richiamo forte ai principi costituzionali, deontologici e umanitari che rischiano di essere progressivamente erosi dall’evoluzione delle politiche europee in materia di immigrazione.

La FNOMCeO non entra nel merito delle scelte di politica migratoria, che riconosce appartenere

alla sfera della decisione democratica. Ma pone un limite preciso e invalicabile: la salute non può essere piegata alle esigenze del controllo delle frontiere.

«L’atto medico deve restare un atto di cura, fondato su scienza, coscienza e deontologia, e non può essere piegato a finalità estranee alla tutela della salute», si legge nel documento approvato dal Comitato Centrale.

Parole che arrivano in un momento particolarmente delicato. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo introduce infatti procedure accelerate di screening e identificazione alle frontiere esterne dell’Unione, prevedendo nuovi centri per l’esame delle domande di protezione internazionale e rafforzando il sistema dei rimpatri. In questo contesto, il rischio denunciato da una parte del mondo sanitario e della società civile è quello di una progressiva confusione tra funzioni sanitarie e funzioni di controllo amministrativo e di sicurezza.

La FNOMCeO mette in guardia proprio contro questa deriva.

Le attività di screening e di presa in carico sanitaria delle persone migranti, afferma la Federazione, devono avere finalità esclusivamente cliniche: individuare bisogni di salute, condizioni di vulnerabilità, fragilità fisiche e psichiche, necessità assistenziali e percorsi di cura appropriati. Devono inoltre svolgersi in ambienti sanitari e rimanere nettamente separate dalle procedure di identificazione, trattenimento o rimpatrio.

È un passaggio cruciale. Perché il confine tra cura e controllo non è una questione tecnica, ma un nodo politico e democratico di primaria importanza. Se il medico viene percepito come parte del dispositivo di controllo delle frontiere, si incrina il rapporto fiduciario con il paziente e si mette a rischio uno dei principi cardine della professione sanitaria: l’universalità del diritto alle cure.

L’articolo 32 della Costituzione non distingue infatti tra cittadini italiani e stranieri, tra persone regolari e irregolari. La salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività.

Negli ultimi anni, tuttavia, le politiche migratorie europee e nazionali hanno progressivamente ampliato le aree di contatto tra amministrazione della sicurezza e pratiche sanitarie. I centri di trattenimento, i luoghi di frontiera e le procedure accelerate di asilo sono diventati spazi in cui il diritto alla salute rischia di essere subordinato alle esigenze di gestione dei flussi migratori.

La presa di posizione della FNOMCeO si inserisce anche in una lunga tradizione della medicina italiana che ha spesso difeso l’autonomia professionale di fronte ai tentativi di piegare la pratica sanitaria a finalità estranee alla cura. Non è un caso che la Federazione richiami esplicitamente la necessità di sostenere i professionisti che operano nei contesti di frontiera, nei centri di accoglienza e nei luoghi di trattenimento, affinché possano esercitare la loro professione «senza pressioni improprie e senza ambiguità di ruolo».

Le parole della Federazione assumono un significato ancora più rilevante in un clima politico nel quale il linguaggio della sicurezza tende a colonizzare ogni ambito della vita pubblica, compresa la salute.

La tutela sanitaria delle persone migranti non può diventare una variabile dipendente dell’ordine pubblico. Non può essere subordinata alla logica del trattenimento, della deterrenza o del rimpatrio. E non può trasformare medici e operatori sanitari in ingranaggi di un dispositivo di controllo delle frontiere.

«La tutela della salute delle persone migranti non è una variabile dell’ordine pubblico: è un dovere costituzionale, professionale, deontologico e umano», scrive la FNOMCeO.

È un richiamo che riguarda non soltanto il mondo sanitario, ma l’intera società. Perché proprio nei luoghi di frontiera, nei CPR, nei centri di accoglienza e nei territori attraversati dalle nuove politiche migratorie europee si misura oggi la capacità delle democrazie di rimanere fedeli ai propri principi fondamentali.

E tra questi principi ce n’è uno che non dovrebbe essere negoziabile: il medico cura, non seleziona. Cura, non trattiene. Cura, non espelle.

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