Quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara. I caporali sono lo strumento, non la causa: dietro c’è una filiera agricola che scarica il costo sui più vulnerabili, con la complicità di trent’anni di legislazione bipartisan.
Quattro nomi, un sistema: i braccianti bruciati vivi e la catena dello sfruttamento
Ullhaismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani, Waserm Khan. Quattro nomi. Quattro braccianti pakistani morti bruciati vivi ad Amendolara, in Calabria, per mano di due caporali connazionali. La notizia ha occupato qualche colonna nei quotidiani, poi è scivolata via con la velocità tipica delle tragedie che non producono indignazione politicamente redditizia. Nessuna visita del Presidente della Repubblica, nessuna dichiarazione di cordoglio della Presidente del Consiglio. Il confronto con il caso di Modena — dove le istituzioni si sono mobilitate con solerzia commovente — non richiede particolari commenti: lì le vittime avevano una nazionalità e una visibilità mediatica diverse. Qui invece si applica la regola non scritta che governa certa narrazione pubblica: stranieri uccisi da stranieri, faccenda tra loro, cali il sipario. Questa lettura è comoda, e per questo va smontata.
La filiera dello sfruttamento: dal campo agli scaffali
I due caporali non operavano nel vuoto. Lavoravano per aziende agricole inserite in una filiera produttiva che termina, puntualmente, sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. È lì, in quella catena, che si deve cercare la responsabilità sistemica: non nei singoli aguzzini — figure criminali che esistono perché il sistema li tollera e li utilizza — ma nei meccanismi che rendono possibile e conveniente il loro operato.
Il caporalato non è un’anomalia residuale dell’agricoltura italiana: è una funzione strutturale. Garantisce manodopera flessibile, a basso costo, priva di tutele reali, in settori dove i margini si
costruiscono comprimendo il costo del lavoro fino all’osso. La grande distribuzione, che impone ai propri fornitori prezzi al ribasso attraverso contratti capestro, sa perfettamente — o dovrebbe sapere — come vengono prodotti i pomodori, le fragole, le cipolle che vende. L’ignoranza, in questo caso, non è una scusante: è una scelta.Il quadro legislativo che sorregge questo sistema è stato costruito pazientemente negli ultimi trent’anni, da governi di centrosinistra e di destra con pari diligenza. Il nodo più perverso è il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro: un lavoratore straniero la cui posizione giuridica dipende dal mantenimento di un rapporto con un datore di lavoro specifico è un lavoratore ricattabile per definizione. Non può denunciare gli abusi senza rischiare la propria regolarità sul territorio. Non può cambiare impiego senza affrontare un labirinto burocratico. È, in sostanza, un servo della gleba con il visto.
Cosa servirebbe davvero
Le proposte sul tavolo non sono misteriose né particolarmente originali: semplicemente vengono sistematicamente ignorate. Slegare il permesso di soggiorno dal singolo datore di lavoro e sostituirlo con un permesso biennale di ricerca lavoro e formazione professionale eliminerebbe il principale strumento di ricatto strutturale.
Aumentare in modo significativo il numero di ispettori del lavoro nelle aree agricole — oggi del tutto insufficiente rispetto alla vastità del territorio da coprire — renderebbe il controllo meno episodico e più deterrente. Introdurre una responsabilità solidale reale lungo tutta la filiera, fino alla grande distribuzione, sposterebbe il costo dello sfruttamento su chi oggi ne beneficia senza pagarne le conseguenze.
Niente di tutto questo è tecnicamente impossibile. È politicamente scomodo, perché tocca interessi economici consolidati e lobby che hanno da tempo imparato a muoversi con disinvoltura tra i corridoi parlamentari di ogni colore.
Nel frattempo, Ullhaismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Waserm Khan sono morti. I caporali verranno processati. Le aziende per cui lavoravano continueranno a rifornire i supermercati. E sugli scaffali, i prezzi resteranno competitivi.
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