domenica 14 giugno 2026

pc 14 giugno - La riforma Valditara: Istituti tecnici al servizio delle aziende - Ritorna la scuola di classe

Abbiamo già parlato varie volte della riforma Valditara che vuole fare degli studenti da un lato manodopera al servizio dello sfruttamento dei padroni, e/o in questa fase al servizio delle guerre imperialiste, dall'altra la futura classe dirigente, i nuovi "cantori" al servizio di un sistema economico/culturale/politico capitalista sempre più in crisi e per questo sempre più aggressivo. 
Le ricadute più immediate sono l'entrata nelle scuole di esponenti delle aziende e di rappresentanti delle Forze armate per insegnare, addestrare, per cercare di modellare ideologicamente ragazzi e ragazze all'adesione ai "valori" produttivisti o guerrafondai e, in ultima analisi, ai "valori" reazionari/fascisti. 
L'altra ricaduta è da un lato un abbassamento generale della stessa istruzione, delle materie, della cultura; dall'altro la reintroduzione di una pesante divisione tra scuole classiche e scuole professionali.

In questo senso ritorna alla grande la scuola di classe, la divisione tra, come intere generazioni denunciavano nel '68/anni 70 "figli di papà" e "figli di lavoratori".

Pubblichiamo parti di un articolo che spiega questa controriforma  

di Felice di Maro  

In Italia, purtroppo,  la riforma della scuola è stata all’attenzione del ministro Giuseppe Valditara, con il Decreto-legge n. 144 del 23 settembre del 2022 [1] e successivamente con il Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026 che è stato registrato dalla Corte dei conti il 6 marzo. Con questa riforma sono stati resi esecutivi gli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge che riguardano la revisione dell’ordinamento degli istituti tecnici. In pratica il ministro dell’istruzione e del merito ha revisionato l’assetto degli istituti tecnici ridefinendo gli indirizzi e le articolazioni degli orari nonché l’apprendimento stesso in relazione ai nuovi percorsi indicati, adattando i piani di studio in funzione delle future richieste delle aziende con l’obiettivo di aggiornare il piano di studi o percorso formativo pianificato degli istituti tecnici in relazione alla domanda di competenze proveniente dal sistema produttivo nazionale. La riforma si inserisce nel quadro della Missione 4 del PNRR, indicata come “4.0” e “5.0” e cioè intelligenza artificiale, robotica avanzata e processi chimici a basso impatto ambientale, rafforzando le competenze STEM, acronimo inglese che sta per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Si prevedono interventi per rafforzare il collegamento tra sistema educativo e lo sviluppo economico.

Un bel quadro teorico, ma con l’entrata in vigore di questo decreto gli istituti tecnici si allineeranno al mercato del lavoro e potenzieranno le materie maggiormente professionali, le modifiche saranno molte,

e verranno diminuite le ore delle materie più teoriche, quelle dell’area classica, e saranno incentivate le ore di laboratori e attività con le aziende e quindi i singoli istituti avranno la possibilità di programmare in autonomia parte delle ore di formazione. Il nuovo assetto conferma quanto fino ad oggi i media hanno anticipato e cioè che gli istituti tecnici verranno ri-articolati in due grandi settori, economico e tecnologico-ambientale, all’interno dei quali saranno definiti gli indirizzi di studio che verranno sviluppati nel triennio finale: Nel settore economico rientrano gli indirizzi, Amministrazione, finanza e marketing con le relazioni internazionali per il marketing e i sistemi informativi aziendali e del Turismo, beni culturali e ambientali; in quello tecnologico-ambientale sono previsti diversi indirizzi, tra cui meccanica, meccatronica ed energia, trasporti e logistica, elettronica ed elettrotecnica, informatica e poi le telecomunicazioni, grafica e chimica, comunicazione, materiali e biotecnologie, sistema moda, agraria, agroalimentare e settori come  agroindustria e costruzioni, ambiente e territorio. È previsto anche un raccordo con l’istruzione terziaria, con l’obiettivo di garantire continuità tra scuola e formazione superiore, in particolare con i percorsi degli ITS Academy e con le lauree professionalizzanti.

Attualmente il biennio iniziale degli istituti tecnici prevede un percorso scolastico simile, che poi dal terzo anno si differenzia in base all’indirizzo scelto da ciascuno studente alla fine del secondo anno, il nuovo assetto prevede il modello “4+2” ossia 4 anni e un biennio. Il monte ore per alcune materie tradizionali come geografia, arte, diritto e seconda lingua, verrà ridotto e aumenteranno gli orari nei laboratori ed è previsto un accorpamento delle materie scientifiche nel biennio, chiaramente per acquisire competenze pratiche e tecnologiche legate alle attività lavorative dei settori industriali. La riforma entrerà in vigore con l’anno scolastico 2026-2027 e interesserà inizialmente le prime classi. In questo articolo si presentano alcune osservazioni perché è sì, una riforma che riguarda gli istituti tecnici, ma modifica gli equilibri scolastici e impone un nuovo ruolo per le materie umanistiche che verranno insegnate negli istituti tecnici in quanto per ricavare le ore di flessibilità, la riforma prevede di ridurre in modo abbastanza significativo le ore di alcune materie di base. Per esempio, la geografia che verrà insegnata solo al primo anno, le ore di italiano al quinto anno diminuiranno da 132 a 99, e così anche quelle di matematica da 132 a 99 per ogni anno del triennio finale. Uno dei cambiamenti più contestati in questo senso riguarda l’accorpamento di fisica, chimica, biologia e scienze della terra in un’unica disciplina che sarà chiamata “Scienze sperimentali” e che avrà meno ore settimanali rispetto al monte ore complessivo attuale delle singole materie. La riforma chiede agli istituti di progettare la programmazione scolastica in modo tale da facilitare il raccordo tra gli Istituti Tecnici con le lauree professionalizzanti, che dureranno rispettivamente due e tre anni e avranno l’obiettivo di formare figure professionali obiettivamente richieste dal mercato del lavoro. 

Il sistema scolastico fino ad oggi ha presentato un equilibrio tra le aree degli studi tecnico-scientifico e quelle classiche e cioè tra Istituti tecnici e licei, ma poiché le materie umanistiche degli istituti tecnici verranno insegnate con un numero minore di ore, con questa riforma riducendo le ore di studio delle materie umanistiche negli istituti tecnici si avrà  un quadro di formazione a vantaggio delle materie tecniche professionalizzanti e questo consegnerà alla società del futuro dei giovani con marcata formazione professionale mentre nei licei la formazione continuerà ad avere gli stessi orari di lezioni come era prima della riforma, in pratica ci sarà una riarticolazione degli studi che penalizzerà a livello di cultura umanistica i futuri diplomati degli istituti tecnici. La scuola sarà al servizio delle aziende e del mercato e la formazione scolastica sarà fortemente sbilanciata e di conseguenza avremo una maggiore distanza culturale che sarà successivamente anche sociale perché avremo giovani che dovranno, in base ai loro studi realizzati negli istituti tecnici, entrare obiettivamente per forza nel mercato del lavoro della produzioni materiali e giovani che in base ai loro studi realizzata nei licei potranno aspirare a svolgere una occupazione maggiormente intellettuale, ci sarà ancora una volta una divisione di classe che aumenterà ancora di più le disuguaglianze già ben alte in Italia.     

La prospettiva che i risultati di questa riforma saranno negativi è anche perché c’è il rischio di aumentare ancora di più le differenze territoriali penalizzando le zone d’Italia che sono meno industriali, come è il Sud. C’è, come anche alcuni media hanno presentato, e che il personale docente ha presentato, si coglie una forte preoccupazione sull’impatto che la riforma potrà avere sugli organici... L’altro tema è che a quanto ipotizzato potrebbero entrare nella scuola figure di docenti inquadrate come dipendenti di aziende che potrebbero poi avere mansioni di istruttori e non di insegnanti, attenzione, la differenza non è letterale ma di formazione e di diverso indirizzo pedagogico. Questa riforma rischia di ridurre il numero degli insegnanti statali a vantaggio di nuovi profili di istruttori alle dipendenze delle aziende...

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