sabato 17 ottobre 2026

pc 17 ottobre - Il Capitale è nocivo, non il lavoro. Ribellione operaia contro morti e sfruttamento

Torniamo sui lavoratori uccisi nei posti di lavoro, nella guerra di classe a senso unico che i padroni a difesa ed incremento del loro profitto, giorno per giorno portano avanti, posto posto.

Cinque lavoratori sono morti uccisi dal profitto nelle ultime 24 ore in altrettanti posti di lavoro, diversi tra loro, lontani tra loro, lavoratori con esperienza ed età differenti.

Ed a questa criminale lista dobbiamo aggiungere 5 operai travolti in Alto Adige dalla caduta di un solaio da 10 metri che stavano preparando per colare, due sono in condizioni gravi.

Questo per dire che il modo di produzione capitalista colpisce ovunque con la stessa logica. Contro questo dobbiamo attrezzarci, come classe operaia, come l’insieme dei lavoratori. Attrezzarsi e organizzarci.

A questo serve la Formazione Marxista che riprende proprio in questi giorni di ottobre e di cui parliamo negli altri post del blog, perché armare le menti e le mani degli operai, dei proletari, con la teoria vuol dire trasformarli in forza pratica rivoluzionaria.

Ce lo spiega scientificamente Marx, nel primo libro del Capitale dove riporta che le morti sul lavoro e l’usura fisica degli operai non sono incidenti casuali, ma una conseguenza strutturale e necessaria del sistema capitalista.

Analizzando a fondo questo fenomeno Marx, che aveva utilizzato i rapporti dei medici dell’epoca, documentando turni massacranti di trenta ore consecutive, ritmi innaturali e condizioni igienico- sanitarie pessime che portano all’invecchiamento precoce ed alla morte prematura della classe operaia.

E questo diceva per una ragione specifica, ben precisa, per il capitalista - il capitalista tanto quello del 19° secolo tanto quello di oggi nelle attuali condizioni - la forza lavoro degli operai è una merce da sfruttare al massimo nel minor tempo possibile e in tutte le condizioni, comprese quelle mortali.

Prolungare la giornata lavorativa oltre il limite del recupero delle energie, vuol dire di fatto consumare e distruggere la vita dell’operaio e provocare condizioni peggiori di lavoro immediate.

E l’estrazione del plusvalore, la parte di tempo non pagato che genera il profitto per il capitalista, è proprio fondata sul consumo intensivo del ‘lavoro vivente’, dove salute e la vita stessa del lavoratore ne vengono sacrificate.

Anche la cronaca ci fornisce tutti i giorni elementi per una comprensione di questo fenomeno.

Da un lato ci conferma come questo attacco colpisca a 360° i lavoratori, dall’altro, leggendo tra le righe, dietro i fatti riportati con fatalismo complice, tende a nascondere la verità scientifica, di classe, dello sfruttamento, e così il caso, le macchine, le travi, i ponteggi vengono fatti diventare il centro delle cause che travolgono improvvisamente, inspiegabilmente, o che colpiscono mortalmente il malcapitato di turno,

Un titolo a grandi caratteri di un quotidiano pareva proprio raccogliere impotente questa angoscia ‘Rocco morto a 50 anni. Basta’.

In generale questa stampa sta nel campo opposto, ma questa cronaca qui la vogliamo usare, anche se è di parte, se non esaustiva, dove spesso l’identità dei lavoratori colpiti viene negata, se ne parla come numeri di un inevitabile elenco in continuo aggiornamento. La vogliamo usare e la dobbiamo contrastare.

Altre volte i nomi non sono immediatamente disponibili, per il sistema degli appalti e subappalti modello Calderone/Salvini che li hanno fortemente sostenuti, estesi dal governo Meloni, come un caporalato di sistema che rende difficile avere in tempo reale pure l’identità dei lavoratori in produzione, anche per dare tempo a banditeschi tentativi di retrodatare le assunzioni.

Tutto ciò contribuisce a darne una visione fatale, dentro l’inevitabile modo di produzione capitalista da accettare, un resoconto che ci restituisce come nessun settore non sia a rischio sotto il Capitale.

Proprio per quanto appena detto qui è doveroso ricordare l’attiva e aggiornatissima fonte dell’ Osservatorio indipendente di Bologna sui morti sul lavoro, di Carlo Soricelli e il suo continuo impegno di denuncia

Con gli ultimi infortuni mortali è stata superata la quota di 1.120 lavoratori morti complessivi dall’inizio dell’anno (compresi i morti in itinere). I soli deceduti direttamente sui luoghi di lavoro sono già 907.

Solo negli ultimi giorni abbiamo

• Flavio Bertacchini 52 anni– Precipitato da un ponteggio nel Bresciano. L’ennesima caduta dall’alto, tra le cause più frequenti e drammatiche nei cantieri.

• Rocco De Carlo – Operaio della Lucania Resine di Potenza, schiacciato da un pesante macchinario che stava movimentando con altri colleghi.

• A Firenze nel cantiere dell’alta velocità Abourabil Ayoub 31 anni, gruista, operaio specializzato colpito a morte da un pilone sganciato mentre veniva trasferito da un camion a un altro

• Nel porto industriale di Cagliari l’autotrasportatore Carlo Spiga, di 61 anni è morto schiacciato da un carico di grandi tubi che stava scaricando in solitaria dal suo camion, a causa del cedimento delle cinghie, è stato trovato alle 6 di mattina da un passante che transitava sulla banchina. Condizioni di lavoro bestiali.

• Un autotrasportatore romeno di 52 anni è di cui ancora non si conosce il nome, è morto invece in galleria dell’autostrada nei pressi di Bologna per ribaltamento del suo tir

• Cataldo Modugno un operaio di 54 anni, è morto dopo 48 ore di agonia, dopo essere stato ferito gravemente ferito alla testa lo scorso 26 agosto nello stabilimento dei Molini Casillo a Corato (Bari), dove lavorava da quasi 40 anni,

• E pesante è il bilancio dei morti in itinere, sulle strade di Padova Iliena Callegaro è stata uccisa mentre andava al lavoro.

• I cantieri dell’Alto Adige allungano la lista: 5 operai sono rimasti feriti dal crollo di un solaio e 2 sono feriti gravemente

• Sabatino Biondi, operaio di 57 anni, è morto precipitando in un lucernario mentre lavorava sul tetto di un capannone a Roma.

• In una cantina sociale è morto a 23 anni anche Andrea di Risio, operaio stagionale, che ci rappresenta un’altra condizione dello sfruttamento: studente universitario chiamato a svolgere mansioni che richiedevano personale formato e qualificato, caduto dentro un macchinario che stava pulendo.

Ma questo è uno di quei giovani nella scuola caserma di Valditara che ha dato il suo contributo a contro-riformare l’insegnamento per renderlo sempre più funzionale ai bisogni del Capitale nella sua fase acuta imperialista.

Libro e moschetto, nozioni essenziali e asservimento all’azienda.

Un programma formativo per un modo di sfruttamento contro cui gli studenti nelle piazze rivendicano, dalla Francia, al Belgio, un esempio contagioso che in questi giorni sta coinvolgendo tante scuole anche in Italia, un’altra formazione.

Come ai tempi della riforma Gentile del 1923, la più fascista delle riforme come la definì Mussolini, Valditara si muove sempre in questo contesto, una riforma gerarchica e funzionale allo sfruttamento, il riordino degli ordini scolastici su base di classe, indirizzando i figli dei proletari sempre in termini relativi rispetto alla scolarizzazione del tempo, negli istituti tecnici ed i borghesi nei licei, secondo le necessità che lo sviluppo dei mezzi di produzione poneva ai padroni nel ‘900.

Non ci si scappa, sotto il potere della borghesia e del suo Stato, anche la pedagogia è piegata agli interessi di classe ed ai proletari viene riservata, alle condizioni specifiche di ogni epoca, quanto serve per essere forza lavoro adatto alla produzione delle merci.

Come fin dagli agli albori nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, quando agli operai, strappati dai campi e dalle botteghe artigiane, veniva chiesto di saper far di conto e un’alfabetizzazione di base, contare i pezzi, distinguere i diversi materiali, per tenere il passo con la produzione che si modernizzava e via via cresceva in volume ed in intensità, una infarinatura elementare che usava come abecedari testi religiosi in classi da campo improvvisate e gestite dai religiosi, l’istruzione era finalizzata alla produzione e allo sfruttamento del capitalismo allora nascente.

In questi ultimi anni ci sono stati incidenti che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica, dal rogo della Tyssen Krupp in cui morirono 7 operai perché gli estintori - ed in generale la manutenzione - non rientravano più nelle spese di una fabbrica destinata alla chiusura, ma ancora attiva e produttiva, fino a Luana ammazzata dentro un telaio per guadagnare una manciata di secondi perché il padrone aveva disattivato le protezioni di sicurezza.

Questi hanno provocato una profonda ondata di risentimento ed anche di mobilitazione, ed in maniera differnte hanno contribuito ad alzare la coscienza e la denuncia contro il Capitale e l’impunità dei padroni.

Nel caso della Tyssen ci fu una vasta mobilitazione nazionale, una forte indignazione di massa, con l’attività della Rete sicurezza sul lavoro, di cui siamo stati parte promotrice ed attiva, nelle città e davanti ai tribunali che aveva portato in piazza a Torino e a Taranto migliaia di lavoratori, associazioni, organizzazioni sindacali e politiche, studenti che ha fatto sì che per la prima volta il capo di imputazione per i padroni assassini si è configurato come omicidio volontario plurimo.

È su questa strada bisogna continuare oggi per rendere permanente, organizzata questa mobilitazione e parte della lotta contro questo sistema di produzione capitalista.

Per il Capitale la sicurezza è un costo, i padroni vogliono avere mano libera su protezioni, cinture di sicurezza, manutenzione, attrezzature adeguate, sostituzioni di quelle usurate, formazione/precarietà, ritmi e condizioni di lavoro

I padroni hanno un forte aiuto dal governo Meloni che si è insediato con un ‘lasciamo lavorare liberamente i padroni’ e in questi quattro anni ha agito di conseguenza anche a livello normativo per rendere meno efficaci le norme a tutela dei lavoratori.

Un altro aspetto rilevante con cui gli operai devono fare i conti, sono gli accordi sindacali per la produttività, che sono un autoincentivo a correre e a rinunciare alla sicurezza, che per i sindacati collaborativi, venduti, burocratizzati di Cgil/Cisl/Uil sono diventati strutturali, provocando una variazione della composizione del salario e portandoli a rinunciare alla insostituibile battaglia generale per aumentarlo.

Quindi la lotta, la denuncia, il coinvolgimento anche dolorosa dei parenti, fanno avanzare la comprensione.

Citiaimo un ultimo esempio, Avvenire, il quotidiano d ispirazione cattolica ha riportato una intensa lettera della sorella di Daniel giovane operaio colpito da un pezzo sparato da una macchina operatrice senza protezioni in una fabbrica dove già erano avvenuti infortuni simili, per cui si è aperto il processo. Riportiamo un passo di questa lettera:

‘Daniel era andato a lavorare, era uscito da casa per fare il suo dovere, per costruirsi il suo futuro e in un secondo qualunque un macchinario esplode ed una scheggia lo trafigge. Un attimo. È bastata una frazione di secondo per spezzare una vita intera. Pochissimi secondi che la fabbrica ha voluto risparmiare eliminando le protezioni e la sicurezza sui macchinari per non rallentare la produzione. Pochi secondi sui macchinari guadagnati sul ritmo dei pezzi da sfornare, barattati spietatamente con il suo futuro, con la sua stessa vita’.

Ma questa coscienza, non può restate un fatto isolato, estemporaneo, lo dobbiamo raccogliere, ci vuole la ribellione operaia, una lotta autonoma da padroni governo e sindacali confederali, per dare base e forma ad una lotta continuata nei posti di lavoro contro le morti al lavoro, per la salute e la sicurezza, che per noi è una Rete nazionale che dentro e fuori i posti di lavoro, nei territori, raccolga e organizzi su questo terreno le necessarie battaglie di operaie e delegati, delle loro organizzazioni sindacali realmente attive su questo terreno, di associazioni, tecnici e medici, giovani, che si possono coinvolgere, che la lotta organizzata può attrarre attorno a se.

Perché contro abbiamo il Capitale che è nocivo, non la fabbrica. Ce lo ricordano gli operai dell’Ilva in questi giorni impegnati in una durissima battaglia per la difesa dei posti di lavoro. Un Capitale da cui difenderci sicuramente, ma dentro una lotta irrinunciabile per il suo rovesciamento perché il profitto non è riformabile.

Vogliamo chiudere ancora con Marx. Abbiamo imparato che il capitalismo è un modo di produzione storicamente determinato, non eterno come dicono i borghesi e chi li serve, non è eterno e immodificabile e, all’interno del suo sviluppo, ha le condizioni e le contraddizioni che ne provocano le crisi e aprono alla sua fine, dentro un processo rivoluzionario con la classe operaia in prima fila organizzata con il suo partito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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