Per la rubrica Samovar, un viaggio tra le mura del Cremlino dove riposa John Reed. Insieme a Louise Bryant raccontò la Rivoluzione del 1917: due sguardi diversi tra la grande Storia e la vita quotidiana, un amore travolgente e una memoria rimasta incisa nella pietra.
C’è una prospettiva particolare dalla quale la storia smette di essere sequenza cronologica e si fa materia solida. Accade nei pomeriggi in cui la luce di Mosca si affila sulle mura rosse della Piazza Rossa, poco lontano dalle cupole dorate della Cattedrale dell’Assunzione. Lì, lungo la spina di pietra che delimita la necropoli del Cremlino, il tempo sovietico ha riposto i suoi architetti, i suoi eroi e i suoi martiri della Rivoluzione. Ed è proprio lì che si trova una targa incastonata nella muraglia che stona con il resto del Cremlino. Imbattersi in quel nome produce una sorta di corto circuito. Un nome che appartiene a un’altra terra, a un’altra lingua, a un altro destino: John Reed.
Cosa ci fa un giovane americano, nato nel 1887 a Portland, Oregon, laureato ad Harvard, figlio dell’agiata borghesia americana, poeta e cronista irrequieto, custodito nel cuore più sacro dell’iconografia bolscevica? È la domanda, semplice e quasi infantile, che spalanca la ragione d’essere di questa rubrica: la rubrica Samovar vive anche dell’intreccio sottile tra l'alterità sovietica e lo sguardo di chi ha attraversato il confine per raccontarla. La storia dell'URSS è infatti anche una complessa grammatica dei suoi morti: il corpo, il nome e la memoria trasformati in archivio, in un messaggio politico lanciato ai vivi. Deponendo un americano ai piedi del Cremlino, il nuovo Stato sovietico non celebrava soltanto un uomo, dichiarava al mondo che la Rivoluzione parlava una lingua universale. L’America del capitale aveva prodotto Reed; la tempesta d’Ottobre lo aveva adottato, dandogli una nuova identità e restituendolo all’eternità sotto forma di simbolo.
Prima di diventare un nome scolpito nella pietra, John Reed era un reporter sul campo. Insieme alla compagna Louise Bryant, incarnava la boho-intelligentsia più viva di Greenwich Village. Appartenevano a quella generazione di intellettuali statunitensi che univa con disinvoltura l'avanguardia artistica e l'impegno sociale, l'amore per i versi e la passione per le barricate. Quando nell’autunno del 1917 sbarcarono a Pietrogrado, non arrivarono con la postura dei diplomatici al riparo nei consolati, né come emissari politici. Erano due reporter dallo sguardo spalancato sulla Storia, due figure guidate da quella particolare forma di febbre intellettuale che all’inizio del secolo faceva sembrare plausibile l’idea di rifare il mondo da capo. Tra il fumo denso dei samovar nelle stazioni ferroviarie, il freddo pungente che tagliava la Prospettiva Nevskij e il vocio convulso dei corridoi dello Smol'nyj, Reed e Bryant s’immersero senza riserve nel tumulto. La scrittura di Reed era una radiografia dei gesti: sapeva decodificare i simboli della piazza, la metrica dei discorsi di Lenin, i manifesti strappati sui muri, la trasformazione istantanea di semplici soldati in assemblee deliberanti. Quando nel 1919 diede alle stampe Ten Days That Shook the World (I dieci giorni che sconvolsero il mondo), la cronaca si fece immediatamente letteratura. Reed non raccontò la Rivoluzione da una finestra: la attraversò e la montò con il ritmo di un’opera cinematografica, fissando per sempre nell’immaginario collettivo la sequenza della folla, delle armi, del Palazzo d’Inverno