giovedì 15 ottobre 2026

pc 15 ottobre - Ex Ilva - Cosa dice il decreto truffa del governo

Da ORE 12 del 14.10.26

Diamo un ulteriore aggiornamento dai blocchi degli operai delle Acciaierie di Taranto e dell'Appalto.

È il terzo giorno con una forte partecipazione di operai che bloccano tre arterie principali del collegamento tra la città e il resto delle strade: la via Appia, la via dove c'è lo stabilimento di Acciaierie Italia, la sua direzione, la via 106, per Reggio Calabria, bloccando le entrate ed uscite dei camion che trasportano il carburante dell'Eni.
Su questo, oggi si fa grande campagna, da parte del governo, della stampa, contro gli operai in blocco, dicendo che stanno togliendo la benzina alla città mettendo in discussione i rifornimenti dei distributori, l'arrivo del gasolio ai pullman, ai mezzi dell'Amiu e anche agli aeroporti vicini. E qualcuno - ultra-speculativo - dice che sta mancando il gasolio agli ospedali, chiaramente si tratta di una menzogna. I blocchi stanno incidendo sulle forniture, e questo era giusto e necessario, ma non è affatto vero che la situazione è quella che viene descritta dalla stampa borghese, a servizio innanzitutto del governo e del Ministero degli Interni che vuole trovare pretesti per costringere i lavoratori a lasciare i blocchi, ipotizzando, come si dice anche ai blocchi, un intervento diretto degli agenti antisommossa. Si tratta di voci su cui neanche noi vogliamo speculare, sapendo che il problema qui è quello della forte resistenza e della lotta degli operai.

Detto questo, oggi le ragioni per bloccare tutto sono aumentate di cento volte, perché il governo sciagurato della Meloni e Urso, con un indirizzo che è condiviso da tutti i governi e rappresenta gli interessi particolari e generali dei padroni, ha partorito nella tarda serata di ieri un decreto che è un rimedio peggiore del male. Bisognerebbe dirgli “lasciate stare, non fate nulla piuttosto che fare decreti di questo genere”.

Cosa si è deciso con questo decreto?

A premessa si dice che il governo interviene sul futuro dell'Ilva con un pacchetto di misure che riguardano la funzionalità degli impianti, il sostegno ai lavoratori, la tutela delle imprese dell'indotto e la reindustrializzazione delle aree disponibili.

Il primo provvedimento è quello di mantenere gli impianti in riscaldo, non in funzione, vale a dire in una possibilità di loro ripresa in tempi relativamente brevi rispetto al fermo generale. 
Noi dicevamo che gli impianti non dovevano essere messi in riscaldo prima della sentenza della Cassazione, perché se la sentenza fosse diversa da quella del Tribunale di Milano, comunque la riattivazione degli impianti comporta tempi medi e lunghi. La ripresa degli impianti e della produzione è una delle rivendicazioni portate nei blocchi e sostenute con forza, sia a Taranto che a Genova, anche se Genova merita poi un discorso a parte.

Ma il decreto prevede in mantenimento in stato di riscaldo delle batterie di coke 7, 8, 9 e 12 e dei cowper degli altoforni 1, 2 e 4, fino alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione. E comunque - dice - non oltre il 15 dicembre 2026. Che vuol dire non oltre il 15 dicembre 2026? Se la sentenza fosse favorevole, la ripresa dell'attività dovrebbe essere immediata per i lavoratori. Invece qui si dice che non sarà immediata e comunque non la ripresa dell'attività, ma il preriscaldo avrà fine entro il 15 dicembre.

Si dice che la misura punta a preservare la funzionalità degli impianti, evitando che il protrarsi dell'inattività comprometta ulteriormente le possibilità di un loro futuro utilizzo. Capiamoci, se la sentenza fosse favorevole, ci dovrebbe essere la ripresa di tutte le aree, compreso l'area a caldo. Ma i provvedimenti del Governo e dei commissari per conto del Governo sono un'ipoteca che renderebbe disapplicabile la sentenza della Cassazione. Tanto è vero che il Governo sottolinea che il mantenimento del riscaldo non equivale a una ripartenza della produzione.

Ma il problema non è la sentenza, il problema è di aver messo fuori tutti gli operai dell'Ilva e dell'appalto, con una serie di provvedimenti che prevedono che non ci siano più operai dell'Ilva e dell'appalto nel breve, nel medio e in parte nel lungo periodo, Perchè non è la ripartenza della produzione al centro del provvedimento del Governo ma il suo esatto contrario. 

Ed è l'esatto contrario di quello che sosteniamo noi tra i lavoratori, in alternativa alla linea che viene portata tra i lavoratori dalle diverse organizzazioni sindacali e nel contesto in cui si svolge questa lotta a Taranto, con l'ambientalismo antioperaio, il ruolo delle istituzioni, ecc.

Noi siamo perché la produzione riprenda, questo è l'obiettivo dello Slai Cobas, ed è l'obiettivo che tuttora in queste forme non è sostenuto con altrettanta determinazione da parte delle organizzazioni sindacali. Il vero futuro degli operai dell'Ilva è tracciato dagli altri punti del decreto.

Viene innanzitutto decisa la cassa integrazione "anche a zero ore" per 9.200 lavoratori di Acciaieria d'Italia, una cassa integrazione decisa dall'alto, decisa dal governo, senza peraltro alcuna trattativa con le organizzazioni sindacali che non hanno mai dato il loro consenso a questa cassa integrazione di massa. Quindi darla per scontato è già un ricatto ai lavoratori e un ricatto alle stesse organizzazioni sindacali.

Agli operai dell'Acciaieria viene confermata l'integrazione che porta al 70% per il periodo compreso dal 1 ottobre 2026 al 30 giugno 2027. Questa integrazione non è invece prevista nella cig in deroga per gli operai dell'appalto

Chiunque ha un minimo di esperienza delle situazioni delle cassintegrazioni sa che quando ti mettono a zero ore, per tempi così lunghi, e senza un piano che preveda l'effettiva ripresa della produzione, si vuole aprire la strada a una cassa integrazione permanente finché stanno i lavoratori, ma in realtà è l'avvio degli esuberi, e l'abbandono della "promessa" di piano industriale e ambientale che questa fabbrica dovrebbe avere.

Le frasi che seguono confermano questo fatto, che la cassa integrazione è senza ritorno e apre la strada alle cosiddette "politiche del lavoro" che significa portare i lavoratori fuori dal perimetro industriale per collocarli in fantomatiche attività che non sappiamo mai se effettivamente saranno realizzate. 

I lavoratori - si scrive nel decreto - vengono coinvolti nel “sistema SIISL”, una "piattaforma per l'inclusione sociale con la possibilità di essere inclusi in percorsi di formazione e di qualificazione per essere messi ad altre attività di pubblica utilità". Sembra un ritorno dei LPU, per cui gli operai devono andare a "pregare" i Comuni di essere messi a "tagliare il verde" per salari al ribasso; togliendo, tra l'altro, la possibilità che questi lavori vadano ai disoccupati. Poi dove stanno queste attività? Non c’è ne sono! Sono scritte sulla carta, non c'è una sola delle attività che vengono ipotizzate che esiste o che possano esistere in tempi brevi. Facciamo prima ad aggiustare lo stabilimento che a far nascere le cosiddette “attività alternative”. Le abbiamo viste le “attività alternative” in cui sono finiti gli operai della Belleli, in cui sono finiti gli operai della Cementir..., le stanno ancora aspettando.

Il decreto non solo dice questo, ma già minaccia i lavoratori che se rifiutassero di accettare le "opportunità proposte", verranno cacciati e basta, e gli verranno tolti pure gli ammortizzatori sociali. Così, in caso di rifiuto ingiustificato delle opportunità proposte - praticamente, se ti dicono di andare a lavorare in un'officina e tu rifiuti - tu perdi pure la cassa integrazione.

Quindi di che parliamo? Quali proposte sono queste? Sono un puro contorno della espulsione di massa dei lavoratori! Si dice non solo che i lavoratori se si rifiutano verranno cacciati, ma che gli tolgono anche dei soldi. Infatti nel decreto sta scritto che “le disposizioni riguardano anche il rifiuto di un'offerta di lavoro con una retribuzione non inferiore a oltre il 20%”. Quindi già prevedono che pure se ti devono ricollocare, ci sarà una penalizzazione del 20% sulla retribuzione; già prevedono che ti metteranno in posti di lavoro precari, e se tu li rifiuti non avrai neanche quelli; altro che “sostegno al reddito del percorso di reinserimento in una fase in cui la durata della crisi industriale, si dice, continua a rappresentare un elemento di forte incertezza per migliaia di famiglie”. Cioè ti dicono che questa crisi industriale è incerta nella sua soluzione e figuriamoci se in questa crisi industriale incerta tu possa trovare un lavoro stabile!

E poi arriviamo alla riproposizione dei lavoratori di serie A e dei lavoratori di serie B, con buona pace anche dei sindacalisti che qui hanno detto che le sorti degli operai sono tutte uguali. In realtà con questo decreto non sono tutti uguali. Gli operai dell'indotto sono trattati ancora una volta come lavoratori di serie B. Innanzitutto la cassa integrazione è in deroga se le aziende hanno un 50% almeno di attività all'interno dell'Ilva, altrimenti anche alle aziende non tocca la cassa integrazione e noi sappiamo che nell'appalto solo una parte delle aziende ha un 50% di lavoro nell'Ilva, altre aziende, soprattutto le grosse, lavorano in tante altre attività. Per cui, per diverse aziende, sono più di 4.200, non rispecchiando questo criterio, non è prevista neanche la cassa integrazione. Inoltre, questa cassa integrazione non prevede alcuna integrazione. Francamente, lo diciamo anche ai lavoratori, non si capisce perché gli operai diretti devono avere l'integrazione e gli operai dell'indotto, che sono più precari, più poveri, no. 

La Ditta Castiglia srl, per esempio, dove è presente lo Slai cobas, attualmente fa parte di un gruppo industriale che si chiama Itelyum, che ha attività industriali e molte non industriali in tanti altri campi, non ha il concentrato del suo business nell'Ilva, e quindi, non gli daranno neanche la cassa integrazione ai lavoratori operanti nell'appalto dell'Acciaieria?

Gli operai hanno chiesto incentivi all'esodo consistenti, hanno chiesto benefici pensionistici e accelerazioni pensionistiche legate all'amianto, ai lavori usuranti e non solo, alla crisi industriale dentro una legge speciale. Qui invece gli incentivi li danno, ma non a questo, gli incendivi li danno alle aziende che decidono di assumere operai del bacino ex-Ilva. Ma che cosa danno? Un esonero contributivo fino a 8.000 euro per la durata di 24 mesi. E voi pensate che ci siano aziende in questo territorio che perché ricevono 8.000 euro a lavoratore si pigliano i lavoratori dell'Ilva con la prospettiva che li dovranno tenere per sempre? Con le leggi che hanno fatto sul mercato del lavoro, le aziende hanno vantaggio ad assumere a tempo determinato.

Per di più i lavoratori devono essere assunti anche subito, quindi il governo ha già deciso che devono uscire subito dall'Ilva, perché dal primo novembre chi si vuole prendere gli operai dell'Ilva se li può prendere.

I lavoratori, dice il decreto, dovranno avere la priorità nelle assunzioni. Sappiamo le fine che fanno le “priorità”, basta che dici che ti serve una mansione che in quel momento può non essere protetta e ti puoi prendere i lavoratori anche da altri bacini. Chi è impegnato sia nell'attività sindacale sa che questa priorità è puro fumo negli occhi.

Il pacchetto di interventi previsto dal governo di complessivi 187 milioni di euro - mentre quelli mobilitabili per questo scopo sono 138 milioni di euro - con la platea che c'è a Taranto non coprono affatto le possibilità effettive di riassunzione dei lavoratori in altre attività industriali.

L'altro capitolo - il cui senso si capisce dentro una prospettiva di deindustrializzazione e di chiusura parziale o pressoché totale dell'Ilva - riguarda i cosiddetti “100 ettari per i nuovi insediamenti”; cioè si stanno già vendendo i terreni dell'Ilva ancora prima che gli operai escano dalla fabbrica, è come “vendere la casa con il morto in casa”. Il ministero coordinerà tutti coloro che chiedono aree all'interno. Veramente dobbiamo finire, come diceva Beppe Grillo, che un pezzo dell'Ilva l'hanno venduto per un grande parco giochi?

Poi nominano un altro commissario. Ma quanti commissari fino a ora abbiamo visto, che dovevano essere cacciati a calci perché avevano il compito della manutenzione e non l'hanno fatta, hanno fatto morire le persone? Questi dovevano essere già dimessi e incriminati e invece ai tre se ne aggiungeranno altri, e questo commissario aggiuntivo è per vendere i terreni!

Ancora, un milione all'anno per il Tecnopolo, ma che cosa vuol dire “tecnopolizzare” se stai per chiudere di fatto una fabbrica, se hai ridotto questa fabbrica a una fabbrichetta venduta non si sa bene a chi. Cosa ci importa del Tecnopolo che sul fronte di occupazione significa 100 persone e sul fronte della sua funzione è tutto da vedere? Serve per far mangiare ingegneri e tanti soggetti che fanno le slide, cioè dar da mangiare a un settore di parassiti invece che ai lavoratori che ci sono. “Un milione di euro all'anno destinato a attività di ricerca sviluppo e innovazione”, ma se queste erano necessarie perché non le hai farle prima? Queste attività dovrebbero essere permanenti dove sta un grande complesso industriale, dobbiamo aspettare di cacciare i lavoratori dell'Ilva per poterle fare? 

L'ultima decisione nel decreto sono i soldi veri: 40,5 milioni per Acciaieria Italia. Qui non si capisce che funzione avranno, si dice genericamente: “La misura si inserisce nel quadro degli strumenti con cui il governo intende sostenere la gestione della fase di transizione preservando le condizioni necessarie".

In conclusione, il decreto occupazionale non dà occupazione ma la toglie, il decreto non sviluppa, non è l'anticamera di un vero piano industriale ma è una ipoteca sul piano industriale. Il piano del governo è per rendere innocua la sentenza della Cassazione anche se fosse favorevole ai lavoratori, sterilizzarla anche prima che venga fatta.

Poi hai voglia di dare colpa alla magistratura, ma il governo sta facendo peggio dalla magistratura.

Questo decreto è un rimedio peggiore del male e chi aspettava il decreto per vedere se si salvava il posto di lavoro, i salari, non li avranno; e quindi nessuno ci venga a dire che questo decreto risolve qualche problema dei lavoratori che stanno ai blocchi e nessuno ci venga a dire che dobbiamo aspettare 60 giorni che venga ritoccato in Parlamento. Intanto entra in vigore il decreto appena il signor Mattarella lo firmerà, dopodiché fra 60 giorni deve passare al vaglio parlamentare e sappiamo qui come vanno a finire “i vagli parlamentari” in cui il governo ha la maggioranza blindata, mette la fiducia e ti frega anche se vengono proponi emendamenti.

Questo decreto non è una risposta alla lotta dei lavoratori e quindi è chiaro che bisogna continuare, ma anche “bisogna continuare” non è sufficiente, ma serve lottare su una piattaforma operaia, sulla difesa intransigente degli interessi di classe dei lavoratori.

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