mercoledì 16 gennaio 2013

pc 16 gennaio - a napoli i disoccupati precari bros continuano la lotta


I disoccupati organizzati aderenti al progetto «Bros» hanno bloccato oggi l'ingresso di via Galileo Ferraris dell'autostrada Napoli-Salerno. I disoccupati sollecitano la convocazione di un tavolo interistituzionale. La protesta dei disoccupati sta producendo un rilevante blocco della circolazione. A dicembre i disoccupati del progetto Bros avevano bloccato anche le ferrovie. Un gruppo disoccupati avevano occupato alcuni binari della stazione ferroviaria nel tratto tra la stazione centrale di Napoli fino a Gianturco.

pc 16 gennaio - sciacallaggio sulla memoria del compagno Prospero Gallinari - funerali venerdì o sabato a roma -

stralci da un intervista apparsa su contropiano


Il giorno dopo la sua morte, i media si sono esercitati nel loro macabro rituale. Abbiamo intervistato Francesco Piccioni, che con Prospero ha condiviso buona parte della vita militante.

Prospero non c'è più. Ti aspettavi questa reazione dei media?

Tutto sommato sì, anche se c'è sempre una qualcosa di più, di infame, che riesce a sorprendere.

A cosa ti riferisci?
Tutti i giornali e tutti i tg – sia di destra che di centrosinistra - hanno dato sostanzialmente lo stesso servizio, centrato su una frase semplice e ripetuta ossessivamente: “se n'è andato con i suoi segreti”. Nessuno ha provato a chiedersi come mai un uomo con la sua storia, della sua età e con tre infarti sul cuore, se ne stesse andando come tutte le mattine a lavorare, per uno stipendiuccio da precario o quasi, uscendo da una casa popolare. Chi detiene segreti importanti o muore presto o viene ricoperto d'oro, non fa una vita così, no? Ma l'informazione, in Italia, è diventata un semplice copia-e-incolla della “verità” delle agenzie stampa...

È il frutto della “dietrologia”...
Sì, ma con una differenza importante rispetto a 20 o 40 anni fa. Allora la dietrologia era sostanzialmente “di sinistra”. Nel senso che i dietrologi militanti (Flamigni, i fratelli Cipriani, ecc) venivano dal Pci e lavoravano per i suoi giornali. Era una dietrologia orientata dalla teoria di comodo del “doppio stato” (uno fedele alle istituzioni, uno agli ordini di “forze oscure”), ma che era nata dentro uno scontro politico e ideologico a far data dal '68: chi era “veramente” comunista? Il Pci che guardava al compromesso con le altre “grandi famiglie” della politica italiana (Dc e Psi), oppure i soggetti che guardavano alla Rivoluzione come un obiettivo possibile? Persino “il manifesto”, a quei tempi, venne accusato di esser “pagato dalla reazione”. La dietrologia di oggi è invece un discorso vago, che parla di “misteri” senza nemmeno più nominare gli episodi che in una mente malata o in malafede potrebbero sembrare tali....la versione ufficiale diventa: ci sono dei misteri, non si può risolverli, ma va bene così. Ma è un accordo politico che guarda soprattutto al futuro, più che al passato.

In che senso?
C'è un bisogno disperato di dire che nulla è possibile al di fuori del campo politico disegnato dagli attuali rapporti di forza, che è inutile opporsi, organizzarsi, lottare, progettare futuro. La figura di Prospero rompe decisamente questo schema paralizzante: un contadino comunista che insieme a operai e studenti arriva a “colpire il cuore dello stato”, catturando il principale protagonista del potere dell'epoca. Al di là delle forme storiche, è la prova empirica che l'organizzazione degli sfruttati può raggiungere risultati impensabili. Una constatazione del genere, già da sola, rappresenta una minaccia per la continuità del potere. ....

Tu hai scritto spesso che la “dietrologia” è anche una questione di interessi economici...
Beh, basti pensare che c'è stata una commissione di inchiesta parlamentare aperta continuativamente per 18 anni. I “consulenti” - come i fratelli Cipriani ed altri – hanno avuto compensi favolosi per tutto il periodo. Figuriamoci se qualcuno di loro poteva accettare di arrivare all'accertamento della verità, di mettere un punto finale... Solo l'archivista della Comissione, Vladimiro Satta, l'unico che sie era letto il milione e mezzo di pagine degli atti, alla fine ci ha scritto un libro definitivo ("Odissea nel caso Moro") distruggendo tutti i cosiddetti "misteri" uno per uno. A momenti lo accusano di essere un brigatista! Finché c'è mistero, c'è un prodotto da vendere, libri da fare, film da girare, psudo-inchieste giornalistiche che ti riportano sempre al punto di partenza, così magari tra due anni se ne fa un'altra uguale... Su questa strada sonostate costruite fortune politiche, giornalistiche, editoriali, con tanto di poltrone parlamentari e contratti d'oro. Un'industria che poi ha chiuso bottega per manifesta insussistenza dell'oggetto, ma che ha distribuito a lungo dei bei dividendi.

C'è un dato di fatto che può smontare tutta la dietrologia?
Premetto che in queste cose, stabilito un punto, si può sempre ricominciare da capo a inventarne altre. Però, se uno conosce la letteratura dietrologica, tutto si riduce a un solo punto e una sola persona: “Mario Moretti non ce la conta giusta”. Basta guardare alla situazione di fatto. Dei brigatisti storici e di tutti gli uomini e donne di via Fani, soltanto uno è ancora in carcere, e da 32 anni: Mario Moretti. Un osservatore neutro ne trarrebbe una sola conclusione: Mario ha sempre detto la verità e sta pagando di persona per essere stato a capo dell'organizzazione che ha “messo paura” al potere in Italia. Del resto, al governo di questo paese ci sono stati piduisti ed ex comunisti, democristiani “tecnici” e ora persino il capo europeo della Trilateral. E Mario è sempre rimasto dentro, da semilibero, con una lavoro che rende poco e che si deve continuamente inventare. Vale quel che ho detto prima per Prospero: che detiene segreti “decisivi” o muore presto e viene coperto d'oro. Altrimenti, è uno che ha sempre raccontato la verità. Che poi questa sia sgradita, è cosa che pone domande sugli accusatori, non sull'accusato.
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Qual'è stata la sua importanza, nella vostra storia?
È stato il militante che dava l'esempio, senza alcuna preoccupazione individualistica. Un esempio per come – da contadino orgoglioso delle proprie origini – ha “studiato di notte”, rubando ore al riposo dopo il lavoro, per migliorare la propria conoscenza. Per come ha interpretato la dimensione del “collettivo”, del fare insieme, dell'assumere ruoli di direzione soltanto perché “qualcuno deve pur farlo”, mantenendo sempre quel distacco autocritico che consiste nel non darsi individualmente troppa importanza. È qualcosa che oggi appare difficile persino da raccontare, figuriamoci a spiegarlo. Ma chiunque abbia “militato” davvero in un'organizzazione rivoluzionaria, dove si rischia la vita e non c'è una poltrona (e uno stipendio) da conquistare, sa che la posizione di vertice è un ruolo funzionale; che il “dirigere” è un'attività complessa che viene fuori come risultante dall'insieme dei militanti.....

pc 16 gennaio - i maoisti francesi alla manifestazione di solidarietà di parigi per l'assassinio delle tre militanti kurde

Quelques photos de la manifestation de soutien au peuple kurde de samedi 12 janvier 2013, suite à l'assassinat de 3 militantes kurdes à Paris
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crionachedal funerale

Ieri la Parigi kurda ha pianto Sakine Cansiz, Fidan Doğan, Leyla Söylemez, le tre militanti assassinate nella sera di mercoledì scorso nell’Ufficio Informazione del Kurdistan di rue La Fayette.

Mentre migliaia di attivisti e semplici cittadini partecipavano alle esequie la deputata del Bdp Gülten Kışanak così tuonava nel suo Parlamento: “Queste donne erano cittadine turche e la Turchia è, come la Francia, responsabile di quest’assassinio e delle indagini che seguiranno. Uno Stato che resta silente di fronte alla morte d’un suo cittadino non può essere considerato tale”. E ancora “Se una microspia può essere piazzata nell’ufficio del premier come possiamo dire che in Turchia lo ‘Stato profondo’ è pienamente scomparso?” Intanto sono state rese note le testimonianze di ciò che alcuni amici delle vittime hanno visto entrando a notte fonda nella sede. Racconta uno di loro: "L’ufficio era composta da due stanze e in una la luce era accesa. Ho subito visto i piedi di Sakine. Era morta con la schiena appoggiata a un mobile. Poi mi sono spostato in avanti, vedendo il viso di Rojbin (nomignolo della Doğan, ndr). Giaceva sulla schiena, il sangue le colava dalla bocca e gli occhi chiusi. Il volto sembrava congelato”.


E aggiunge: “In mezzo a loro c´era una valigia. Probabilmente sono state colpite mentre la preparavano perché molte cose erano ancora fuori dalla borsa che era su un ginocchio di Sakine. Sulla sua faccia ho visto una tumefazione vicino all´occhio. Poi la mia amica scioccata ha urlato. Quando mi sono avvicinato a lei ho visto Leyla che giaceva con la faccia sul pavimento. Ci siamo precipitati fuori: l´altro nostro amico stava parlando con un poliziotto che era sopraggiunto. Era circa l´una e venti quando siamo entrati nell´ufficio, le abbiamo viste e siamo usciti sconvolti senza sapere cosa fare”. Dalla ricostruzione s’è appreso che gli amici delle donne, preoccupati dai ripetuti squilli a vuoto dei telefoni cellulari hanno fatto in tarda notte un sopralluogo. Erano in possesso delle chiavi della sede, non di quella del portone centrale e nel suonare al citofono per introdursi nello stabile insospettivano alcuni condomini che avevano chiamato la polizia. Mentre gli assassini non hanno avuto alcun problema nel penetrare nei locali. Anche a Roma c’è stato un seguito all’iniziativa pubblica tenuta dalla comunità kurda davanti all’ambasciata francese sabato scorso. Sempre in piazza Farnese ieri una delegazione dell’Uiki ha inoltrato una lettera aperta all’Ambasciatore di Francia.
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Eccome alcuni passi: “… lo spietato omicidio appare connesso ai più recenti negoziati politici per la pace: da alcune settimane, questi ultimi si stavano tenendo tra rappresentanti del Governo turco, il leader del Pkk Abdullah Öcalan, in carcere in totale isolamento sull'isola-prigione di Imrali, e il Partito della Pace e della Democrazia pro-kurdo. L´attacco alle rifugiate politiche può quindi essere considerato come una provocazione e come un atto di sabotaggio nei confronti di un possibile e rinnovato processo di pace“. Invece riguardo alla vigilanza cui kurdi di Francia erano sottoposti da mesi per le disposizioni anti-terrorismo avanzate dal magistrato Thierry Fragnoli la missiva domanda all’Esecutivo Hollande: “1. Com'è potuto accadere che i criminali abbiano potuto commettere quest’assassinio a sangue freddo in pieno giorno, in una zona affollata, quando in Francia gli attivisti kurdi, comprese certamente le vittime dell'omicidio, sono sotto costante osservazione da parte della sicurezza dello Stato e da parte della polizia? 2. Non esistono registrazioni video dei responsabili? Se sì, perché il contenuto non è stato divulgato? 3. I Servizi francesi erano in possesso di informazioni riguardo a un possibile omicidio prima che l´azione avesse luogo? Se fosse così perché ciò non è stato reso pubblico e i possibili bersagli non erano stati informati?”. Il ministro Valls, che s’è affrettato a definire il crimine “inaccettabile”, è chiamato a rispondere.


fidanda contropiano

pc 16 gennaio - ISTIGATORE DI STUPRO: "LE DONNE E' BENE CHE NON ESCANO DA SOLE"

Questa volta è il Procuratore di Bergamo, Francesco Dettori a indicare le donne come di fatto loro responsabili per i comportamenti, la vita che fanno delle violenze sessuali - e spesso uccisioni - che subiscono.
Per tutta risposta alla violenza sessuale subita nei giorni scorsi da una donna di 24 anni a Bergamo, e mentre lo stupratore subito è stato messo agli arresti domiciliari, come se avesse fatto un reato di poco conto, ieri questo Procuratore rilasciando un'intervista a L'Eco di Bergamo ha affermato:
"Le donne sono l'anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l'assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole... Non voglio penalizzare la giovane che ha subito violenza... ma a volte bisogna ragionare in termini realisti".

Queste parole sono di fatto un via libera a delinquere! Se sono le donne che col loro stile di vita provocano gli stupri, gli stupratori sono giustificati. Con questo aberrante ragionamento è chiaramente normale aver mandato lo stupratore agli arresti domiciliari, perchè non è lui che può reiterare il reato, ma se mai sarà un'altra donna a farlo ricadere nella violenza sessuale.
Le donne, per questo "uomo di legge" sono e devono RESTARE l'"anello debole della società". Se ne convincano e restino a casa! Visto che questo sistema sociale non può ma soprattutto non deve cambiare!

Poche settimane fa, a proposito delle altre odiose dichiarazioni del prete di Lerici, avevamo parlato dell'"Infamia originaria". Quanto sta accadendo a Bergamo conferma in pieno che non di casi isolati si tratta, ma di punte più visibili ed oscene di un humus maschilista, fascista di odio verso le donne che è presente dovunque, dalla Chiesa alle Istituzioni, interno, prodotto e alimento a sua volta di un sistema sociale in cui le donne, la loro condizione di vita le si vogliono riportare a 50 anni indietro, perchè funzionali, sia praticamente che ideologicamente, a uno Stato da moderno fascismo, di aperti attacchi di classe verso le masse.
Questo spiega perchè fatti di questo genere, giustificazioni alle violenze sessuali , possono avvenire nel piccolo paese come in una delle città "evolute" del nord.
E mai come oggi, in Italia, come in ogni parte del mondo (vedi India), la condizione delle donne è la cartina di tornasole del livello del grado di inciviltà, abruttimento di questo sistema sociale capitalista, che non può essere fermato o migliorato, ma solo distrutto.
Contro questo "odio" sociale, istituzionale verso le donne, contro questa guerra di bassa intensità che ha esecutori e mandanti, non servono le lamentale e le prese di distanza delle donne dei partiti, come sta accadendo a Bergamo. Il minimo sono le immediate dimissioni di questo Procuratore. Ma è necessario molto di più, la ribellione delle donne si deve scatenare!

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
mfpr.naz@gmail.com




pc 16 gennaio - DECISIVA UDIENZA PROCESSO EURECO

 Il “Comitato a sostegno dei familiari delle vittime e dei lavoratori Eureco” informa che mercoledì 16 Gennaio 2012 si è terrà la quinta e decisiva udienza del processo Eureco.
Il GUP dovrà prendere una decisione molto importante e significativa, perchè dopo il tentativo da parte dell'assicurazione degli imputati di dare una provvigionale ai familiari di due soli dipendenti interni deceduti, ad oggi non ci sono riscontri di una situazione analoga per i familiari e lavoratori della cooperativa che operava escluisivamente nell'azienda dei Merlino.
Il GUP, dopo aver rinviato quattro volte le udienze del processo nel tentativo di consentire un risarcimento degli imputati alle parti lese, ora dovrà verificare la reale volontà di far risarcire i danni della tragedia provocati dal pervicace mancato rispetto di qualsiasi norma di sicureza sul lavoro e di rispetto dell'ambiente, anche a tutte le altri parti civili.
Nel caso non ci siano riscontri di questo genere nei confronti degli altri familiari delle vittime e lavoratori superstiti, sarà scontato il rinvio a giudizio ad un processo penale regolare per omicidio colposo nei confronti di Giovanni Merlino e della figlia.

Per manifestare l'importanza del principio che “la Giustizia non è, e non deve essere monetizzabile”, il 16 Gennaio p.v., il Comitato ed altre Associazioni impegnate su questo tema, come Medicina Democratica, A.I.E.A.: Associazione Italiana Esposti Amianto, Rete Sicurazza Milano, come di consueto durante le udienze del processo, realizzeranno un presidio davanti al Tribunale di Milano a partire dalle ore 9.00.

Si invitano Associazioni e Cittadini alla partecipazione per dare un importante segnale di rispetto dei diritti dell'uomo, dei lavoratori e dell'ambiente molto spesso dimenticato da imprenditori senza scrupolo e per far valere l'Etica e la Giustizia.

COMITATO A SOSTEGNO DEI FAMILIARI DELLE VITTIME E DEI LAVORATORI EURECO

pc 16 gennaio - FIAT: 2 anni di cassa integrazione a Melfi, Landini scopre l'acqua calda e continua ad affidare la lotta... ai tribunali mentre Marchionne fa ciò che vuole


Fiat: Landini, azienda è già succursale degli americani

“Fiat già ora è una succursale degli americani: vende auto con Chrysler in America, vende in Brasile, mentre il buco nero resta l'Europa, resta l'Italia, dove l'azienda chiude fabbriche come Termini Imerese e Irisbus”. Così Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil, commenta le parole di oggi dell'ad di Fiat, Sergio Marchionne, sulla necessita di unificare rapidamente Fiat e Chrysler. 

Sul caso dei 19 licenziamenti a Pomigliano d'Arco, Landini aggiunge: “Il fatto che gli altri sindacati, Cisl Uil e Ugl, abbiano detto no a 19 licenziamenti è, mi pare, il minimo che un sindacato degno di questo nome possa fare. In questa decisione credo abbia pesato il fatto che domani il tribunale di Roma discuterà il ricorso presentato dalla Fiom proprio su questa vicenda: se il giudice ci darà ragione, non solo Fiat non potrà licenziare 19 persone, ma non potrà licenziare nessuno e tutti i lavoratori di Pomigliano che sono ancora fuori dovranno rientrare”.

Da: Rassegna.it 15/1/13

(ANSA) POTENZA - La Fiat ha richiesto per lo stabilimento di Melfi (Potenza) la cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione aziendale dal prossimo 11 febbraio al 31 dicembre 2014. Lo dichiara la Fiom-Cgil, che esprime "forte preoccupazione perché ad oggi ancora non si conoscono i dettagli degli investimenti per lo stabilimento".
La produzione della "Punto" nello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat continuerà anche nei prossimi mesi, dopo l'avvio della cassa integrazione straordinaria per la ristrutturazione in vista della realizzazione dei nuovi modelli di auto. Nello stabilimento lucano del gruppo torinese vi sono due linee di produzione. Gli interventi programmati dall'azienda interesseranno a turno solo una delle due linee: sull'altra lavoreranno a rotazione gli operai, per continuare a produrre la "Punto" e soddisfare così le richieste del mercato. In tal modo al periodo quasi biennale di cassa integrazione straordinaria saranno interessati a turno tutti i lavoratori.
Il segretario regionale del sindacato, Emanuele De Nicola, ha sottolineato che la richiesta "arriva dopo gli annunci in pompa magna dei giorni scorsi, alla presenza del Presidente del Consiglio, Mario Monti e del Presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo e dei segretari generali di Cisl e Uil". La Fiom-Cgil inoltre esprime "forte preoccupazione perché ad oggi ancora non si conoscono i dettagli degli investimenti per lo stabilimento e i tempi per la realizzazione del nuovo progetto" e chiede "alla Fiat e anche alle istituzioni regionali la massima trasparenza nella gestione della Cigs al fine di garantire la rotazione al lavoro di tutti i lavoratori, per impedire come avvenuto a Pomigliano discriminazioni e perdite salariali a danno dei lavoratori".
AZIENDA, CIGS NECESSARIA PER FARE INVESTIMENTO - La cassa integrazione straordinaria a Melfi è necessaria perché "per poter realizzare fisicamente gli investimenti per circa un miliardo di euro previsti per lo stabilimento Sata saranno necessari importanti interventi sui fabbricati e sugli impianti". Lo precisa l'azienda spiegando che la cigs sarà a rotazione tra tutti i dipendenti.
MARCHIONNE, CIGS A MELFI PER INSTALLARE LE NUOVE LINEE - "Stiamo installando le nuove linee per fare le nuove vetture. Continueremo a produrre la Punto. Non capisco qual è il problema". Così' l'ad di Fiat Chrysler, Sergio Marchionne interviene sulla questione della cassa integrazione di Melfi.
"Si tratta di una richiesta standard, una procedura normale, che viene fatta per coprire i lavoratori impattati dall'installazione di nuove linee", aggiunge.
MARCHIONNE, NON CHIUDEREMO ALTRI IMPIANTI ITALIA - Fiat non chiuderà altri impianti in Italia. Lo ha detto - secondo Bloomberg - l'a.d. di Fiat Sergio Marchionne al Salone di Detroit. Secondo il top manager italo-canadese inoltre, i tagli di posti di lavoro effettuati in Polonia hanno protetto i lavoratori delle fabbriche italiane.
Il Lingotto, in Italia, ha chiuso lo stabilimento sicilaino di Termini Imerese e quello Irisbus di Valle Ufita, in provincia di Avellino.

martedì 15 gennaio 2013

pc 15 gennaio - Padroni assassini alla Grandi Motori di Trieste

 Otto morti per amianto alla Grandi Motori, indagati 4 dirigenti Accusati di omicidio colposo, casi a Trieste dal 1971 al 2000
;La Procura della Repubblica ha concluso le indagini su otto decessi per mesotelioma pleurico di lavoratori della Grandi Motori Trieste. Secondo quanto appreso dall'ANSA, le notifiche di conclusioni indagini sono andate a 4 ex dirigenti, indagati per omicidio colposo e cooperazione colposa. Le esposizioni da amianto vanno dal 1971 al 2000.Gli indagati sono il direttore generale della Grandi Motori (GMT) negli anni dal 1970 al 1977, il presidente e amministratore delegato della Grandi Motori dal 1977 al 1984, il direttore generale e amministratore delegato di Fincantieri (Divisione Grandi Motori) dal 1984 al 1992 e un membro del consiglio di amministrazione di Fincantieri dal 1984 al 1994. La Procura contesta ai quattro di non aver posto in essere misure per la sostituzione dell'amianto, di non aver dotato gli ambienti di lavoro di impianti fissi e mobili per l'aspirazione e di non aver posto l'amianto in ambienti separati. Ancora, ai lavoratori non sono state date informazioni sui pericoli e nemmeno fornite le mascherine. I lavoratori morti per amianto erano attivi in vari reparti: saldatori, collaudatori e attività manutentiva. La proprietà dello stabilimento della Grandi Motori è più volte passata di mano: dal 1966 al 1972 è stato di Fiat-Iri, dal 1972 al 1982 di Grandi Motori Trieste (dal 1975totalmente trasferita all'Iri), dal 1984 al 1998 di Fincantieri, dal 2000 é della multinazionale finlandese Wartsila.

pc 15 gennaio - immediata presa di posizione e appello dei comunisti maoisti francesi contro l'intervento dell'imperialismo francese in africa

in via di traduzione
http://www.archive-host.com/files/1892825/605fe43860be87b04aa41ccaf04344885422138f/afrique-en-lutte.png
 
A peine les troupes combattantes d’Afghanistan retirées (1400 restent tout de même sur place pour la « formation » et la « logistique »), l’impérialisme français intervient au Mali.

Lorsque nous parlons d’intervention militaire :
  • Nous ne saurions oublier que ce sont les impérialistes américains qui ont soutenu les forces réactionnaires en Afghanistan pour lutter contre l’invasion du social-impérialisme soviétique.
 
  • Nous ne saurions oublier l’intervention impérialiste américaine qui a détruit l’Irak et qui laisse le chaos.
 
  • Nous ne saurions oublier les résolutions jamais appliquées de l’ONU contre la politique colonialiste d’Israël en Palestine.
 
  • Nous ne saurions oublier l’intervention des différents impérialistes dans les pays arabes pour soutenir de nouvelles forces réactionnaires, conquérir des marchés et des zones d’influence et dévoyer la juste révolte populaire.

L’Afrique est devenu le champ de bataille économique entre les impérialistes occidentaux et les nouveaux impérialistes (Chine, Russie) et grands pays émergents (Brésil et Inde). Les anciens impérialistes qui détiennent des intérêts en Afrique grâce à la colonisation et au colonialisme moderne veulent les défendre jusqu’au bout, tandis que les nouveaux impérialistes et les émergents cherchent à tout prix à en conquérir de nouveaux.

C’est dans ce contexte que l’impérialisme français intervient régulièrement en Afrique sous différentes formes pour préserver ses intérêts, comme récemment en Côte d’Ivoire. Il se prépare aussi à renforcer sa présence en Somalie. Plusieurs pays sont même concernés par des clauses confidentielles d’intervention française en cas de déstabilisation du pouvoir.

Aujourd’hui l’impérialisme français, qui soutient les anciens chiens de garde au Mali, a pour objectif de préserver les intérêts de la France, c’est-à-dire poursuivre et développer le pillage organisé des matières premières. L’intervention contre les groupes islamistes est le prétexte qui sert à la France pour justifier l’intervention militaire.

Bien sûr, les forces islamistes fondamentalistes sont réactionnaires et sont des ennemis du peuple qui s’appuient sur la misère causée par l’impérialisme. Mais ce qu’il faut voir ici c’est que le « danger islamiste » est utilisé comme prétexte par les impérialistes pour combattre les révoltes populaires en Afrique et dévier la colère du peuple en Europe et dans les autres pays. Cette manœuvre participe à dresser une partie de la classe ouvrière contre l’autre et à préparer ainsi les solutions fascistes à la crise. A terme, la mobilisation pour une nouvelle guerre de repartage au niveau mondial n’est pas à exclure. L’objectif des gouvernements, de droite ou de gauche, est de maintenir à tout prix la domination du capitalisme sur l’ensemble des peuples du monde.

Mais dans le monde des forces se dressent contre les exploiteurs et les oppresseurs et mènent la guerre populaire sous la direction des partis communistes maoïstes comme en Inde, aux Philippines, en Turquie, pendant que dans de nombreux pays se développent et se reconstruisent les nouveaux partis communistes maoïstes pour préparer et étendre la guerre populaire contre les impérialistes et les chiens de garde, quel que soit le masque sous lequel ils se dissimulent, laïcs ou religieux.

Comme il a été déclaré à la Conférence Internationale de Soutien à la Guerre Populaire en Inde, qui a regroupé des représentants des forces révolutionnaires de 20 pays, le meilleur soutien aux peuples en lutte que nous pouvons apporter est de développer la lutte révolutionnaire dans nos pays respectifs. Ici en France, notre tâche première est de nous opposer à notre propre impérialisme. C’est la seule façon d’en finir avec l’impérialisme, le système capitaliste d’exploitation et d’oppression, la seule façon d’en finir avec la guerre.

A bas les interventions et les manœuvres de l’impérialisme en Afrique !

Vive la lutte des peuples contre les chiens de garde et les réactionnaires de tous bords !
 
 
PC maoïste de France

pc 15 gennaio - 2° giorno di lotta Ilva taranto

Nuova intensa e combattiva giornata di lotta dei cassintegrati Ilva.
Sin dalle 8,30 di questa mattina alla Direzione sono affluiti gli operai in cig del TNA, del Laf e di altri reparti dell'area a freddo, nell'arco di un'ora sono diventati più di 200.
La Direzione Ilva aveva fatto trovare la sorpresa dei cancelli sbarrati con catene, dimostrando subito la sua intenzione di non voler incontrare i lavoratori.
Questa mattina gli operai si sono presentati, anche su appello dello Slai cobas per il sindacato di classe, ben determinati a non perdersi in chiacchiere e a richiedere subito l'incontro con la Direzione Ilva per
ottenere il rientro al lavoro, perchè non è giusto che ci siano operai in cig, mentre tutto il resto della fabbrica è in produzione e nonostante le promesse dell'azienda di ricollocarli in altri reparti (invece non si è
permesso neanche che quelli del TNA fossero ricollocati al TNA2 che è operante).
I sindacalisti Fiom prima, e Fim, Uilm dopo, hanno cercato di tenere buoni i lavoratori richiedendo la riapertura del cancello della direzione e l'incontro a cui però solo loro dovevano andare.
Lo Slai cobas ha sostenuto subito di lasciarli perdere e di cercare di entrare da un altra portineria all'interno dello stabilimento. Dopo discussione ed esitazioni, gli operai sono partiti e hanno raggiunto la
portineria A. Qui, sindacati confederali e azienda hanno detto che dovevano entrare solo i sindacati confederali e una piccola delegazione dei lavoratori. Lo Slai cobas e gli operai hanno invece preteso con decisione che tutti i cassintegrati entrassero e raggiungessero la direzione perchè l'incontro si doveva fare con tutti gli operai. La tensione è cresciuta e gli operai hanno forzato la mano e invaso la fabbrica. A questo puntoDirezione, Digos, con l'appoggio dei sindacati confederali, hanno fatto muro  per impedire che i coordinatori dello slai cobas per il sindacato di classe entrassero in fabbrica, utilizzando il pretesto che potevano entrare solo i dipendenti e attuando una chiara discriminazione antisindacale col preciso
scopo di depotenziare la lotta e le richieste dei lavoratori. Quanto è successo dopo e soprattutto la conclusione della mattinata è stata una chiara conseguenza di questa volontà di tenere fuori l'unica realtà a difesa degli operai per paura che potesse disturbare i manovratori: sindacati confederali e azienda.
Entrati in fabbrica e raggiunta la Direzione, gli operai si sono trovati anche questa sbarrata dall'interno. I sindacati, quindi, hanno spostato gli operai nella sala delle assemblee del consiglio di fabbrica. Qui è
sopraggiunto il rappresentante dell'azienda, l'Ing. Martino, che spalleggiato dai sindacati confederali ha incontrato gli operai, ma per ripetere il ritornello che va avanti da alcune settimane: "gli operai
restano in cassintegrazione perchè ci sono i prodotti bloccati dalla magistratura di cui si chiede il dissequestro, per cui finchè permane questa situazione gli operai non possono rientrare e, per non ben precisati motivi tecnici, non si può attuare neanche la rotazione".
Non è mancato il tentativo di azienda e sindacati confederali di indirizzare gli operai contro la Magistraturta a fianco dell'azienda, dicendo loro di andare al Tribunale e in Prefettura. Ma questo tentativo è fallito.
Comunque questo pilotamento dell'assemblea, nella voluta assenza dello slaicobas, è servito a ciò che era prevedibil: non dare continuità alla lotta e tentare di ricacciare gli operai in un clima di attesa dell'esito della
contesa Procura/governo/Riva.

Ma non ci possiamo stare! I cassintegrati devono rientrare subito. Se negli immediati prossimi giorni questo non avverrà, è inevitabile che Slai cobas per il sindacato di classe Ilva e operai torneranno in azione per bloccare le merci e il carico e scarico, attività che comunque non è fermata erichiederanno a tutti gli operai che stanno lavorando di fermarsi a loro volta, contro azienda e sindacati confederali che non lo vogliono fare.

SLAI COBAS per il sindacato di classe ILVA
Taranto - 15.1.13 slaicobasta@gmail.com - 3475301704


pc 15 gennaio - Non ancora concluso il congresso del PCN-Maoista. Approvata la linea della rivolta popolare.



KATHMANDU: Il congresso del PCN-maoista è stato prorogato. Secondo il programma iniziale, il Congresso avrebbe dovuto concludersi domenica, con le elezioni de nuovo comitato centrale e degli altri organi dirigenti del partito.
Le repliche dei maggiori dirigenti del PCN-maoista alle questioni sollevate dai portavoce dei gruppi di discussione il giorno prima, il quinto dei lavori della sessione a porta chiuse, si è invece protratta fini alla sera di domenica 13 gennaio.
Nella mattinata del 13 hanno concluso le loro repliche il Vicepresidente CP Gajurel, compagno Gaurav, responsabile del Dipartimento Internazionale, e Netra Bikram Chand, segretario del Comitato Centrale, che hanno espresso le proprie opinioni e sottoposto le loro proposte ai delegati al Congresso.
Nel pomeriggio ci sono state le repliche del segretario del partito Dev Gurung, principalmente sulle questioni relative allo Statuto e i principi di organizzazione, e infine di Mohan Baidhya, compagno Kiran, Presidente CPN-maoista, sui documenti politici di linea generale.
A fine lavori, nella serata di domenica 13, la seduta ha approvato all’unanimità la linea del partito, per il lancio di “una rivolta popolare sulle basi della guerra popolare”.
È stata invece aggiornata la definizione della composizione del comitato centrale (CC), la leadership, la nomina dei responsabili dei vari Uffici e Dipartimenti e le questioni relative all’organizzazione di partito.

pc 15 gennaio - Processo Marlane - ci sarà giustizia?

MARLANE MARZOTTO, PROCESSO AL BIVIO?
Si è svolta  venerdì 11 gennaio, la prima delle tre udienze settimanali programmate a gennaio per il processo Marlane Marzotto di Praia a Mare.
Ancora una volta è stata una seduta fiume, intervallata da brevissimi periodi di pausa atti a consentire l’avvicendamento dei numerosi testi chiamati a deporre.
Allasbarra i consueti tre imputati del reparto tintoria, mentre i restanti nove -sempre assenti -sono stati considerati dalla giuria contumaci. Ieri abbiamo assistito alla testimonianza resa dal facente funzioni di capo del personale, nonché ultimo responsabile della contabilità industriale. Pur avvezzi alle bugie di siffatto personaggio, in questa occasione ha dato il meglio di sé, dimentico di aver pronunciato in premessa la formula del giuramento. Eppure questi era stato assunto e ha fatto una carriera bruciante esclusivamente per meriti politici, occasione mancata per gli avvocati dell’accusa ancora una volta distratti da beghe e faziosità intestine. Nessuno ha messo l’inciso sul suo passato nebuloso da sindacalista Cisl, né sull’assunzione in azienda di ben tre nipoti nel mentre decine di lavoratori venivano collocati in Cassa Integrazione, sulla gestione in qualità di socio di un’azienda dell’indotto, sul fratello responsabile del reparto filatura, sulla cugina richiamata in fabbrica dalla cassa integrazione mentre gli altri finivano in mobilità, sulla parentela con l’ex responsabile di fabbrica ora alla sbarra come imputato.
Il rituale si è ripetuto con un sindacalista della Cgil, nonostante avesse sottoscritto a suo tempo un articolato verbale al cospetto del PM e di un ispettore di Polizia Giudiziaria; anche questi poteva vantare parentele
compromettenti essendo cognato della titolare di un’altra società dell’indotto. C’è voluto l’intervento alla carbonara dello SLAI cobas per indurre un avvocato a chiedere al presidente di reiterare l’audizione di questi testi e di quello già sentito nella precedente udienza e poi minacciato di querela per falso.
Dopo questi fatti è il caso di vigilare costantemente sulle fasi del processo, pur collidendo con le norme del codice di procedura penale. Lo SLAI Cobas, in uno con Medicina Democratica, nutre serie preoccupazioni sul parterre di legali spesso proiettati in un processo molto più grande di loro. Ovviamente fanno eccezione gli avvocati Branda, Senatore e La Rosa, unici a fare barriera contro i tentativi di banalizzazione di una delle cause penali in itinere più importanti d’Italia.
Prossima udienza il 18 gennaio, anche questa caratterizzata da ulteriori sindacalisti coinvolti in faccende collegate a corda doppia con la Marlane.
Paola (CS), 12.01.2013

SLAI COBAS COSENZA

pc 15 gennaio - Quel che ho visto a Bilbao: una testimonianza del corteo per i prigionieri politici


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Io posso dire quello che ho visto.
Ho visto 115.000 persone in piazza, due giorni fa a Bilbao, chiedere amnistia per le centinaia di prigionieri politici baschi. Ma non ho visto una massa, un numero: ho visto ogni singola persona. Ho contato ogni motivo, letto dentro ogni storia.
Ho visto le madri, i padri, i fratelli, le sorelle, portare una candela, una bandiera, gli occhi umidi e la fierezza per il familiare lontano chilometri. Ho visto facce sofferenti e belle, facce di chi ha ragione ogni oltre dubbio e diffidenza. Ho visto le stanze lasciate vuote dai figli, e devastate all'alba dalla polizia. Ho visto la mano della madre esitare su quelle porte, i padri tormentarsi per le loro  responsabilità, farsi una colpa di aver cresciuto un figlio critico e libero.
Ho visto i parenti mettersi in macchina di notte, per andare a trovare un cugino rinchiuso a 700, 800, 1000 chilometri da casa. Li ho visti tornare stanchi, senza aver avuto il permesso  dcorteo prigionieri politici, baschi, euskal herriaall'amministrazione penitenziaria. Alcuni invece sono tornati morti, perché le strade uccidono anche chi viaggi per amore.

Ma al corteo ho visto pure i visi commossi di compagne e compagni quindicenni, che hanno appena iniziato a lottare e già si sentono parte di una storia che viene da lontano e va lontano, già sono pronti a dare tutto per mettere su un mondo migliore - di molto migliore. Li ho visti mentre attaccavano per le strade e nei bar le foto dei loro fratelli maggiori, rischiando un anno di carcere, perché rivendicare complicità con gli arrestati, nel 2013 della democratica Spagna, vuol dire essere terrorista.

Ho visto giovani precari che smontavano dal lavoro e si mettevano a servire birre, a fare striscioni, a pulire per terra, senza pensare di guadagnare un centesimo dalla loro militanza politica, con una incrollabile determinazione nel fatto che il futuro sarà diverso.

Ho visto quarantenni che hanno sopportato il carcere, la tortura, ogni tipo di privazione, raccontare le loro storie, farci capire quanto vale la solidarietà per chi sta in carcere. Li ho visti ancora impegnati, discutere alla pari con i piccoli, rispondere alle stesse stupide obiezioni dei grandi, quando avrebbero tutte le ragioni per ritirarsi a vita privata.

Ho visto un compagno uscire dopo anni di prigione, essere accolto nel suo quartiere con un Onge Torri, un "benvenuto", una mezza festa popolare e un mezzo corteo - bandiere, striscioni, scritte e petardi. L'ho visto piangere, abbracciare gli amici che non vedeva da anni, ma non l'ho visto mai pentirsi, perché se la lotta va avanti ogni sacrificio è riscattato, perché tutto il calore cancella il freddo della prigione. Perché l'orgoglio non si perde con la fedina penale.

Ho visto i fratelli di Lander, un giovane compagno che l'Italia tiene da otto mesi agli arresti domiciliari, e che vuole consegnare alla Spagna solo perché dieci anni fa partecipò a una manifestazione, solo perché lo stato spagnolo deve vendicarsi della sua nullità, far dimenticare il 36% di disoccupazione, il massacro sociale di Rajoy. Ho visto la loro rabbia, ma anche la loro fermezza. Ho visto quella grande umanità rivoluzionaria che si pensa sepolta nel passato e consegnata ai libri, farsi viva e presente, quando ci hanno accolto come se ci conoscessero da sempre.

Queste sono solo alcune delle cose che ho visto. Poi ce ne sono altre. E sospetto altre ancora, che non ho saputo vedere.

Ma quello che mi preme dire è che ho visto le capacità di un movimento, di tutta una comunità. La capacità di riconoscere chiaramente il nemico e di non dargli tregua, e la capacità simmetrica e altrettanto importante di aver cura degli amici, di restare uniti anche nelle differenze, di saper discutere e convergere in un progetto comune. Perché un collettivo non è una banda e un partito non è un comitato di affari, perché è dei rivoluzionari l'onestà, l'umiltà e la volontà di imparare, di appassionarsi e di misurarsi, e di non cedere alla corruzione.

Ho visto quello che in Italia non abbiamo: la capacità di riconoscerci, di superare le differenze in un progetto di ampio respiro, che sappia coinvolgere centinaia di migliaia di persone senza per forza annacquare i propri contenuti, senza ricorrere al leaderismo, senza mediare con le forze borghesi e reazionarie, senza inseguire il meno peggio.

Ho visto quanto alto volano le compagne e i compagni baschi rispetto alle nostre miserie, e ho capito perché loro non hanno avuto bisogno di cancellare il passato, di inventarsi nuovi nomi per dire cose vecchie come il pane e la giustizia. Ho capito perché non hanno avuto bisogno di importare ogni volta una cazzata diversa, di fabbricare rotture continue, di fare marketing e campagne pubblicitarie per convincere le persone di cose che sono semplici, ragionevoli, comprensibili per tutti gli sfruttati.

Ho visto tutto questo, e voglio riportarlo nella mia pratica politica. Anzi, voglio che ogni compagno che conosco lo porti nella propria pratica politica. Non perché esistano modelli validi in assoluto, o perché si aggiunga un altro gadget a un guardaroba fatto di troppe t-shirt e poche scarpe. Ma perché la lotta del popolo basco per l'indipendenza e il socialismo è qualcosa di così ricco e denso, di così fraterno e toccante, che è per noi un bagno di entusiasmo e di fiducia, la ripresa di uno slancio, l'apertura di sentieri alle nostre speranze.

Quando un popolo oppresso si alza in piedi, che siano cubani o palestinesi, curdi o venezuelani, trema la terra dell'ingiustizia, si scuotono le coscienze di milioni di rivoluzionari, il lontano si fa vicino e l'avvenire è già presente!

Gora Euskal Herria askatuta!
Gora Euskal Herria sozialista!
Gora Euskal Herria internazionalista!

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 14 Gennaio 2013 14:52 )  

Approfondimenti
popoli in lotta
Morire di guerra e morire di pace nella striscia di Gaza
(a cura del Cau)
guerra e organi di gestione della crisi
"La guerra che verrà..."
L'Unione Europea, la Libia e la continuazione della politica con altri mezzi
(a cura di Cau-Collettivo Politico Fanon)
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(Vladimiro Giacchè)

lunedì 14 gennaio 2013

pc 14 gennaio - Il compagno Prospero Gallinari - militante storico delle Brigate Rosse è morto ! un saluto militante e riconoscente dei compagni di Proletari Comunisti - PCm Italia


  onore a Prospero Gallinari

pc 14 gennaio - No Muos, contro il radar della morte lotta delle popolazioni più che legittima

Solidarietà ai manifestanti caricati dalla polizia a difesa del passaggio della gru che solleverà le parabole del MUOS , che si sono scagliati contro i tanti che legittimamente protestavano e resistevano per un diritto inalienabile quale quello alla  salute dell'ambiente, ad una vita sicura delle popolazioni. 
Se per il governo "al servizio" degli USA la vita delle popolazioni locali non vale nulla mentre contano solo gli interessi geostrategici/militari, legittimo e necessario è lottare e combattere fino in fondo

Rete Nazionale per la Sicurezza sui posti di lavoro e sul territorio - Nodo di Palermo


NO Muos

Ricondivisa, grazie per la solidarietà!

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NO MUOS, LIPU: "Rischi per la salute e la natura"

SICILIA, PROTESTE CONTRO IL SISTEMA DI TELECOMUNICAZIONI “MUOS”.
LIPU: “GRAVI RISCHI PER LA SALUTE UMANA, LA SICUREZZA
E IL PATRIMONIO NATURALISTICO”
Comitati e associazioni, abitanti contro la costruzione
del potentissimo sistema statunitense di telecomunicazione satellitare militare
nel cuore della Riserva Naturale Orientata "Sughereta di Niscemi" (CL)

“Temiamo gravi rischi per la salute dell’uomo, per la sicurezza e l’ambiente”. E’ l’allarme lanciato dalla LIPU-BirdLife Italia riguardo il “MUOS” (Mobile User Objective System), il progetto militare di telecomunicazioni della Marina militare Usa in fase di realizzazione in Sicilia a Niscemi, in provincia di Caltanissetta.

L’impianto, uno dei quattro progettati a livello mondiale dalla marina statunitense, sorgerà nel cuore della Riserva naturale Orientata “Sughereta di Niscemi”, tra le querce secolari dell’ultima foresta mediterranea della Sicilia centro-meridionale. Il progetto, contro il quale stanno lottando in questi giorni comitati di cittadini e associazioni ambientaliste, prevede tre grandi antenne paraboliche dal diametro di oltre 18 metri per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e due trasmettitori elicoidali in banda UHF (altissima frequenza), di 149 metri d’altezza, per il posizionamento geografico.
Il terminale ha il compito di assicurare il funzionamento della complessa rete satellitare in grado di controllare e gestire tutte le forze armate Usa attive sul pianeta.

Come denunciato un anno fa dal Politecnico di Torino, incaricato dal Comune di Niscemi di valutare i rischi dell’impianto, sono gravi i rischi per la natura e per l’uomo, dalla sicurezza aerea all’esposizione della popolazione ai fasci di microonde, che, oltre a essere pericolosi e potenzialmente letali entro il raggio di un chilometro, sono in grado di interferire con aeromobili distanti decine di chilometri, oltre che con il vicino aeroporto di Comiso, prossimo all’apertura. Secondo il Politecnico “sono tutt’altro che remote le ipotesi di incidenti aerei ed è incomprensibile come ciò non sia stato preso in considerazione dagli studi progettuali”. Il fascio di onde potrebbe interferire in modo grave anche con apparecchiature mediche come pacemaker, defibrillatori, apparecchi acustici e attrezzature ospedaliere.

Non sono meno gravi gli effetti negativi sulla natura, in parte già messi in atto con la distruzione di ampie zone a macchia mediterranea. La Riserva Sughereta di Niscemi, designata anche come Sito di Interesse Comunitario (SIC), è un ambiente di straordinario valore naturalistico, in quanto ospita oltre 500 specie di piante, due delle quali incluse nella lista rossa regionale siciliana, e ben 123 specie di uccelli, tra cui molte specie protette (grillaio, ghiandaia marina, occhione). Inoltre, la presenza di ampie vallate permette un facile corridoio migratorio per specie importanti, quali capovaccaio, albanella pallida, biancone.
All’interno della base è stata documentata la distruzione di zone a macchia mediterranea e si è così interrotto il processo di successione ecologica che stava portando al naturale ripristino di aree un tempo disboscate.
Inoltre, non si conoscono completamente gli effetti che le onde elettromagnetiche potranno creare sia sulle popolazioni umane che su un ecosistema così delicato. Gli esperti sono preoccupati del disorientamento degli insetti impollinatori con danni alla flora spontanea e all’agricoltura locale, mentre gli zoologi temono gli effetti negativi del fascio di onde sugli uccelli migratori.

http://lipuniscemi.blogspot.it/

pc 14 gennaio - Contestazione a Torino contro Monti e Moretti - scontri tra polizia e No Tav, studenti, disoccupati...


Contestato Monti a Torino. Cariche e feriti

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torino_cariche_montiQuesta mattina era prevista la re-inaugurazione della nuova stazione dell'alta velocità di Torino, Porta Susa, con la presenza di Monti e dell'amministratore delegato di Trenitalia Moretti. Il nuovo restyling della stazione peraltro era stato già omaggiato e inaugurato nel mese di novembre dal sindaco di Torino, Piero Fassino che ha voluto ripetere l'evento questa volta in grande stile.
Ma mentre Monti trova un teatrino propenso per la sua campagna elettorale abbracciandosi con l'amministratore delegato di Trenitalia e il Ministro del Lavoro Fornero, anche lei presente all'inaugurazione, molti tra NoTav, studenti, disoccupati e sindacati di base hanno voluto dare il loro benvenuto all'ennesima farsa. In circa 250 hanno quindi deciso di contestare la recita di inaugurazione della stazione, vista dalle lobby siTav come un grande successo del Tav. Al grido di "Monti e Moretti, truffatori perfetti" il presidio si è spostato per circa un'ora in diversi punti fuori dalla stazione, completamente blindata dentro e fuori -comprese le vie laterali limitrofe- e con la fermata della metro Porta Susa soppressa durante la mattinata per l'occasione. Quando il corteo ha tentato di entrare all'interno della stazione, la prevedibile reazione della polizia di Fassino è stata repentina, caricando il corteo dividendolo in due parti. Il bilancio delle violenti cariche sono numerosi feriti e due giovani studenti fermati, rilasciati in un secondo momento. Dopo le cariche, i manifestanti sono riusciti a ricompattarsi, presidiati da un numero ingente di camionette di polizia e carabinieri che in un certo momento hanno tentato anche di accerchiare il presidio che si era ricompattato. L'inaugurazione blindatissima, è peraltro in linea con quanto dichiarato tempo fa dal questore di Torino Faraoni, che affermò che nel 2012 oltre l’80% delle forze di polizia sono state impiegate in servizi di ordine pubblico nel Torinese per eventi connessi alla linea ad alta velocita’ Torino-Lione.

pc 14 gennaio - ASSEDIO DEGLI OPERAI DEL TNA1 ALLA DIREZIONE ILVA

Circa un centinaio di operai dei cassintegrati del TNA1 e anche di altri reparti hanno assediato questa mattina la portineria della Direzione Ilva e hanno avuto un forte confronto/scontro con i rappresentanti sindacali confederali arrivati (Talò della uilm e fiom).
I lavoratori volevano incontrare direttamente la direzione per chiedere il loro immediato rientro in fabbrica, dato che non lavorano in maniera continuativa praticamente dal 2008, e sono ora in cig a zero ore da almeno 2 mesi, con abbassamento netto del salario che rende sempre più difficile il mantenimento della famiglia, il pagamento dei mutui, delle bollette, ecc.
Ferrante aveva detto che i lavoratori sarebbero stati ricollocati in altri reparti, ma finora non è avvenuto, e non sono stati ricollocati neanche al TNA2 che invece continua ad operare.
L'incontro con la Direzione Ilva non c'è stato perchè, a detta dei rappresentanti di uilm e fiom, non c'era nessuno, in quanto stavano tutti a Bari - guarda caso anche venerdì scorso i sindacalisti confederali avevano detto che non vi era alcun dirigente dell'Ilva in sede. 
I sindacalisti hanno giustificato la politica dell'azienda, dicendo che essa dipendeva dalle decisioni della Procura e che quindi era questa decisione che bisognava aspettare. Hanno poi dato sponda alla guerra tra operai sostenendo che non potevano dichiarare una mobilitazione in tutta la fabbrica (nonostante circa 2400 operai dell'area a freddo non sta lavorando per cig o ferie forzate), perchè i lavoratori dell'area a caldo non sarebbero stati d'accordo, ma si sono guardati bene anche solo di convocare un'assemblea alle portinerie di tutti gli operai. Infine, hanno cercato di deviare la protesta dall'Ilva ad un inutile presidio alla Prefettura.
Ma i sindacalisti sono stati fortemente contestati perchè sembravano la voce dell'azienda, perchè non hanno voluto assumere nessun tipo di iniziativa, e cercavano, come soprattutto il rappresentante della Fiom, di buttarla sul generale ("i piani industriali..."), per eludere la richiesta di ricollocazione degli operai in cig

Attendere la decisione della Todisco circa il prodotto sequestrato, che doveva arrivare oggi ma è stata rinviata a domani, vuol dire di fatto scaricare l'azienda dalle sue responsabilità (Talò Uilm è arrivato a dire che ormai non c'è più all'Ilva una direzione che può decidere), e di fatto subordinare gli interessi degli operai all'azienda, alla magistratura, o al governo.
Ma sicuramente gli operai non intendono più stare fermi.
A mezzogiorno hanno sospeso il presidio ma per riconvocarsi domattina alle 9 alla Direzione Ilva, ben decisi a non accettare altri rinvii e a passare ad altre iniziative di lotta.
Lo slai cobas Ilva è stato presente sin dall'inizio alla protesta; sia il rappresentante operai dell'Ilva che la coordinatrice sono intervenuti più volte e il rappresentante dell'Ilva è stato per tutta la mattinata un punto di chiarezza e di riferimento per gli operai. Domani lo slai cobas sarà ancora all'Ilva per sostenere una protesta più incisiva affinchè le richieste dei lavoratori vengano accolte e non siano sempre gli operai a pagare lo scontro Ilva/governo - Procura.

Slai cobas per il sindacato di classe ILVA - slaicobasta@gmail.com

domenica 13 gennaio 2013

pc 14 gennaio - la linea rossa e proletaria in queste elezioni è il boicottaggio elettorale

Mentre si consuma il teatrino farsesco e tragico della presentazione delle liste, in cui vecchi rottami della politica borghese ed esponenti del capitale nuovi si affollano per cercare di servire ancor meglio gli interessi dei padroni per intensificare lo scaricamento della crisi sulla pelle degli operai e delle masse popolari.
Mentre le forze dell'opposizione parlamentare Grillo e Ingroia, dimostrano la loro natura di reazionari sdoganatori di fascisti -Grillo- e recuperatori della vecchia politica riformista già fallita con RC/Pdci/Verdi -Ingroia; esiste ancora confusione nelle file dei proletari in lotta e delle forze che pur si dicono comuniste, rivoluzionarie e antagoniste ..sempre tentate di fare da base di supporto e utili idioti di questa politica.
Eppure mai come questa volta dovrebbe essere semplice su quale polarizzazzione realmente puntare
da un lato la borghesia, i suoi servi, e gli aspiranti tali nel parlamento nero di questi ultimi anni
dall'altro la indignazione e lotta proletaria politica e sociale con le sue necessità di protesta e opposizione reale,organizzata e da organizzare nel sindacalismo di classe e nel processo di costruzione del partito di classe rivoluzionario e comunista.
Sarebbe utile e necessario che si trovasse una base di unità d'azione per fare qualcosa in più che predicare il non voto; unirsi invece per il boicottaggio elettorale attivo con azioni e iniziative che ne facciano un fenomeno visibile e in sintonia con le lotte più radicali in corso nel paese.

proletari comunisti - PCm Italia
13 gennaio 2013

pc 13 gennaio - grande manifestazione a Bilbao per la liberazione dei prigionieri politici baschi



Sotto la pioggia 115.000 persone hanno gridato a voce alta che i loro amici e parenti, rinchiusi nelle carceri spagnole e francesi, devono tornare a casa. Un atto d'amore collettivo e una dimostrazione di forza.


Di nuovo, come e più dello scorso anno, la parte migliore della società basca è scesa in piazza, inondando il centro di Bilbao. Per lanciare, come una sola voce, un grido di solidarietà con i 606 prigionieri e prigioniere politici baschi dispersi in decine di carceri di Spagna e Francia, e per chiedere che l’amnistia riporti a casa altre centinaia di attivisti e intellettuali che la persecuzione spagnola ha costretto all’esilio.
Che la manifestazione di ieri sarebbe stata più partecipata di quella già da record dello scorso anno – 110.000 partecipanti – sembrava difficile. Pochi giorni fa l’ambiguo Partito Nazionalista Basco aveva annunciato che non avrebbe aderito ufficialmente alla marcia per il rimpatrio dei prigionieri. L’anno scorso lo aveva fatto, ma all’epoca il PNV era all’opposizione, mentre alle recenti elezioni ha riconquistato il governo della Comunità Autonoma Basca dopo la breve pausa dell’esecutivo socialista.
Ma intorno alle 17, a mezz’ora dalla convocazione ufficiale della manifestazione da parte dell’associazione Herrira, le strade intorno al luogo prefissato per la partenza erano già invase da decine di migliaia di persone. E man mano che i minuti passavano la marea umana aumentava, inghiottendo strade e piazze con i simboli della campagna per il rimpatrio – quello che da anni tantissimi baschi espongono alle loro finestre e ai loro balconi – e con i cartelli con le foto dei propri cari tenuti in ostaggio da Madrid e Parigi, alla maniera dei parenti dei desaparecidos argentini.
Il lungo serpentone ha cominciato a muoversi sotto una pioggia scrosciante intorno alle 17,45, emozionando i partecipanti e mandando al governo Rajoy e ai regionalisti del PNV un messaggio inequivocabile: “li rivogliamo a casa”.
Basta guardare i video e le foto della manifestazione per comprendere la forza che la mobilitazione di ieri ha saputo esprimere. In testa migliaia di parenti e amici dei prigionieri, accompagnati dai furgoni e dai pulmini che ogni settimana li portano alle visite a centinaia, migliaia di chilometri da casa. Lunghi viaggi che si concludono con pochi minuti di colloquio, quando va bene. Perché a volte la visita salta, senza preavviso; ordini del direttore del carcere. E a volte, il viaggio diventa mortale, e a pagare l’accanimento e la persecuzione della classe politica di Madrid contro gli attivisti rinchiusi sono i loro amici, i loro familiari. Con la loro vita.
Il corteo scorre lentamente, è impossibile camminare spediti per quanto è intasato il percorso. Decine di migliaia di militanti e attivisti della sinistra indipendentista, con le loro bandiere trasformate in mantelli o sciarpe, per proteggersi dalla pioggia e per rivendicare la propria idea di società. Dirigenti e militanti di Bildu, di Sortu, di Antikapitalistak, dei sindacati, delle associazioni, dei collettivi studenteschi e femministi.
mapadispersionGiovani e anziani, donne e uomini di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali, uno accanto all’altro senza striscioni, senza divisioni. L’unico striscione a muoversi lungo il percorso è quello in testa. Dice, in basco e in inglese: ‘Giza eskubideak, irtenbidea, bakea. Euskal presoak Euskal Herrira. Repatriate all basque prisoners’ (Diritti umani, soluzione, pare. I prigionieri baschi nei Paesi Baschi). Dietro, per chilometri, tanti cittadini di altre fedi politiche – quelli del PNV, di Izquierda Unida, addirittura qualche elettore socialista – stanchi della punizione collettiva che Madrid infligge al popolo basco.
E poi anche tante delegazioni dalla Catalogna, da Madrid, da Santiago de Compostela, dall’Andalusia. A portare la solidarietà di quelle nazionalità che si sentono oppresse e di quegli spagnoli che non ci stanno a farsi rappresentare dal volto feroce e vendicativo dei giudici dell’Audiencia Nacional. E c’è anche chi è arrivato da più lontano: da Belfast, da Dublino e da Parigi. E anche una ventina di attivisti dei comitati di solidarietà con il popolo basco arrivati dall’Italia. E poi uno spezzone di cittadini e cittadine curde, a ricordare la battaglia per la liberazione per il proprio popolo e il dolore per il recente assassinio di tre dirigenti del PKK a Parigi.
Mentre la coda del corteo era ancora inchiodata nel luogo di partenza, due bertsolari - Beñat Gaztelumendi e Alaia Martin – hanno dedicato i loro versi ai prigionieri e alla lotta per la loro liberazione. Dando così inizio all’intervento finale dei promotori della manifestazione, come da tradizione sulla scalinata del municipio di Bilbao, a due passi dal dedalo di vie della parte vecchia. In euskera, francese e castigliano i rappresentanti del comitato promotore hanno chiesto a Parigi e Madrid di porre fine alla dispersione e di trasferire tutti i prigionieri baschi nelle carceri di Euskal Herria, di liberare immediatamente tutti coloro che soffrono di malattie incompatibili con la condizione carceraria, di abolire tutte quelle misure legislative – come la dottrina Parot – che concedono ai giudici la possibilità di allungare le condanne a piacimento, anche dopo che il prigioniero ha scontato la sua pena.
Alla fine gli incaricati di realizzare l’intervento finale hanno interpretato ‘Herrira noa’ (Vado a casa), una poesia scritta per l’occasione da Joseba Sarrionandia, grande scrittore e poeta costretto all’esilio perché Madrid lo considera un terrorista.
Per tutto lo scorso anno il governo spagnolo e quello francese hanno fatto orecchie da mercante, e non ha cambiato di una virgola la propria politica penitenziaria. La dispersione e la persecuzione dei prigionieri sono continuate, così come gli arresti, le denunce, le minacce. E così quest’anno i baschi hanno ribadito il loro messaggio a voce ancora più alta.



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pc 13 gennaio - una denuncia dei kurdi sull'uccisione delle tre attiviste a parigi

 



Erdelan Baran è il presidente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki Onlus) e membro del Comitato Affari Esteri del Congresso Nazionale del Kurdistan (Knk) con sede a Bruxelles.
Gli abbiamo posto alcune domande sul triplice omicidio parigino di militanti kurde e sulle prospettive delle trattative in atto fra esponenti del Mıt (l’Intelligence turca) e Abdullah Öcalan.


Signor Baran, chi è stato?
Coloro che hanno compiuto quest’attacco sono assassini molto professionali e ben allenati.

Professionisti che uccidono con armi dotate di silenziatore, colpendo alla nuca...
Esattamente. Noi crediamo che a progettare e coordinare gli omicidi sia stata una Gladio all´interno della Turchia, l’ha fatto ora che il popolo kurdo si sta avvicinando a un successo. Il movimento femminile rappresenta uno degli ambiti più delicati per la liberazione del Kurdistan e anche una speranza per il nostro futuro. Tutti devono sapere che dal 1990 al 2000 questa Gladio ha ucciso 17.000 civili.

Una Gladio che fa parte del cosiddetto “Stato profondo”?
Il messaggio che lo “Stato profondo” turco lancia è chiaro: assassineremo ogni vostra speranza, non importa dove siete. Penso a Erdoğan che qualche settimana fa diceva: “Vi arresteremo ovunque vi troviate”.

Dunque secondo voi la Gladio vive nell’attuale Mıt e in altri organismi...
Dagli anni Novanta sappiamo quale profilo ha lo “Stato profondo”: hanno una sezione segreta dentro il Mıt, una all´interno del governo (non importa quale governo), hanno una sezione segreta nell´esercito che può eseguire operazioni oscure specializzate. Un’altra sezione opera fra i media, manipola le informazioni ed effettua propaganda contro le opinioni democratiche. Simili notizie non devono suonare come una teoria del complotto, derivano da persone che hanno lavorato per lo “Stato profondo”. Gladio non opera solo all´interno della Turchia, è attiva anche oltreconfine. Ha molte squadre di ‘contra’ in Siria e crediamo che una di queste abbia compiuto l’omicidio in Francia.

Taluni esperti di terrorismo lanciano anche l’ipotesi del conflitto interno al Pkk...
Vorrei ricordare all´opinione pubblica che questo è il tipico argomento utilizzato dai media turchi, corrotti dal proprio governo, per spostare l´attenzione dalla realtà. Chi ha scritto la verità e racconta fatti concreti attualmente è nelle carceri turche, accusato anche lui di terrorismo. Secondo Reporters sens frontières la Turchia è la più grande prigione al mondo per i giornalisti. Ascoltiamo quotidianamente una propaganda negativa contro i kurdi e contro i movimenti democratici che li sostengono.

E’ stato ricordato anche un dissidio fra Sakine Cansiz e uno dei capi militari del partito: Bahoz Erdal. Solo una congettura?
Dico soltanto che Sakine Cansiz era una speranza che arrivava dal passato, era co-fondatrice del Pkk. Fidan Doğan era una speranza del presente in quanto membro del Comitato Affari Esteri del Knk, mentre la giovane attivista Leyla era una speranza per il futuro. Ecco perché sono state scelte queste donne.

Chi batte questa pista ritiene che la possibilità d’un accordo col governo turco, col trasferimento in Europa di molti quadri militanti del Pkk, indebolirebbe certi finanziamenti dell’organizzazione basati sul contrabbando nelle zone di confine irachena e iraniana...
Le notizie che parlano di contrabbando, droga, conflitti interni al movimento sono le più grandi menzogne che continuano a essere pubblicate da anni. Noi pensiamo che coloro che scrivono queste notizie non credono essi stessi a quel che dicono. L´opinione pubblica turca è stanca di sentire sempre la stessa musica perché non riflette la realtà che si può osservare in tutte le zone del Kurdistan. Abbiamo bisogno di chiederci quali sono i media “etici” quando in Turchia non c´è libertà d´espressione.

Cosa può dire del nuovo disegno secessionista perseguito dai guerriglieri irriducibili che coinvolgerebbe le componenti kurde siriana e irachena colpite dagli sconvolgimenti nei Paesi dove attualmente vivono
La prospettiva di tutti i membri del Pkk e dei numerosi sostenitori è semplicemente la soluzione esposta da Abdullah Öcalan: il Confederalismo democratico. L´idea consiste nel non separare te stesso dagli altri ma vivere insieme, in un´unità democratica composta da popolazioni diverse all´interno del Kurdistan e anche in tutto il Medio Oriente. In precedenza tali popoli vivevano in questo modo, il cambiamento è sopraggiunto come un’imposizione assieme a una mentalità da Stato centralizzato che ha tracciato confini e separazioni. Questi concetti sono espressi nella Road map che Öcalan ha scritto in carcere per offrire un’uscita dal conflitto.

L’ipotesi di porre fine al conflitto armato sarà possibile e vantaggiosa per i kurdi?
I kurdi non sono riconosciuti come popolo in nessuna Costituzione. Neanche i genocidi commessi in passato contro di loro sono stati riconosciuti da nessun Paese e neppure dalle Nazioni Unite. La lotta armata è uno strumento di difesa che i kurdi utilizzano perché hanno bisogno di difendere se stessi dagli attacchi esterni. Non si tratta semplicemente di deporre le armi: finché non saranno create condizioni democratiche nella Costituzione e finché la volontà del nostro popolo non verrà riconosciuta in un negoziato i kurdi continueranno ad auto-difendersi. Prima di parlare di pace devi riconoscere la persona che hai di fronte.

Se arriverà un accordo col governo Erdoğan cosa otterrà la vostra gente in Turchia?
Rovesciamo la domanda: cosa otterrà il popolo turco in Turchia? Se i negoziati per la pace non iniziassero la popolazione turca perderebbe una parte di se stessa. I due popoli vivono insieme da secoli e insieme hanno creato la Repubblica turca. I turchi guadagnerebbero da tutto ciò qualcosa in più. I kurdi non hanno nulla da perdere perché se il governo non dovesse rispondere alla soluzione democratica che Abdullah Öcalan propone con la Road map si autodeterminerebbero in qualche modo. Dobbiamo ricordare che a tutt’oggi il governo non ha messo in tavola nessun progetto per cercare soluzioni, ha solo utilizzato milioni di dollari nell´industria bellica. Le operazioni militari non sono né un passo né un segnale con cui la Turchia può dimostrare di voler risolvere il problema in maniera democratica. E allora: cosa perderebbero i turchi se la questione non fosse risolta?


Enrico Campofreda, 13 gennaio 2013