giovedì 22 ottobre 2026

pc 22 ottobre - -SALARI + CAROVITA = ESPROPRI PROLETARI - un contributo

 

Abbiamo chiarito in questo blog, con editoriale, con ORE 12 controinformazione rossoperaia, con il manifesto nazionale qual è la nostra posizione e quale la nostra azione conseguente là dove possiamo esserci, dove possiamo arrivare e alle fabbriche e posti di lavoro dove ci siamo e interveniamo. 

Di conseguenza nel blog ospitiamo i materiali del movimento in corso, senza per questo condividerne tutto, e ospitiamo note e posizioni  che condividiamo sia pur parzialmente di altre realtà organizzate nelle file operaie, proletarie, studentesche

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da Senza Tregua contro i Padroni

– SALARI + CAROVITA = ESPROPRI PROLETARI

La matematica NON è un’opinione…

“Per favore”, replicò Oliver, “ne vorrei ancora”. Il direttore diede un colpo con il mestolo alla testa di Oliver, lo immobilizzò tra le sue braccia, ed urlò per chiamare il sorvegliante. Il consiglio era riunito in un solenne conclave, quando il Signor Bumble entrò correndo nella stanza con grande agitazione, e rivolgendosi al signore sull’alta sedia, disse: “Signor Limbkins, imploro il suo perdono, signore! Oliver Twist ha chiesto di averne dell’altra!”. Ci fu una reazione generale. L’orrore era sul volto di tutti. “Dell’altra!” esclamò il Signor Limbkins. “Si componga, Bumble, e mi risponda distintamente. Ho capito che lui ne abbia chiesta dell’altra, dopo aver mangiato la zuppa concessa dalla dieta?“ “L’ha fatto, signore”, rispose Bumble. “Quel ragazzo sarà impiccato” disse il signore con il panciotto bianco.”

da “Oliver Twist” di Charles Dickens

“E’ colpa dei russi!”, “Sono i maranza!”, “E’ tutta invidia!”, “Sono i barbari immigrati!”, “Eventi imprevedibili ed inattesi!, “E’ la guerra ibrida!”: sono alcune delle note stonate della sintonia orchestrata dal mainstream mediatico, per alleviare le responsabilità dei capitani ultraliberisti in pieno affondamento del Titanic euroimperialista.

Dalla Francia all’Italia, dall’Albania alla Spagna, fino in Belgio, mezza Europa è infiammata dalle rivolte giovanili, mentre gli oligarchi sono lanciati nella corsa al riarmo ed in preda ad un delirio guerrafondaio. Per quanto rumore faccia la grancassa dei mercenari della guerra psicologica, nessuno può evitare che la cruda verità dei numeri sveli cause e responsabilità di un movimento reale, ampiamente prevedibile.

Niente scuse, i numeri parlano chiaro

Limitandoci a parlare dell’Italia, le responsabilità storiche della classe dominante parassitaria e del ceto politico di Stato, completamente asservito ai suoi desiderata, è concretamente misurabile. Basti leggere le statistiche sulle disuguaglianze crescenti nel nostro paese per rendersene conto. Per non parlare della perdita di potere d’acquisto nell’ultimo quinquennio, che ha aggiunto allo già sfrenato tasso di sfruttamento del lavoro, un ulteriore 11% di orario di lavoro “gratuito” a favore dei capitalisti tagliando, contemporaneamente, circa un mese e mezzo di lavoro “retribuito” ai salariati. Senza contare il travaso di salario indiretto dal welfare al warfare, che tagliando trasversalmente i “servizi” alla popolazione viene reindirizzato massicciamente ai comparti militare-industriale, energetico e finanziario. Indebitandoci ancor più tutti con lo strozzinaggio internazionale, per i prossimi decenni. Alla decurtazione salariale, diabolicamente, le politiche neoliberiste del capitalismo europeo hanno fatto corrispondere un incremento del cosiddetto carovita, che neanche i conti truccati degli uffici statistici di Stato ed i loro bizzarri “panieri” per il calcolo del tasso d’inflazione riescono più a nascondere. Per capire quanto ormai screditata e truffaldina sia la contabilità dello Stato, che ci anestetizza col cloroformio mediatico, basta sentire cosa ne pensano le migliaia di trasportatori ed agricoltori che stanno protestando contro il caro-carburanti, svuotando persino i supermercati. Per non parlare degli operai del comparto metallurgico e del destino miserabile che lo Stato imperialista delle multinazionali, gli ha riservato.

Ma in questo contesto di capitalismo infame, da racconto dickensoniano, ha fatto irruzione nella statica scena del conflitto di classe, senza chiedere permesso e facendosi largo rabbiosamente, la Generazione Gaza. Senza andare troppo per il sottile…

Nella Milano da bere, “Oliver Twist” non chiede più “per favore…”

La metropoli lombarda, capitale del processo di gentrificazione, è stata trasformata in una meta privilegiata delle élite locali e delle oligarchie internazionali, attraverso uno spietato processo di espulsione degli abitanti autoctoni, a colpi di forti rincari immobiliari e per cui quartieri un tempo umili e popolari sono stati ridefiniti in nuovi termini classisti, in cui il diritto ad abitare in uno spazio urbano diventa basato sul censo, non sull’anzianità di residenza. In questo modo, attraverso il servilismo e la corruzione delle varie amministrazioni succedutesi, sopratutto quelle del sedicente “centrosinistra”, la città è stata trasformata nella “Milano da bere” ad uso e consumo dei milionari.

Una vetrina del lusso e dell’opulenza capitalistica, dove agli sfruttati indigeni ed immigrati, precarizzati e con salari da fame, è stato riservato il solo lavoro sporco. Costruire, pulire, mantenere, badare, arricchire, servire e riverire una oligarchia godereccia, parassitaria e senza scrupoli. Il tutto eseguito in maniera invisibile, silenziosa ed ubbidiente, senza sporcare e limitandosi solo “a guardare, senza toccare” i privilegiati consumare il lauto pasto, sperando poi che qualche briciola cada a terra o qualche osso venga gettato nelle vicinanze.

Ma a Milano, come a Parigi, la vetrina è stata spaccata proprio dai figli e le figlie di quello stesso proletariato, espulso, meticcio, ricattabile e miserabile. Invisibile ed incontenibile, invece, una prole di adolescenti rabbiosi provenienti da quello che una volta era definito l’hinterland metropolitano, ha deciso che è giunto il momento di smetterla di salivare davanti alla zuppa concessa dalla dieta padronale, smettendo di chiedere “ossequiosamente” che ne venga elemosinata un’altra porzione.

Oltre ad una forte caratterizzazione classista e antirazzista, la rivolta giovanile ha anche la caratteristica di una cesura generazionale contro una gerontocrazia di Stato oppressiva, che ha reso l’Italia un paese che odia i giovani. Un vetusto sistema sociale che ha reso la scuola un luogo ostile e selettivo, la disoccupazione un destino manifesto, l’accesso al mercato del lavoro un miraggio con salari da “tirocinanti a vita”, costringendo moltissimi buoni cervelli a cercare fortuna all’estero, lamentandosi poi – i gerontocrati della “Nazione”… – che i giovani proletari “non sono disposti a faticare”, mentre ai rampolli della borghesia è concesso godersela a sbafo.

Gadget sovraprezzati, trendy, “alla moda”, scarpe, vestiario, telefonini e merci varie, prodotto della sovrapproduzione capitalistica, rese comunque inaccessibili dai salari miserabili disponibili alle proprie famiglie. Tutto ciò esposto, nelle vetrine abbaglianti di questa o quella boutique “del centro”, vetrine che funzionano da fisico segregatore sociale del consumo, opulento per le classi abbienti, ma inarrivabile per le classi povere. Una sistema di Apartheid economico, in cui la scala sociale scorre al contrario dei secoli precedenti: verso il basso impoverito.

Lo Stato imperialista odia i giovani non solo trattandoli come merce da svalorizzare e da svendere ad uso e consumo per un mercato dello sfruttamento avido ed avaro. Questo odio di Stato e di classe è ulteriormente consolidato legalmente anche attraverso i vari DL e DDL Rave, Caivano, Antimaranza e così via in un’inarrestabile sequela, dove il fermo preventivo, il coprifuoco, il voto in condotta, multe salatissime alle famiglie, i divieti di movimento, di manifestazione e di espressione rappresentano la cifra ultrareazionaria dell’orchestrina mediatica sulla nave che affonda.

Stiamo assistendo ad una rottura generazionale che riporta alla mente quella degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, dove toccò proprio alle nuove generazioni figlie dell’emigrazione interna post-bellica “rompere i cocci” per provare ad emergere ed ad imporsi. In questa situazione noi sappiamo da che parte stare, ossia al fianco dei giovani proletari. Ma monitoreremo anche se le prefiche giornalistiche e radical chic dopo essersi sbracciate e lamentate per le vetrine infrante di qualche multinazionale miliardaria, faranno lo stesso quando tra breve lo Stato Imperialista delle Multinazionali varerà la Legge di Bilancio guerrafondaia atta ad oliare il Capitale finanziario, militare ed energetico, in favore dei profitti per pochi, scaricandone il debito sulle spalle dei molti, soprattutto delle nuove generazioni.

Alle quali non resta altro che spaccare tutto, prendersi tutto ciò che i genitori hanno già ampiamente pagato al capitalismo morente, il quale vorrebbe imporre ai figli di continuare disciplinatamente a pagare, ovviamente “senza toccare”. Chissà invece che siano proprio loro, i giovani spaccavetrine, a complicare i piani dei guerrafondai. In un quadro di conflitto sociale le intimidazioni di Stato lasciano il tempo che trovano, infatti è storicamente risaputo che, a certe condizioni, il ribelle che entra in galera ne può uscire da rivoluzionario…

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