Il decreto permanente: governare attraverso la paura.
Il governo dichiara guerra al disagio che non sa governare.
Dopo le proteste di Milano, il governo rilancia la ricetta del pugno duro: nuovi reati, misure preventive, stretta sui minorenni e militarizzazione dello spazio urbano. Non è soltanto una risposta agli scontri, ma il segnale di una politica che preferisce sorvegliare le conseguenze delle disuguaglianze piuttosto che mettere in discussione le condizioni che le producono.
C’è un momento in cui la retorica della sicurezza smette di essere una promessa e rivela la propria natura quando, di fronte a un problema che si ripresenta ostinatamente, il potere non cambia strategia ma aumenta la dose di repressione. È quello che accade quando le piazze si riempiono di giovani, le tensioni sociali diventano visibili e il governo risponde con nuovi reati, maggiori poteri di polizia, restrizioni preventive e militari nelle strade.
Il governo Meloni sembra aver trasformato questa sequenza in un metodo di governo. Ogni conflitto diventa un’emergenza, ogni emergenza giustifica un nuovo intervento legislativo, ogni intervento viene presentato come la dimostrazione di una fermezza che dovrebbe rassicurare il Paese. Ma dietro la scenografia dell’autorità rimane una domanda che la propaganda non riesce a cancellare: se le politiche securitarie fossero davvero sufficienti a risolvere le cause dell’insicurezza, perché il disagio continua a riemergere, coinvolgendo generazioni e contesti sempre diversi?
La risposta è inevitabile: la repressione può contenere una manifestazione, non può governare una società che produce esclusione.
Il nuovo decreto sicurezza, approvato il 20 ottobre si inserisce in una lunga successione di interventi che
hanno progressivamente ampliato il ricorso al diritto penale e agli strumenti preventivi, la direzione è riconoscibile, restringere gli spazi di conflitto e rendere più incisiva la risposta coercitiva dello Stato.È un meccanismo politicamente conveniente. Non richiede di affrontare le cause del malessere, non impone di redistribuire risorse, non obbliga a confrontarsi con interessi economici consolidati. Basta annunciare una stretta, mostrare le divise, evocare la minaccia e promettere che questa volta lo Stato sarà più forte.
Tra le disposizioni descritte nel provvedimento figura una nuova fattispecie penale legata alla violenza organizzata durante le manifestazioni, accompagnata da pene detentive e sanzioni economiche rilevanti (10.000 euro). Si aggiungono interventi sull’organizzazione di gruppi finalizzati ad azioni violente e un ampliamento degli strumenti utilizzabili per identificare e perseguire i responsabili.
Il rischio non è soltanto giuridico. È democratico.
Una manifestazione è uno spazio nel quale convivono persone, motivazioni e comportamenti differenti. In una piazza possono esserci lavoratori, studenti, cittadini, ridurre questa complessità alla categoria della minaccia significa predisporre le condizioni per una delegittimazione indiscriminata del dissenso.
Ancora più delicato è il riferimento all’organizzazione attraverso social network e piattaforme di messaggistica. Le mobilitazioni contemporanee si sviluppano spesso attraverso reti informali, appelli pubblici e comunicazioni digitali. In questo scenario, la linea tra la convocazione di una protesta e la promozione di specifici atti violenti deve essere definita con precisione assoluta.
Non si può permettere che la partecipazione digitale a una mobilitazione venga trattata come un indizio sufficiente di responsabilità penale. La diffusione di un messaggio, la condivisione di un appello e l’organizzazione concreta di un’aggressione sono condotte differenti. Confonderle significherebbe trasformare strumenti ordinari della partecipazione politica in potenziali elementi di sospetto.
Il vero scandalo è trattare gli adolescenti come nemici pubblici, la stretta sui minorenni è forse l’aspetto più rivelatore dell’intera operazione che muove i primi passi già dal Decreto Caivano e dal decreto “anti-maranza”.
Secondo quanto è stato dichiarato sul nuovo decreto, il governo interviene sui criteri di valutazione della capacità di intendere e di volere degli adolescenti tra i quattordici e i diciotto anni, estende misure di fermo preventivo e introduce sanzioni economiche a carico dei genitori per determinate condotte violente dei figli. Alcuni dettagli applicativi, compresi i limiti temporali del fermo, richiedono la verifica del testo normativo definitivo ma la direzione politica, tuttavia, è chiara: spostare il baricentro della giustizia minorile dalla comprensione della persona e dalla funzione educativa verso una risposta maggiormente punitiva.
È una scelta preoccupante.
Un adolescente non è un adulto in miniatura. La sua capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, il rapporto con l'autorità, la gestione dell'impulsività e la percezione del futuro si sviluppano all'interno di un percorso personale e sociale. Riconoscere questa specificità non significa negare la responsabilità, ma comprendere che la responsabilizzazione non coincide automaticamente con l'inasprimento della pena.
Il fermo preventivo porta questa contraddizione al suo punto più delicato.
La questione è ancora più seria quando si parla di ragazzi provenienti da contesti marginalizzati, già esposti a stigma sociale e controlli frequenti. Se le nuove misure vengono applicate in modo selettivo, il rischio è che alcuni adolescenti finiscano per essere trattati come potenzialmente colpevoli prima ancora che sia stata accertata una condotta illecita.
A quel punto, la sicurezza non è più soltanto protezione della collettività: diventa classificazione preventiva delle persone.
La tassa sui genitori poi rappresenta l'ipocrisia della responsabilità.
Lo slogan è semplice: chi rompe paga. La realtà sociale, molto meno.
La responsabilità educativa non può essere ridotta a un rapporto automatico tra la condotta del figlio e il portafoglio del genitore. Le famiglie non hanno tutte gli stessi strumenti, gli stessi tempi, le stesse condizioni materiali e le stesse possibilità di intervento. La povertà di tempo, la precarietà lavorativa, l'assenza di servizi territoriali e la fragilità delle reti di sostegno incidono concretamente sulla capacità di accompagnare la crescita dei figli.
Se il governo ritiene che le famiglie debbano svolgere una funzione educativa più incisiva, dovrebbe investire nei servizi sociali, nella scuola, nel sostegno alla genitorialità e negli spazi di aggregazione. Se sceglie invece di colpirle economicamente quando il disagio esplode, non sta rafforzando la funzione educativa: sta scaricando sulle famiglie una parte del costo del fallimento delle politiche pubbliche.
È la solita operazione: prima si riducono o si indeboliscono le condizioni che sostengono le persone, poi si pretende che ciascuno risolva individualmente le conseguenze e, infine, si punisce chi non ci riesce.
Ancora, il decreto prevede cinquecento militari: la scenografia della forza.
L'arrivo di altri 500 militari a Milano, nell'ambito dell'operazione Strade sicure, rappresenta un ulteriore tassello di questa strategia.
La presenza dell'esercito nelle città può essere presentata come una risposta immediata alla richiesta di sicurezza. È visibile, comprensibile sul piano comunicativo e facilmente trasformabile in una dimostrazione di determinazione. Ma la visibilità della risposta non coincide con la sua efficacia strutturale.
La militarizzazione rischia così di diventare una forma di rappresentazione politica: il potere mostra di essere presente proprio dove la sua capacità di intervento sulle cause del disagio è più debole.
L'arresto in flagranza differita, nei limiti e alle condizioni stabiliti dalla legge, consente di procedere all’arresto successivamente ai fatti sulla base di documentazione video e fotografica. L'ampliamento di questo strumento, insieme al rafforzamento delle misure preventive, pone interrogativi che non possono essere ignorati.
Le tecnologie possono contribuire all'accertamento delle responsabilità. Ma il loro impiego non elimina la necessità di verificare la qualità delle prove, il contesto delle immagini, l'identificazione della persona e la condotta concretamente attribuita a ciascuno.
Un video non è un giudizio. Un'immagine non sostituisce l'accertamento individuale. La rapidità dell'intervento non può diventare un motivo per ridurre le garanzie.
Il problema si allarga quando la prevenzione non riguarda più soltanto condotte specifiche, ma persone considerate potenzialmente pericolose. In questo passaggio si modifica il rapporto tra cittadino e Stato: non è più soltanto il comportamento accertato a determinare l'intervento, ma anche una previsione sul comportamento futuro.
È una prospettiva particolarmente pericolosa ancora per chi vive già ai margini. Perché il sospetto non si distribuisce sempre in modo uniforme: può concentrarsi sui giovani delle periferie, sulle persone razzializzate e su chi non corrisponde all'immagine socialmente accettata del cittadino rispettabile.
La sicurezza democratica dovrebbe ridurre l'arbitrio. Non moltiplicare le occasioni nelle quali l'arbitrio può insinuarsi.
C'è un'altra asimmetria nel modo in cui viene raccontato il conflitto di piazza. La violenza dei manifestanti occupa spesso il centro della narrazione pubblica; l'impiego della forza da parte delle istituzioni viene invece ricondotto, quasi automaticamente, alla necessità di ristabilire l'ordine.
Ma la legittimità dell'azione di polizia non può derivare esclusivamente dall'uniforme di chi la esercita, la violenza delle divise non può essere una questione secondaria. Le cariche, l'uso dei lacrimogeni, le modalità dei fermi e ogni eventuale abuso devono essere sottoposti a verifica sulla base dei principi di legalità, necessità e proporzionalità.
Se lo Stato pretende dai cittadini il rispetto della legge, deve essere il primo a garantire trasparenza nell'esercizio dei propri poteri.
Uno Stato democratico non dimostra la propria forza sottraendo i propri apparati al controllo. La dimostra accettando che anche l'esercizio legittimo della forza sia sottoposto a regole verificabili.
Ma, questo ennesimo decreto sicurezza è significativo proprio per ciò che mette in secondo piano: il lavoro, la casa, le disuguaglianze, la crisi della rappresentanza, la condizione degli adolescenti e la difficoltà di costruire un futuro autonomo e la risposta penale viene utilizzata come principale strumento con cui affrontare questioni che richiedono politiche differenti.
Se la risposta continua a essere quella del pugno duro, il messaggio rivolto ai giovani sarà inequivocabile: quando il vostro futuro si restringe, quando il lavoro non basta, quando la casa diventa irraggiungibile e le istituzioni appaiono lontane, non aspettatevi che la politica cambi direzione. Aspettatevi che aumenti i controlli.
È una concezione della sicurezza che protegge l'ordine esistente senza interrogarsi sulle sue ingiustizie. E che rischia di chiamare pace ciò che è soltanto silenzio imposto.
La sicurezza non può essere il privilegio di chi possiede abbastanza da difendersi dalle disuguaglianze. Deve essere un diritto concreto, fondato sulla libertà, sulla giustizia sociale e sulla possibilità di vivere senza essere schiacciati dalla precarietà.
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