abbiamo chiarito in questo blog con editoriale, con ore 12 controinformazione rossoperaia, con il manifesto nazionale qual'è la nostra posizione e quale la nostra azione conseguente là dove possiamo esserci, dove possiamo arrivare e alle fabbriche e posti di lavoro dove ci siamo e interveniamo
di conseguenza nel blog ospitiamo i materiali del movimento in corso, senza che per questo condividerne tutto e ospitiamo note e posizioni che condividiamo sia pur parzialmente di altre realtà organizzate nelle file operaie, proletarie, studentesche
da operai contro
La società dei benpensanti è scatenata, i capi politici fanno a gara fra chi condanna i giovani ribelli con più forza, devono prendere i voti della borghesia del centro città. Più uomini in divisa ed armati per le strade, lo shopping militarizzato per Natale è la loro soluzione. Non basterà, la vita negata nelle miserie delle periferie sta presentando comunque il conto.
Quelle
vetrine andate in frantumi, quei brand la cui merce è stata
saccheggiata descrivono la geografia urbana della società dei
ricchi, da cui sono esclusi loro: i giovani che stanno attraversando
le strade di Milano, Torino, Bologna.
Nelle loro azioni
istintive, e perciò fulminee, non programmate, si ribellano contro
la società che non ha niente da dargli se non la miseria. Vivono
nelle periferie inquinate e degradate, frequentano scuole che cadono
a pezzi, vivono nelle famiglie dove si fanno sacrifici impossibili
per sopravvivere giorno per giorno. Le loro sono azioni di
ri-appropriazione simbolica di ciò che gli viene costantemente
precluso. I figli della classe operaia di oggi, dei ceti subalterni,
dei quartieri poveri delle città, rappresentano una generazione che
non ha niente da perdere, perché quel poco che c’era l’hanno già
perso le loro madri e i loro padri. Che piaccia o no, questa è la
loro rivolta contro l’attuale società, come si presenta ai loro
occhi, nel modo in cui essa agisce su di loro.
A tanti
conviene descriverli quotidianamente come gli indiziati, i
protagonisti della cronaca nera: il quindicenne che si azzuffa con il
suo coetaneo per un paio di scarpe alla moda, per lo sguardo lanciato
alla ragazza, per il motorino strisciato. Si può attivare così la
macchina della riprovazione morale e si può includerli tutti nella
categoria dei giovani alienati e apatici. Quando però la
frustrazione e l’esasperazione colpiscono in modo politico e i
ragazzi si organizzano collettivamente per liberarsi di una realtà
che sentono opprimente, la società dei benpensanti scopre di avere
terrore di loro, perché non sono più inquadrabili come un comodo
oggetto di discussione da talk televisivo criminologico, bensì
diventano un soggetto sociale con cui dover fare i conti. E a un
soggetto sociale devi dare delle risposte politiche. Ma quali? I
padroni e i governanti non possono che avere risposte basate sulla
repressione e sullo sfruttamento. Perché altro da dare ai figli del
popolo nella miseria nera del capitalismo avvitato nelle sue crisi
non c’è.
Questi ragazzi sanno che per loro la vita che
li attende è una miscela grigia di miseria e sfruttamento. Il futuro
non è più un’incognita, ma lo stesso maledetto presente che si
trascina avanti. Quella di oggi è una generazione che, a differenza
di quelle degli ultimi venti anni, sta reagendo coraggiosamente e lo
sta facendo ben prima di quanto si potesse immaginare. Nelle piazze
ci sono ragazzi e ragazze di sedici, quindici, perfino dodici anni.
Questi giovani non aspettano che si proclami lo sciopero generale con
un mese e mezzo di anticipo, non conoscono le clausole di
raffreddamento dei sindacati corrotti, sentono l’esigenza di agire
subito e senza mediazioni, non aspettano neanche la convocazione
della piazza con le modalità del centro sociale, il corteo
programmato. Stanno inondando liberamente le piazze ogni giorno,
sentendosi rapidamente sui social. Li vedi in strada a protestare e a
esprimere la loro rabbia ancor prima che le questure sappiano cosa
stia succedendo e che attivino i loro dispositivi repressivi, come è
successo domenica a Milano.
Molti di loro ripetono la
frase: “Se protestiamo con i cartelli non cambia niente”. Chissà,
forse questa lezione l’hanno imparata proprio guardando da piccoli,
a casa, le immagini delle tante manifestazioni colorate, con i
palloncini e i cartelli, disciplinate e ordinate, dei sindacati del
nostro paese. Manifestazioni, appunto, rivelatisi inutili.
A
modo loro ci stanno dicendo che è tempo di agire.
Lo stanno
dicendo anche a tutte le altre categorie sociali impoverite, alcune
già in movimento, altre ancora colpevolmente ferme.
La loro
ribellione spontanea non può essere ignorata perché porta con sé i
germi di una ribellione politica contro lo status quo, che chiama
direttamente in causa gli operai, la classe sociale che dovrà
opporsi in modo organizzato ai nemici che ha in comune con questi
ragazzi, i possidenti che hanno creato la società del profitto per
distribuire la povertà a tanti e la ricchezza a un esiguo numero di
parassiti. La carica sovversiva che i ragazzi portano con sé è
sorprendente. La prospettiva inevitabile per il cambiamento sociale è
l’organizzazione politica degli operai, una nuova classe al potere,
un nuovo sistema di relazioni sociali, senza padroni. Questa energia
che i giovani mettono in campo in tutta l’Europa non chiede
nient’altro che muoversi in questa direzione.
A.
B
LA FABBRICA DEI TUMULTI SI CHIAMA MISERIA
La crisi economica comincia a scatenare reazioni tra gli strati più immiseriti della popolazione. E’ diventato un fenomeno internazionale prodotto dalla corsa del capitale per aumentare un saggio di profitto che la crisi di sovrapproduzione mette in forse.
Per
realizzare più profitti, i padroni, da una parte, cercano
costantemente di ridurre la parte di lavoro pagata con il salario
agli operai, per aumentare la parte non pagata che loro intascano
gratis. Basti pensare che sulle linee della Panda viene prodotta
un’auto quasi ogni minuto. Per pagare un salario annuo di un
operaio bastano meno di due Panda. Due minuti di produzione.
Come
ci riescono? Aumentando i ritmi di lavoro; riducendo le pause;
abbassando i salari, senza aumentarli proporzionalmente al lavoro in
più che viene svolto; ma anche attraverso la svalutazione attraverso
l’inflazione, la riduzione del salario indiretto che si ha con
l’aumento generalizzato del costo dei servizi con i tagli alla
“spesa sociale”, con l’aumento degli anni di lavoro per la
pensione. Questo diminuisce il numero di operai, perché ne servono
sempre di meno anche producendo di più, e riducendo il potere
d’acquisto di chi ancora lavora.
Dall’altra parte,
delocalizzano le produzioni spostandole nei paesi dove la forza
lavoro costa ancora meno.
Loro guadagnano sempre di più, ma
aumenta il numero dei disoccupati e di chi non riesce più ad
arrivare alla fine del mese.
Tutti i padroni, a livello
mondiale, seguono la stessa strada. La gente non può più comprare e
le merci che non si vendono intasano i mercati, mentre i profitti non
aumentano come vorrebbero. La concorrenza tra padroni diventa più
forte e lo scontro commerciale comincia a trasformarsi in scontro
militare: per distruggere i concorrenti, accaparrarsi nuovi mercati,
depredare materie prime.
La corsa al riarmo a cui assistiamo
dappertutto ha origine nella crisi economica. Per attuarla, gli stati
si indebitano ancora di più e aumentano la pressione sugli strati
bassi della popolazione cercando di spillare più soldi possibile e
riducendo ulteriormente la spesa pubblica per servizi.
Molti si
chiedono da dove scaturisca la rabbia dei giovani scatenata in questi
giorni in Francia e che comincia a coinvolgere altri paesi, compresa
l’Italia. La risposta è in questi motivi elencati.
Le
condizioni di vita e di lavoro peggiorano, e i giovani sono i primi
ad essere colpiti. Cosa faranno? Come vivranno?
I tagli alla
spesa pubblica per servizi colpisce anche e principalmente la scuola.
Studiare diventa sempre di più prerogativa dei figli dei ricchi. I
figli degli operai, della piccola borghesia e del ceto medio
rovinato, devono accontentarsi solo di istituti fatiscenti, classi
affollate e una buona parte di insegnanti demoralizzati da lavori
precari e mal pagati.
I giovani vedono che le nazioni si
riarmano e sanno che, in caso di una nuova guerra fra i paesi
imperialisti, saranno i primi ad essere coinvolti. Quel presuntuoso
servo dei padroni di Macron lo ha affermato pubblicamente.
In
tutto questo vedono che i figli di papà hanno vite completamente
diverse: carriere e posti di comando che erediteranno dai loro padri,
le scuole migliori, soldi in tasca e, in caso di guerre, imboscamento
assicurato.
Dovrebbero stare zitti e quieti? E per quale
motivo?
F.
R.
La signora Meloni chiede la condanna unanime della “violenza” messa in campo dalla gioventù che sta manifestando. Proprio lei che nei morti sul lavoro vede solo incidenti e non morti violente da sfruttamento. Che della violenza nelle stragi dei palestinesi vede solo legittima difesa di Netanyahu … Di che violenza parla?
Caro Operai Contro, causa un contenzioso tra Rfi (Ferrovie dello Stato) e Webuild, il colosso italiano delle aziende in subappalto delle costruzioni, a cui Rfi ha affidato subappalti per 30 miliardi di euro, 500 operai sono stati spediti in cassa integrazione e altri potrebbero seguirli. Lo Stato controlla sia Rfi in quanto società pubblica, sia il 16,4% di Webuild tramite Cassa depositi e prestiti. Ma evidentemente il conflitto d’interessi non vale se è il governo a praticarlo. Ne nasce la violenta realtà dei subappalti di Stato di cui ne fanno le spese gli operai, nelle selvagge condizioni lavorative, nel taglio ai salari per Cig, fino a perdere la vita sul lavoro. Ma lei signora Meloni di quale violenza parla?
Nei giorni scorsi 3 inchieste sono partite: per la morte di un gruista schiacciato da un pilone nella stazione Firenze-Belfiore; per la morte giovedì 15 ottobre dell’operaio Ayoub Abourabil, 31 anni, in subappalto alle Rfi, ribadendo che il sistema degli appalti finanziato dal governo Meloni, espone gli operai ad insicurezza, sfruttamento, illegalità. La terza inchiesta riguarda lo sfruttamento degli operai impegnati sulla linea Napoli-Bari. Inoltre 34 operai egiziani in subappalto Rfi-Webuild, sarebbero stati sottoposti a turni di 20 ore consecutive nel cantiere di Grottaminarda (Avellino) molti altri sarebbero stati ingaggiati in nero con retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali e senza rispettare gli obblighi in materia di igiene e sicurezza.
Signora Meloni, di che violenza parla? Queste situazioni hanno iniziato a moltiplicarsi nel 2023, quando il nuovo Codice dei contratti pubblici introdotto dal suo governo ha liberalizzato gli appalti, lasciando mano libera all’intensificarsi dello sfruttamento operaio, agli infortuni e morti sul lavoro. Di questa violenza di cui il suo governo è complice, a parte frasi di circostanza, siete muti, zitti e inerti. Osate invece additare come violenti gli studenti che, scontrandosi con le forze dell’ordine, protestano contro una scuola di classe e in stato di semi-abbandono. Parlate di violenza di giovani e manifestanti che, scontrandosi con le forze dell’ordine, rompono i vetri per riprendersi gli spazi sociali dai quali li avete cacciati con la forza, costringendoli ad una socialità di strada, ed ora ve ne chiedono conto. Bocciano senza appello la vostra politica e condannano la guerra d’aggressione dei padroni.
Dopo aver trasformato il blocco stradale in reato punibile fino 6 anni di carcere, il governo Meloni tramite il ministro dell’Agricoltura, Lollobrigida, si affaccia in televisione a dire che il blocco stradale è reato, non sapendo che pesci pigliare di fronte alle conseguenze dei 5 giorni di sciopero dei Tir, che in meridione paralizza la circolazione delle merci, con scaffali dei supermercati già mezzi vuoti e molti distributori senza carburanti. Meloni pretende che si condanni quella che chiama “violenza” nelle manifestazioni, proprio lei che ha fatto scena muta, non ha condannato il genocidio di Gaza, e continua ad arrampicarsi sugli specchi rispetto le nefandezze belliche e di ogni genere che stanno perpetrando i suoi amici Trump e Netanyahu in Medio Oriente e non solo.
Nessun commento:
Posta un commento