mercoledì 21 ottobre 2026

pc 21 ottobre - la rivolta della gioventù proletaria

 abbiamo chiarito in questo blog con editoriale, con ore 12 controinformazione rossoperaia, con il manifesto nazionale qual'è la nostra posizione e quale la nostra azione conseguente là dove possiamo esserci, dove possiamo arrivare e alle fabbriche e posti di lavoro dove ci siamo e interveniamo

di conseguenza nel blog ospitiamo i materiali del movimento in corso, senza che per questo condividerne tutto e ospitiamo note e posizioni  che condividiamo sia pur parzialmente di altre realtà organizzate nelle file operaie, proletarie, studentesche

  da operai contro

IL CONTO DELLE PERIFERIE


La società dei benpensanti è scatenata, i capi politici fanno a gara fra chi condanna i giovani ribelli con più forza, devono prendere i voti della borghesia del centro città. Più uomini in divisa ed armati per le strade, lo shopping militarizzato per Natale è la loro soluzione. Non basterà, la vita negata nelle miserie delle periferie sta presentando comunque il conto.

Quelle vetrine andate in frantumi, quei brand la cui merce è stata saccheggiata descrivono la geografia urbana della società dei ricchi, da cui sono esclusi loro: i giovani che stanno attraversando le strade di Milano, Torino, Bologna.
Nelle loro azioni istintive, e perciò fulminee, non programmate, si ribellano contro la società che non ha niente da dargli se non la miseria. Vivono nelle periferie inquinate e degradate, frequentano scuole che cadono a pezzi, vivono nelle famiglie dove si fanno sacrifici impossibili per sopravvivere giorno per giorno. Le loro sono azioni di ri-appropriazione simbolica di ciò che gli viene costantemente precluso. I figli della classe operaia di oggi, dei ceti subalterni, dei quartieri poveri delle città, rappresentano una generazione che non ha niente da perdere, perché quel poco che c’era l’hanno già perso le loro madri e i loro padri. Che piaccia o no, questa è la loro rivolta contro l’attuale società, come si presenta ai loro occhi, nel modo in cui essa agisce su di loro.

A tanti conviene descriverli quotidianamente come gli indiziati, i protagonisti della cronaca nera: il quindicenne che si azzuffa con il suo coetaneo per un paio di scarpe alla moda, per lo sguardo lanciato alla ragazza, per il motorino strisciato. Si può attivare così la macchina della riprovazione morale e si può includerli tutti nella categoria dei giovani alienati e apatici. Quando però la frustrazione e l’esasperazione colpiscono in modo politico e i ragazzi si organizzano collettivamente per liberarsi di una realtà che sentono opprimente, la società dei benpensanti scopre di avere terrore di loro, perché non sono più inquadrabili come un comodo oggetto di discussione da talk televisivo criminologico, bensì diventano un soggetto sociale con cui dover fare i conti. E a un soggetto sociale devi dare delle risposte politiche. Ma quali? I padroni e i governanti non possono che avere risposte basate sulla repressione e sullo sfruttamento. Perché altro da dare ai figli del popolo nella miseria nera del capitalismo avvitato nelle sue crisi non c’è.

Questi ragazzi sanno che per loro la vita che li attende è una miscela grigia di miseria e sfruttamento. Il futuro non è più un’incognita, ma lo stesso maledetto presente che si trascina avanti. Quella di oggi è una generazione che, a differenza di quelle degli ultimi venti anni, sta reagendo coraggiosamente e lo sta facendo ben prima di quanto si potesse immaginare. Nelle piazze ci sono ragazzi e ragazze di sedici, quindici, perfino dodici anni. Questi giovani non aspettano che si proclami lo sciopero generale con un mese e mezzo di anticipo, non conoscono le clausole di raffreddamento dei sindacati corrotti, sentono l’esigenza di agire subito e senza mediazioni, non aspettano neanche la convocazione della piazza con le modalità del centro sociale, il corteo programmato. Stanno inondando liberamente le piazze ogni giorno, sentendosi rapidamente sui social. Li vedi in strada a protestare e a esprimere la loro rabbia ancor prima che le questure sappiano cosa stia succedendo e che attivino i loro dispositivi repressivi, come è successo domenica a Milano.

Molti di loro ripetono la frase: “Se protestiamo con i cartelli non cambia niente”. Chissà, forse questa lezione l’hanno imparata proprio guardando da piccoli, a casa, le immagini delle tante manifestazioni colorate, con i palloncini e i cartelli, disciplinate e ordinate, dei sindacati del nostro paese. Manifestazioni, appunto, rivelatisi inutili.
A modo loro ci stanno dicendo che è tempo di agire.
Lo stanno dicendo anche a tutte le altre categorie sociali impoverite, alcune già in movimento, altre ancora colpevolmente ferme.
La loro ribellione spontanea non può essere ignorata perché porta con sé i germi di una ribellione politica contro lo status quo, che chiama direttamente in causa gli operai, la classe sociale che dovrà opporsi in modo organizzato ai nemici che ha in comune con questi ragazzi, i possidenti che hanno creato la società del profitto per distribuire la povertà a tanti e la ricchezza a un esiguo numero di parassiti. La carica sovversiva che i ragazzi portano con sé è sorprendente. La prospettiva inevitabile per il cambiamento sociale è l’organizzazione politica degli operai, una nuova classe al potere, un nuovo sistema di relazioni sociali, senza padroni. Questa energia che i giovani mettono in campo in tutta l’Europa non chiede nient’altro che muoversi in questa direzione.
A. B

LA FABBRICA DEI TUMULTI SI CHIAMA MISERIA


La crisi economica comincia a scatenare reazioni tra gli strati più immiseriti della popolazione. E’ diventato un fenomeno internazionale prodotto dalla corsa del capitale per aumentare un saggio di profitto che la crisi di sovrapproduzione mette in forse.

Per realizzare più profitti, i padroni, da una parte, cercano costantemente di ridurre la parte di lavoro pagata con il salario agli operai, per aumentare la parte non pagata che loro intascano gratis. Basti pensare che sulle linee della Panda viene prodotta un’auto quasi ogni minuto. Per pagare un salario annuo di un operaio bastano meno di due Panda. Due minuti di produzione.
Come ci riescono? Aumentando i ritmi di lavoro; riducendo le pause; abbassando i salari, senza aumentarli proporzionalmente al lavoro in più che viene svolto; ma anche attraverso la svalutazione attraverso l’inflazione, la riduzione del salario indiretto che si ha con l’aumento generalizzato del costo dei servizi con i tagli alla “spesa sociale”, con l’aumento degli anni di lavoro per la pensione. Questo diminuisce il numero di operai, perché ne servono sempre di meno anche producendo di più, e riducendo il potere d’acquisto di chi ancora lavora.
Dall’altra parte, delocalizzano le produzioni spostandole nei paesi dove la forza lavoro costa ancora meno.
Loro guadagnano sempre di più, ma aumenta il numero dei disoccupati e di chi non riesce più ad arrivare alla fine del mese.
Tutti i padroni, a livello mondiale, seguono la stessa strada. La gente non può più comprare e le merci che non si vendono intasano i mercati, mentre i profitti non aumentano come vorrebbero. La concorrenza tra padroni diventa più forte e lo scontro commerciale comincia a trasformarsi in scontro militare: per distruggere i concorrenti, accaparrarsi nuovi mercati, depredare materie prime.
La corsa al riarmo a cui assistiamo dappertutto ha origine nella crisi economica. Per attuarla, gli stati si indebitano ancora di più e aumentano la pressione sugli strati bassi della popolazione cercando di spillare più soldi possibile e riducendo ulteriormente la spesa pubblica per servizi.
Molti si chiedono da dove scaturisca la rabbia dei giovani scatenata in questi giorni in Francia e che comincia a coinvolgere altri paesi, compresa l’Italia. La risposta è in questi motivi elencati.
Le condizioni di vita e di lavoro peggiorano, e i giovani sono i primi ad essere colpiti. Cosa faranno? Come vivranno?
I tagli alla spesa pubblica per servizi colpisce anche e principalmente la scuola. Studiare diventa sempre di più prerogativa dei figli dei ricchi. I figli degli operai, della piccola borghesia e del ceto medio rovinato, devono accontentarsi solo di istituti fatiscenti, classi affollate e una buona parte di insegnanti demoralizzati da lavori precari e mal pagati.
I giovani vedono che le nazioni si riarmano e sanno che, in caso di una nuova guerra fra i paesi imperialisti, saranno i primi ad essere coinvolti. Quel presuntuoso servo dei padroni di Macron lo ha affermato pubblicamente.
In tutto questo vedono che i figli di papà hanno vite completamente diverse: carriere e posti di comando che erediteranno dai loro padri, le scuole migliori, soldi in tasca e, in caso di guerre, imboscamento assicurato.
Dovrebbero stare zitti e quieti? E per quale motivo?
F. R.

DI CHE VIOLENZA PARLA?


La signora Meloni chiede la condanna unanime della “violenza” messa in campo dalla gioventù che sta manifestando. Proprio lei che nei morti sul lavoro vede solo incidenti e non morti violente da sfruttamento. Che della violenza nelle stragi dei palestinesi vede solo legittima difesa di Netanyahu … Di che violenza parla?

Caro Operai Contro, causa un contenzioso tra Rfi (Ferrovie dello Stato) e Webuild, il colosso italiano delle aziende in subappalto delle costruzioni, a cui Rfi ha affidato subappalti per 30 miliardi di euro, 500 operai sono stati spediti in cassa integrazione e altri potrebbero seguirli. Lo Stato controlla sia Rfi in quanto società pubblica, sia il 16,4% di Webuild tramite Cassa depositi e prestiti. Ma evidentemente il conflitto d’interessi non vale se è il governo a praticarlo. Ne nasce la violenta realtà dei subappalti di Stato di cui ne fanno le spese gli operai, nelle selvagge condizioni lavorative, nel taglio ai salari per Cig, fino a perdere la vita sul lavoro. Ma lei signora Meloni di quale violenza parla?

Nei giorni scorsi 3 inchieste sono partite: per la morte di un gruista schiacciato da un pilone nella stazione Firenze-Belfiore; per la morte giovedì 15 ottobre dell’operaio Ayoub Abourabil, 31 anni, in subappalto alle Rfi, ribadendo che il sistema degli appalti finanziato dal governo Meloni, espone gli operai ad insicurezza, sfruttamento, illegalità. La terza inchiesta riguarda lo sfruttamento degli operai impegnati sulla linea Napoli-Bari. Inoltre 34 operai egiziani in subappalto Rfi-Webuild, sarebbero stati sottoposti a turni di 20 ore consecutive nel cantiere di Grottaminarda (Avellino) molti altri sarebbero stati ingaggiati in nero con retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali e senza rispettare gli obblighi in materia di igiene e sicurezza.

Signora Meloni, di che violenza parla? Queste situazioni hanno iniziato a moltiplicarsi nel 2023, quando il nuovo Codice dei contratti pubblici introdotto dal suo governo ha liberalizzato gli appalti, lasciando mano libera all’intensificarsi dello sfruttamento operaio, agli infortuni e morti sul lavoro. Di questa violenza di cui il suo governo è complice, a parte frasi di circostanza, siete muti, zitti e inerti. Osate invece additare come violenti gli studenti che, scontrandosi con le forze dell’ordine, protestano contro una scuola di classe e in stato di semi-abbandono. Parlate di violenza di giovani e manifestanti che, scontrandosi con le forze dell’ordine, rompono i vetri per riprendersi gli spazi sociali dai quali li avete cacciati con la forza, costringendoli ad una socialità di strada, ed ora ve ne chiedono conto. Bocciano senza appello la vostra politica e condannano la guerra d’aggressione dei padroni.

Dopo aver trasformato il blocco stradale in reato punibile fino 6 anni di carcere, il governo Meloni tramite il ministro dell’Agricoltura, Lollobrigida, si affaccia in televisione a dire che il blocco stradale è reato, non sapendo che pesci pigliare di fronte alle conseguenze dei 5 giorni di sciopero dei Tir, che in meridione paralizza la circolazione delle merci, con scaffali dei supermercati già mezzi vuoti e molti distributori senza carburanti. Meloni pretende che si condanni quella che chiama “violenza” nelle manifestazioni, proprio lei che ha fatto scena muta, non ha condannato il genocidio di Gaza, e continua ad arrampicarsi sugli specchi rispetto le nefandezze belliche e di ogni genere che stanno perpetrando i suoi amici Trump e Netanyahu in Medio Oriente e non solo.


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