lunedì 19 ottobre 2026

pc 19 ottobre - da Taranto Buonasera Ex Ilva, lo Slai Cobas attacca Governo, sindacati e ambientalisti: «Riprendere subito scioperi e blocchi»

 

Ex Ilva, lo Slai Cobas attacca Governo, sindacati e ambientalisti: «Riprendere subito scioperi e blocchi»

Dura presa di posizione del sindacato di classe sulla crisi dello stabilimento siderurgico. Critiche alla gestione della cassa integrazione e alla sospensione della protesta operaia. Contestato anche il corteo del 17 ottobre: «Ha contribuito a isolare i lavoratori»

Ex Ilva, lo Slai Cobas attacca Governo, sindacati e ambientalisti: «Riprendere subito scioperi e blocchi»

I lavoratori ex Ilva - archivio

TARANTO - Riprendere la mobilitazione dei lavoratori dell'ex Ilva, riportando i presidi sulle strade e rilanciando lo scontro sindacale contro le decisioni del Governo e la gestione commissariale dello stabilimento. È la posizione espressa dallo Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene con un documento particolarmente duro sugli sviluppi della vertenza siderurgica, prendendo le distanze anche dalle scelte delle organizzazioni sindacali e dalla manifestazione ambientalista del 17 ottobre.

Secondo lo Slai Cobas, gli avvenimenti dell'ultima settimana avrebbero evidenziato una contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori, impegnati a difendere occupazione e reddito, e le decisioni assunte dalle istituzioni sul futuro della fabbrica.

Nel mirino dell'organizzazione finisce innanzitutto il Governo Meloni e, in particolare, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ai quali viene attribuita la responsabilità politica dell'attuale gestione della crisi.

Nella ricostruzione proposta dal sindacato, le misure adottate dall'esecutivo e gli sviluppi giudiziari legati alla decisione della magistratura milanese starebbero determinando le condizioni per una progressiva chiusura dello stabilimento tarantino, accompagnata da un ridimensionamento dell'occupazione.

Lo Slai Cobas sostiene infatti che il progetto di una nuova configurazione industriale dell'ex Ilva non presenti, allo stato attuale, sufficienti garanzie economiche e produttive.

Il sindacato contesta in particolare quella che considera una prospettiva di chiusura della fabbrica senza un'alternativa industriale concretamente definita, con conseguenze dirette per migliaia di lavoratori.

Le critiche si concentrano anche sul ricorso agli ammortizzatori sociali, giudicati inadeguati a garantire la salvaguardia dell'occupazione e del reddito.

Secondo l'organizzazione, il decreto governativo finirebbe per determinare una condizione di cassa integrazione prolungata per una parte molto consistente dei dipendenti, senza assicurare reali prospettive di rientro al lavoro.

La situazione viene considerata ancora più preoccupante per gli addetti delle imprese dell'appalto, particolarmente esposti alle conseguenze del ridimensionamento delle attività produttive.

Per lo Slai Cobas, le misure annunciate non costituirebbero dunque «un paracadute» capace di tutelare il reddito dei lavoratori, ma rischierebbero di accompagnare una consistente riduzione dei livelli occupazionali.

Nel documento non vengono risparmiate critiche neppure alla magistratura milanese. Il sindacato contesta le conseguenze della pronuncia sulla continuità produttiva dello stabilimento, attribuendole una funzione favorevole, nella propria lettura politica, agli interessi del Governo e delle imprese.

Particolarmente severo anche il giudizio sull'operato dei commissari straordinari di Acciaierie d'Italia, accusati di aver dato immediata attuazione alle misure di fermata degli impianti e di ricorso alla cassa integrazione.

Secondo lo Slai Cobas, la gestione commissariale avrebbe agito senza tenere adeguatamente conto dei tempi della vicenda giudiziaria e delle trattative ancora in corso tra Governo e organizzazioni sindacali.

Il documento attribuisce invece un significato positivo alla mobilitazione degli operai, che per 5 giorni hanno presidiato e bloccato alcune delle principali arterie stradali di accesso alla città, dando vita a una protesta contro le prospettive di ridimensionamento dello stabilimento.

Una mobilitazione che lo Slai Cobas interpreta come una dimostrazione della capacità dei lavoratori di reagire alle decisioni considerate dannose per il proprio futuro.

L'organizzazione ritiene tuttavia che quella spinta sia stata interrotta troppo presto, rivolgendo critiche alle direzioni dei sindacati confederali e dell'Usb.

Pur riconoscendo che queste organizzazioni abbiano sostenuto lo sciopero e i blocchi stradali, lo Slai Cobas contesta la scelta di sospendere la mobilitazione per privilegiare la prosecuzione del confronto istituzionale.

Nella nota si parla espressamente di un'interruzione dello sciopero e dei blocchi «prematura e sbagliata», una valutazione che, secondo il sindacato di classe, sarebbe condivisa anche da numerosi lavoratori.

La contestazione riguarda soprattutto l'eccessiva fiducia riposta nelle trattative e nella possibilità di individuare una soluzione attraverso il confronto tra istituzioni, Governo e rappresentanze sindacali.

Secondo lo Slai Cobas, la sospensione della protesta avrebbe consentito ai commissari di procedere con l'attivazione della cassa integrazione a zero ore, determinando una situazione che rischierebbe di rendere più difficile la ripresa dell'iniziativa operaia.

Il documento affronta poi un altro tema particolarmente delicato, quello della manifestazione “Taranto Torna a Vivere” del 17 ottobre, alla quale hanno partecipato migliaia di cittadini per chiedere la tutela della salute e un futuro diverso per la città.

La valutazione dello Slai Cobas è fortemente critica. L'organizzazione interpreta il corteo come un'iniziativa che avrebbe finito per contrapporre una parte della cittadinanza ai lavoratori dello stabilimento e alle loro forme di protesta.

Secondo la stima riportata nel comunicato, alla manifestazione avrebbero partecipato circa 5.000 persone. Il sindacato ritiene che, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli partecipanti, l'iniziativa abbia contribuito ad accentuare la distanza tra la mobilitazione ambientalista e quella operaia.

Nel documento si sostiene che il corteo avrebbe avuto, al di là delle intenzioni dei manifestanti, «l'obiettivo di isolare e accerchiare gli operai e la loro lotta».

Una posizione che conferma la distanza tra lo Slai Cobas e quelle componenti dell'associazionismo ambientalista che chiedono la chiusura integrale dello stabilimento siderurgico.

Il sindacato non nega la gravità delle conseguenze ambientali e sanitarie legate all'attività industriale, ma contesta l'idea che la soluzione possa essere rappresentata dalla cessazione della produzione senza un progetto capace di garantire il futuro dei lavoratori.

Nella prospettiva indicata dall'organizzazione, la tutela dell'occupazione deve procedere insieme alla trasformazione ambientale della fabbrica, alla sicurezza degli impianti e alle bonifiche del territorio.

È su questa impostazione che lo Slai Cobas propone di ricostruire una mobilitazione comune tra operai e cittadini, superando le contrapposizioni che, a suo giudizio, rischiano di indebolire entrambe le rivendicazioni.

La conclusione del documento è un appello esplicito alla ripresa immediata dell'iniziativa sindacale.

Per l'organizzazione non esistono alternative al ritorno alla protesta, con una mobilitazione ancora più incisiva rispetto a quella dei giorni scorsi.

Lo Slai Cobas sostiene infatti la necessità di «riprendere la lotta e i blocchi con più decisione di prima», per respingere le scelte del Governo e delle imprese e affermare una piattaforma operaia che comprenda occupazione, salario, diritti, salute e sicurezza.

Una proposta che il sindacato colloca all'interno di una prospettiva più ampia di trasformazione del sistema industriale e di contrapposizione alle politiche economiche che ritiene responsabili della crisi.

La posizione dello Slai Cobas riapre così il confronto sulle strategie di mobilitazione nell'ex Ilva, in una fase nella quale il futuro degli impianti, il destino occupazionale dei lavoratori e la tutela ambientale continuano a rappresentare i principali nodi irrisolti della vertenza tarantina.

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