mercoledì 21 ottobre 2026

pc 21 ottobre - Comprendere e prendere il nostro posto nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse - Intervento di proletari comunisti/PCm sulla rivolta dei giovani

Noi siamo proletari comunisti, cioè un'avanguardia del proletariato che lavora per costruire il partito del proletariato. Non siamo “i giovani”, né tantomeno siamo movimentisti . Noi dobbiamo posizionare l'avanguardia proletaria e far corrispondere a questo posizionamento il tipo di propaganda, di agitazione, di partecipazione e di organizzazione.

Innanzitutto dobbiamo comprendere che quello che succede è in sostanziale sintonia con quello che abbiamo cercato di dire, e anche in parte di fare, già dal gennaio di quest'anno, quando in occasione degli scontri del 31 gennaio a Torino, durante la manifestazione di Torino, abbiamo considerato che il posizionamento in/su quella manifestazione era un problema fondamentale.

Era il segno dei tempi, il segno all’interno dell'analisi generale e particolare che abbiamo fatto in questo ultimo periodo, sia prima del 31 che successivamente.

A quell'analisi non poteva che corrispondere un determinato sviluppo. E noi non potevamo né fare i profeti né tantomeno gli osservatori, ma dovevamo starci e vedere ciò che era principale e ciò che era secondario, ciò che effettivamente segnava il tipo di sviluppo che il movimento avrebbe potuto avere.

Su questo abbiamo anche colto strada facendo l'urgenza di un nostro cambio di passo, di salto di qualità.

Le caratteristiche specifiche di questo movimento dei giovani in corso sono prima di tutto fondate su analisi che vengono da lontano, che origina il filone particolare rappresentato dalla nostra organizzazione e dal nostro lavoro. Noi abbiamo un'ideologia simile a tante altre organizzazioni nel

movimento comunista internazionale, molto meno nel nostro paese dove chi fa riferimento alla nostra ideologia la interpreta in maniera sostanzialmente degradata, annacquata, che impedisce nel nostro paese una unità ideologica tra le forze che si rifanno alla ideologia del proletariato. Nello stesso tempo noi siamo rappresentanti di un filone storico che viene da lontano, il filone che va da Agit/Prop a Rossoperaio, alla fondazione di un'organizzazione partitaria, alla sua pratica, teoria.

In tutto questo lungo periodo abbiamo costruito un filo rosso del nostro modo di pensare ed agire che è il fondamento della nostra stessa esistenza e identità. Stiamo cercando, su questa base, di costruire ciò che serve al proletariato, cioè il partito, il fronte e la lotta di combattimento necessaria dentro il processo della rivoluzione. Ci proviamo, ci riproviamo, falliamo e ricominciamo, perché devono anche cambiare le circostanze storiche.

Occorre mettere all'ordine del giorno la costruzione del Partito marxista-leninista-maoista; non il partito in senso generico e generale, che tanti compagni, quasi per senso comune, dicono che deve esistere, che bisogna costruire, ma il partito della rivoluzione. Il partito della rivoluzione, l'unica vera applicazione della nostra scienza alla realtà concreta.

Sappiamo che questa strada è lunga e tortuosa,  quando si dice “lunga e tortuosa” significa che si muove per salti, per opportunità e sfide, non per il lento accumularsi delle forze; quest'ultima è una teoria revisionista e una prassi opportunista, né tantomeno per il cavalcare i movimenti in quanto tali. Ma cogliere i salti e le trasformazioni in connessione con l'analisi della situazione internazionale attuale e in connessione con l’analisi dei movimenti reali, che, a differenza di quanto si può pensare, continuano ad avere la stessa dinamica storica.

E’ sempre il biennio rosso, 68-69 il riferimento. Gli anni passano, le trasformazioni dell'imperialismo e le esperienze del movimento operaio e delle masse si arricchiscono – ma pure dimenticano le lezioni passate; quindi è un continuo apparire e riapparire, con le opportunità e le sfide, per metterci alla prova, in una dimensione che va dal piccolo al grande e non tanto dal particolare al generale, perché il generale è  più importante del particolare, dove il particolare sta nel rimanere nel localismo, nelle lotte specifiche che si fanno, il particolare sta in una visione che non capisce che i salti che avvengono sul generale cambiano lo stato delle cose, e chiaramente c'è poi il difficile lavoro di calare nel particolare il generale, ma dove è il particolare che si deve adeguare al generale, non il generale al particolare.

Questo nasce dagli insegnamenti del movimento comunista storico, del movimento degli oppressi in generale e dal concentrato dei contenuti della nostra scienza e dei nostri maestri.

L'editoriale che abbiamo fatto su questo blog - https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/10/pc-19-sottobre-le-giornate-di-venerdi-e.html - prova a fotografare due giornate e vederne l'antefatto per

indicarne la vera natura, al di là delle apparenze, al di là della coscienza soggettiva che possono avere i soggetti in campo; nei paesi imperialisti sono le grandi città che segnano la lotta di classe, perché solo nelle grandi città possono esplodere movimenti che hanno una dimensione qualitativa e quantitativa che fanno vedere come è la realtà, come le cose che denunciamo, le cose che diciamo trovano corpo nella realtà. E' qui il punto da capire subito e posizionarsi.

Un posizionamento da un lato tracciato, da un lato non tracciato, che bisogna inventarsi per renderlo praticabile e vivo.

Se queste rivolte della gioventù studentesca e proletaria durano e si generalizzano oggi sono più importanti delle manifestazioni della Palestina, non certo per metterle in contrapposizione, ma perché segnano il tempo della rivolta in questo paese, che è l'unico vero sostegno che si può dare al movimento palestinese – come diceva Lenin: il miglior aiuto che si può dare ai popoli oppressi è la rivoluzione nel proprio paese - certamente in una dialettica, in cui a volte è principale il sostegno, perché là ci si abbevera alla lotta centrale contro l'imperialismo. Oggi è principale il segnale che viene dai “sabato e domenica di Milano”

E' come se il movimento per la Palestina ha prodotto la generazione che in questo momento è scesa in lotta.

Su questa lotta della gioventù sarebbe sbagliato ora fare dei paragoni. Per esempio, la differenza con il 68 è davvero grande, perché all'epoca si conosceva un solo movimento, quello rivoluzionario, quello del lungo corso proveniente dal post-Resistenza e che nel nostro paese si incarnava in tante energie che dentro la crisi del revisionismo nascevano e per cui il riferimento pressoché immediato era il movimento comunista e per di più nella sua variante che aveva sconvolto il mondo capitalista/imperialista, la Grande rivoluzione culturale proletaria della Cina di Mao, il vento dell'Est, il Vietnam e così via. Ora le cose stanno parecchio diverse. Anche in Francia è così, c'è un'ottobre francese che somiglia al maggio francese, ma non è il maggio ‘68 francese, in cui il movimento degli studenti riuscì a contagiare il movimento operaio e il movimento operaio prese il suo posto nello scontro di classe.

Però per quanto differenti i movimenti possono essere, i fatti ci dimostrano che sempre lì vanno a parare e lì dobbiamo stare.

Non è un caso che la frase finale dell’Editoriale che abbiamo scritto è “una gioia e non una preoccupazione”, è il nostro richiamo della foresta, è stare nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse.

Noi siamo attrezzati per questo; e se necessario, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, il nostro stile di lavoro, il nostro stile di vita per corrispondere alle dinamiche del movimento, chiaramente allo stadio in cui noi possiamo corrispondere, che è soprattutto teoria, analisi, propaganda, agitazione, avendo a cuore la parte proletaria della gioventù e avendo a cuore la parte centrale del proletariato che è la classe operaia.

Le lotte della classe operaia delle grandi fabbriche vale più di cento lotte di qualsiasi genere per la formazione del partito della rivoluzione, che nei paesi imperialisti e non solo, deve guidare l'insurrezione, perché essa è l'elemento chiave, sia quando è culmine, sia quando è esperienza che permette di individuare la strada e di cambiare lo stato delle cose e passare da uno stadio all'altro.

Il 68 ci ha insegnato: “nasce il partito dell'insurrezione”, attraverso spesso le forme più inaspettate. E oggi nei paesi imperialisti, nei paesi oppressi dall’imperialismo quello che è all'ordine del giorno è l'insurrezione.

Questo partito dell'insurrezione prima è informale, prima è incarnato da soggetti che ora stanno, ora non ci stanno, ora ci sono e poi vengono superati. Da cosa? Dall'organizzazione proletaria e comunista - che si oppone al revisionismo, all'opportunismo e che si mette all'altezza dell'insurrezione.

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