venerdì 27 dicembre 2013

pc 27 dicembre - L'IMPERIALISMO SI PUO' FERMARE SOLO SE AVANZA LA GUERRA POPOLARE. AL FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE!

27 Dicembre 2008: Operazione Piombo Fuso
E' la mezzanote del 27 dicembre 2008 quando i primi F-16 israeliani cominciano a bombardare la striscia di Gaza. Scatta l'operazione "Piombo Fuso".
Non appena scaduta la tregua di sei mesi intrapresa dal 19 giugno, grazie alla mediazione egiziana, l'obiettivo dichiarato dell'iniziativa di guerra è la neutralizzazione militare di Hamas, che negli ultimi otto anni ha ucciso 15 israeliani con il lancio dei famosi razzi artigianali Qassam.
Come se non fossero bastate le migliaia di vittime lasciate giornalmente al suolo negli ultimi anni, Israele ha deciso che la sua risposta ad Hamas deve essere più intensa. Nel giro di soli 22 giorni viene scatenata sulla striscia un'azione senza precedenti. Ad essere colpiti non sono soltanto obiettivi militari, ma l'operazione in sè è intesa a produrre vittime civili e a creare maggior terrore nella popolazione in vista di future espulsioni.
Nella sola giornata del 27 dicembre vengono uccisi più di 300 palestinesi. Nei giorni a seguire niente viene risparmiato: strutture del governo della striscia, università, scuole, abitazioni e depositi alimentari dell'Onu vengono fatti saltare in aria.
Mentre i rabbini militari incitano alla guerra santa per l'espulsione dei "gentili" dalla Terra Promessa, sulla popolazione di Gaza vengono testate nuove armi di produzione israeliana e statunitense. Bombe al fosforo bianco e proiettili al tungsteno producono ferite e piaghe spaventose.
Il numero di vittime civili decolla mentre Israele, sostenuto incondizionatamente da USA, Canada ed Europa, se ne frega della risoluzione Onu che impone un immediato cessate il fuoco.
Solo la sera del 17 di gennaio il governo israeliano fa sapere di aver raggiunto gli obiettivi prefissatisi con l'apertura delle ostilità, e dunque dichiara conclusa l'operazione militare. Cessano dunque i bombardamenti e le incursioni, ma l'esercito non viene ritirato finchè "non cesserà il lancio di ordigni dalla striscia di Gaza".
Il bilancio complessivo delle vittime parla di 1.203 palestinesi uccisi, di cui 410 bambini, di 5.300 feriti e 80.000 sfollati. Da parte israeliana si contano 13 morti e meno di 200 feriti.


pc 27 dicembre - A CHI SEMINA ILLUSIONI, PER ORA UN SANO VAFFAN.., POI IL SANO VENTO DELLA RIVOLTA LI SPAZZERA' VIA!

Abolire i trattati europei per riprendersi...
La sanità, come le pensioni, la scuola, i servizi pubblici dello stato sociale, sono il bancomat che il governo utilizza per le proprie manovre economiche, sotto gli ordini dell'unione europea trasmessi attraverso i trattati europei. L'effetto dei tagli in sanità è sotto gli occhi di tutti : pronto soccorso intasati, liste di attesa senza fine, posti letto sempre piu' rari, territorio senza servizi sanitari adeguati, tickets alle stelle e sempre piu' invasivi. Tutto questo sta portando alla mancata garanzia dei lea (livelli essenziali di assistenza), vale a dire : governo e regioni non garantiscono piu' il diritto all'assistenza e alla salute, neanche a quei livelli minimi che loro stessi hanno fissato. Sono riusciti ad inventare una nuova condizione sociale: la poverta' sanitaria, vale a dire che milioni di cittadini rinunciano a curarsi e ad assumere farmaci per grave mancanza di reddito, sia esso da pensione o da lavoro. Alle regioni vengono imposti ulteriori tagli ai finanziamenti del servizio sanitario regionale che si aggiungono a quelli già precedentemente operati. Bisogna dire basta con i finti piani di rientro che sono solo tagli a servizi e prestazioni, quello che e' indispensabile e' un piano di investimenti in personale, strutture, tecnologia, servizi per un accesso alle cure dignitoso, efficace, tempestivo, gratuito in un sistema sanitario pubblico. La nuova possibilità di curarsi all'estero, la Schengen sanitaria, chiaramente riservata a chi ha i mezzi e le possibilità di poterlo fare e che esclude la malattie croniche, mette i nostri ospedali in concorrenza con quelli degli altri paesi europei. la mancanza di risorse e di investimenti metterà sempre più in difficoltà gli ospedali italiani e diverranno buoni solo per un welfare dei poveri, assistenza agli indigenti come carità, senza diritti. Ancora una volta l'Unione Europea costruisce gli strumenti per la distruzione del benessere sociale a favore delle politiche economiche. L'Unione Europea non può addossarci solo oneri, sottraendoci diritti, dignità e risorse economiche spingendoci sull'orlo, sempre più vicino, della povertà di massa che divora già paesi come la grecia e che da noi viene nascosta nelle rilevazioni statistiche dimenticando che dietro quei numeri ci sono uomini, donne e bambini che ogni giorno incontrano più fatica a vivere. Rivendichiamo il diritto a decidere sui trattati europei che sono lo strumento di governo che la commissione europea utilizza per tenere prigionieri i paesi dell'ue, chiediamo un referendum come in altri paesi si è tenuto per riprendere nelle nostre mani il nostro futuro.
Firma la petizione per i referendum contro i trattati europei. Potete farlo sia online sia ai banchetti
Ross@, movimento anticapitalista e libertario




giovedì 26 dicembre 2013

pc 26 dicembre - ONORE ALLA MEGLIO GIOVENTU' DELLA RESISTENZA PARTIGIANA

Addio a Lino Pedroni il partigiano Modroz
Ore: 17:42 | mercoledì, 25 dicembre 2013
Grave lutto per la nostra città e in particolar modo per i partigiani bresciani. La sera della vigilia di Natale è morto Lino Pedroni, 85 anni. Pedroni, a molti noto come il partigiano Modroz, presidente onorario dell'Anpi di Brescia.
Dall'impegno sindacale a quello politico, Pedroni ha vissuto credendo fermamente nei valori della Resistenza, quella vissuta direttamente sui monti nei mesi precedenti alla Liberazione. Appena 16enne, Pedroni si unì alla 122esima Brigata Garibaldi combattendo in Valtrompia nei giorni della ritirata tedesca.


Lino Pedroni aveva sedici anni, ma sembrava più grande, forse per l’altezza e la corporatura forte, forse per lo sguardo ora lampeggiante e imperioso, ora tenebroso. Aveva fondato il Fronte della Gioventù del suo istituto: spargevano chiodi a tre punte dove passavano i camion tedeschi, cambiavano la segnaletica per fargli sbagliare strada, ma fu una beffa orchestrata nei confronti di chi voleva arruolare gli studenti per la Repubblica di Salò a far finire il suo nome sulla scrivania del questore: la città divenne per lui l’anticamera della galera. La montagna l’unica via di fuga. Il vice comandante Bruno lo prese in consegna, per farlo diventare uomo, oltre che partigiano. Gli diedero il nome di battaglia, “Modroz”, e fu mandato a tendere imboscate ai camion carichi d’armi o a sequestrare le liste di coscrizione, irrompendo negli uffici comunali: “Mani in alto, contro il muro, fuori le liste!”. Lino imparò anche come comportarsi quando era di guardia: con il binocolo, in vetta e nei posti meno accessibili, doveva imprimersi bene negli occhi il paesaggio, fino a poter indicare un punto a occhi chiusi. E fare sempre attenzione a quanto comunicavano le donne a valle, con le lenzuola messe a stendere sull’erba. Un lenzuolo significava pattuglia fascista, due una squadra, tre o più un rastrellamento. I cacciatori gli insegnarono a capire dal volo degli uccelli se c’era qualcuno. Di notte invece imparò ad ascoltare i latrati dei cani legati alla catena: se erano isolati non c’era pericolo, ma se si susseguivano di cascina in cascina, voleva dire che passava gente e c’era da stare in campana. In brigata cominciò anche a masticare parole che non aveva mai sentito: si parlava di libertà, di democrazia, di poveri che non dovevano più essere poveri, di guerre che dovevano scomparire dalla faccia della terra. Ma Bruno diceva che per essere liberi tutti, e uguali, si doveva prima abbattere il fascismo. Erano sul Sonclino quando Radio Londra annunciò la liberazione di Bologna e Firenze, c’era grande eccitazione, odore di vittoria. Invece arrivò l’ultimo colpo di coda dei fascisti, super armati e numerosi. I partigiani, appiattiti contro gli spuntoni di roccia e in piccoli avallamenti, resistevano dalle sei del mattino quando l’incendio, appiccato per stanarli, li attanagliò. Decisero di ritirarsi, prima che i fascisti chiudessero il cerchio. Uno solo era caduto in combattimento: il vice comandante Bruno. Il migliore di tutti. All’altezza della fiducia che ispirava. Lino lo aveva visto morire davanti a sé, crivellato da una mitraglia. Un dolore atroce. Era anche un amico, oltre che un maestro. Inseguiti dai tonfi di mortaio, Lino, con la bandiera della 122^ brigata d’assalto Garibaldi ripiegata sotto la camicia e altri sette superstiti, si portarono al passo della Cavata. Poi in Vaghezza, per cercare di riorganizzarsi. I nazifascisti ne catturarono sedici. Otto furono fucilati sul posto: i loro corpi, abbandonati a terra, furono trovati dalle donne di Fontana, salite a prendere la legna. Gli altri brutalmente torturati prima di essere uccisi. Anche Cesare, un quattordicenne: lo trovarono sbudellato e senza occhi. Lino pianse a dirotto, perché lo avevano affidato a lui. Un lavoro sporco, da brigate nere di Idro, quelle che non facevano mai prigionieri. L’insurrezione generale era nell’aria: qualcuno salì per annunciare che i tedeschi si stavano ritirando, i partigiani scesero e trovarono la piazza di Bovegno gremita di bandiere e di insorti armati di fucili da caccia. Un uomo col fazzoletto tricolore al collo incaricò Lino di piazzarsi sulla strada e fermare tutti quelli che volevano uscire o entrare. Brandendo il mitra, lui li bloccava, finché quelli del CLN li prendevano in consegna per l’interrogatorio. Poi, con otto partigiani e una decina di insorti, scese a Tavernole, dove occuparono il presidio tedesco precipitosamente abbandonato. Il magazzino delle vettovaglie conteneva un vero ben di dio. Verso sera una pioggia fitta batteva la valle. Lino era di guardia al cimitero da cui si dominava per un lungo tratto la strada per Brescia. Fradicio fino alle ossa. Quel che era rimasto della brigata si era appena ricompattato quando arrivò un camion di tedeschi, che si misero a sparare all’impazzata. Li catturano tutti. Il comandante Tito li voleva mettere al muro. Il prete, parandosi davanti a loro e agitando le braccia, supplicava i partigiani: “Salvateli! Il Signore premia i misericordiosi”. Tito esitava, ma alla fine, con qualche imprecazione, fece rinchiudere i nazisti nella scuola. Il viaggio vittorioso proseguì. Avanzando, l’esercito di insorti diventava sempre più folto. Di tedeschi ormai neppure l’ombra. Verso mezzogiorno arrivarono a Porta Trento, accolti da cecchini che sparavano all’impazzata. I partigiani dovevano avanzare rasente i muri, dall’una e dall’altra parte della strada. Le donne uscivano per offrire uova, zucchero, dolci. Abbracciavano Lino e lo baciavano, gli accarezzavano i capelli lunghi e arruffati, la giacchetta lacera, il rosso fazzoletto sbrindellato: lui si commosse fino alle lacrime. Ma non aveva tempo per intenerirsi troppo, perché altri cecchini stavano tirando dal tetto della Poliambulanza e dal campanile della chiesa. Risposero al fuoco. Poi salirono sul campanile per stanarli. Erano anche loro sei ragazzi, educati al sangue e al delitto. Forse avrebbero potuto essere bravi figlioli. Ora però erano bestie grondanti sangue: bisognava ucciderli per salvare altre vite. Il pomeriggio corse a Rodengo Saiano, dove le SS italiane e tedesche avevano fatto martellare le loro mitragliatrici contro undici ragazzi, a villa Fenaroli. La loro, ormai, più che cattiveria era paura. Però chi le dà secche, dovrebbe sapere che se gira il vento le prenderà secche: Lino pensò che questa volta sarebbe toccato ai nazifascisti la raggelante sensazione di avere occhi e fucili omicidi puntati addosso con libidine. Il loro comandante, zoppicante per la gamba con una placca di ferro, tentò di svignarsela. Ma venne preso e giustiziato.  “Ripulita la zona” – mormorò Lino, tra sé. Il volto adolescente solcato dalle prime rughe della durezza della lotta. Era asciutto, amaro, duro come un ragazzo diventato uomo troppo in fretta. La guerra aveva indirizzato i giovani verso la spietata necessità delle armi. Selvaggia come selvaggi erano stati gli ultimi venti mesi. Lino sospirò di stanchezza e di pace. Quale mondo stava per nascere, ora che era tutto finito? Gli sarebbe mancato lo stare insieme e parlare di cause giuste, sentirsi una sola cosa, mangiare lo stesso pane, volersi bene. Decise che avrebbe dedicato il resto della sua vita alla causa della giustizia, della libertà e dell’antifascismo. Sull’aria di Gorizia, cantò tra sé la canzone che la sera intonavano davanti al fuoco del Buco. Sul Sonclino, poco prima della tragica battaglia:    
 I tedeschi ci chiaman banditi, i fascisti ci dicon ribelli,
noi invece siam tutti fratelli, che l’Italia vogliam liberar.

pc 26 dicembre - I BARBARI "PADANI" SONO SEMPRE PIU' ASSETATI DI POLTRONE E SANGUE...

E' ORA DI SPAZZARLI VIA!
Via agli accorpamenti nella sanità lombarda: 30 milioni da investire
Sotto l’albero, approvato nella giunta prenatalizia, la Regione piazza il riordino dei reparti ad alta specialità: diciassette. Con un risparmio tra i 25 e i 30 milioni di euro che per il 35% resterà negli stessi ospedali per altre attività e per il 65% andrà a potenziare i 141 reparti superstiti che dovranno lavorare di più
Milano, 21 dicembre 2013 - Sotto l’albero, approvato nella giunta prenatalizia, la Regione piazza il riordino dei reparti ad alta specialità: diciassette (5 emodinamiche e chirurgie vascolari, 3 toraciche, 2 cardio e neurochirurgie) che non raggiungono il numero minimo d’interventi, da maggio, saranno chiusi o meglio riconvertiti. Con un risparmio tra i 25 e i 30 milioni di euro che per il 35% resterà negli stessi ospedali per altre attività e per il 65% andrà a potenziare i 141 reparti superstiti che dovranno lavorare di più. Attesi da mesi e dopo lunghe trattative con le Asl che li hanno decisi, i tagli riguardano 7 reparti pubblici e 10 privati. Spariscono le Cardiochirurgie del Policlinico di Milano e della Multimedica di Sesto, che perde anche Neurochirurgia al pari della Casa di cura Igea; le Chirurgie vascolari del Buzzi e degli Istituti Gaetano Pini e Galeazzi, le toraciche degli Istituti Città Studi e Sant’Ambrogio; l’Emodinamica dei presidi di Sesto San Giovanni, Garbagnate, Cernusco e Predabissi; la Chirurgia toracica della Casa di cura privata-Policlinico di Monza, la vascolare e l’Emodinamica dell’Istituto Città di Brescia e la vascolare dell’Istituto Mater Domini di Varese.
Il taglio dei reparti sottoutilizzati è nel pacchetto di provvedimenti deliberati ieri in materia sanità. Sul fronte investimenti, nel 2014 crescono dell’8% (cioè di 58 milioni) le risorse per i farmaci innovativi, 65 milioni saranno messi a bando per sostituzione di tecnologie e progetti di efficienza e di riconversione di piccoli ospedali in presidi territoriali (un passo verso la riforma della rete lombarda), 160 milioni saranno destinati a piani di edilizia sanitaria (sicurezza e completamento). Intanto ieri la Giunta ha stanziato 51,5 milioni per le riqualificazioni degli Spedali Civili di Brescia (15 milioni), del Niguarda (27,5) e del San Carlo di Milano (9, che si aggiungono ad altri 38 deliberati nelle ultime settimane). Ed ha autorizzato altre 415 assunzioni a tempo indeterminato (149 dirigenti, in prevalenza medici, di cui 22 responsabili di strutture complesse, e 266 lavoratori del “comparto”, soprattutto infermieri), che portano a 1858 il totale delle stabilizzazioni nel 2013: più di quelle dell’anno scorso.
giulia.bonezzi@ilgiorno.net

 DURANTE LE FESTE. Manca sangue L'appello dei centri «Venite a donare»
Redazione - Mar, 24/12/2013 - 07:13
La città che si svuota, gli eccessi alimentari che tengono lontani i donatori dall'appuntamento con i centri trasfusionali per non sentirsi «sgridare» per le impennate del colesterolo: da sempre il ponte di Natale è un momento critico per l'approvvigionamento del sangue necessario al sistema sanitario milanese.
Per questo un appello ad una mobilitazione straordinaria è stato lanciato dai vertici di diverse associazioni di donatori. Il dg di Avis Milano Sergio Casartelli ha invitato «tutti quelli che lo possono fare, a dare una mano in questo periodo». «Siamo sempre aperti, tranne il giorno di Natale, a Santo Stefano e il primo dell'anno», ha detto durante un incontro nella sede Avis di Lambrate con il presidente della Regione Roberto Maroni. Casartelli ha poi riferito che il numero dei donatori tra la sede Avis e il punto di donazione del Niguarda nel 2013 sono aumentati di circa un migliaio rispetto al 2012. Un dato positivo che va però a compensare la netta diminuzione delle donazioni nelle aziende raccolte con l'unità mobile. «Con la chiusura di molte imprese e i lavoratori in cassa integrazione queste donazioni, normalmente 4000 all'anno, sono dimezzate».


pc 26 dicembre - manifestazione contro i Cie e contro il Pd

Venerdì 27 dicembre, ore 12.00, manifestazione sotto alla sede nazionale del PD in via Sant'Andrea delle Fratte a Roma PER CHIUDERE CIE E CARA E CANCELLARE LA BOSSI – FINI SENZA TORNARE ALLA TURCO - NAPOLITANO Mentre siamo in procinto di attraversare uno dei natali più precari della nostra recente storia esplodono, in forma clamorosa, le proteste e le rivolte dei migranti e dei rifugiati nei CIE e nei CARA di tutta Italia. Dopo le vergognose immagini giunte da Lampedusa con i richiedenti asilo sottoposti a trattamenti visti soltanto nei lager nazisti e la rivolta dei rifugiati a Mineo, ora è la volta di Ponte Galeria dove i migranti stanno dando vita ad una estrema forma di protesta: 9 di loro hanno la bocca cucita (altri 4 sono stati espulsi), mentre circa 40 persone rifiutano il cibo, altri le cure mediche, altri tentano il suicidio. Non sopportano le tremende condizioni di sopravvivenza nella reclusione a cui vengono costretti; non sopportano più, soprattutto, di essere detenuti senza aver commesso alcun reato, per aver scelto di cercare nel nostro paese ed in questa “democratica Europa” un presente ed un futuro migliore. Cos'altro deve accadere per far capire a questa classe politica meschina e corrotta che è ora di cambiare veramente le cose? Il fallimento delle politiche securitarie e di segregazione dei migranti è sotto gli occhi di tutti e di tutte. Quanti migranti ancora devono essere seppelliti nei nostri mari prima che vengano buttati giù i muri di questa Europa fortezza? Quanti migranti devono essere ingiustamente reclusi e sottoposti a trattamenti disumani prima che questi lager vengano definitivamente chiusi? Quanti miliardi di euro devono essere ancora sperperati per garantire un sistema che ha come unico scopo quello di far arricchire le solite associazioni e/o cooperative compiacenti e soprattutto rendere i migranti – non cittadini - ultimo anello della catena della precarietà sia nel lavoro che nella vita? Signori di governo e di partito, non serviranno le vostre false lacrime ed i vostri stupidi proclami a fermare la rabbia e la dignità di chi vuole rompere queste becere catene. Non riuscirete a piegare le lotte dei migranti e dei rifugiati dentro e fuori le mura e le cancellate dei CARA e dei CIE. Non riuscirete ad abbagliare e fermare un movimento che sa bene chi sono i responsabili di tutto questo. Il problema è la legge Bossi – Fini, certo, ma anche legge Turco – Napolitano. I governi di centro – destra hanno pesantemente peggiorato un sistema legiferato e costruito dai governi di centro – sinistra. Non si chiamavano CIE ma CPT, ma queste galere costruite per ingabbiare le vite migranti di tanti uomini e di tante donne le hanno realizzate proprio loro. Così come il ricatto di agganciare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro. Per queste ragioni, individuiamo nel PD il vero responsabile di ciò che sta accadendo. Questo partito garante solo degli interessi particolari e forti di chi vuole continuare a sfruttare persone e territori, di chi vuole perseverare, nel nome dell'austerità, a rinchiudere e a cancellare diritti per difendere i privilegi di pochi. Noi non abbiamo più intenzione di aspettare. Vogliamo una legge organica che garantisca il diritto all'asilo. Vogliamo cancellare la Bossi – Fini senza tornare alla Turco – Napolitano. Vogliamo che vengano immediatamente e definitivamente chiusi CIE e CARA. Vogliamo che venga cancellato qualsiasi legame fra il permesso di soggiorno ed il contratto di lavoro. Vogliamo lo IUS SOLI come la possibilità di giungere legalmente e di circolare liberamente in Italia ed in Europa. Vogliamo che venga garantito il diritto all'accoglienza e parità di diritti fra migranti ed autoctoni. Parità di diritti, per andare avanti e conquistare con le nostre lotte, unite e meticce, un presente ed un futuro diversi. Per questo invitiamo tutti e tutte, a vivere questo periodo natalizio come momento di lotta e di riscatto sociale e quindi a manifestare con noi sotto la sede nazionale del Partito Democratico. L'appuntamento è per venerdì 27 Dicembre alle ore 12.00 in via Sant'Andrea delle Fratte nel centro di Roma. Portate un cartello, uno striscione, rendete visibile quello che pensate di questi signori. Di fronte a quello che sta accadendo non possiamo rimanere in silenzio. Movimenti per il Diritto all'Abitare – Reti Antirazziste Romane

pc 26 dicembre - Turchia: il governo traballa, scontri a Istanbul

Turchia: il governo traballa, scontri a Istanbul • Giovedì, 26 Dicembre 2013 11:02 • Marco Santopadre • 29 Ieri tre ministri tra i più importanti del governo di Recep Tayyip Erdogan avevano rassegnato le proprie dimissioni dal governo, mettendo in evidenza le forti difficoltà del settore dell’Akp guidato dal premier. Che ancora nella giornata di ieri ha realizzato il già annunciato rimpasto di governo, sostituendo ben 10 esponenti dell’esecutivo, compresi i tre dimissionari perché coinvolti direttamente nella maxioperazione contro la corruzione scattata il 17 dicembre scorso e che ha portato a numerosi arresti. Erdogan ha quindi sostituito i ministri dimissionari con Efkan Ala (agli Interni), Nihat Zeybekç (all’Economia) e Idris Gulluce (all’Ambiente) ma ha rimpiazzato anche i titolari di altri dicasteri di peso come quello della Giustizia, dei Trasporti, della Famiglia e degli Affari europei. Quest'ultimo, Egemen Bagis, era stato del resto citato dalla stampa tra le persone coinvolte nella 'tangentopoli' che ha travolto l'esecutivo anche se per il momento non sarebbe indagato dalla magistratura. Ma il rimpasto di governo di ieri, insieme alla pesante purga che ha colpito la polizia – 500 i dirigenti, gli ufficiali e gli agenti rimossi in una settimana – potrebbero non bastare a salvare il ‘sultano’, contestato dalle piazze e ora assediato dalle inchieste che prendono di mira il vastissimo grado di clientelismo e corruzione che ha rappresentato finora la fortuna di Erdogan permettendone l’ascesa ai massimi livelli del potere in Turchia. Secondo alcune indiscrezioni la magistratura sarebbe infatti sul punto di ordinare una seconda maxiretata e questa volta a finire in manette potrebbero essere i suoi figli e non più solo quelli dei suoi ministri. Come ai tempi delle grandi manifestazioni popolari della scorsa estate il premier continua ad accusare un non meglio specificato “complotto straniero contro la volontà nazionale” e se l’è anche presa con alcuni ambasciatori stranieri presenti ad Ankara che tramerebbero “contro la grandezza della Turchia”, ma anche in questo caso senza fare nomi. In realtà tutti sanno che dietro gli arresti e le difficoltà che potrebbero dinamitare il futuro politico del ‘sultano’ c’è un pezzo consistente delle classi dirigenti dello stesso partito liberal-islamista spaccato in almeno due correnti, una delle quali capitanata dagli uomini del potente Fethullah Gulen che dagli Stati Uniti prepara il ricambio ai vertici dell’Akp. La faida interna al Partito della Giustizia e del Progresso ha avuto l’effetto di rivitalizzare le proteste popolari che la mancanza di coordinamento delle opposizioni e la pesantissima repressione dei mesi scorsi avevano in parte soffocato. Già nei giorni scorsi a migliaia erano scesi in piazza in tutto il paese, e poi a decine di migliaia domenica scorsa a Kadikoy, quartiere asiatico di Istanbul, chiedendo a gran voce le dimissioni dell’esecutivo e sventolando scatole di scarpe come quelle trovate piene di banconote nei domicili di alcuni dei ‘vip’ arrestati per corruzione. Ieri di nuovo le città turche si sono popolate di dimostrazioni di protesta. Parecchie migliaia di persone sono scese in piazza in diversi quartieri di Istanbul per chiedere le dimissioni del primo ministro. La polizia ha attaccato i dimostranti di nuovo a Kadikoy, come era avvenuto domenica, con lacrimogeni e idranti, ma scontri ci sono stati anche a Besiktas, popolare e combattivo quartiere nella zona europea della metropoli sul Bosforo. Alle fine degli scontri si sono registrati anche alcuni arresti. Proteste sono state organizzate anche nella capitale, ad Izmir, a Eskisehir, a Kocaeli, a Denizli, Mersin, Mugla e in altre località minori. In molti casi le manifestazioni hanno preso di mira proprio le sedi del partito di governo, rispondendo all’appello di alcuni dei partiti dell’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, ma anche di comitati spontanei di quartiere nati dopo la rivolta di Gezi Park dell’estate scorsa. Per domani alle 19 intanto un coordinamento di realtà sociali nato l’estate scorsa ai tempi della lotta per la difesa del Gezi Park dalla speculazione edilizia ha convocato una grande manifestazione nella proibitissima Piazza Taksim, con lo slogan "Basta corruzione, repressione e saccheggio". Ultima modifica il Giovedì, 26 Dicembre 2013 11:08

pc 26 dicembre - Ilva di Taranto: Nicki Vendola incriminato per l'inquinamento: "Ho agito per amore…"

E pensa se gli voleva male! Vendola si deve dimettere! In attesa della giustizia vera, quella proletaria...

La corruzione a tutti i livelli, e soprattutto ai livelli più alti della politica e dei padroni, è un tratto distintivo del capitalismo, tanto che per l'indignazione c'è chi si è inventato il "Barometro della Corruzione" (http://www.transparency.it/) e in tutti i paesi un giorno sì e uno no si varano "leggi contro la corruzione" che però non hanno alcun effetto sulla realtà…

Riportiamo dal sole 24 ore del 24 dicembre 2013

Concussione aggravata in concorso, è l'accusa che la Procura fa a Vendola e che gli è stata formalmente contestata con l'avviso di conclusione delle indagini speditogli il 30 ottobre. Da allora, Vendola è ufficialmente indagato insieme ad altre 50 persone nell'inchiesta sul disastro ambientale dell'Ilva di Taranto. Vendola, per i pm, avrebbe anche paventato a Giorgio Assennato, direttore generale dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa), la possibilità di non essere riconfermato nell'incarico se non avesse cambiato rotta verso l'azienda ma, soprattutto, se non avesse attenuato la sua inflessibilità e intransigenza nei controlli.

Definisce subito "un dovere e un'impellenza morale" spiegare e chiarire a pm della Procura di Taranto il suo rapporto con l'Ilva. E poi aggiunge e sottolinea: "Non ho mai fatto nulla di male, non c'é niente di cui debba vergognarmi, ho agito solo per amore di Taranto". Le 22 dell'antivigilia di Natale sono passate da un pezzo e il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, esce dalla caserma della Guardia di Finanza di Taranto dopo un interrogatorio a cui i pm, guidati dal procuratore capo Franco Sebastio, lo hanno sottoposto per oltre sei ore. Un interrogatorio lungo, nel quale l'attenzione dei magistrati si é focalizzata sulle azioni del governatore nel periodo giugno 2010-marzo 2011.

A Vendola, i pm contestano telefonate, intercettazioni, incontri, ma soprattutto quello che ai Riva, proprietari dell'azienda, riferisce uno dei personaggi chiave di quest'inchiesta: l'ex consulente dell'Ilva, nonché longa manus degli stessi Riva nella politica e nelle istituzioni locali, Girolamo Archinà, per il quale c'è anche l'accusa di associazione a delinquere finalizzata ai reati ambientali.
Nelle sue tante telefonate, Archinà parla infatti di Vendola infastidito e scocciato per l'approccio che l'Arpa e Assennato hanno nei confronti dell'Ilva. Ma Vendola ai pm nega le accuse. Dice, invece, che la sua giunta è quella che ha tenuto la schiena dritta nei confronti dell'Ilva, tanto da aver varato tre leggi regionali nel giro di qualche anno - diossina, benzoapirene e Valutazione del danno sanitario -, nonché fornito all'Arpa strumenti, risorse e personale che prima che non aveva.

Anche Assennato, rivendica il governatore, l'ho scelto io come direttore dell'Arpa per la sua dirittura morale e per il suo valore di esperto. E la telefonata con Archinà in cui Vendola ride del fatto che proprio Archinà, facendo scudo a Emilio Riva, prima ha strappato il microfono dalla mani di un giornalista di una tv di Taranto, e poi impedito che lo stesso giornalista intervistasse sui morti di tumori l'allora presidente dell'Ilva? Come nelle scorse settimane, Vendola ribadisce di aver già chiesto scusa per quell'episodio ma ne chiarisce la portata: si era in una fase delicata con l'azienda, nella quale, oltre ai problemi ambientali, bisognava anche discutere della ricollocazione al lavoro di alcune decine di precari sui quali l'Ilva faceva resistenza ad assumerli. "Ho sempre difeso la salute dei cittadini e dei lavoratori e i posti di lavoro" dice Vendola ai pm.

E su Assennato mai una pressione, mai un'interferenza. Cose che peraltro Assennato ha negato quando i finanzieri lo hanno interrogato tempo addietro, ma i pm non gli hanno creduto, tant'è che lo hanno indagato per favoreggiamento verso Vendola. Mentre il governatore parla e riempie pagine di verbale, proprio Assennato è a pochi metri da lui, in un'altra stanza della caserma della Finanza, interrogato da un altro pm al quale poi il direttore dell'Arpa consegnerà una memoria.

È molto tardi quando si chiude uno degli interrogatori forse più importanti dell'inchiesta Ilva, considerato che molti imputati hanno rinunciato a farsi interrogare oppure hanno preferito inviare ai pm le loro difese. Adesso tocca ai pm rileggersi il lungo verbale con Vendola, confrontarlo con gli elementi raccolti dalla Procura, e poi decidere se chiedere o meno al giudice delle udienze preliminari il rinvio a giudizio per il governatore della Regione Puglia.

pc 26 dicembre - viva il 120° anniversario della nascita di mao-tse-tung! 26 dicembre 1893-26 dicembre 2013

Come Yu kung rimosse le montagne
11 giugno 1945

(Discorso di chiusura pronunciato da Mao al VII Congresso nazionale del Partito comunista cinese in Mao Tse Tung - Opere - Newton Compton Editori)

Il nostro congresso si è svolto con grande successo. Abbiamo fatto tre cose: primo, abbiamo definito la linea del Partito, cioè mobilitare senza riserve le masse, accrescere le forze popolari per potere, sotto la guida del nostro Partito, sconfiggere gli aggressori giapponesi, liberare tutto il popolo ed edificare una Cina di nuova democrazia. Secondo. abbiamo approvato il nuovo statuto del Partito. Terzo, abbiamo eletto l'organo dirigente del Partito - Il Comitato centrale. Da oggi in poi, il nostro compito è guidare tutto il Partito ad attuare la sua linea. Il nostro è stato il congresso della vittoria, il congresso dell'unità. I delegati hanno espresso opinioni molto buone sulle tre relazioni. Molti compagni hanno fatto un'autocritica; partendo dal desiderio dell'unità, l'hanno raggiunta attraverso l'autocritica. Questo congresso è un esempio di unità, autocritica e democrazia nel Partito.

Dopo il congresso, molti compagni faranno ritorno ai loro posti di lavoro e ai vari fronti di combattimento. Ovunque vadano, devono diffondere la linea del congresso e, attraverso i membri del Partito, illustrarla alle masse nel modo più ampio.

Diffondendo questa linea, il nostro scopo è fare in modo che tutto il Partito e tutto il popolo acquistino la certezza nel trionfo della rivoluzione. Dobbiamo in primo luogo elevare la coscienza politica dell'avanguardia perché sia risoluta, non tema i sacrifici e sormonti ogni difficoltà per raggiungere la vittoria. Ma ciò non basta; dobbiamo anche risvegliare la coscienza politica delle larghe masse popolari di tutto il paese perché volontariamente combattano insieme con noi per riportare la vittoria. Occorre infondere in tutto il popolo la certezza che la Cina appartiene al popolo cinese, non ai reazionari. Una antica favola cinese, intitolata Come Yu Kung rimosse le montagne, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come il "vecchio sciocco delle montagne del nord". La sua casa guardava a sud e davanti alla porta due grandi montagne, Taihang e Wangwu, gli sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare con l'aiuto dei figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il "vecchio savio", quando li vide all'opera scoppiò in una risata e disse: "Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi". Yu Kung rispose: "Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così le generazioni si susseguiranno all'infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?" Dopo aver così ribattuto l'opinione sbagliata del vecchio savio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l'altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due esseri immortali che portarono via le montagne sulle spalle (1). Oggi due grandi montagne opprimono con tutto il loro peso il popolo cinese: una è l'imperialismo, l'altra il feudalesimo. Il Partito comunista cinese ha deciso già da tempo di spianare queste due montagne. Dobbiamo essere perseveranti e lavorare senza tregua, e noi pure commuoveremo il Cielo, e questo Cielo non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?

Ieri, in una conversazione con due americani in procinto di fare ritorno negli Stati Uniti, ho detto che il governo degli Stati Uniti vorrebbe distruggerci, ma noi non lo permetteremo. Ci opponiamo alla politica del governo americano di appoggio a Chiang Kai-shek e di opposizione al Partito comunista. Ma dobbiamo fare una distinzione, in primo luogo, tra il popolo e il governo degli Stati Uniti; in secondo luogo, all'interno del governo americano, tra coloro che determinano la politica e i semplici funzionari. Ho detto a questi due americani: "Riferite a coloro che nel vostro governo dettano la politica, che a voi americani proibiamo di entrare nelle nostre zone liberate perché la vostra è una politica che sostiene Chiang Kai-shek e si oppone al Partito comunista, e noi non ci fidiamo di voi. Se la vostra venuta ha attinenza con la lotta contro il Giappone, potrete venire nelle zone liberate, ma prima dovremo raggiungere un accordo. Non vi permetteremo di andare in giro di nascosto. Dal momento che Patrick J. Hurley si è pubblicamente dichiarato contrario alla collaborazione con il Partito comunista cinese (2), perché volete ancora venire a gironzolare nelle nostre zone liberate?"

La politica del governo americano di appoggio a Chiang Kai-shek e di opposizione al Partito comunista dimostra il grado di frenesia dei reazionari americani. Ma tutti i tentativi della reazione cinese e straniera per impedire la vittoria del nostro popolo sono condannati al fallimento. Nel mondo di oggi, le forze democratiche costituiscono la corrente principale, mentre la reazione che agisce contro la democrazia non è che una controcorrente. La controcorrente reazionaria tenta ora di superare la corrente principale dell'indipendenza nazionale e della democrazia popolare, ma essa non diventerà mai la corrente principale. Oggi, come ha sottolineato Stalin molto tempo fa, nel vecchio mondo esistono ancora tre grandi contraddizioni: la prima è la contraddizione tra proletariato e borghesia nei paesi imperialisti; la seconda è la contraddizione tra le varie potenze imperialiste; la terza è la contraddizione tra i paesi coloniali e semicoloniali e le metropoli imperialistiche (3). Queste tre contraddizioni non solo continuano a esistere, ma si sono acutizzate ed estese. A causa della loro presenza e del loro sviluppo, verrà il giorno in cui la controcorrente reazionaria antisovietica, anticomunista e antidemocratica ancora esistente sarà spazzata via.

In questo momento in Cina si svolgono due congressi: il VI Congresso nazionale del Kuomintang e il VII Congresso nazionale del Partito comunista cinese. Gli scopi di questi congressi sono diametralmente opposti: l'uno vuole liquidare il Partito comunista e le altre forze democratiche cinesi, facendo così precipitare la Cina nelle tenebre; l'altro vuole abbattere l'imperialismo giapponese e i suoi lacchè, le forze feudali cinesi, ed edificare una Cina di nuova democrazia, portando così il paese verso la luce. Queste due linee sono in conflitto fra loro. Siamo fermamente convinti che il popolo cinese, sotto la guida del Partito comunista e della linea tracciata dal nostro VII Congresso, conquisterà la completa vittoria, mentre la linea controrivoluzionaria del Kuomintang sarà inevitabilmente sconfitta.

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NOTE
1 La leggenda di Yu Kung che rimosse le montagne è contenuta nel Lieh Tzu.
2 Patrick J. Hurley, politicante reazionario del Partito repubblicano degli Stati Uniti. Alla fine del 1944 fu nominato ambasciatore americano in Cina. Nel novembre 1945, fu costretto a dare le dimissioni perché il suo appoggio alla politica anticomunista di Chiang Kai-shek provocò la ferma opposizione del popolo cinese. La sua aperta dichiarazione contro la cooperazione con il Partito comunista cinese fu fatta a Washington il 2 aprile 1945 nel corso di una conferenza stampa indetta dal Dipartimento di Stato.

3 J. V. Stalin: Principi del leninismo, parte I: "Le radici storiche del leninismo".

mercoledì 25 dicembre 2013

pc 25 dicembre: NOI NON DIMENTICHIAMO, NE PERDONIAMO

25 Dicembre 1996: la strage di Natale
Nella notte tra il 25 e il 26 Dicembre del 1996 un battello con a bordo centinaia di uomini e donne provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka affonda a poche miglia dalle coste italiane, nei pressi di Portopalo di Capo Passero, la punta più a Sud della Sicilia. Le vittime di quella che viene ricordata come ‘La strage di Natale’ sono 283; è la più grande tragedia navale nel Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. L’imbarcazione ‘Yohan’, capitanata dal libanese Youssef El Hallal, era partita dal porto del Cairo con a bordo quasi 500 persone, costrette a sborsare un migliaio di euro a testa per il viaggio della speranza e a giorni interi di attesa nel porto prima della partenza, per poi essere stipate nella stiva con scarse quantità di cibo ed acqua. Durante il tragitto la Yohan rimane bloccata in mezzo al mare; viene chiesto l’intervento di un’altra imbarcazione in partenza da Malta (una F714, nave della marina inglese in pessime condizioni risalente al 1944). All’arrivo della F714 centinaia di persone della Yohan, esasperate dall’attesa e da giorni di viaggio, vi si riversano sopra; durante l’operazione, però, nel vecchio battello inglese si apre una falla nello scafo di cui nessuno sembra accorgersi. La F714 prosegue il suo viaggio verso le coste siciliane continuando ad imbarcare acqua, mentre dalla stiva centinaia di persone con l’acqua ormai alla gola battono disperate le mani sul ponte chiedendo di uscire. La Yohan torna indietro per portare soccorso ma il mare è burrascoso e le due imbarcazioni si scontrano; la F714, vecchia, danneggiata e sovraccarica, si spezza e affonda. Si salvano solo una trentina di persone, tra cui il comandante Sheik Thourab. Per i sopravvissuti, però, la tragedia non è finita: vengono tutti portati in Grecia, segregati e costretti al silenzio; una parte di essi riesce a fuggire e a denunciare l’accaduto alla polizia che però non crede alla loro versione e li arresta perché clandestini. Nei giorni successivi molti cadaveri giungono sulle coste siciliane, ma nessun pescatore denuncia l’accaduto per timore di sequestri delle imbarcazioni e blocchi della pesca; il 4 Gennaio un’agenzia di stampa fa trapelare quanto dichiarato dai sopravvissuti reclusi in Grecia ma le autorità italiane accolgono la notizia con grande scetticismo e decidono che è meglio che tutta la storia continui a rimanere sotto silenzio. La strage di Natale rimane a lungo sconosciuta, fino a quando, nel 2001, una indagine internazionale portata avanti con fatica e le pressioni dei familiari delle vittime riescono a mostrare le immagini del relitto della F714 e dei numerosi scheletri ancora imprigionati al suo interno. L’indagine mette inoltre in luce l’esistenza di un ramificato sistema di mercificazione quotidiana della disperazione di migliaia di persone; un sistema spesso noto tanto alle autorità dei paesi di provenienza dei migranti quanto a quelle europee. Sheik Thourab e Youssef El Hallal sono stati entrambi condannati solo tra il 2008 e il 2009 dopo più di un decennio di impunità ed assoluzioni.


pc 25 dicembre: CHI SONO I CRIMINALI CHE GESTISCONO IL CARA DI MINEO...

..SONO GLI AMICI DEL GOVERNO, CHE SI DIVIDONO LA TORTA, DALLA LEGA COOP A CL

Guadagnare con i centri d’accoglienza. Lampedusa e Mineo: stessi gestori
Ad amministrare il Cara in provincia di Catania è un raggruppamento temporaneo di imprese vicine a Legacoop, Comunione e Liberazione, ed esponenti vicini al Nuovo centrodestra. Il consorzio Sisifo, oltre ad essere finito nella bufera dopo la diffusione del video shock della disinfestazione trasmesso dal Tg2, ha appena vinto anche l'appalto per Cara di Foggia e amministra anche il Cspa di Cagliari
Ha annunciato in pompa magna che a Lampedusa verrà mandata la Croce Rossa. Ma mentre Angelino Alfano era intento a spiegare che il consorzio Sisifo verrà esautorato dalla gestione del centro di accoglienza lampedusano (controllato tramite la cooperativa Lampedusa Accoglienza), pochi chilometri più a nord si consumava l’ennesimo delitto senza carnefici: Mulue aveva 21 anni, era eritreo e da maggio attendeva nel Cara di Mineo di ricevere lo status di rifugiato politico. Status che non arriverà mai perché pochi giorni fa Mulue ha deciso di togliersi la vita. Un suicidio anonimo, senza telecamere e titoli sui giornali. Perché se a Lampedusa il video dei migranti disinfettati con l’idrante ha gettato nella bufera i gestori del centro di accoglienza, a Mineo le cose procedono invece senza troppo clamore, malgrado i gestori siano gli stessi.
È un centro importante quello di Mineo, forse tra i più grandi d’Europa: è nato in poche ore il 18 marzo del 2011 quando durante le rivolte in nord Africa venne dichiarato lo stato d’emergenza dal governo Berlusconi. Ed è in questo lembo di terra in provincia di Catania, settantamila ettari tra alberi di arance e limoni, che il Ministero pensò bene di allestire il centro per richiedenti asilo. C’erano già 403 appartamenti costruiti quattordici anni prima dalla Pizzarotti e Co. di Parma per essere affittati alle famiglie dei militari statunitensi, di stanza nella vicina Sigonella. Solo che nel 2010 i militari americano decidono di lasciare le villette di Mineo. Poco male, perché poco dopo arriva il Ministero a salvare la Pizzarotti con un indennizzo da sei milioni di euro all’anno: in quel complesso nasce quindi il centro per richiedenti asilo più grande d’Europa.
Ad amministrare il centro in provincia di Catania, c’è un raggruppamento temporaneo di imprese guidato dalla stessa Sisifo, che oltre ad essere finita nella bufera per la gestione del centro di Lampedusa, ha appena vinto anche l’appalto per Cara di Foggia e amministra il Cspa (Centro di soccorso e prima accoglienza) di Cagliari. È un raggruppamento bipartisan quello che ha in mano il Cara di Mineo: oltre a Sisifo, che aderisce alla Legacoop, c’è anche la Cascina Social Service, che si occupa di fornire i pasti ai migranti ed è legatissima a Comunione e Liberazione. Oltre a cattolici e Legacoop, però, hanno trovato rappresentanza nella gestione del Cara di Mineo anche ambienti di centrodestra: fino all’anno scorso il responsabile del centro era il presidente della provincia di Catania Giuseppe Castiglione, poi eletto deputato nelle fila del Pdl, e oggi luogotenente di Alfano e del Nuovo centrodestra in Sicilia.
L’ombra del ministro dell’Interno nella gestione del Cara Mineo si allunga però fino a oggi, dato che dopo il commissariamento delle province siciliane, l’ente attuatore del Cara è diventato il consorzio Calatino Terra di Accoglienza che raggruppa i comuni della zona. La poltrona di presidente del consorzio però non ha cambiato proprietario: in sella è rimasto fino a pochi mesi fa Castiglione, oggi sottosegretario all’Agricoltura del Nuovo Centrocestra. A sostituirlo un altro militante del nuovo partito di Alfano, Anna Aloisi, neo eletta sindaco di Mineo e segnalata più volte nei pressi del Centro d’accoglienza (con cui collaborava da avvocato) in campagna elettorale.
Al Cara di Mineo lavorano infatti più di 250 persone: numeri importanti in tempi di elezioni amministrative in un comune che conta cinquemila abitanti. Ma non solo: sono circa quattromila gli ospiti registrati mediamente ogni giorno nel Cara siciliano. Dovrebbero soggiornare poche settimane in attesa di ricevere asilo politico: così non è, dato che le lungaggini burocratiche protraggono la permanenza dei richiedenti nel centro. E di riflesso si allunga anche il contributo che lo Stato elargisce ai gestori di Mineo: 36 euro quotidiane per ogni migrante, per un totale di 144mila euro al giorno, e più di 40 milioni ogni anno. Un vero e proprio affare, con entrate fisse e sicure, che fa del Cara in provincia di Catania l’azienda principale della zona, tra le più ricche dell’intera Sicilia, dove un bilancio a sette zeri è una vera rarità.
Twitter: @pipitone87


pc 25 dicembre: LA CHIESA SI PRENDE "CURA" DELLE LAVORATRICI E "SALVAGUARDA" LA LORO SALUTE MANDANDOLE A CASA

Santa Tecla d'Este (Pd): la curia licenzia 99 lavoratrici della sanità
La Fondazione ecclesiastica S. Tecla di ESTE (PD) che gestisce l’omonimo Istituto Geriatrico, ha dato seguito alla dichiarazione di esubero di personale, licenziando 99 lavoratrici. Nonostante un finanziamento regionale di 5 milioni di euro, la Fondazione tira in ballo presunte "difficoltà economiche" a giustificazione dei licenziamenti; difficoltà che qualora esistenti non sarebbero certo da imputare alle lavoratrici - viste le numerose illegittimità nell'applicazione del contratto di lavoro -, ma piuttosto alle acrobazie finanziarie cui ormai il mondo religioso ci ha abituato nella gestione delle strutture sanitarie!
Le lettere di licenziamento, arrivate al termine di un'infuocata assemblea nella quale i lavoratori hanno respinto  l'ipotesi indegna di un contratto di solidarietà proposto da CGIL, CISL e UIL, hanno quindi anche l'amaro gusto di una ritorsione nei confronti di quanti non intendono abbassare la testa.
Numerose le iniziative messe in campo dall'USB: dall'indizione dello stato d'agitazione alla protesta dei lavoratori licenziati alla messa natalizia delle ore undici nel Duomo di Santa Tecla; altre ne seguiranno nei prossimi giorni, fino allo sciopero proclamato per il giorno 7 gennaio 2014.
In conseguenza dell’indizione dello stato di agitazione, una delegazione dell’USB sarà ricevuta dal Prefetto di Padova il giorno 27 dicembre, in un estremo tentativo di ricomporre la situazione prima dello sciopero. In questa occasione, si terrà un presidio davanti alla sede prefettizia.
“Proporremo l’unica ricetta possibile per risolvere la situazione: che l’Istituto torni ad essere una struttura pubblica che si occupi della salute dei cittadini senza altre logiche che non siano quelle della tutela della salute  e dell’assistenza" dichiara Daniela Rottoli del Coordinamento Nazionale USB.
"Non bisogna infatti mai dimenticare che, prima di essere una Fondazione, l’Istituto era una II.PP.A.B., ovvero un soggetto pubblico. Oggi, soprattutto dopo i licenziamenti, di questa logica non rimane traccia rimanendo evidente solo la faccia più feroce dell’attuale gestione amministrativa sempre più simile, più che al "dettato cristiano", alla logica delle multinazionali del profitto” prosegue Rottoli.
"Noi siamo quelli del San Raffaele di Milano, quelli che hanno vinto un referendum rigettando l'ipotesi dello scambio tra salario e posto di lavoro e come allora non molleremo e rimarremo a fianco delle lavoratrici del Santa Tecla contrastando, con tutti i mezzi a nostra disposizione, l'ennesimo piano di ristrutturazione sulla pelle dei lavoratori" conclude la sindacalista.


pc 25 dicembre - VIGILIA DI NATALE IN TERRASANTA: IL SIONISMO ASSASSINO CONTINUA NEL MASSACRO

Bombardamento su Gaza, uccisa una bambina di 4 anni
  • Mercoledì, 25 Dicembre 2013 10:26
  • Redazione Contropiano
Si chiamava Hala Abu Sbeikha: è una bambina palestinese di soli 4 anni una delle due vittime del bombardamento di ieri da parte dell’aviazione israeliana sulla Striscia di Gaza. 
E’ stata colpita dalle bombe nel campo profughi di Maghazi durante uno dei sei attacchi ordinati dalle autorità di Tel Aviv dopo la morte di un beduino, impiegato come manovale presso il Ministero della difesa, ucciso da un palestinese a poca distanza dal confine con la Striscia mentre lavorava alla manutenzione della recinzione danneggiata dalle inondazioni di due settimane fa.
Immediatamente il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato la rappresaglia contro la popolazione civile di Gaza. Iinsieme ai caccia che bombardavano dall’alto, sono entrati in azione anche cannoni e carri armati. L’altra vittima dei raid di Israele è un ragazzo, un agricoltore di 18 anni, ucciso da colpi sparati dall’esercito occupante nella zona di Beit Lahiya, a nord di Gaza City.
Nel corso dell'attacco aereo sarebbero stati colpiti anche alcuni campi di addestramento di Hamas e della Jihad Islamica e altre 9 persone sono rimaste ferite, tra queste un fratellino e la madre della bambina uccisa.
 


pc 25 dicembre - a proposito della Scuola Quadri... l'intervento di una compagna

Il senso della Scuola Quadri che come compagne e compagni di proletari comunisti -Pcm Italia abbiamo iniziato a partire da questa estate è quello di creare o meglio provare a creare quel collegamento tra le avanguardie in formazione e le masse oppresse per guidarle/dirigerle nella lotta rivoluzionaria contro la classe dominante... le idee dominanti sono le idee della classe dominante, ci insegna K. Marx, l'ideologia/cultura borghese ci imbottisce la testa delle idee dominanti della classe dominante appunto e colpisce anche chi si crede “LIBERO E PENSANTE”, ma libero di che??? Pensante di cosa???

Alla S. Q. di Marina di Massa di questa estate è stato detto “... Noi abbiamo cominciato con un giornale AGIT PROP ... nel numero 1 scrivevamo piacerebbe ai borghesi grandi e piccoli, ai gran commis dello Stato e ai poliziotti, ai burocrati dei sindacati e dei partiti, che tutti i compagni fossero impegnati a trastullarsi con “la crisi del marxismo, “la fine dei miti”, “il ritorno al privato”... Noi scegliamo di lavorare per la ripresa e affermazione di una tendenza comunista rivoluzionaria...”

Dai testi che abbiamo letto e studiato prima della Scuola Quadri “Il Manifesto “di Marx, “Stato e Rivoluzione” di Lenin abbiamo appreso e iniziato a fare nostre le esperienze dei nostri maestri e a capire che questi testi sono da considerare come istruzioni per l'uso, rivoluzionario, come relazionarci con il quotidiano attuale in cui siamo immersi?
Come ARMI DA COMBATTIMENTO nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse

La partecipazione alla Scuola Quadri è un arricchimento della conoscenza dei fondamentali, delle basi del marxismo-leninismo-maoismo, per metterle al servizio della lotta di classe, ha caricato i compagni partecipanti nel modo giusto di entusiasmo da trasmettere come una forza che ci ritroviamo dentro, sia per la conoscenza acquisita sia per la volontà che abbiamo di sradicare questo sistema marcio dentro, certo il quotidiano ci potrebbe far vedere che la nostra volontà non basti e potrebbe spingerci in forme di pessimismo vedendo il tutto come una grande sconfitta... ma Marx nella ”Critica al programma di Gotha” descrive abbastanza chiaramente questo sistema che devasta tutto “... Ai nostri giorni ogni cosa sembra portare in sé stessa la sua contraddizione... le nuove fonti di ricchezza si trasformano per una strana magia in fondi di miseria, le conquiste della scienza sembrano ottenute al prezzo della loro stessa natura, sembra che l'uomo nella misura in cui assoggetta la natura, si assoggetti ad altri uomini o alla propria abitazione. Persino la pura luce della scienza sembra poter risplendere soltanto sullo sfondo tenebroso dell'ignoranza. Tutte le nostre scoperte, tutto il nostro progresso sembrano far sì che le forze materiali acquistino vita spirituale istupidita... sappiamo che le forze nuove della società, per giungere al giusto risultato, hanno bisogno di uomini nuovi che divengano le loro guide - e questo sono gli operai...”

I comunisti, scrive Stalin nei Principi del Leninismo, devono avere lo slancio rivoluzionario russo da un lato e il senso pratico degli americani dall'altro.

Abbiamo bisogno come avanguardie in formazione di conoscenza teorica rivoluzionaria per valorizzare in nostro da farsi, un'arma di lotta che dobbiamo verificare nella nostra pratica.
Quindi andare tra le masse, parlare con esse e non solo riguardo le loro condizioni immediate ma per allargare la loro visuale e la loro conoscenza.

Mao scrive “un partito non può guidare un grande movimento rivoluzionario fino alla vittoria, se non conosce la storia, se non comprende a fondo il movimento nella sua realtà effettiva...”

Ritengo la formazione delle avanguardie in crescita parte importante per la costruzione del Partito comunista rivoluzionario di tipo nuovo e a sua volta per la formazione delle masse o parte di esse, operazione che nel nostro quotidiano già abbiamo iniziato fare.


Ce.

pc 25 dicembre - A proposito di 40enni: il caso del Faraone siciliano reazionario salito sul carro del vincitore...

Mi ricordo di Davide Faraone, tra le file di ciò che era rimasto del vecchio PCI... partito del quale non rinnego la storia, evoluzione a parte!

Giovane prorompente e in gran parte di rottura con i vecchi schemi, per qualche tempo mi divenne pure simpatico, ma certo allora non avrei immaginato i futuri percorsi!
L’ho visto poi contrapporsi nelle elezioni “primarie farsa” del PD palermitano, a Ferrandelli, Monastra e Borsellino e benché il nuovo non lo vedessi da nessuna parte, il simpatico Davide mi sapeva già di vecchio.
Adesso leggendo quest’articolo di Nino Sunseri, apparso sul Giornale di Sicilia, L’INTERVISTA A DAVIDE FARAONE, il cui titolo “PER I NUOVI ASSUNTI – CONTRATTI PIU’ FLESSIBILI” mi da già il voltastomaco, noto che il salto sul carro del vincitore Renzi alla guida del PD lo hanno fatto davvero i rottamatori siculi Davide e Fabrizio (perché anche il buon Ferrandelli – acqua e sapone – non ha resistito).

Non è certo delusione perchè da proletario comunista quale ritengo di essere, mai potrei incrociare la sua (loro) strada con la mia ma... è giusto che i palermitani sappiano.
Un personaggio che viene nominato responsabile del Welfare del PD da un politico ambiguo (perché ambiguo?!... meglio berlusconoide) come Matteo Renzi non è certo una garanzia per i tanti (forse troppi) palermitani che soggiogati da certe promesse gli hanno creduto.

Potrei portare decine di esempi ma la “legge” purtroppo mi reprime perché le confidenze fattemi da “amici” su presunte promesse di lavoro, non sono prove e una certa vecchia mentalità sicula non mi da la possibilità di ricevere solidarietà e testimonianze a proposito... come diceva mio padre “ CURNUTI E VASTUNATI”: non testimonierebbero mai e mai direbbero di essere stati presi per i fondelli dal buon Davide.

D’altronde il PD non è l’erede del vecchio PCI nemmeno di quello che si rifà a Togliatti 2 – Berlinguer (non oso parlare del PCI di Gramsci); come eredi non sono le finte “associazioni” di sinistra revisioniste e accomodanti come Rif.com. e chi più ne ha più ne metta. Il pd è un partito che nel migliore dei casi può configurarsi nell'Obamaismo e la sinistra italiana è solo l’insalatina di questo piatto poco gustoso.

Dobbiamo concludere, ricordando al Signor Davide Faraone che se per lui "l’articolo 18 non è più centrale nel mercato del lavoro..."  per le masse NON E’ CENTRALE L’ESISTENZA DEL SUO PARTITO e neanche di tutto ciò che gli gira attorno. Ripeteremo ad alta voce e nelle piazze (è sicuramente un inglesismo) ONE SOLUTION – REVOLUTION!

un compagno del circolo di palermo

pc 25 dicembre - Letta e la generazione dei quarantenni...

QUARANTENNI DI OGGI E DI IERI
Il presidente del Consiglio dei ministri è il sedicente democratico Padre Enrico Letta: nato a Pisa il 20 agosto 1966, laureato in scienze politiche con indirizzo politico-internazionale, ha ben quarantasette anni.
Il segretario del Partito (sedicente) Democratico, invece, è Don Matteo Renzi: nato a Firenze l’11 gennaio 1975, laureato in giurisprudenza, ha ben trentotto anni.
Ambedue questi ecclesiasti prestati alla politica appartengono quindi alla generazione dei quarantenni: in forza di questo pretenderebbero di prendere in mano le sorti dell’Italia poiché sostengono essere arrivato il momento del ricambio generazionale.
Da buon militante, da sempre, comunista sono molto preoccupato: non perché i due personaggi in questione c’entrino qualcosa con la storia della sinistra italiana, ma in quanto di ‘svolta dei quarantenni’ - pur se da un punto di osservazione esterno - ne ho già vissuta una.
Si tratta di quella che alla metà degli anni ottanta ha portato alla direzione del partito revisionista i quarantenni di allora: Achille Occhetto, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino, presero il potere e decretarono la fine del partito; lo sciolsero e diedero vita al Partito Democratico della Sinistra.
Se fossi un militante del Partito (sedicente) Democratico, e provenissi da quell’esperienza, sarei fortemente preoccupato: quando alla stanza dei bottoni accede la ‘generazione dei quarantenni’, accade sempre qualcosa di rovinoso; occorre prepararsi all’ennesimo scivolamento a destra da parte della formazione di via Sant’Andrea delle Fratte 16.
Chissà se, a quel punto, i pochi socialdemocratici rimasti nella formazione guidata dall’Henry Winkler de noantri avranno uno scatto d’orgoglio: forse manderanno a quel paese i servi dello Stato straniero denominato Città del Vaticano per dare vita ad una credibile formazione di centrosinistra che in questo momento - checché ne dicano i dirigenti sedicenti democratici - non esiste.
Genova, 25 dicembre 2013

Stefano Ghio - Proletari Comunisti Genova

martedì 24 dicembre 2013

pc 24 dicembre - la barbarie dei CIE/CARA LAGER: a MINEO le donne immigrate costrette a prostituirsi

A fronte delle più che ipocrite parole di chi ci governa, dal presidente Napolitano, a Letta, ad Alfano, a Renzi... che solo dopo la denuncia di un migrante siriano nel CIE di Lampedusa sulle condizioni da bestie riservate ai migranti rinchiusi da mesi hanno "aperto gli occhi" e hanno gridato allo scandalo, all'orrore... CONTINUA AD EMERGERE L'IMMANE VERGOGNA DEI CIE/CARA IMPOSTI DAL MODERNO FASCISMO E RAZZISMO CHE AVANZA DELLA BORGHESIA AL POTERE, MODERNI LAGER CHE PER LE DONNE IMMIGRATE  SIGNIFICANO ANCHE DOPPIA, TRIPLA VIOLENZA...

CHIUSURA IMMEDIATA DI TUTTI I CIE/CARA LAGER
LIBERTA' PER TUTTI GLI IMMIGRATI
RIBELLARSI E' GIUSTO E NECESSARIO!

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LA VERGOGNA AL CARA DI MINEO: “COSTRETTE A PROSTITUIRSI PER CINQUE EURO” (Alessandra Ziniti)


La denuncia di un operatore della Comunità di Sant’Egidio che lavora nel centro: “Il giro gestito da dipendenti della struttura con la complicità di alcuni migranti”
Cinque euro le somale, dieci le eritree, tredici le nigeriane. Il tariffario della prostituzione gira di bocca in bocca al centro richiedenti asilo, al bar, in mensa, negli uffici. Insieme alla “classifica” delle ragazze, giovani, giovanissime, molte anche minorenni.
«Lo sanno tutti, compresi i mediatori culturali e la direzione, si girano dall’altra parte e fanno finta di non vedere. Qui dentro c’è un giro di prostituzione spaventoso e gli operatori del Cara sono i primi a “beneficiarne” in tutti i sensi. Dentro e fuori, perché oltre che nelle stanze del villaggio, poi molte ragazze le vediamo ferme in attesa di clienti in strada, sulla Catania-Gela, a poche centinaia di metri dal centro. È davvero una vergogna che queste ragazze vengano sfruttate, umiliate per pochi spicciolie nessuno faccia niente».
Chi parla è uno degli operatori della Comunità di Sant’Egidio che al Cara di Mineo (4000 ospiti gestiti dal Consorzio calatino Terre di Accoglienza) lavora ormai da tempo, che con quelle ragazze (anche loro come tutti gli altri costrette a rimanere al centro per mesi e mesi in attesa dell’esito dell’istruttoria sulla richiesta di asilo) cerca di costruire un percorso di integrazione. «Noi di Sant’Egidio siamo dentro al fianco di questi migranti e li ospitiamo anche fuori nelle nostre sedi. Adesso stiamo preparando per loro il pranzo di Natale, sempre che non le facciano “lavorare” anche quel giorno…».
Raccontano che al Residence degli Aranci, nelle 400 villette a schiera di prefabbricato, ormai le ragazze “lavorino” ad ogni ora, incuranti di tutto, probabilmente costrette da una mini-organizzazione “mista”, formata da migranti delle etnie più violente, Mali, Ghana, Nigeria e da alcuni spregiudicati tra i circa 600 operatori del Cara. «È imbarazzante — racconta l’esponente di Sant’Egidio — per onesti padri di famiglia o per studenti universitari che vengono qui a lavorare vedersi quotidianamente “offrire” delle ragazze per pochi euro. E ancor di più ascoltare in diretta, attraverso le pareti di cartongesso dei prefabbricati, i rumori degli incontri. Ed è umiliante ascoltare al bar o in mensa le “imprese” di chi è appena andato con una o con l’altra, sempre più spesso ragazzine anche di 15 o 16 anni».
Già l’anno scorso, la Procura di Caltagirone aveva aperto un’inchiesta su un giro di prostituzione all’interno del Cara di Mineo dove, per altro, continuano ad avvenire un numero spropositato di aborti. «Ma nell’ultimo mese — dice l’operatore — questo orribile “mercato” di donne sembra essersi moltiplicato. E tra i miei “colleghi” c’è persino chi pretende da queste ragazze delle prestazioni sessuali gratis in cambio di un lavoro ad ore come domestica procuratole fuori da parenti o amici. D’altra parte, ormai da tempo il livello socio-culturale di chi lavora al centro ha raggiunto i suoi livelli minimi. I posti di lavoro al Cara sono diventati merce di scambio politica e si fanno contratti anche per sole 14 ore, con il risultato che qui entra anche chi non ha alcuna preparazione per assistere i richiedenti asilo».
Prostituzione ma non solo. Perché al Villaggio degli Aranci ci sarebbe anche chi lucra affittando stanze a migranti che non avrebbero diritto a starvi o a chi ha già ricevuto lo status di rifugiato e non ha dove andare. «Qui vige la legge del più forte. Tra i richiedenti asilo c’è chi, con la violenza, è in grado di dire ad un altro ospite: “Questa stanza mi serve, vai a cercarti un altro posto dove dormire”».

pc 24 dicembre - VUOLE CANDIDARSI PER UN'ALTRO MANDATO. PISAPIA TE NE DEVI ANDARE

Milano chiude un’altra scuola civica. I genitori: “Traditi dal sindaco Pisapia”
“È necessario il rilancio delle scuole secondarie paritarie civiche, diurne e serali”. A citare il programma elettorale di Giuliano Pisapia sono i genitori degli alunni della scuola media Manzoni di Milano, che accusano il sindaco di averli traditi. “Dopo la dismissione iniziata dalla Moratti, la nuova giunta si occuperà della chiusura di un’altra scuola civica”. Una questione di costi, spiega l’amministrazione. “Gli iscritti sono pochi, e l’indirizzo formativo è ampiamente rappresentato da altre scuole presenti in città”, sottolinea l’assessore Francesco Cappelli in un consiglio di zona al quale hanno preso parte genitori e insegnanti della Manzoni. La logica è semplice: vista la scarsità di risorse dichiarata dalle casse comunali, la realtà delle civiche va limitata ai percorsi formativi non coperti dalle scuole statali. Ma i genitori non ci stanno, e ricordano come le domande di iscrizione superino di gran lunga la disponibilità offerta attualmente dall’istituto. “La Manzoni rappresenta un’eccellenza per i programmi dedicati alla disabilità”, dichiarano, “un modello che altrove non esiste, soprattutto nelle statali”. L’assessore ribatte che le competenze dei docenti non andranno disperse, che “potranno essere utilmente impiegate nel contrasto alla dispersione scolastica, nel supporto alla difficoltà di apprendimento, nell’integrazione degli studenti stranieri”. “Chiacchiere e politichese”, secondo alcune delle insegnanti presenti, da sempre impegnate nelle scuole civiche milanesi. “Non mi aspettavo di essere pugnalata alla schiena proprio da Pisapia”, commenta una di loro. “Abbiamo collaborato ai programmi elettorali del sindaco per il rilancio delle civiche”, aggiunge una sua collega, “se il Comune insisterà nella volontà di chiudere la Manzoni, Pisapia rischia di perdere la faccia” 
di Franz Baraggino