mercoledì 4 gennaio 2012

pc 4 gennaio - Partito Combattimento Rivoluzione... appunti sulla presentazione del libro su Lenin curato da Quadrelli

Riportiamo di seguito qualche appunto, essenzialmente dei nostri interventi alla presentazione del libro “Lenin, il pensiero strategico, il partito, il combattimento, la rivoluzione” curato da Emilio Quadrelli che agli inizi di dicembre è stata organizzata a Palermo dal circolo di proletari comunisti e dal Viklab occupato (che qualche giorno fa è stato purtroppo sgomberato dalla polizia).

Naturalmente questi appunti sono i nostri e possono non coincidere con quelli di chi ha partecipato; altri interventi in aggiunta o di aggiustamento potrebbero servire a mantenere aperto il dibattito.

Il libro che raccoglie una serie di scritti di Lenin è diviso in tre parti precedute da una introduzione generale e da una specifica introduzione per ognuna delle parti. Naturalmente il libro offre una miriade di spunti per importanti riflessioni per l’analisi e la lotta da condurre che non si possono esaurire in una serata...

La presentazione dell’iniziativa è stata fatta da un compagno del Laboratorio e da una compagna del circolo che si è soffermata sull’aspetto importante riportato dall’introduzione del libro che è il nesso pratica-teoria-pratica e sulla necessità posta dagli scritti sulle risposte organizzative prendendo ad esempio la rivolta della gioventù di Londra, e l’importanza della teoria in tutto questo.

Il compagno Quadrelli è intervenuto riprendendo l’introduzione generale del libro... soffermandosi su quella che lui chiama la controrivoluzione aperta che dura da 20 anni, e dicendo che questa, che si può considerare una sconfitta per i comunisti è madre di esperienza... perché comunque la storia non è finita come inutilmente provano a dire i borghesi con i loro intellettuali (Fukuyama su tutti) o che si inventano categorie stile “impero” come fa Negri... e infatti, allargando la visuale alla prospettiva internazionale si vede come le masse, in questo contesto generale, rispondono con la lotta; per esempio il 15 ottobre in Italia ha significato qualcosa, o appunto la rivolta di Londra, ma anche le rivolte nei paesi arabi che però mostrano il pericolo della mancata “organizzazione” che lascia spazio, per esempio ai Fratelli musulmani.
Questo “abbandono” da parte di organizzazioni di massa come sindacati e partiti “storici” affetti, non solo loro, da “eurocentrismo” lascia “che le masse si arrangino”. E ci troviamo davanti ad un ciclo di disordini e repressione infiniti. Le Organizzazioni di massa come quella sindacale vengono messe in discussione, in questo contesto ci si chiede se ha senso stare nella Cgil, stare nei sindacati di massa.

In altro punto dell’introduzione, Quadrelli parla della dimensione internazionale della politica, e in riferimento all’analisi leninista della Russia di allora come “anello debole” della catena imperialista (e qui si evidenzia come Lenin proceda costantemente per salti/rotture) e si chiede se oggi può essere considerata la Grecia l’anello debole. Lo scopriremo analizzando, strada facendo, dice, il fatto è che c’è una via internazionale da ricostruire.
Per tornare all’oggi, dice che in Italia è necessaria una analisi della composizione di classe, interrogarsi sulla Forza lavoro (nel suo aspetto anche di esclusione sociale), e sulla fine della centralità operaia, in questo senso la cosa principale rimane la rappresentanza che è da organizzare nuovamente e, infatti Londra, il 15 ottobre a Roma, le banlieues… o rappresentano il vecchio oppure qualcosa da analizzare di nuovo, così come serve una analisi sugli immigrati che storicamente manca. Ma nel nostro paese è necessaria una analisi per quanto riguarda gli italiani: com’è che di fronte a tutto questo e comunque alle ribellioni generali, non si trova la soluzione? E qui la necessità di una nuova analisi generale che non si trova però per esempio nel sito di Uninomade...
E poi ci sono quelli che si soffermano sull’"estetica della politica", che sono "innamorati" del fuoco, ma questa non è la risposta, dice Quadrelli.



Gli interventi del circolo di proletari comunisti si concentrano sull’importanza dell’aspetto internazionale (le contraddizioni inter-imperialistiche sono importanti da capire per combattere l’imperialismo in generale e quello di casa nostra, esempio la differenza tra la Libia e l’Irak, c’è stata convergenza/divergenza tra i vari paesi imperialisti); sempre su questo aspetto è importante l’analisi della composizione di classe internazionale che diventa di importanza strategica internazionale: facendo un parallelismo tra Russia di allora, dove l’accento viene messo sugli operai, ma alleati ai contadini poveri e medi, e la Cina di allora dove in presenza di una classe operaia quasi inesistente rispetto alla Russia, Mao ha puntato sul partito comunista della classe operaia vincendo, e oggi dove contro le stupidaggini del capitalismo cognitivo e lavoro cognitivo è cambiata la divisione internazionale del lavoro, la classe operaia è in ascesa quantitativa in Cina, India e Brasile e resta sempre cuore del sistema, mentre il lavoratore cognitivo italiano come l'ingegnere per esempio lavora per estrarre più plusvalore dall'operaio, vedi Marchionne, il sistema Tmc2 ed Ergouas)...
Altro aspetto riportato nel libro è quello della concettualizzazione del nemico, in questo senso risalta la necessità di combattere il riformismo, e il 15 ottobre per esempio ha prodotto una polarizzazione, mostrando in quel caso il “partito della conciliazione” che deve essere considerato nemico.

Il secondo intervento del Circolo valorizza il lavoro fatto per la realizzazione del libro dicendo che è certamente il risultato di uno sforzo, ma che non “assolve ad una funzione didattica” soltanto come si dice nella presentazione, ma fa parte di una battaglia e si inserisce nel contesto delle “riprese” di Marx, (quasi impossibile quella di Lenin come si dice anche nell’introduzione) e di Mao... “riprese” che la borghesia ripropone periodicamente soprattutto nei momenti di crisi (Marx) o per tentare di spiegarsi l’”innamoramento delle masse popolari” per Mao, come ha detto un intellettuale americano.
L’intervento si è concentrato in particolare su tre punti:
ripresa del concetto di “eurocentrismo” per dire che non si tratta tanto di una questione soggettiva, ma di una posizione di classe da analizzare in senso materialistico perché la sua fondatezza è l’imperialismo, ideologia dominante, che “costringe” a pensare in un certo modo, e per sfuggire a questa “costrizione” non basta il semplice riconoscimento di una situazione internazionale, compreso la novità della globalizzazione, ma che è necessario uno sforzo di internazionalismo concreto; un internazionalismo che va inserito nel contesto vivo e attuale della lotta in corso, e qui per forza, se non si vogliono chiudere gli occhi davanti alla realtà, si deve fare riferimento alle esperienze delle lotte sul piano internazionale e delle guerre popolari in India, Perù, Nepal, Filippine... insomma è necessario un internazionalismo praticato, noi per esempio in primavera saremo in Tunisia...
il grande valore della sconfitta: Lenin ha fatto dell’analisi delle varie sconfitte del movimento un punto di partenza per nuovi sviluppi e salti di qualità nell’azione e in questo senso possiamo dire che i rivoluzionari “vivono di sconfitte” e si preparano per cogliere il momento per l’offensiva finale;
necessità di partire, come dice Lenin, da ciò che c’è sul terreno qui ed ora, le masse popolari che sono presenti e attive, senza la necessità di inventarsi alcun “soggetto rivoluzionario”. E qui ci sono stati alcuni richiami alla scienza della classe, ad Engels (Anthiduring) e ai classici che hanno analizzato la “società capitalistica”, così la definiscono oramai tutti e ciò ha un significato preciso, non abbiamo cambiato sistema sociale, da qui la critica al capitalismo cognitivo, nel senso che non abbiamo bisogno di inventarci nuove categorie (per esempio rispetto al soggetto rivoluzionario), dato che anche i padroni, specialmente in periodo di crisi, parlano più chiaramente e apertamente (parlano di capitalismo e profitti, vedi Marchionne, e attaccano gli operai fin nei secondi della loro vita) chiamando le cose con il loro nome; anche noi dobbiamo chiamare le cose con il loro nome e usare la scienza contro l’attacco dei padroni che hanno mille risorse soprattutto nei paesi imperialisti usando alla grande, per esempio, gli ammortizzatori sociali pensando anche alla possibilità di introdurre il salario minimo garantito; e alla loro organizzazione bisogna contrapporre l’organizzazione capace di strappare il potere politico alla borghesia; a questo serve la costruzione del partito in un paese imperialista, cosa difficile ma necessaria.

E a proposito di partito torna Lenin e il leninismo: ma chi continua ad usare questi termini oggi?
Marxisti: quelli che si definiscono tali sono quasi sempre passati dall'altra parte della barricata;
Marxisti Leninisti: quelli che si definiscono così, diciamo, per essere buoni, che sono perlomeno “imbalsamati”;
Marxisti Leninisti Maoisti: quelli che si definiscono tali in generale sono gli unici che fanno vivere il nome di Lenin applicandone quei principi e insegnamenti che vengono riportati nel libro, portando avanti la guerra popolare o preparandola o facendone il proprio punto di riferimento.

E infine il compagno ha ripreso alcuni riferimenti di Quadrelli all’ “estetica della politica” e ai “fuochi”, dicendo che anche l’“estetica” è utile e i “fuochi” servono e soprattutto nei paesi imperialisti dove il peso del riformismo è schiacciante e c’è una “pace sociale” imposta... il fuoco serve spesso a risvegliare le coscienze, d’altronde nella mitologia è un dio, Prometeo, che lottando contro il dio più potente di tutti, dona il fuoco agli uomini...

Quadrelli interviene e conclude riprendendo una cosa sulla quale non era d'accordo: nell'intervento del compagno del circolo si parlava degli ammortizzatori sociali (e l’introduzione del salario minimo garantito) come arma della borghesia, dicendo di avere forti dubbi che in questa congiuntura lo Stato realmente abbia la possibilità di utilizzare gli ammortizzatori sociali, come il salario minimo garantito, per prevenire rivolte.

La serata è stata considerata positiva da tutti i partecipanti, nonostante all’inizio ci fosse qualche problema audio che non ha permesso di seguire al meglio soprattutto l’introduzione di Quadrelli, il quale ha affermato che nella presentazione fatta a Roma il numero dei partecipanti era più o meno lo stesso, mentre in altre città ci sono state meno presenze. Utilissimo il dibattito che è necessario continui…

martedì 3 gennaio 2012

pc 4 gennaio - 10,100,100 gite NOTAV

il pd si dimostra più realista del re nel sostegno alla tav, ma in particolare allo stato di occupazione militare e il governo stanno facendo in val susa nel tentativo di isolare un movimento popolare tra i più importanti del nostro paese: quello dei no tav.
allora eccolo in prima fila ha tacciare di ideologici gli insegnanti e studenti che coscientemente si sono schierati in solidarietà a questo movimento e contro 


Gita al cantiere Tav: Esposito (Pd)

scrive a Trescore per visita alternativa

  

Anche a dicembre tensione alta per la Tav

Stefano Esposito, deputato del Pd e grande sostenitore della Torino-Lione, propone una visita alternativa al cantiere della Tav in Valsusa alle scolaresche bergamasche che nei giorni scorsi sono state portate in gita al cantiere. Obiettivo, far conoscere agli studenti anche il punto di vista degli agenti di polizia e degli operai che vi lavorano.

In una lettera inviata al preside del Liceo «Lorenzo Federici» di Trescore Balneario, Elio Manzoni, Esposito si offre di finanziare di tasca propria l'iniziativa. Lo spunto per la proposta nasce da un augurio natalizio che uno degli insegnanti che ha accompagnato la scolaresca in gita al cantiere ha inviato a un sito No Tav.

«Mi ero voluto convincere - scrive Esposito nella lettera - della buona fede sua e degli insegnanti protagonisti della visita al cantiere di Chiomonte» e che «quanto avvenuto in occasione della visita fosse conseguenza di un'inesatta e superficiale conoscenza degli eventi», con insegnanti che «ignorassero l'esistenza di un'ordinanza prefettizia né fossero informati sui curricula degli esponenti No Tav che si erano offerti come guida».

Ma «è evidente - aggiunge - che non di incidente si è trattato, bensì di una deliberata iniziativa ideologica di appoggio e sostegno al movimento No Tav». «Nel ribadirle il giudizio sulla gravità dell'accaduto - conclude la lettera - voglio comunicarle la mia disponibilità ad organizzare, a mie spese, una "gita" degli insegnanti e degli studenti al cantiere di Chiomonte, dove potranno incontrare e dialogare con gli agenti che presidiano il sito, con gli operai impegnati nei lavori, e con i rappresentanti delle istituzioni». 

pc 3 gennaio - un documento da napoli - utile per la discussione della fase - proletari comunisti lo commenterà nei prossimi giorni


. Il mondo “nuovo”: dal corporativismo al neocorporativismo
2. Gli ultimi mesi: dalla crisi estiva al Governo Monti
3. La “rivoluzione passiva” e la democrazia a fondo
4. Il programma Monti e cosa succederà
5. Che fare? Guardiamoci il nostro

Il mister Monti ha parlato per la prima volta alla Camera venerdì scorso: “il nostro è un compito già quasi impossibile, ma ci riusciremo”. Come ogni buon allenatore ha galvanizzato con un po’ di rischio spettatori e giocatori, poi, per fugare ogni dubbio su chi riuscirà nella sfida, ha aggiunto: prenderemo “nel breve periodo, decisioni non facili, non gradevoli verso i nostri concittadini”. Quali sarebbero queste decisioni Monti lo aveva chiarito il giorno prima al Senato, parlando di rigore, di sacrifici, di attuazione severa delle manovre, di riforma dei contratti e degli ammortizzatori sociali… Così, ecco apparire lampante la partita dei prossimi mesi e le squadre che si fronteggeranno: da un lato un governo espressione della frazione di capitale più grande e della parte della borghesia più “europea”, sostenuto da tutte o quasi le forze politiche; dall’altro la stragrande maggioranza della popolazione, studenti, lavoratori, disoccupati, subalterni e “ceti medi” impoveriti, a cui il nuovo Governo dice: per uscire da questa crisi vi estorceremo denaro e diritti ma sarà per il vostro bene. E ce la faremo!
Ce la faranno? Be’, a sentire il plauso unanime della curva mediatica, soprattutto quella “sinistra”, a vedere l’assenza di qualsiasi opposizione, la stanchezza e la devastazione sociale che c’è intorno a noi, la mancanza di schemi e progetti credibili, la pochezza sia quantitativa che qualitativa della mobilitazione, ci sarebbe da pensare che sì, purtroppo ce la faranno anche stavolta. E quest’altro match se lo aggiudicheranno loro, a tavolino.
Ma forse – se capissimo bene la portata di quello che sta succedendo, se trovassimo il modo di svelare la loro tattica indicandone i punti deboli, se riuscissimo a diffondere alcuni elementi nella coscienza di chi sta pagando questa crisi, che sia studente, lavoratore o disoccupato – potremmo invertire il corso ineluttabile delle cose. Potremmo almeno iniziare a scendere in campo, a costruire quell’opposizione sociale e politica di cui si sente sempre più il bisogno. E pretendere addirittura, in un momento in cui si ridiscute tutto e in cui questo sistema mostra i suoi limiti, di riequilibrare i rapporti fra classi dominanti e subalterni, uscendocene almeno con un pareggio… Non ci credete? Facciamo un passo indietro e cerchiamo di leggere il quadro di insieme, invece di fissarci sui dettagli.



1. Il mondo “nuovo”: dal corporativismo al neocorporativismo. Sebbene la gran parte della popolazione stenti ancora ad accorgersene, perché fra azioni di governo e ripercussioni concrete c’è un po’ di delay, e di tutte le misure previste da luglio è entrato in vigore ben poco, siamo davvero nel pieno di una svolta epocale. La lunga transizione italiana, avviata con la rottura del ’90-’93, è arrivata al suo punto critico. Tutti i provvedimenti messi in cantiere a partire dalla fine della Prima Repubblica (introduzione della “precarietà”, smantellamento delle tutele e dei contratti, riforma delle pensioni, privatizzazioni, federalismo, svendita del pubblico in tutte le sue forme, tagli ai servizi sociali, a scuola e università, alla sanità etc…), vengono ora riproposti in forme ancora più esasperate, con l’obbiettivo di fare dell’Italia un paese “moderno”, ovvero ultra-capitalistico, in cui le uniche logiche che vigano siano quelle del profitto, della merce, del privato.
In pochi mesi ci si vuole liberare così di ogni residua forma di “tutela” che caratterizzava il vecchio sistema corporativo italiano, rimasto sostanzialmente inalterato dall’epoca fascista e intaccato solo dalla grande stagione di lotte 1968-80 che, conquistando spazi di agibilità dentro quella cornice, era riuscita a metterlo in crisi (si pensi come esempio allo Statuto dei lavoratori, alla contrattazione nazionale, alla scala mobile etc). Questo sistema si reggeva su un ampio ceto impiegatizio che garantiva stabilità e voti, un fitto sistema di clientele, grossi sindacati che “controllavano” la forza lavoro, contrattando (sempre più al ribasso) le sue condizioni di vita con Governo e padronato, su una rappresentanza politica più o meno stabile dei gruppi sociali, su una serie di mediazioni sociali che permettevano di redistribuire un minimo di risorse. Questo sistema, se nei decenni della crescita economica ha permesso di contenere anche forti spinte rivoluzionarie, non regge di fronte alle necessità del capitale, che si affermano sempre più imperiose dopo la sconfitta dei movimenti degli anni ’70 e del “socialismo reale”. Approfittando della Caduta del Muro, anche il padronato italiano lancia il suo affondo: in venti anni si verifica un enorme trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. Ma questa strategia di “rilancio” capitalista è di corto respiro, perché cerca di recuperare competitività solo ipersfruttando i lavoratori (soprattutto i giovani e gli immigrati), senza fare ricerca, migliorare le infrastrutture, semplificare la macchina burocratica, amministrativa etc. Nel quadro della competizione internazionale, il sistema italiano resta per la maggior parte poco produttivo, sprecone, inefficiente, basato su ampio ricorso al nero ed all’evasione (usata come vero e proprio strumento di coesione sociale, che aggrava la questione del debito pubblico), e nel primo decennio del duemila l’Italia si conferma un paese stagnante, quasi immobile.
Questi limiti sono avvertiti soprattutto da un pezzo del padronato italiano, non tanto rappresentativo sul piano sociale e quindi elettorale, ma molto significativo dal punto dei vista dei flussi economici, fortemente internazionalizzato e proiettato verso l’Europa per costruire un polo imperialista che possa sostenere l’urto con gli USA, i BRICS etc. Con l’onda lunga della crisi del 2007, vengono alla luce tutti i limiti delle economie più “arretrate” ed anche in Italia si giunge ad una sorta di “resa dei conti”. Così, si pone la necessità di una nuova fase, in cui per rilanciare un ciclo di accumulazione bisogna distruggere capitali, concentrarli, mercificare nuovi ambiti sociali, aumentare l’estrazione di plusvalore, cioè intensificare lo sfruttamento del lavoro. L’affondo padronale si deve inasprire, riducendo al minimo l’intervento statale, levando di mezzo ogni forma di mediazione sociale, tutta quella selva di enti, di apparati istituzionali che in passato servivano a moderare e integrare le spinte dal basso, ogni inutile rivolo in cui si disperde il profitto. Per arrivare a questa meta, al neocorporativismo, ovvero alla compatibilità massima del lavoro al capitale, la frazione della borghesia imperialista ritiene che non ci sia più spazio per tutto ciò che costituisce inefficienza, per le sacche di “arretratezza” che hanno contraddistinto il sistema delle vecchie corporazioni italiane. Così possiamo leggere le iniziative di Marchionne, disposto a rompere con la sua stessa organizzazione di riferimento pur di portare avanti lo scontro, o quelle dei vari Montezemolo, Della Valle, Draghi, Passera etc, che – presentandosi come “tecnici” o membri della “società civile” – cercano di costruire un consenso di massa (necessario per attuare progetti di riforma così pesanti) non più passando attraverso complesse mediazioni con partiti politici che dovrebbero rappresentare gruppi sociali, ma distruggendo ogni forma organizzativa precedente, e ricomponendo le forze intorno alle proprie proposte, che il “politico” deve accettare perché ormai incapace di agire.

2. Gli ultimi mesi: dalla crisi estiva al Governo Monti. Se era dalle prime avvisaglie della crisi che questa frazione della borghesia spingeva per far saltare il tappo del blocco sociale berlusconiano-leghista, fatto di piccoli speculatori, palazzinari, commercianti, imprenditori, evasori etc (si veda ad esempio le “Considerazioni finali” di Draghi del maggio scorso, che di fatto disegnavano già il programma delle riforme a venire, la congiuntura estiva ha permesso definitivamente di scalzare un Governo che aveva sì voti e rappresentanza formale, grazie alla compravendita spudorata dei parlamentari, ma assoluta incapacità d’azione.

Da luglio in poi, messa una pietra sull'affare greco con il default selettivo, l’attenzione dei fondi speculativi inizia a puntare sul nostro paese. Puntano su noi perché qui c’è molto da spolpare (molto più che negli altri PIGS), e perché non cresciamo, siamo un paese fermo da troppi punti di vista. E noi iniziamo a ripercorrere, come se il nastro fosse stato messo indietro e poi fatto ripartire, le stesse tappe della crisi greca, con l’aggravante che ora l'attacco speculativo è rivolto a tutta l'area euro, e si è fatto ben più pesante. Dopo i primi “sondaggi” che determinano subito, nei vari paesi dell’UE, delle risposte di austerity, inizia un continuo logorio, fino all’ultima offensiva, partita – a detta degli stessi economisti borghesi – dall'area anglosassone.
Il Governo Berlusconi all’inizio temporeggia, poi mette in campo una prima manovra, ma non basta: ad inizio agosto ci arriva così una bella lettera dalla BCE che ci dice cosa dobbiamo fare, si tenta una seconda manovra, ma si capisce subito che non sarebbe bastata, infine c’è una terza manovra, per una finanziaria complessiva che oscilla fra i 75 e i 90 miliardi… ma il problema è ancora tutto lì. E non basta affatto il contrappeso della BCE che inizia a comprare i nostri titoli di Stato per arginare le impennate dello spread.
Così a fine ottobre dall’UE ci arriva un vero e proprio ultimatum, e di lì in poi il destino del Governo Berlusconi è segnato. L’ultimo suo gesto sarà il maxi-emendamento, che analizzeremo fra poco, un provvedimento che riesce allo stesso tempo ad essere aggressivo ed inefficace. L’esito della crisi è noto, ed ancora una volta analogo a quello che è successo in Grecia con la nomina di Papademos, economista e vice-presidente della Banca Centrale Europea, messo a capo del Governo dalla troika. L’asse franco-tedesco (ma sarebbe meglio dire: quella componente del capitale francese e tedesca che ha ambizioni continentali, e che intorno a sé riesce a mobilitare strati analoghi della borghesia degli altri paesi dell’UE) impone un suo uomo. Il Presidente Napolitano chiama uno che non sta nemmeno in Parlamento per dirigere il paese insieme ad una squadra di gente sconosciuta e mai votata da nessuno, godendo però del consenso di tutte le forze politiche. È un commissariamento di fatto, per ricomporre velocemente il quadro del padronato intorno a nuovi equilibri. Insomma, senza nemmeno un passaggio “formale” come le elezioni, una frazione della borghesia italiana, con l’appoggio della borghesia europea e facendo leva sullo “stato di emergenza” che questa stessa borghesia ha proclamato, riesce a mettere lì un suo uomo, e si aggiudica pienamente uno degli ultimi round contro il blocco berlusconiano-leghista, che ormai punta solo a “tenere” più posizioni possibili ed a limitare i danni.
Vale la pena di approfondire almeno un attimo questo discorso della “sovranità”, proprio per far capire quanto epocale sia questo passaggio, e con quanta forza quindi ci dobbiamo mobilitare per affrontarlo.


3. La “rivoluzione passiva” e la democrazia a fondo. La storia ci dimostra che ogni crisi, economica o politica, viene sbloccata con atti di decisione anche imperiosi, che “saltano” molti dei passaggi che i tempi normali consentono, e riconfigurano rapidamente il panorama politico e sociale, al punto che la forza che si afferma venga vista come l’unica soluzione possibile per evitare il peggio. In breve tempo la collegialità che contraddistingue le forme di governo liberali viene soppressa, e la sovranità, fino a nuovo ordine, viene accentrata nei luoghi e nei gruppi che sembrano avere più capacità di uscire dallo stallo. Le esigenze della crisi economica hanno, ad esempio, riconfigurato bruscamente i rapporti interni alla UE, cancellando anni e anni di confronti apparentemente egualitari fra i suoi paesi, gerarchizzando la catena del comando verso l’asse franco-tedesco.
Questa logica decisionista, improntata ad un “realismo politico” che non tollera i “tempi morti” del confronto parlamentare e delle altre forme, per quanto ridicole e insufficienti, della “democrazia”, procede spedita da almeno vent’anni. Attraverso la retorica “antiburocratica” e presidenzialista, usando come grimaldello la necessità di “essere veloci”, assistiamo ad un rafforzamento del potere esecutivo, con annesso rafforzamento delle strutture di controllo. Così sempre più spesso la norma viene sospesa a tempo indeterminato, e la sospensione stessa della norma, motivata dall’emergenza, diventa una nuova norma. Come ha scritto Alberto Burgio qualche giorno fa, “il governo delle società e delle economie si allinea agli standard del comando militare. Su quel terreno da sempre la democrazia è una finzione […] Oggi è così ormai anche per l’uso del denaro, per il governo della forza-lavoro, per la gestione della ricchezza sociale [...] Stiamo assistendo – da anni, ma in questi giorni con un’accelerazione micidiale – alla regressione oligarchica delle nostre democrazie”.
D’altronde questa è la “logica di governo delle cose” più propria al capitalismo. Guardate come si era espresso Guy Debord già nell’88: “Una legge generale del funzionamento dello spettacolo integrato, almeno per coloro che ne gestiscono la direzione, è che, in questo ambito, tutto ciò che si può fare deve essere fatto. In altre parole ogni nuovo strumento deve essere utilizzato, a qualsiasi costo […] Questa legge si applica anche ai servizi che proteggono il dominio. Lo strumento messo a punto deve essere usato, e il suo uso rafforzerà le condizioni stesse che favorivano l’uso. I procedimenti d’emergenza diventano così procedure di sempre” (Commentari alla società dello spettacolo, tesi XXIX).
Ora, riconosciamo quello che sta accadendo in quanto è già accaduto, proprio in Italia, ed è stato ben studiato da Gramsci, che ci ha fornito una mirabile descrizione di questi processi. Riflettendo sulle fasi di crisi, Gramsci scrive: “classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il potere [...] Il passaggio delle truppe di molti partiti sotto la bandiera di un partito unico [...] rappresenta la fusione di un intero gruppo sociale sotto un'unica direzione ritenuta la sola capace di risolvere un problema dominante esistenziale e allontanare un pericolo mortale” (Quaderni del carcere, ed. Einaudi, quaderno 13, pp. 1603-4).
È evidente che Gramsci parla di noi, e potremmo impiegare la sua categoria di “rivoluzione passiva” per capire meglio quello che sta succedendo. “Rivoluzione passiva” indica un movimento delle classi dominanti che, per sbloccare una situazione di impasse che potrebbe portarle al tracollo, sono disposte a compiere delle “rotture” che hanno qualcosa di “rivoluzionario” – nella retorica, nelle forme, nello scarto con un passato anche recente – ma sono “passive”, volte cioè a scompaginare ogni tentativo davvero rivoluzionario, a passivizzare le masse, a privarle di ogni iniziativa indipendente. Gramsci pensa come esempio al Risorgimento, alla maniera in cui la storia italiana fu determinata dalle grandi potenze europee (mutatis mutandis quello che sta succedendo ora) e soprattutto al fatto che un “partito”, quello di Cavour, seppe compattare intorno a sé gran parte della destra e della sinistra (tagliando le ali “estreme”), per controllare esiti “sgraditi” del processo unitario, e lo fece anche appoggiandosi alle altre borghesie europee...
In modo un po’ forzato, potremmo dire che quello che sta accadendo ora è una specie di “rivoluzione senza rivoluzione”, resa necessaria sia dal bisogno di “uniformare” il comportamento italiano rispetto alle richieste dei capitalismi più “avanzati” che stanno ridefinendo gerarchicamente l'UE, sia dalla necessità di anticipare e sedare qualsiasi tipo di opposizione delle classi subalterne. Certo, si potrebbe dire che questa opposizione e questo conflitto non ci sono, ma si può altrettanto facilmente obbiettare che “noi”, ovvero l’altra squadra che dovrebbe disputare la partita, non li sappiamo vedere. Chi dirige in questa fase l’economia sa benissimo che la situazione non è affatto rosea: se la Merkel sostiene che ci vuole un decennio per uscire dalla crisi, e nessuno degli economisti borghesi scommette su meno di 4-5 anni, ci si può legittimamente attendere l’emergere di qualche movimento sociale… Fra l’altro un conflitto “dal basso” c'è già in diverse forme, da una prima “resistenza” sotterranea della classe, che si esprime in una sua sostanziale indifferenza rispetto ai meccanismi di comando, ad una fibrillazione che nel mondo del lavoro in Italia è altissima, se non altro perché gli operai, i lavoratori precari, i lavoratori immigrati sono stati portati davvero allo stremo, ed in molti casi hanno ben poco da perdere.
Ma la citazione di Gramsci ci serve anche per sottolineare un altro aspetto del problema. La peculiarità di questa fase, che ricalca molti passaggi della storia italiana (si pensi alla “rivoluzione” fascista, che si instaurò anche usando come leva il disgusto popolare per la democrazia liberale e la polemica contro i parlamentari; o alla già citata fase del '91-'93, in cui la “rivoluzione” berlusconiana/leghista si affermò usando la retorica antipolitica che aveva infiammato le masse durante Tangentopoli),anche nel fatto che gli stessi apparati economici si facciano carico di accogliere, rilanciare e persino rappresentare una serie di “rivendicazioni ideologiche” che in modo confuso provengono dai subalterni. Basta pensare a come sia stato “usato” il discorso anti-casta in questi mesi, e come venga ripreso dallo stesso ceto tecnocratico; si pensi anche al dibattito intorno alla patrimoniale ed alla posizione assunta da Montezemolo, o ai discorsi contro la precarietà dei giovani, battaglia di cui si fanno alfieri Draghi, Della Valle etc.
Insomma, siamo di fronte, come sempre accade in tempo di crisi, ad una simultanea precipitazione di diversi ambiti di vita: economico, sociale, morale, politico. In questo senso è una democrazia, quella italiana, che ha toccato il fondo, o meglio, che ha rivelato il suo fondo: quello di una decisione sempre imposta da chi detiene le chiavi del potere e che, ogni volta che teme che le cose si possano mettere male per lui – per insubordinazione del popolo o per attacco esterno, o più probabilmente per una combinazione delle due cose –, è pronto a scavalcare persino le forme minime della democrazia procedurale.
In questo senso lo Stato si conferma “comitato d’affari della borghesia”, come diceva Marx: solo che ora la borghesia si prende direttamente il posto di Governo ed impone i suoi uomini e provvedimenti. Certo, l'ha sempre fatto: ma basta vedere la lista dei ministri scelti da Monti per capire che non siamo di fronte a “specialisti della politica”, a soggetti semplicemente provenienti dalla classe borghese e quindi partecipi dei suoi interessi e della sua ideologia, meri esecutori di chi nel Paese mira a fare soldi, ma quando leggiamo la biografia di un Passera o di un Profumo, capiamo che sono “intellettuali organici” (cioè pienamente interni e consapevoli della propria provenienza di classe e del proprio ruolo, gente che pensa e progetta come far avanzare gli obbiettivi della propria parte) e veri e propri “militanti” della borghesia, perché sono espressione diretta della sua punta più “avanzata” e “radicale”, quella più attrezzata per combattere la lotta di classe dall’alto. Insomma, non c’è nulla di “tecnico” in questo Governo, la sua tecnica non è affatto neutra.


4. Il programma Monti e cosa succederà. Il paradosso, in tutto questo, è che nemmeno tali misure estreme, questa forma di “fascismo democratico” (che ha come suo supplemento sia il fascismo old school delle forze dell’ordine, degli apparati repressivi, di Casa Pound&co. per scompaginare eventuali fronti di lotta, sia il becero populismo/complottismo di gruppi pensati per stornare ogni possibile opposizione reale, dalla Lega a Beppe Grillo passando per i centinaia di gruppettini e siti che ostentano di cospirare contro il nuovo ordine mondiale), questa “democrazia oligarchica” non riesce a risolvere i suoi problemi nemmeno sul breve periodo. Si legga quanto ha affermato Draghi all’indomani del suo insediamento alla BCE: “Ci aspettiamo che l'attività economica s'indebolisca in gran parte delle economie avanzate” e “nell'area euro i rischi sono aumentati”. Così per la stabilità finanziaria dell'area euro è essenziale “una governance economica molto più robusta” ed il commissariamento in questo senso è l’arma per eccellenza, attraverso ispettori anche loro presuntamente “tecnici” e l’imposizione di una “vigilanza rafforzata”.
Tornando all’Italia, il Governo Monti promette di durare sino al 2013, anche per la mancanza di alternative. Per resistere alle pressioni dell’UE e dei mercati, dovrà intraprendere cure drastiche, come ha già candidamente ammesso. Ora, gli unici margini di recupero che non riguardano direttamente le classi subalterne sono le misure sull’evasione e l'eventuale patrimoniale. Va da sé che non c’è la volontà di intervenire massicciamente sul primo punto (anche se è sempre bene ricordare che il sommerso in Italia supera i 120 miliardi, ma è chiaro che non si può minare così alla base il “sistema Italia” e che ogni “rivoluzione passiva” ha come suo doppio anche pesanti spinte alla conservazione). Quanto alla patrimoniale, si sta litigando da mesi intorno ad una vera e propria inezia: il pagamento una tantum di un cinque per mille sui patrimoni superiori al milione, milione e mezzo di euro all’anno (in soldoni: fra i 5.000 e i 7.000€ per gente che ha conti in banca a sei cifre!). A dimostrazione che la borghesia di questo paese è stata abituata troppo bene, è insolente ed aggressiva e non è disposta a cedere nulla.
Per questi motivi, il Governo andrà a prendere i soldi in un modo o nell’altro dai lavoratori, dal risparmio delle famiglie e dai “ceti medi” che si stanno rapidamente proletarizzando. Il primo pacchetto di misure, che dovrà essere approvato entro il 9 dicembre, quando ci sarà il primo vero vertice europeo che valuterà la credibilità della “svolta Monti”, dovrebbe prevedere la riforma delle pensioni e persino il ritorno dell'Ici sulla prima casa, accompagnato da una rivalutazione dei valori catastali. E se non dovesse bastare ci potrebbe essere un nuovo aumento dell'Iva. Tutte misure che vanno ad attaccare esattamente chi negli anni ha messo qualcosa da parte, comprando spesso attraverso il mutuo una casa di proprietà, sperando di godersi dopo tanti anni un po’ di riposo. Certo, questi soggetti non sono gli ultimi fra gli ultimi, ma dagli ultimi, dagli immigrati e dai giovani senza né tutele né reddito, cosa prendere più? Inoltre attaccare i “genitori tutelati” che in questa fase riescono ancora a sostenere i propri figli all’università, per un master o uno stage non retribuito, per uno spostamento di “formazione” o per intraprendere qualsiasi attività, vuol dire attaccare di nuovo le condizioni di vita dei giovani. Altro che retorica dello scontro generazionale!
Ovviamente nel primo pacchetto rientrerà anche l’attuazione delle misure già annunciate dal Governo Berlusconi. Monti ha già detto che le integrerà tutte. Vale allora la pena tornare un attimo sul maxiemendamento alla legge di stabilità, che non ha avuto l’attenzione che meritava né sui media borghesi né su quelli di movimento. Ora, se è vero che il maxiemendamento di per sé non risolve molto, perché mancano ancora gli affondi più pesanti e tutto è demandato ai decreti attuativi, è anche vero che è un bell’antipasto, un provvedimento che dà indicazioni nette sulla direzione che il Governo Monti intraprenderà.
Nelle misure previste dal maxiemendamento ci sono soldi dati alle scuole ed università private, accorpamento e dismissione delle scuole pubbliche, finanziamento della mini-naja, sostegno alla TAV, i cui cantieri sono equiparati alle zone militari, ma soprattutto: innalzamento della pensione a 67 anni, attacco al mondo del lavoro ed agevolazioni alle aziende, defiscalizzazione per le imprese di costruzione, tentativi di scaricare sugli enti pubblici parte del debito (invitandoli a fare cassa su una parte del patrimonio degli enti locali), dismissione del patrimonio pubblico e liberalizzazione dei servizi pubblici. Proprio le liberalizzazioni saranno un nodo importante: perché se il capitale è in crisi e non riesce a fare profitti, cerca di valorizzarsi in tutte le nicchie possibili, di estendere la logica della merce ad altri ambiti. Anche per questo la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua è stata letta malissimo dai mercati, perché fa capire che in Italia c'è un problema di opposizione sociale, che un tessuto popolare fa ancora resistenza alla penetrazione totale del capitale in ogni ambito di vita.
Un’altra misura prevista in precedenza e che meriterebbe più attenzione è la riforma della delega assistenziale e fiscale, che vale circa un terzo delle manovre estive. Stiamo parlando della possibilità per i lavoratori di spuntare dalla loro dichiarazione dei redditi diverse voci che alla fine significano detrazioni cospicue. Parliamo di mille e più euro all’anno su uno stipendio di 1200€ al mese, non proprio bruscolini, soprattutto in questo periodo. Stando ai provvedimenti presi dal Governo Berlusconi, se entro tre mesi non si procede con una riforma organica, passeranno i tagli lineari. Monti al momento non ha detto se e come intende intervenire: quindi o la cosa resta così com’è, e dunque passeranno i tagli, o si anticiperà un progetto più complessivo. In ogni caso si cercherà di eliminare quante più detrazioni possibili a scapito dei soliti contribuenti.
Un altro punto del maxiemendamento è destinato agli statali, di cui viene prevista per la prima volta la mobilità. Anche qui siamo di fronte ad un passaggio epocale e necessario: gli statali sono state una delle categorie più colpite in questi anni e non certo a caso: per smantellare il corporativismo bisogna disarticolare una pubblica amministrazione ipertrofica ed un sistema basato sul consenso passivo e sulla compravendita della piccola borghesia. Questo è proprio quello che è successo in Grecia, dove le diverse manovre hanno mandato a casa circa 150.000 statali.
Veniamo quindi allo sfoltimento della selva delle forme contrattuali a tempo determinato, che viene fatto passare come un grande avanzamento ed una misura di giustizia sociale. In realtà non cambia molto per i “precari”: le forme contrattuali si ridurranno alle quattro che già adesso sono le più utilizzate – come quella “a progetto” che nei fatti si rivela essere usata per coprire forme di lavoro subordinato. Insomma, si tratta di una misura voluta solo da una parte del grande capitale contro quella frazione del padronato più piccola che evade in tutti modi, e non sono previsti cambiamenti per chi lavora ad esempio nel settore turistico o nella ristorazione sul modello job on call (questi sono comparti importanti, i primi del “terzo settore”, e vedono impiegati per la maggior parte giovani).
Tanto più appare ridicola questa misura quanto si punta a precarizzare tutto il mondo del lavoro con i “licenziamenti facili”! Che importa infatti avere un contratto “in regola” o anche a tempo indeterminato, se poi posso essere licenziato in ogni momento? E qui arriviamo ad un punto che nessuno ha evidenziato: la connessione fra innalzamento dell’età pensionabile e spinta verso una maggiore libertà di licenziare. Secondo le misure previste, le pensioni di anzianità dovrebbero sparire lasciando solo quelle di vecchiaia: ovvero, indipendentemente dagli anni di contributi, si resterebbe a lavoro sino ai 67 anni. Sulle prime – a parte l’insensatezza del provvedimento, visto che si trattiene a lavoro gente che sarebbe ben felice di andarsene a casa e “lasciare il posto” ad una generazione che ancora a 30-35 anni fa fatica ad inserirsi – la misura sembra un regalo ai lavoratori, perché di questi tempi garantisce quasi di conservare fino alla fine il proprio impiego.
Ora, a meno di pensare che Confindustria è impazzita, e constatando invece che spesso le aziende si sbarazzano dei lavoratori proprio attraverso i pre-pensionamenti e “scivoli” vari (peraltro finanziati con i soldi dell’assistenza pubblica), dobbiamo giocoforza legare questo provvedimento a quello dei “licenziamenti facili”. Secondo tutti gli studi, intorno ai 55 anni un lavoratore smette di essere produttivo, perché è più stanco, soffre di patologie fisiche e psichiche, è meno motivato, è meno disposto ad aggiornarsi e meno flessibile: è dunque impensabile immaginare che si voglia tenere alla catena di montaggio o a guidare camion gente di 67 anni… Ma se il padronato avesse la possibilità di licenziare liberamente, potrebbe tenersi il lavoratore sino ai 55-60 anni e poi “lasciarlo andare”; il lavoratore ovviamente sarebbe costretto a continuare a lavorare sino al raggiungimento della pensione, e si sposterebbe verso mansioni più umili e dequalificate. È qualcosa che nel resto del mondo già succede: con persone ultrasessantenni che lavorano per anni nei Mac Donald’s o nelle imprese di pulizie in attesa di arrivare all’agognata pensione.
Questo punto si collega anche alla riforma del welfare, che è un'altra cosa che farà il Governo Monti, sia abbassando i coefficienti delle pensioni, sia strutturando un sistema di welfare più leggero ed europeo. Anche qui l’obbiettivo è scardinare un’assistenza che genera forme trasversali di solidarietà, ed anche qui abbiamo degli esempi: le riforme operate in Germania negli anni 2000, che costituiscono la base del successo del capitale tedesco e la ragione della fame dei suoi operai. Da questo punto di vista si interverrà soprattutto sulla cassa integrazione: quest’eccezione italiana ha degli evidenti vantaggi per i lavoratori che, invece di essere direttamente licenziati, rimangono comunque legati al posto di lavoro. Così i padroni sono costretti a reintegrarli una volta passata la crisi dell’impresa. Proprio per questo, per scardinare la “rigidità” operaia, si proverà a far passare il sussidio di disoccupazione, che rende il lavoratore più isolato, e sganciato dalla possibilità di ritornare in fabbrica. Inoltre la cassa integrazione dà diritto ai contributi, il sussidio di disoccupazione no; e questo permette di risparmiare altri soldi, mentre dal punto di vista propagandistico si può dire che bisogna contenere la spesa di pensioni ed ammortizzatori sociali dei “garantiti” per dare reddito ai giovani.
Da questo punto di vista chi oggi rivendica un reddito di cittadinanza o misure affini, finisce per muoversi nella stessa direzione del padronato “illuminato”, e fa quindi il gioco di chi vuole attaccare i diritti invece di estenderli. Dare un reddito (ovviamente minimo) è qualcosa che può certamente essere concesso, a patto che si tolga qualcosa da un’altra parte; un’elargizione del genere, a fronte di nessuna mobilitazione del movimento, che non potrebbe certo ascrivere a sé questa “vittoria”, fungerebbe anche da consolidamento ideologico e spot del “nuovo ordine”. Come sempre invece, per essere efficaci e realmente alternativi, bisognerebbe affrontare quello che non può proprio essere concesso dalle classi dominanti, ed accumulare forza su quelle battaglie lì, che mostrano l’inconciliabilità di interessi fra lavoro e capitale. E quello che oggi si configura come impossibile è esattamente:
a) il mantenimento e l’allargamento di certi diritti;
b) la tenuta del potere d’acquisto attraverso un principio fortemente progressivo e classista nelle tassazioni e nei servizi;
c) misure di ordine sociale ottenute dal basso, tramite la lotta, e volte a reimpadronirsi, anche a livello locale, della ricchezza...
In ogni caso, se mettiamo insieme tutte le misure previste, non ci deve sorprendere che Sacconi guardi “con molto favore” al programma del nuovo governo per quanto riguarda il lavoro, e si schieri con Monti al 100%. Pure secondo l’ex ministro di Berlusconi “oggi inizia una fase nuova della vita”.



5. Che fare? Guardiamoci il nostro... Questo programma del nuovo Governo sarà, almeno in una prima fase, parzialmente concordato con le parti sociali: già ora le pressioni più forti, dentro e fuori la CGIL, sono orientate a farla rientrare al tavolo delle trattative. D’altronde questo cambio di fase ad un modello completamente diverso di relazioni sindacali, industriali, sarebbe meglio che si attuasse senza troppe sfrangiature, sarebbe meglio che procedesse confondendo, sotto la bandiera della responsabilità, della coesione sociale, la linea di separazione fra “noi” e “loro”. Ovviamente la CGIL e chiunque altro può sedersi a trattare solo sotto le condizioni capestro che la situazione, l’offensiva padronale, e la storica debolezza e complicità sindacale hanno prodotto. Se poi guardiamo a tutto l’arco delle forze istituzionali, capiamo che da lì non potrà venirci alcun aiuto, anzi: la sinistra sta ricominciando tutti i suoi vizi, ed è ormai totalmente subordinata al quadro disegnato dall’avversario.
Ci resta una sola strada: ripartire da noi, da quello che siamo realmente. E quale deve essere il comportamento di ogni forza realmente di opposizione? Proviamo a dare qualche spunto, anche se è ovvio che solo “andando a scuola dalle masse” possiamo imparare qualcosa e non imporre – peraltro senza riuscirci – la nostra visione delle cose.
Innanzitutto dobbiamo affermare continuamente che, mentre vogliono far passare le misure una alla volta, per discuterle separatamente, il progetto di riforma del sistema è unico. Dobbiamo essere in grado di mostrare – nei fatti, con esempi concreti – a chi sta pagando questa crisi il quadro d’insieme. Mentre ogni provvedimento sarà fatto vivere come percorso a sé, suscitando volta per volta schieramenti trasversali, noi dobbiamo ricomporre i tasselli e rendere chiaro una volta per tutte che quando si parla di provvedimenti per la “crescita” si intende “crescita dello sfruttamento”. Vuol dire che bisogna fare maggiori profitti, e per farli si deve rendere l’investimento in Italia profittevole, addolcendo la resistenza di una grossa parte della popolazione che non ci sta a diventare variabile dipendente dell’arbitrio capitalista.
In secondo luogo, dobbiamo affermare, sempre e comunque, che di questo debito non vogliamo sapere niente, che non va pagato, che non possono pretendere nulla da chi in questi anni ha dato tutto ed anche di più. Rivendicare il non pagamento del debito vuol dire unirsi al movimento greco, spagnolo, portoghese etc che hanno lanciato questa battaglia e vuol dire anche indicare il livello vero dello scontro, che è perlomeno europeo. Però, e questo è il problema di una battaglia contro il pagamento del debito, questa rivendicazione avrebbe senso pieno solo se si potesse rompere con le compatibilità capitalistiche, per cui dire “non pagare il debito” vorrebbe anche dire redistribuire la ricchezza, socializzare i mezzi di produzione, controllare dal basso cosa si produce e perché… È evidente che oggi non esistono movimenti rivoluzionari che possano assumere in pieno questa rivendicazione, è evidente che non abbiamo la forza di andare oltre lo slogan. È per questo motivo che la giustissima lotta contro il pagamento del debito rischia di essere tutta ideologica, di spostare il problema della crisi così in alto da renderlo inaffrontabile e mettere su, nel migliore dei casi, un movimento di opinione, che nel peggiore dei casi diventerebbe l’ennesima via di fuga opportunista. Invece bisogna cercare, ferma restando la prospettiva generale, di costruire dentro ai nostri percorsi quotidiani questo tipo di opzione, di riappropriarci da subito di quanto ci vogliono togliere, strutturando una resistenza proletaria contro queste misure e osando addirittura rilanciare, forzando al massimo la retorica dell’equità.

Dovremmo cioè provare a irrompere nel dibattito pubblico più largo e sostenere: “voi dite che i sacrifici devono essere equamente distribuiti? Allora noi diciamo: non toccate nulla di nostro, prendete i 120 miliardi di evasione, fate una patrimoniale seria, liberalizzate gli ordini professionali, tagliate le spese militari, recuperate i soldi della Chieda Cattolica che non paga nulla, smettete di finanziare scuole e università private, intervenite sulle dispersioni di denaro pubblico, sui finanziamenti ai soliti amici degli amici. Ce n’è abbastanza per fare almeno quattro finanziarie di guerra!”… Lo stesso tipo di discorso lo si può fare sul piano locale, intervenendo sulle tassazioni e sui servizi, come abbiamo cercato di dimostrare qui. Insomma, si tratta di far capire, contro lo scoramento e la passività prodotte dalle leggi “naturali” e “vincolanti” del mercato, che invece non esistono vie obbligate, che tutto si può mettere in discussione, che un altro modo di gestire la vita associata è possibile, ed anche sempre più necessario.

È vero, il senso di liberazione che ha attraversato una parte della popolazione italiana alla caduta di Berlusconi si è trasformato in un’attesa vagamente speranzosa nei confronti di Monti. Forse si pensa che una volta scesi così in basso non si possa che risalire. Alle prime bastonate che arriveranno il risveglio sarà brusco. Ma c’è anche da dire che il sostegno a Monti è pompato da tutti i media come una profezia autoavverantesi e non rispecchia il paese reale. La maggior parte dei lavoratori è indifferente a quelli che sembrano ancora giochi di palazzo, pensa alla propria vertenza, a sfangare la propria esistenza, e soprattutto – secondo gli stessi sondaggi – teme gli esiti della crisi. “Il 96% degli italiani non pensa che la fine del tunnel sia vicina, il peggio anzi deve ancora venire, secondo il 71%. Il pessimismo trionfa al Sud (77%), la sfiducia sfonda tra i giovani di 18-24 anni (88%)... Quattro italiani su dieci (42%) sono molto preoccupati per il proprio lavoro”. Insomma, la reazione al momento è ancora di sconforto e di ansia, ma quanto ci può mettere il malcontento ad esplodere?
Per questo oggi si apre un ciclo importante: o ci muoviamo ora, cioè nei prossimi mesi, e costruiamo un livello maggiore di relazioni, connettendo i fili della classe, rafforzandone la coscienza, impedendone l’assorbimento dentro l’ideologia dominante, ed organizzando momenti di incontro larghi e comitati di resistenza, spingendo i lavoratori all’autorganizzazione, come hanno capito anche gli “indignados” o gli occupanti di Wall Street, o perderemo un’occasione storica. Fra qualche anno, a crisi ormai “superata” (per quanto il capitalismo possa superare le sue crisi), a ciclo di accumulazione ripartito, rischiamo di trovarci in un nuovo mondo, di tipo anglosassone, in cui anche proclamare uno sciopero sarà impossibile e saremo tutti schedati e relegati ai margini.
Monti&co. ci promettono: “ce la faremo”. Ma forse quest’esito – una volta che comprendiamo di essere in mezzo ad un guado, con la crisi davanti e dietro, impossibilitati a tornare al “vecchio mondo”, e con la riva di fronte ancora lontana – non è affatto scontato. Il fiume è torbido e scorre, il fondo è scivoloso e si potrebbe sempre alzare la corrente. Sta a noi rovesciare la sicumera di Monti almeno in un interrogativo, in una domanda mobilitante: noi, ce la faremo?



Eat the Rich – Magnammece o’ padrone!
Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli
Collettivo lavoratori della metropoli in lotta CLASH CITY WORKERS

pc 3 gennaio - manifestazione dei precari cooperative sociali e solidarietà con gli operai fincantieri

I precari delle cooperative sociali organizzati nello Slai Cobas per il sindacato di classe questa mattina hanno manifestato davanti la presidenza della Regione per un incontro con l’assessore al bilancio Armao, il quale era “momentaneamente” in altra sede.
Sono stati “ricevuti” da un folto gruppo di poliziotti in assetto antisommossa che erano lì dicevano per “garantire l’ordine pubblico” dato che aspettavano gli operai della Fincantieri in corteo fin dalla mattinata e che avevano già bloccato diverse vie della città.
È partito allora un pesante botta e risposta con le lavoratrici e i lavoratori che hanno denunciato con veemenza questo tipo di “accoglienza” da stato di polizia riservato a operai in grande difficoltà che protestano perché già da oggi non sanno quanto durerà, e se durerà, la cassa integrazione e per scongiurare i 140 licenziamenti comunque già previsti dal piano dell’azienda.

La delegazione subito dopo è stata ricevuta dal dirigente della task force per il lavoro, il sempre presente dott. Cianciolo (c’era prima di Cuffaro, durante Cuffaro e dopo Cuffaro!) che è stato attaccato perché non ha mantenuto le promesse fatte lo scorso anno.
Cianciolo si è scusato dicendo che comunque loro si sono interessati e hanno fatto degli incontri con i dirigenti della Provincia per cercare di risolvere i problemi legati al settore e addirittura individuando delle risorse economiche da destinare quest’anno al miglioramento del servizio.
Siccome ha detto di essere all’oscuro degli ultimi tentativi della Provincia di licenziare un gruppo di lavoratori e rimodulare al ribasso il servizio, ha promesso un nuovo incontro da fare subito dopo le feste.

Usciti fuori dal palazzo i precari delle cooperative sociali hanno solidarizzato con un piccolo gruppo di operai della Fincantieri, (che conoscono i nostri delegati) che si era staccato dal grosso per venire a preparare il terreno per un incontro con i dirigenti della Regione.

pc 3 gennaio - continua la lotta a palermo e a genova degli operai fincantieri

Palermo
Il blocco stradale in viale Regione siciliana
Secondo giorno di sciopero per gli operai dei cantieri navali di Palermo, che hanno occupato le carreggiate di viale Regione siciliana, all'altezza del Motel Agip. La decisione di continuare la mobilitazione per il secondo giorno consecutivo è stata presa stamattina, nel corso dell'assemblea che i lavoratori hanno tenuto alle 8 di fronte ai cancelli del sito, in via dei Cantieri. Al termine della riunione circa mille tute blu di Fincantieri e indotto si sono incamminate verso via Notarbartolo, bloccando il traffico fino a raggiungere l'arteria principale della città.

"Occuperemo tutta viale Regione - fa sapere Francesco Piastra della Fiom - siamo diretti verso corso Calatafimi e da lì arriveremo a piazza Indipendenza, di fronte alla Presidenza della Regione. La politica deve darci risposte. Quando si tratta di prendere provvedimenti economici per fare cassa lo si fa in 48 ore, mentre per tutelare i lavoratori e lanciare politiche industriali efficaci si perde tempo. Non sono arrivati segnali incoraggianti da governo e Fincantieri e monta la rabbia. In questo silenzio e in questo vuoto diventano inevitabili le tensioni sociali".
All'origine della protesta degli operai c'è il piano industriale dell'azienda, che prevede per Palermo 140 esuberi e la cassa integrazione straordinaria a partire da ieri per un massimo di 470 persone. Quasi tutti i dipendenti, considerato che l'intero organico ammonta a 505 unità.

Già ieri mattina in mille avevano bloccato il traffico nel centro
storico della città e avevano occupato per un'ora i binari della stazione centrale di Palermo. E gli operai fanno sapere di non avere intenzione di fermarsi fino a quando Fincantieri non farà un passo indietro sui licenziamenti.
(03 gennaio 2012)


genova sestri ponente



al termine di un'assemblea tenuta nelle prime ore della mattina nel cantiere di Sestri Ponente, i lavoratori sono tornati a bloccare i cancelli dello stabilimento ed anche il traffico cittadino in via Soliman. E annunciano che la mobilitazione continuerà pure nei prossimi giorni. Solidali con i lavoratori anche i cittadini genovesi e, in particolare, i residenti e i commercianti del quartiere che comunque ne subiscono i disagi.

pc 3 gennaio - lo stato borghese processa gli operai Continental Francia il 4 gennaio


Una manifestazione avrà luogo a Amiens, alle 11 alla stazione per andare in corteo al tribunale - corte d'appello e chiedere la fine della persecuzione giudiziaria contro gli operai della Continental, 7 operai per cui si chiede la galera per una manifestazione e ai quali si chiede anche un risarcimento astronomico, colpevoli di aver difeso con tutti i mezzi possibili il loro posto di lavoro contro la chiusura della loro fabbrica di Clairoix nell'aprile 2009.

pc 3 gennaio - liberato uno dei compagni marocchini prigionieri - la mobilitazione internazionale continua



il comunicato dei compagni
Abdelhak Talhaoui libre ! Continuons la mobilisation ! Abdelhak Talhaoui vient de sortir de prison après plusieurs mois dans les prisons marocaines.

Alors que le Mouvement du 20 Février continue la mobilisation contre le régime réactionnaire de Mohammed VI, de nombreux militants progressistes et révolutionnaires restent emprisonnés.

Amplifions la solidarité internationale pour soutenir ces prisonniers. C'est le sens de l'appel international auquel nous participons activement (voir ICI)



l'appello internazionale verso la giornata internazionale di lotta
Lundi 12 décembre 2011 1 12 /12 /Déc /2011 16:27 Soutenons les prisonniers marocains de la Voie Démocratique Basiste MLM

Depuis 2008, des luttes intenses sont menées au Maroc pour obtenir la libération des prisonniers de la Voie Démocratique Basiste MLM (VDB MLM) et d’autres détenus politiques. Ils font partie avec des syndicalistes ouvriers, des chômeurs insurgés (Ifni) et des détenus sahraouis de tous ces « ennemis intérieurs » réprimés par le régime réactionnaire marocain. Leur courage et leur détermination au service des intérêts du peuple a permis à leur lutte de dépasser les frontières du Maroc malgré le blackout médiatique. Cette lutte résonne à travers le monde, elle sert d’exemple pour tous ceux qui se dressent contre l’ordre injuste des capitalistes, des féodaux, des tortionnaires.



La VDB MLM est un courant révolutionnaire né au sein de l’UNEM (Union Nationale des Étudiants du Maroc), c’est un héritier du « front uni des étudiants progressistes » qui existait dans les années 1970. Son idéologie se base sur le marxisme-léninisme-maoïsme. Les militants de VDB MLM ont été emprisonnés car ils mènent la lutte pour une éducation gratuite pour les fils et filles du peuple, contre la « charte nationale de l’éducation », contre la privatisation et la militarisation des universités ; ils défendent les droits des masses populaires dont les étudiants font majoritairement partie, ils défendent la solidarité internationaliste, notamment avec la Palestine occupée et avec les guerres populaires. Ils sont enfermés ou ont connu la prison car ils sont communistes.



D’autres ont été tués. Comment ne pas évoquer le martyr Abdelrrazak El Agadiri, membre de l’UNEM et de la VDB MLM, assassiné le 28 décembre 2008, lors d’une manifestation de soutien au peuple de Gaza ? Le régime avait d’ailleurs tenté de cacher sa dépouille en le sortant en catimini de l’hôpital Ibn Tufayl. Pourtant, son combat vit toujours.

La lutte pour la libération du groupe Zahra Boudkour (emprisonnée depuis la 15 mai 2008) puis pour la camarade Ilham Hasnouni (raptée à son domicile le 12 octobre 2010) n’a pas encore totalement aboutie malgré la libération de ces deux figures révolutionnaires et de certains de leurs camarades. Ilham Hasnouni a succédé à Zahra Boudkour comme plus jeune prisonnière politique du Maroc, c’est une étudiante de l’Université de Marrakech, âgée de 21 ans, militante communiste et syndicaliste de l’UNEM. Détenue durant plus de dix mois sans jugement, elle a été arrêtée sans mandat ni convocation préalable et torturée début octobre 2010 pour des faits qui remontent à des manifestations dans la cité universitaire en 2008. Des évènements similaires eurent lieu à Fès en mars 2009. Les affrontements des étudiants avec la police aboutirent alors à plusieurs vagues d’arrestations. Les militants sont poursuivis pour : destruction de biens de l’état, participation à un rassemblement non-autorisé, humiliation d’un fonctionnaire dans l’exercice de ses fonctions, utilisation de la force et même participation à un groupement armé.

En novembre 2011, il reste trois détenus révolutionnaires basistes qui croupissent en prison:

Mourad Achouini, arrêté le 15 mai 2008, condamné à 4 ans de prison

Youssef Elhamdiya, arrêté le 10 octobre 2010, condamné à un an et demi ferme

Abdelhak Talhaoui, arrêté le 23 février 2011, condamné à 4 ans de prison ferme en première instance, condamnation ramenée à 10 mois de prison ferme devant la cour d’appel en octobre 2011.



Pour le régime, la détention sert à briser les volontés des syndicalistes et des militants politiques. Mais le mouvement de solidarité et l’accentuation des luttes de classe au Maroc ont transformé

les prisons en lieux de résistance et de luttes. Finalement la revendication de la libération des prisonniers s’est élargie à tout le mouvement populaire, elle est située sur la plateforme du « Mouvement du 20 février ». Le Maroc est, à l’instar de l’Amérique du Sud ou de l’entité sioniste, un centre historique de torture, de persécution et d’élimination des opposants. Il garde ce sinistre privilège. Marx disait que quand la bourgeoisie, fut-elle la plus démocratique, est menacée, elle foule aux pieds sa propre légalité. Kidnappings, exécutions extrajudiciaires, meurtres de militants maquillés sont aussi des armes de terreur utilisées dans tous les régimes qui garantissent l’ordre impérialiste. Les pays impérialistes sont les donneurs d’ordre quand ils ne sont pas directement les agents de la torture. La lutte pour la libération des prisonniers politiques est donc une question de classe, c’est une lutte internationaliste qui concerne tous ceux qui luttent pour l’émancipation des opprimés.

Nous appelons à développer des initiatives afin d’exiger leur libération immédiate tout en popularisant leur combat !



Vive la lutte du peuple marocain !

Liberté pour les prisonniers révolutionnaires !

A bas le régime réactionnaire marocain et l’impérialisme français !



Signataires : AGEN, Comité Anti-Impérialiste, Coup Pour Coup 31, Coup Pour Coup 87, FSE, La Cause du Peuple, Libertat, OCML Voie Prolétarienne, PCmF, PCmI (Italie), PCR Canada, Secours Rouge Arabe, SRI de Baiona Secours Rouge de Belgique

pc 3 gennaio - CARCERI: CHIUDERE GLI OPG DOVE SI CONTINUA A MORIRE




Ancora un decesso nelle carceri italiane, colme di oltre 68mila reclusi a fronte di soli 45mila posti letto. Nell’Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Barcellona Pozzo di Gotto, questa notte è morto un internato di 56 anni. L’uomo, originario della Calabria era da tempo gravemente malato e in condizioni di salute precarie, costretto a far ricorso alle bombole ad ossigeno. Il 56enne si era visto prorogare la misura di sicurezza per ben quattordici volte: una sorta di ergastolo bianco. La denuncia arriva dall’associazione Antigone, che ha chiesto la chiusura immediata di tutti gli Opg italiani.

pc 3 gennaio - Mentre privilegi di padroni, banchieri e politicanti non vengono intaccati, il "loro" governo Monti succhia il sangue degli operai ...

Inps chiede di restituire 5000 euro, anziano si suicida
02 gennaio
Bari - (Adnkronos) - L'uomo viveva con 700 euro al mese. Aveva paura di non riuscire a restituire i soldi che gli erano stati versati per errore e che per colpa di quel debito avrebbe perso anche la casa nella quale abitava, unica sua proprietà. I
Bari, 2 gen. - (Adnkronos) - Temeva di non riuscire a restituire i cinquemila euro che l'Inps gli chiedeva e aveva paura che per colpa di quel debito avrebbe perso anche la casa nella quale abitava, unica sua proprietà. Per questo un anziano di 74 anni, pensionato, residente nel centro di Bari, si è ucciso ieri all'ora di pranzo.

L'uomo viveva con 700 euro al mese. Percepiva una pensione sociale di 450 euro, più altri 250 euro per aver lavorato alcuni anni all'estero, in Germania e Olanda. Tra Natale e Capodanno, però, l'Inps con una lettera gli aveva comunicato di avergli corrisposto indebitamente, per errori materiali nei calcoli, circa cinquemila euro, somma che avrebbe quindi dovuto restituire con rate di 50 euro al mese.
Ma il pensionato, che già era costretto a vivere con una pensione minima, ha cominciato a temere di non farcela. Un medico gli aveva prescritto tranquillanti che aveva cominciato ad assumere. Ma non è bastato. Il primo giorno dell'anno l'anziano ha deciso di suicidarsi e all'ora di pranzo, poco dopo le 13, si è lanciato nel vuoto dal quarto piano della palazzina dove abitava assieme ad un fratello più giovane di qualche anno. Il 74enne è morto sul colpo. A trovare il cadavere è stato proprio il fratello che non vedendolo in casa l'ha cercato ovunque. Quando si è affacciato al balcone interno dell'edificio ha visto il corpo riverso a terra.

pc 3 gennaio - Con Monti continua la politica antimmigrati

Arriva la stangata sugli immigrati, tassa fino a 200 euro sui permessi di soggiorno
Il decreto del pacchetto sicurezza del governo Berlusconi sarà in vigore dal 30 gennaio con il benestare del nuovo governo dei padroni e dei banchieri.
Partecipiamo e costruiamo l'opposizione a partire dallo sciopero generale con manifestazione a Roma del 27 gennaio dei sindacati di base


da controlacrisi.org
Le tracce di leghismo il governo Monti se le porta appresso. Si tratta di scorie che vengono dal vecchio governo e che non sono state rimosse. Da ieri, per poter rinnovare il permesso di soggiorno o per poterlo ottenere, si dovrà pagare una cifra pro capite da 80 a 200 euro. Tutto era stato deciso dal pacchetto sicurezza del 2009, ma era rimasto sulla carta. Un decreto firmato a ottobre 2011 dagli allora ministri dell'Interno Roberto Maroni e dell'Economia Giulio Tremonti e ora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, lo rende operativo a partire dal 30 gennaio prossimo. L'importo di quello che si chiama «contributo per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno» varia in base alla durata del permesso: 80 euro se è compresa tra tre mesi e un anno, 100 euro se è superiore a un anno e inferiore o pari a due anni, 200 euro per i «soggiornanti di lungo periodo», la cosiddetta «carta di soggiorno». L'esborso si aggiunge al contributo di 27,50 euro per il rilascio del permesso di soggiorno elettronico. La nuova tassa non riguarda i permessi dei minori, gli stranieri che entrano in Italia per sottoporsi a cure mediche e i loro accompagnatori, cos come chi chiede un permesso per asilo, richiesta d'asilo, protezione sussidiaria o motivi umanitari. Il contributo non tocca neanche a chi chiede solo di aggiornare o convertire un permesso di soggiorno in corso di validità. Dopo il danno, ovviamente, la beffa: la metà degli introiti che se ne ricaveranno servirà a finanziare il «Fondo rimpatri», quello cioè dal quale lo Stato attinge per rimandare in patria i migranti che arrivano in modo irregolare. L'altra finirà al Viminale per spese di ordine pubblico e sicurezza e per finanziare gli sportelli unici. Lo Stato scarica insomma sui migranti regolari l'onere di rimandare a casa gli irregolari. Protestano le associazioni di migranti e quelle di tutela contro il fatto che ci si ricordi dei 5 milioni di migranti solo quando si tratta di spremerli. Sarà una tassa a cui non ci si potrà ribellare unita alle tante che chi è venuto a costruirsi un futuro qui, paga regolarmente. Bel messaggio di inclusione sociale, o qualcuno pensa che in fondo "anche loro debbono contribuire a risanare il debito"?

pc 2 gennaio - proletari comunisti invita alla massima mobilitazione contro il governo Monti

prima attacco alle pensioni,tasse,carovita
ora attacco frontale ai diritti dei lavoratori
mentre dilagano licenziamenti,precarietà,disoccupazione
questo governo è al servizio dei padroni e delle banche
esso può e deve essere rovesciato con la lotta operaia e popolare,
fino alla rivolta sociale
è necessario, è possibile e occorre lavorare insieme per questo
a partire dallo sciopero del 27 gennaio con manifestazione a roma

proletari comunisti
2 gennaio 2012

lunedì 2 gennaio 2012

pc 2 gennaio - si prepara nel mondo e in Italia la nuova campagna internazionale a sostegno della rivoluzione indiana


parte da una iniziativa al CPA di firenze la nuova campagna internazionale
altre tappe a Nord Milano come al sud Palermo,Taranto
per info e contatti
csgpindia@gmail.com

pc 2 gennaio - carcere assassino .. una vera strage

Carcere è ancora morte: Detenuto si uccide a Torino un altro muore a Trani
Submitted by anonimo on Mon, 02/01/2012 - 09:48 a fuoco le carceriinternazionalenotizierepressioneAltre città
Detenuto si uccide a Torino
un altro muore a Trani
E ci sono stati due tentati suicidi Vigevano e Vasto. La denuncia dei sindacati: "La polizia penitenziaria è sempre più sola. Avremmo voluto dal governo misure veramente risolutive". Nel 2011 si sono tolti la vita 66 prigionieri

Detenuto si uccide a Torino un altro muore a Trani (fotogramma)
ROMA - Un inizio d'anno tragico nelle carceri italiane, afflitte da un cronico sovraffollamento che comporta condizioni di vita insostenibili. Un detenuto si è tolto la vita impiccandosi nel penitenziario delle Vallette 1, a Torino. Un secondo è morto nella prigione di Trani 2 per cause ancora da accertare. E ci sono stati anche due tentativo di suicidio a Vasto e Vigevano. Secondo i dati dei sindacati di polizia penitenziaria, nel 2011 sono 66 i prigionieri che si sono uccisi.

"La polizia penitenziaria - commenta Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp - è sempre più sola nel fronteggiare questo tipo di emergenze e, purtroppo, sempre meno in grado di risolverle. Avremmo voluto che per il 2012 il governo avesse varato misure veramente risolutive, e non i palliativi che lasciano le cose come stanno. Comprese le morti nelle carceri".

C. A., un romeno di 37 anni in attesa di giudizio, si è impiccato con un lenzuolo nella sua cella nel carcere delle Vallette un paio d'ore prima della mezzanotte.

Trani. A Trani, durante un giro di ispezione, gli agenti della polizia penitenziaria hanno trovato cadavere
un detenuto di 34 anni 3, Gregorio Durante di Lecce, detenuto per reati contro la persona e il patrimonio. I genitori dell'uomo, secondo i quali il figlio non era in condizioni fisiche tali da poter sopportare il regime carcerario, chiedono che si faccia chiarezza sulle circostanze della morte. "Nel carcere di Trani - sottolinea il vicesegretario
generale nazionale dell'Osapp, Domenico Mastrulli - ci sono circa 400 detenuti uomini e 39 donne contro una capienza regolamentare di 233 posti letto".
Dopo la denuncia presentata dai familiari, la Procura della Repubblica locale ha aperto un'inchiesta sulla morte di Durante. L'ipotesi di reato è di omicidio colposo a carico di sconosciuti. I parenti del recluso da tempo avevano chiesto la scarcerazione dell'uomo per incompatibilità con il regime carcerario, in seguito ai postumi di encefalite virale che l'aveva colpito in passato.

Le condizioni di salute dell'uomo, secondo i familiari, sarebbero ulteriormente peggiorate per una punizione che gli è stata inflitta negli ultimi tempi dalla polizia penitenziaria. Il detenuto era stato costretto a rimanere tre giorni in isolamento diurno - affermano i familiari - perchè era stato accusato di aver "simulato una malattia".
"Me lo hanno ucciso - dice la madre, Ornella - me lo hanno fatto morire in cella da solo come un cane. Quando siamo andati a trovarlo a Natale era su una sedia a rotelle, aveva gli occhi chiusi, non parlava e si faceva persino la pipì addosso, aveva ai polsi persino i segni delle corde con le quali veniva legato al letto e mi dicevamo invece che stava simulando".

Vigevano. Il segretario generale della Uil penitenziari, Eugenio Sarno, ha riferito che nel carcere di Vigevano, intorno alla mezzanotte, un detenuto trentasettenne di nazionalità italiana ha tentato di "impiccarsi con una striscia di stoffa ricavata dalle lenzuola" e "fortunatamente l'agente di sorveglianza si è accorto di quanto stava capitando ed è intervenuto per liberarlo", salvandogli la vita.
"Il bilancio registrato nelle carceri italiane nel 2011 - denuncia Sarno - riporta 66 suicidi di detenuti, circa 1.000 tentati suicidi (con almeno 395 vite salvate in extremis dalla polizia penitenziaria), circa 430 agenti aggrediti e feriti da detenuti e 5.400 atti di autolesionismo grave. Questi numeri sono la cifra esatta della disperazione che alberga negli istituti di pena".

Vasto. Un altro tentato suicidio è avvenuto nel carcere di Vasto, in provincia di Chieti. Un cittadino tunisino ha tentato di togliersi la vita con una lametta da barba procurandosi delle ferite al polso sinistro. Sono stati gli agenti della polizia penitenziaria in servizio nel reparto ad accorgersi del tentativo. Il detenuto, di 25 anni, è stato trasportato al pronto soccorso dell'ospedale San Pio da Pietrelcina. Dopo qualche ora è stato riportato in carcere.

pc 2 gennaio - Fincantieri, operai in sciopero da Palermo a Genova


È ricominciata la lotta con cortei di protesta degli operai della Fincantieri già da oggi, a Palermo e a Genova. Le prospettive sono quelle di una lunga cassa integrazione senza garanzie per il futuro, se va bene, e un licenziamento collettivo pesante.
Da tempo ormai gli operai della Fincantieri a macchia di leopardo protestano dal nord al sud, da Genova a Castellammare di Stabia a Palermo, nei diversi stabilimenti, proteste che state molto incisive e sul momento hanno dato risultati, per esempio sono servite a far ritirare il piano di ristrutturazione che la Fincantieri aveva prodotto in estate che è poi stato ritirato. Ma passato il momento l’azienda statale con a capo il sig. Bono (a nulla) è ritornata sui suoi passi riproponendo, ancora una volta con la scusa della crisi, il piano originario che prevede chiusure di stabilimenti e licenziamenti appunto.
Le forme di lotta più incisive, quasi sempre partite spontaneamente, quindi si sono state ma alla fine non sono riuscite a sbloccare la situazione a favore degli operai. Questo dipende soprattutto dal fatto che gli operai lasciano poi la rappresentanza e la gestione di queste lotte nelle mani dei sindacalisti di Cgil Cisl e Uil che non hanno nessuna intenzione di portare fino in fondo le rivendicazioni degli operai, che non possono essere soddisfatte chiamando ancora una volta alla “ragionevolezza” le direzione della Fincantieri o il ministro interessato e le altre istituzioni.
La prima cosa da fare è che gli operai organizzino la loro lotta su una base diversa: innanzi tutto la presenza dei sindacati confederali ai “tavoli di trattativa” è dannosa per gli operai perché se a chiacchiere dicono di voler un piano industriale complessivo nei fatti mettono in concorrenza i vari stabilimenti, una manovra totalmente fallimentare già portata avanti sul caso Fiat! e i risultati sono davanti agli occhi di tutti!



FINCANTIERI: SCIOPERO E CORTEO A GENOVA E PALERMO

11:46 02 GEN 2012

(AGI) - Genova, 2 gen. - Sciopero ad oltranza e blocco del traffico in via Soliman, a Sestri Ponente. E' quanto deciso dai dipendenti della Fincantieri che questa mattina si sono riuniti in assemblea, insieme ai colleghi in cassa integrazione e ai lavoratori delle ditte degli appalti.
"Continueremo lo sciopero ad oltranza - ha spiegato Giulio Troccoli, della Rsu Fiom - finche' non arrivera' la convocazione dal ministero dello Sviluppo Economico. La Prefettura ci ha assicurato che l'incontro si fara', tra tra il 9 e il 15 gennaio ma la data non e' ancora stata fissata. Se nei prossimi giorni non avremo una risposta precisa - ha concluso Troccoli - faremo qualche iniziativa eclatante". Solidali con i lavoratori della Fincantieri, i cittadini genovesi e, in particolare, i residenti e i commercianti di Sestri Ponente. "La gente - ha spiegato Bruno Manganaro, della Fiom genovese - capisce le ragioni di questa lotta. I commercianti di Sestri hanno lottato con noi perche' sanno che rischiano di pagare un prezzo altissimo: la chiusura del cantiere vuol dire anche chiusura delle loro attivita'. Ogni giorno sara' un disagio e dovremo manifestare, finche' non arrivera' la convocazione dal ministero dello Sviluppo Economico. Piu' tempo passa - ha concluso Manganaro - piu' la necessita' di fare manifestazioni che blocchino la citta' diventera' un obbligo".

SCIOPERO E CORTEO A PALERMO CONTRO ESUBERI E STALLO
L'inverno si conferma caldissimo in Sicilia sul fronte del lavoro. Il 2012, cosi', si apre all'insegna della protesta. Accade a Palermo, dove sono sfilate le tute blu di Fincantieri che, al termine di una tesa assemblea, hanno proclamato un'altra giornata di sciopero. In corteo si sono dirette verso la prefettura. Contestato il piano esuberi dell'azienda e il ridimensionamento delle prospettive produttive.
Lo stesso che nei giorni scorsi ha avuto quanto meno il merito di ricompattare il fronte sindacale, sull'onda dei 140 lavoratori - su 505 - dichiarati in eccedenza. Una dichiarazione, ricordano le sigle sindacati, che contraddice quanto sottoscritto dall'amministratore delegato nel protocollo di intesa siglato con la Regione siciliana che prevede oltre agli investimenti regionali l'impegno dell'azienda a mantenere tutte e tre le missioni produttive e conseguentemente i livelli occupazionali dell'azienda Fincantieri. Unitariamente chiedono la riapertura della trattativa sul piano nazionale e locale per ridiscutere il piano di riorganizzazione sia con l'azienda sia con il ministero dello Sviluppo economico per determinare le condizioni di un superamento della crisi della cantieristica navale.
Sul piano locale le segreterie e le Rsu chiedono un incontro specifico a Fincantieri per l'applicazione del protocollo diffidando l'azienda ad applicare l'accordo siglato al ministero del Lavoro il 21 dicembre, attuando invece la Cigs a rotazione e la mobilita' su base volontaria. (AGI) .