lunedì 2 novembre 2026

pc 2 novembre - Ex Ilva: “perderemo il 30% della nostra industria”, le “lacrime di coccodrillo” di padron Bettini/Federmeccanica

Suonano molto ipocrite le parole di Bettini, attuale presidente di Federmeccanica, quando dice in una intervista del quotidiano la Repubblica di oggi, che con la decisione della chiusura dell’ex Ilva “è arrivata una mannaia inattesa”, proprio così, quando questa telenovela dura da anni! E ancora “In questi anni nessun governo ha dato una soluzione stabile e duratura.” Stiamo parlando di governi tutti sostenuti dai padroni. “Ora però non possiamo permetterci di continuare a inseguire l’idea del miracolo. Serve un piano B  serio”.

E quale sarebbe questo “piano B serio”? Bettini alla domanda “Cosa si può salvare” risponde  facendo il gradasso: “cosa si deve salvare” e cioè “la filiera produttiva e la capacità di rimanere nel ciclo dell’acciaio in Italia.” Perché? “Perché l’ex Ilva è un elemento strategico che serve a tantissime imprese che poi trasformano acciaio in laminati, in semilavorati e in componenti. Se l’acciaio italiano smette di essere competitivo o se il ciclo si spezza, succede che la manifattura si indebolisce”. E si indebolisce anche il fatturato di produttori come lui di scaffalature metalliche per industrie, logistica ecc. che dovrebbero pagare di più l’acciaio importato.

Infatti, aggiunge, “Il piano B deve essere chiaro. Tutta la parte a freddo deve andare avanti: continuare a fare laminati in Italia, ma facendo arrivare, nel frattempo, le bramme da lavorare dall’estero. E questo deve farlo l’azionista, quindi lo Stato italiano.”

Se lo deve fare lo Stato, allora nazionalizziamo? Ma no! Perché lo Stato serve quando deve mettere le pezze ai disastri industriali, e poi passa il tutto “risanato” di nuovo ai privati che continuano ad ammassare profitti!

“In parallelo – continua Bettini - si devono usare le risorse già disponibili per costruire un percorso verso i forni elettrici. C’è un miliardo e due da spendere, stanziati da Draghi, per arrivare, nel giro di tre anni e mezzo, almeno a due forni elettrici in funzione, così da ridurre drasticamente la dipendenza dalle importazioni delle bramme”. E  questo «Per non perdere competitività. Se l’acciaio prodotto all’estero costa molto meno, o viene fatto con condizioni migliori, chi userà le nostre produzioni? Se non si fa questo l’Italia nel giro di cinque anni perderà il 30% della manifattura”. Bello essere “competitivi” con i

soldi pubblici! Chi comprerà le scaffalature di Bettini e i prodotti di questo tipo di produzione industriale? Potremmo dire è la concorrenza, bellezza! Che sta alla base del sistema capitalistico!

Ma alla domanda se “La cordata italiana può rappresentare una svolta”, Bettini svicola: “«Sì certo – dice -  purché il progetto sia davvero industriale con la prospettiva di realizzare i forni elettrici. Devono essere assicurati investimenti e continuità sul ciclo, altrimenti il rischio è che in Italia restino solo pezzi del processo, finendo per dare margini e vantaggi a soggetti stranieri che trasformano l’acciaio fuori e rivendono prodotti finiti o semilavorati. Noi invece dobbiamo tutelare le imprese italiane che dipendono da un’acciaieria che regga, non da un qualche cosa che assomigli a un centro servizi”.

Non dice affatto chi deve fare investimenti e se la cordata italiana c’è e se è pronta a “comprare” la più grande acciaieria d’Europa!

E alla fine, dopo aver insistito sui forni elettrici, ritorna sul governo. “Cosa chiede al governo?” è la domanda: “Una politica industriale vera, rispondendo a domande semplici. Le molle le vogliamo continuare a produrre, sì o no? Le lavastoviglie le vogliamo ancora fare, sì o no? Non basta mettere dazi sull’acciaio e poi non coordinare le condizioni complessive. Se l’Italia non ha energia sostenibile, non produce più acciaio, non ha strategie di filiera, non protegge i suoi settori di punta, come l’automotive, come si può pensare che mantenga il suo sistema industriale. Servono risposte per poi evitare di piangere la fine della chimica, dell’auto o degli elettrodomestici”.

La voce stridula del rappresentante di una parte della produzione industriale, a parte il fatto che arriva tardi, non parla affatto degli effetti che la produzione con i forni elettrici, quand’anche si decidesse di metterli in funzione, potrebbe avere  sugli operai che diminuirebbero in maniera consistente.

Ma questa è un’altra storia che adesso deve essere scritta dagli operai.

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