Suonano molto ipocrite le parole di Bettini, attuale presidente di Federmeccanica, quando dice in una intervista del quotidiano la Repubblica di oggi, che con la decisione della chiusura dell’ex Ilva “è arrivata una mannaia inattesa”, proprio così, quando questa telenovela dura da anni! E ancora “In questi anni nessun governo ha dato una soluzione stabile e duratura.” Stiamo parlando di governi tutti sostenuti dai padroni. “Ora però non possiamo permetterci di continuare a inseguire l’idea del miracolo. Serve un piano B serio”.
E quale sarebbe questo “piano B serio”? Bettini alla domanda
“Cosa si può salvare” risponde facendo il
gradasso: “cosa si deve salvare” e cioè “la filiera produttiva e la
capacità di rimanere nel ciclo dell’acciaio in Italia.” Perché? “Perché l’ex
Ilva è un elemento strategico che serve a tantissime imprese che poi
trasformano acciaio in laminati, in semilavorati e in componenti. Se l’acciaio
italiano smette di essere competitivo o se il ciclo si spezza, succede che la manifattura
si indebolisce”. E si indebolisce anche il fatturato di produttori come lui di
scaffalature metalliche per industrie, logistica ecc. che dovrebbero pagare di
più l’acciaio importato.
Infatti, aggiunge, “Il piano B deve essere chiaro. Tutta la
parte a freddo deve andare avanti: continuare a fare laminati in Italia, ma
facendo arrivare, nel frattempo, le bramme da lavorare dall’estero. E questo
deve farlo l’azionista, quindi lo Stato italiano.”
Se lo deve fare lo Stato, allora nazionalizziamo? Ma no! Perché
lo Stato serve quando deve mettere le pezze ai disastri industriali, e poi
passa il tutto “risanato” di nuovo ai privati che continuano ad ammassare
profitti!
“In parallelo – continua Bettini - si devono usare le risorse già disponibili per costruire un percorso verso i forni elettrici. C’è un miliardo e due da spendere, stanziati da Draghi, per arrivare, nel giro di tre anni e mezzo, almeno a due forni elettrici in funzione, così da ridurre drasticamente la dipendenza dalle importazioni delle bramme”. E questo «Per non perdere competitività. Se l’acciaio prodotto all’estero costa molto meno, o viene fatto con condizioni migliori, chi userà le nostre produzioni? Se non si fa questo l’Italia nel giro di cinque anni perderà il 30% della manifattura”. Bello essere “competitivi” con i
soldi pubblici! Chi comprerà le scaffalature di Bettini e i prodotti di questo tipo di produzione industriale? Potremmo dire è la concorrenza, bellezza! Che sta alla base del sistema capitalistico!Ma alla domanda se “La cordata italiana può rappresentare
una svolta”, Bettini svicola: “«Sì
certo – dice - purché il progetto sia davvero
industriale con la prospettiva di realizzare i forni elettrici. Devono essere
assicurati investimenti e continuità sul ciclo, altrimenti il rischio è che in
Italia restino solo pezzi del processo, finendo per dare margini e vantaggi a
soggetti stranieri che trasformano l’acciaio fuori e rivendono prodotti finiti
o semilavorati. Noi invece dobbiamo tutelare le imprese italiane che dipendono
da un’acciaieria che regga, non da un qualche cosa che assomigli a un centro
servizi”.
Non dice affatto chi
deve fare investimenti e se la cordata italiana c’è e se è pronta a “comprare”
la più grande acciaieria d’Europa!
E alla fine, dopo
aver insistito sui forni elettrici, ritorna sul governo. “Cosa chiede al
governo?” è la domanda: “Una
politica industriale vera, rispondendo a domande semplici. Le molle le vogliamo
continuare a produrre, sì o no? Le lavastoviglie le vogliamo ancora fare, sì o
no? Non basta mettere dazi sull’acciaio e poi non coordinare le condizioni
complessive. Se l’Italia non ha energia sostenibile, non produce più acciaio, non
ha strategie di filiera, non protegge i suoi settori di punta, come l’automotive,
come si può pensare che mantenga il suo sistema industriale. Servono risposte
per poi evitare di piangere la fine della chimica, dell’auto o degli
elettrodomestici”.
La voce stridula
del rappresentante di una parte della produzione industriale, a parte il fatto
che arriva tardi, non parla affatto degli effetti che la produzione con i forni
elettrici, quand’anche si decidesse di metterli in funzione, potrebbe avere sugli operai che diminuirebbero in maniera
consistente.
Ma questa è un’altra
storia che adesso deve essere scritta dagli operai.

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