Prosegue l’offensiva giudiziaria dopo lo sgombero del centro sociale e la militarizzazione di Vanchiglia. 16 perquisizioni, 2 persone in carcere e 6 ai domiciliari contro chi ha partecipato alla mobilitazione del 31 gennaio
Nuova operazione di polizia contro gli attivisti di Askatasuna e le persone che hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 31 gennaio scorso. Dalle prime ore di questa mattina sono in corso perquisizioni e l’esecuzione di misure cautelari a Torino, in Toscana e in Lombardia, nell’ambito dell’inchiesta sulla mobilitazione contro lo sgombero del centro sociale di corso Regina Margherita, avvenuto il 18 dicembre 2025.
Secondo le prime informazioni, il giudice per le indagini preliminari di Torino avrebbe disposto 16 misure cautelari di diversa natura, tra custodia in carcere, arresti domiciliari, obblighi di firma e divieti di dimora. I provvedimenti rappresentano un ulteriore sviluppo dell’inchiesta giudiziaria avviata dopo il corteo che aveva portato nelle strade torinesi migliaia di persone in opposizione allo sgombero di Askatasuna e alla conseguente militarizzazione del quartiere Vanchiglia.
L’impostazione della Procura tende a ricondurre gli episodi contestati a un’azione organizzata e premeditata, attribuendo ad alcuni indagati un ruolo di direzione. Una ricostruzione accusatoria che rischia di cancellare il carattere collettivo della mobilitazione e soprattutto le ragioni politiche che l’avevano determinata. Il corteo del 31 gennaio era infatti la risposta a una decisione del Viminale che aveva posto fine a un’esperienza sociale radicata da decenni nella città, interrompendo anche il percorso di interlocuzione istituzionale avviato con il Comune per il riconoscimento di Askatasuna come bene comune.
La vicenda non può dunque essere ridotta alle contestazioni penali rivolte a singoli manifestanti. Prima delle indagini e delle misure cautelari c’è stata una precisa scelta politica: sgomberare uno spazio sociale, interrompere le attività che vi si svolgevano e sottoporre un intero quartiere a un imponente dispositivo di controllo poliziesco. È da questa decisione che ha avuto origine la mobilitazione, mentre la successiva narrazione giudiziaria e mediatica ha progressivamente spostato l’attenzione dalle responsabilità istituzionali alle condotte attribuite agli indagati.
La nuova operazione si inserisce in un quadro più ampio di inasprimento delle politiche sicuritarie del governo Meloni. L’estensione degli strumenti preventivi, il ricorso crescente alle misure restrittive e la centralità assegnata all’intervento di polizia stanno trasformando la gestione del conflitto sociale in una questione prevalentemente penale. In questo processo, le ragioni delle proteste vengono subordinate alle esigenze dell’ordine pubblico, mentre la repressione diventa uno strumento ordinario di governo.
L’inchiesta non può oscurare la questione politica che attraversa l’intera vicenda: la progressiva riduzione degli spazi di autonomia e organizzazione collettiva, accompagnata dall’impiego della forza pubblica per imporre decisioni che incidono direttamente sulla vita sociale dei territori.
La solidarietà con gli attivisti colpiti dai provvedimenti è quindi parte integrante della difesa del diritto di organizzarsi, manifestare e costruire esperienze politiche autonome. Askatasuna non è soltanto un edificio sgomberato, ma una realtà che ha attraversato per decenni i conflitti sociali torinesi. La sua cancellazione forzata e la successiva offensiva giudiziaria mostrano come il governo del dissenso passi sempre più attraverso l’intervento poliziesco e penale, anziché attraverso il riconoscimento delle ragioni politiche e sociali delle mobilitazioni.
Il comunicato del Network Antagonista Torinese
All’alba diversi compagni e compagne sono stati prelevati dalle loro abitazioni dalla Digos per eseguire le misure cautelari decise dal Giudice per le indagini preliminari. Due compagni sono stati portati in carcere, sette agli arresti domiciliari, sei si vedono applicato il divieto di dimora a Torino con obbligo di firma quotidiana e un ulteriore obbligo di firma quotidiana.
Tutto questo avviene dopo che, una decina di giorni fa, la prima fase dell’operazione giudiziaria aveva convocato una ventina di persone davanti al Giudice per gli interrogatori di “garanzia”.
Compagni e compagne da diverse città del paese sono stati colpiti da questa inchiesta con accuse talvolta anche molto gravi come il “tentato omicidio”, nell’intento di criminalizzare poche persone per un corteo di più di 50 mila persone che erano scese in piazza per protestare contro la stretta repressiva del governo Meloni e la “punizione” che questo aveva voluto infliggere alla città di Torino, colpendo uno dei simboli delle lotte cittadine.Il Gip avvalla quasi in toto le richieste della Procura torinese disponendo misure che colpiscono in maniera pesante le persone inquisite. Le accuse spaziano dalla resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento fino al tentato omicidio e la rapina. I reati smisurati che vengono contestati sono l’immagine plastica di come la le istituzioni vogliano trasformare il dissenso e il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico. Viene sposata una lettura della manifestazione che non tiene conto della spontaneità della rabbia di quella giornata e cerca di rinchiuderla tutta all’interno del solito teorema di “un’oscura premeditazione” , arrivando a disporre i domiciliari anche per chi è accusato solo di essere stato presente vicino o sopra il furgone del corteo.
Le lotte che hanno seguito lo sgombero di Askatasuna si sono inserite in un contesto più ampio di opposizione al governo e di rifiuto del genocidio contro il popolo palestinese, di cui è tutt’ora complice. In questi mesi assistiamo ad una grande sollevazione sociale contro il carovita di guerra e i suoi responsabili, gli arresti di oggi rientrano nella strategia del manganello adottata dal Governo per punire chi protesta. Oggi però non sarà solo il primo passo concreto di una ingiusta e criminale operazione repressiva, ma l’inizio di un’iniziativa di solidarietà che dovrà saper sostenere chi è stato colpito nelle spese legali che dovrà affrontare e per non lasciarli soli. Il 31 gennaio c’eravamo tutti e tutte! Que viva Askatasuna

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