mercoledì 4 novembre 2026

pc 4 novembre - Spagna - Sgombero a Madrid: la acampada finisce, la lotta continua

Da Giuliana - Il manifesto

La acampada della Puerta del Sol a Madrid non esiste più: nella notte tra lunedì e martedì, intorno alle 3, quattrocento agenti della polizia nazionale e della polizia municipale hanno sgomberato le 334 persone che ancora vi pernottavano. Secondo i canali social del movimento 26S, lo sgombero sarebbe avvenuto in modo violento, con uso di gas al peperoncino. Due persone sono state arrestate per resistenza all’autorità. Successivamente, i servizi di pulizia urbana hanno smontato tende, tendoni e gazebo per un totale di oltre 36 tonnellate di materiale, che sarebbe stato almeno in parte trasferito in depositi municipali perché possa essere recuperato da chi lo reclamerà.

Erano in molti ad auspicare una fine diversa per la acampada, ma le decisioni di movimenti che si vogliono orizzontali e assembleari seguono dinamiche articolate, soprattutto quando si lasciano attraversare, come è inevitabile nell’occupazione di massa di una piazza, dalla complessità della realtà sociale. Così è stato per il movimento 26S. Delle 334 persone sgomberate dalla Puerta del Sol, circa 250 erano senza fissa dimora e dormivano lì per necessità, e non, o non solamente, mosse da istanze rivendicative.

NELLE ULTIME DUE settimane, la composizione interna della acampada si era modificata progressivamente: numerose organizzazioni e commissioni avevano deciso di porre fine alla loro esperienza a Sol per trasferire le attività nei quartieri e preparare lo sciopero generale dell’11 novembre,

e anche molti attivisti avevano abbandonato le loro tende, per una fisiologica diminuzione delle forze, per la rigidità del clima e per la mutata atmosfera all’interno della acampada, più conflittuale e meno sicura secondo fonti interne.

I DUE AVVISI SUCCESSIVI che la Delegación del Gobierno (equivalente alla Prefettura) aveva inviato all’organizzazione della acampada la settimana scorsa, chiedendo di lasciare la piazza, facevano leva proprio su questo: venuta meno la spinta rivendicativa iniziale e cambiato lo spirito dell’occupazione, quest’ultima usciva dal perimetro del diritto di riunione, divenendo illegale. L’attivista del 26S con cui abbiamo parlato, la cui testimonianza concorda con quella di altre persone, riconosce che la acampada era effettivamente diventata altro, e che lo sgombero appariva pressoché inevitabile. Attivisti e attiviste si sono trovati così di fronte a una decisione difficile: porre fine alla acampada nonostante molte persone vi trovassero rifugio, oppure attendere lo sgombero, con tutti i rischi fisici e legali annessi?

L’ATTIVISTA intervistato, che non dormiva più in piazza ma continuava a lavorarci quotidianamente, proprio per non “abbandonare” le persone accampate, sostiene che l’ideale sarebbe stato ridurre il perimetro della acampada, lasciando a coloro che avessero voluto rimanere «le nostre conoscenze, oggetti, cibo perché potessero resistere» perché «non avevamo il diritto di cacciare nessuno», per poi andarsene a testa alta, «con un atto politico potente», perché – dice con le lacrime agli occhi – «è stata una cosa molto grande, molto importante, che ha cambiato la vita a me e a tante persone». Le cose sono andate diversamente. Tra gli attivisti è prevalsa la voce di chi voleva rimanere a ogni costo, e il risultato è stato lo smantellamento forzato.

L’ULTIMO GIORNO della acampada, lunedì, è coinciso con il compleanno di Maricarmen che avrebbe compiuto 88 anni. Le persone presenti in piazza hanno ricordato la donna il cui sgombero violento diede inizio in qualche modo a tutto questo e la cui morte poco dopo ha commosso la Spagna, con un minuto di silenzio. È stata una giornata di festa e rivendicazione, con musica, teatro e la lettura del manifesto redatto nei giorni precedenti attraverso un processo partecipativo e orizzontale. Il testo del manifesto va molto al di là della lotta per il diritto all’abitare e si configura come un rifiuto delle logiche cannibali capitaliste, del postcolonialismo, della guerra, della violenza psichiatrica, delle discriminazioni, della distruzione del pianeta. L’ultima frase, letta poche ore primo dello sgombero, suona come una promessa: «Questa acampada, questa città effimera di tende e tendoni, la porteremo sempre con noi».

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