martedì 22 gennaio 2013
pc 22 gennaio - Monti rafforza l'asse imperialista con la Francia contro i popoli del mediterraneo e dell'Africa
La guerra di Monti l'Africano
di Gianluca Di Feo
Il governo vuole dare supporto all'intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto 'simbolico': gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto(17 gennaio 2013)Non sarà semplicemente un 'beau geste'. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l'Africa.
Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell'Aeronautica, che possono rifornire il ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.
Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.
Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette 'tecniche' che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.
Da alcuni anni l'intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l'efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.
Ma l'asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d'Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.
Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l'occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l'Asia e con un'attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.
A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L'ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l'addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.
Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall'Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.
Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.
Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell'Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.
pc 22 gennaio - Grillo contestato da antifascisti a Salerno
pc 22 gennaio - Continua la pubblicazione degli interventi al Convegno di Taranto del 7 dicembre promosso dalla Rete
Messaggi della THISSENKRUPP
....La nostra fraterna vicinanza e condivisione della causa e della lotta per tutelare il lavoro e l’ambiente per i lavoratori dell’Ilva, e per tutte/i le/i cittadine/i di Taranto e dei comuni limitrofi che vivono la drammatica esistenza di vivere in un territorio dove sembra che lo Stato e la legge siano assenti.
Una città ed un territorio, in cui sembra esistere da decenni un doppio binario, dove la legge e le regole le debbono rispettare solo i lavoratori ed i cittadini, mentre chi come padron Riva ed i suoi complici e sodali, le violano regolarmente e continuamente, vige l’impunibilità a tutti i livelli, “due binari”, sia giuridico-legale che economico-sociale, sia ambientale, una sorta di condizione di extra-giudiziale, che compromette e condiziona la vita e la società tarantina in tutti i suoi aspetti sociali ed economici, sino a ledere le regole che stanno alla base della nostra convivenza civile e democratica, la Costituzione italiana dentro e fuori lo stabilimento dell’Ilva!!
Per il direttivo “Legami d’Acciaio”
Ciro Argentino ex operaio ed Rsu ThyssenKrupp
Salvaguardare ambiente e occupazione si può, anzi è necessario.
...Dopo decenni di devastazione ambientale occorre risanare l’area dai rifiuti tossici, creando così posti di lavoro utili (non a Riva ma ai tarantini che sono i veri proprietari della fabbrica) e riconvertendo la produzione a lavorazioni non nocive, utili alla società e rispettose di persone e ambiente.
Come è facile intuire non saranno i Riva o il governo a prendere queste decisioni, così come non si adopereranno per trovare le risorse necessarie alla riconversione industriale. Solo i lavoratori, con la lotta per il proprio posto di lavoro, legata alle altre lotte, possono costringere l’Amministrazione locale e il governo a prendere le misure necessarie per salvaguardare ambiente e posti di lavoro...
Gli operai dell’Ilva hanno i numeri, la forza e l’esperienza di lotta non solo per occupare lo stabilimento ma anche altri centri nodali come strade, aeroporto, porto e base militare; hanno la conoscenza e la capacità per gestire lo stabilimento senza le manovre e la sete di profitto di Riva & Co.; hanno l’abilità di sfruttare ogni ambito (trattative a vari livelli, mobilitazioni di piazza, occupazioni, ecc.) di lotta per portare a casa l’unico risultato utile: la ripresa dell’attività (anche riconvertita ad altre produzioni) e le dovute bonifiche.
Solidarietà a chi lotta per la dignità del lavoro!
La soluzione siamo noi lavoratori! Tutto dipende da noi!
Ex lavoratori ThissenKrupp Torino
Processo d’Appello ThyssenKrupp
Da poche settimane è ripreso il processo d’Appello ThyssenKrupp, che vede indagati 6 imputati per la morte dei nostri 7 compagni di lavoro uccisi per profitto la notte del 6 dicembre 2007. La Procura non contesta loro solo il reato di gravi omissioni di cautele antinfortunistiche e incendio doloso ma anche di omicidio volontario (per l’AD H. Espenhahn) con dolo eventuale e per un altro degli imputati, il RSPP Cosimo Cafueri, il reato di istigazione alla falsa testimonianza, avendo avvicinato alcuni testimoni di parte per indurli a testimoniare condizioni di lavoro all’interno dello stabilimento “idilliache”. Le stesse condizioni di abbandono e trascuratezza degli impianti che, come ha dimostrato l’indagine compita dal pool di Guariniello, avrebbero portato alla morte dei nostri compagni.
Nonostante il vergognoso tentativo di scaricare la colpa dell’accaduto sui nostri compagni di lavoro, distratti e intervenuti in ritardo secondo la difesa, ricordiamo che Antonio, Bruno, Roberto, Angelo, Saro, Rocco e Giuseppe sono morti proprio perché hanno compiuto fino in fondo il loro lavoro, anche se sapevano benissimo che stavano per perderlo di lì a poco. Proprio questo attaccamento al loro lavoro gli è stato fatale.
Ritiratesi tutte le Parti Civili dal procedimento (ad eccezione di Medicina Democratica), anche quelle che avrebbero, a parer nostro, dovuto rimanere all’interno del processo anche nei successivi gradi di giudizio, come per esempio il Comune di Torino (che appalta al gruppo tedesco la realizzazione delle scale mobili sia a Porta Susa che a Porta Nuova, con tanto di logo in bella vista!) e gli altri Enti locali e i sindacati, che si sono invece defilati lasciando un vuoto enorme in un procedimento importantissimo non solo per il clamore che la vicenda ha suscitato in termini umani (non solo a Torino) ma anche per i suoi risvolti giuridici e sociali.
Un procedimento già definito storico ma che per noi non potrà che esserlo in una sola maniera: quando vedremo tutti gli imputati dietro le sbarre.
Invitiamo cittadini solidali, studenti, lavoratori, precari e disoccupati, giornalisti, organizzazioni sindacali e di partito, associazioni e tutti coloro che hanno a cuore il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro a partecipare numerosi alle udienze in solidarietà con le famiglie delle vittime e con gli ex lavoratori coinvolti in una delle pagine più brutte della storia recente del nostro Paese: un concreto gesto di solidarietà che, legato alle lotte e alle mobilitazioni per il diritto alla casa, alla salute, al lavoro sicuro e dignitoso, sia mirato alla costruzione di una società non più basata sul profitto di pochi ma sul reale progresso dell’umanità e sulla dignità dei lavoratori e delle loro famiglie.
Ex lavoratori ThissenKrupp Torino
FRANCESCO MARESCA EX OPERAIO ILVA
Sinistra Critica
Parlare dell’Ilva in questo periodo non è molto semplice, dato che ci confrontiamo oggi e ci scontriamo con due posizioni radicalmente opposte.
Una è la posizione strumentale, promossa principalmente dall’azienda che ha mobilitato le sue truppe nella prima fase della mobilitazione, partita il 30 marzo in occasione dell’udienza preliminare che avrebbe messo sotto processo i vertici Ilva. È seguita poi una seconda fase in cui per contestare i provvedimenti della Magistratura sono scese in campo le organizzazioni sindacali.
Contro questa, l’altra posizione si è manifestata in forma eclatante il 2 agosto, quando un gruppo di operai Ilva, più alcuni, che chiamiamo genericamente cittadini, tanto per non fare polemica con nessuno, si costituiscono in Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti e riescono a mobilitare parecchio, e da allora in poi hanno realizzato numerose e partecipate manifestazioni. I problemi emergono ogni qual volta il Comitato deve prendere delle decisioni, quello che possiamo chiamare genericamente “programma”, cioè: su che cosa ci battiamo? Chiediamo genericamente a Riva di fare investimenti o presentiamo proposte che mettono in discussione il da farsi?
Per tutta una fase ho seguito da vicino la vita del Comitato e posso dire che il problema vero è che al suo interno si è scatenata la parte più conseguentemente e irriducibilmente per la chiusura dello stabilimento. E attualmente all’interno del Comitato è ancora prevalente questa posizione, anche se ufficialmente la posizione del Comitato è che Riva deve mettere mano al portafoglio e pagare le ristrutturazioni per la messa a norma degli impianti. Perché dico che la posizione per la chiusura è di fatto quella che prevale? Perché aggiungono, dato che già sappiamo che Riva non vuol cacciare un centesimo è certo che lo stabilimento chiude.
Secondo me, invece, uno stabilimento come quello, per quante disgrazie possano capitare, non può essere chiuso per mille motivi, da ultimo, in ordine cronologico per il recente decreto del Governo.
Un provvedimento che ritengo di una gravità assoluta.
Dunque i problemi nel Comitato nascono da questo tipo di posizione, cui ovviamente si attengono tutte le organizzazioni ambientaliste. Questi pensano che la chiusura dell’Ilva determinerà un cambiamento strutturale della crescita produttiva. Detto in termini schematici, il passaggio a una crescita centrata sulle cozze, la piscicoltura, l’agricoltura, la pastorizia, ecc. E in più ci sarebbe la valanga di soldi necessaria per le bonifiche.
È stato veramente inutile sgolarsi per mesi per dire: “guardate, che questa è la strada peggiore, è la strada che già è stata percorsa in altre situazioni. Vogliamo parlare della Sardegna, dove le aziende chiudono a catena e non succede niente? Dove gli operai devono abbarbicarsi nella difesa della Alcoa, addirittura delle miniere, che sono dieci volte peggiori della siderurgia?”
Niente da fare: si insiste a proporre questa strada, annunciando in modo un po’ favolistico che arriveranno miliardi per bonificare Taranto. Inutile è stato spiegare che se, per ipotesi, l’Ilva chiudesse non arriverebbe neanche un centesimo come, per fare un esempio più vicino a noi, non è arrivato un centesimo a Bagnoli, dove dal 1993 si promettono bonifiche che ancora nessuno ha realmente visto. Tirano poi in ballo, a sproposito, l’esempio della chiusura dell’area a caldo di Genova, frutto di presunte grandi mobilitazioni di cittadini, quando in realtà i nostri compagni che a Genova vivono e operano ci hanno confermato che a suo tempo ci furono mobilitazioni di circoli ristretti rispetto alla dimensione della città. È vero che a Genova Riva ha chiuso l’area a caldo ma nessuno vuole ammettere che per farlo Riva ha beccato un sacco di milioni. Nel ’98, quando io ero ancora in fabbrica Riva fece un accordo che discutemmo in consiglio di fabbrica, dove ci raccontarono la barzelletta che sarebbe stata spostata a Taranto la produzione di altri due milioni di tonnellate quando già la produzione, che allora era su cinque altiforni, aveva raggiunto il suo massimo. Comunque sia, nel ’98 si fa quell’accordo ma l’area a caldo è stata chiusa solo nel 2005. Dunque nel 2005 Riva aveva l’alternativa: spendere 15, 20, qualcuno dice 30 milioni per rifare l’unico altoforno ancora attivo a Genova, o incassare i 50 milioni che lo Stato e la Regione gli offrivano per chiuderlo, più la gestione per 50 anni dell’area demaniale del porto? Secondo voi Riva che cosa poteva scegliere? Perché gridare alla vittoria, quando, nel migliore dei casi, è una vittoria di Pirro? È vero che la gente che abitava vicino l’impianto ha ottenuto un grande miglioramento, ma non la spacciamo per una vittoria generale. Vittorie sono quelle che tu riesci a determinare con le tue forze, cosa impossibile finché i rapporti di forza restano a vantaggio della borghesia e dei padroni, quindi anche di Riva. Altro esempio che tirano in ballo è quello di Dusseldorf, dove lo stabilimento è stato chiuso e ricostruito in altro sito con tutte le più nuove tecnologie, ovviamente sempre nell’interesse dei padroni. Ma alcuni compagni sono andati a visitare questo nuovo stabilimento ed effettivamente raccontano che la produzione è “pulitissima”. I parchi minerari li hanno collocati a 300 km dallo stabilimento e dall’abitato, spostano settimanalmente dai parchi solo il quantitativo di minerale necessario per una settimana di produzione, 10 giorni al massimo, col risultato di avere cumuli molto bassi. Bene, ma dov’è il grosso dei parchi? Sul Reno! Ed è questa una soluzione? È una soluzione come quella che ho sentito proporre nel Comitato: spostiamo l’Ilva verso Massafra … e che a Massafra sono più scemi? Ancora peggio, ho sentito dire: lasciamo fare queste produzioni ai paesi in via di sviluppo, detto da gente che non si rende conto del suo razzismo strisciante: come se si dicesse, i cinesi sono un miliardo e mezzo, più di un miliardo sono gli indiani, lo stesso Brasile è i forte crescita, possono permettersi di far morire qualcuno, mentre noi che siamo in decrescita è bene che ci salvaguardiamo. Come si fa a ragionare così? È un ragionamento reazionario, una posizione che va battuta. Si può anche essere per la chiusura dell’Ilva, ma non è accettabile che si pensi che si possa spostare altrove, dove gli altri sono inferiori a te.
La mia opinione è che oggi ci sono tecnologie di produzione, dette corex e finex, avanzate al punto che azzerano il danno dato dallo stoccaggio e passaggio di minerale dalle cockerie agli altiforni, utilizzando un minerale agglomerato che non produce diossina in quanto annulla la sinterizzazione che avviene all’interno dell’agglomerato. Se esistono queste tecnologie perché produrre tutti a Taranto gli 8 milioni di tonnellate previste dalla nuova AIA? Non potrebbero invece restare a Taranto due, massimo tre altiforni dotati di queste tecnologie e spostare il resto della produzione, con la stessa tecnologia in altri siti siderurgici?
Ma su questo pesa il macigno dell’ultimo infame provvedimento del governo. Noi pensiamo che l’aspetto peggiore del decreto non è aver scippato il problema dalle mani della Magistratura e fermato l’inchiesta, la carognata peggiore è che hanno elevato lo stabilimento di Taranto al rango di stabilimento di rilievo strategico nazionale, il che vuol dire che tutta la produzione di qui non se ne andrà mai più né può essere cambiata se non in accordo con gli interessi strategici nazionali.
Il ritiro di quel provvedimento va chiesto per questo motivo, non perché delude chi credeva che l’Ilva avrebbe chiuso in pochi giorni, ma perché mette una pietra su qualsiasi ipotesi seria di bonifica, in nome dell’interesse strategico nazionale. Per fare un esempio: solo un cambio di tecnologia e la riduzione della scala dell’impianto può permettere la soluzione del problema dei parchi. Ristrutturare una fabbrica come quella è possibile solo se c’è la volontà politica di governo di diffondere la produzione siderurgica. Ma questo governo non ha più niente da dire sulla politica industriale, salvo imporre l’ultimo diktat.
Solo l’entrata in campo della classe operaia potrebbe cambiare questo stato di cose. Ma purtroppo dato il livello di coscienza attuale, questa classe operaia è abbarbicata a quel posto di lavoro, ha paura di perderlo e invece di dotarla degli strumenti per comprendere qual’è il processo che andrebbe perseguito, si cerca di convincere che ormai siamo tutti morti, e perciò tanto vale che lo stabilimento chiude e tanti saluti a tutti!
PIERO FRICELLI SLAI COBAS ILVA
Sono un operaio dell’Ilva e abito a Tamburi.
Innanzitutto vorrei dire che questo è il decreto di uno stato dittatore. Oltre ad essere un decreto infame nei contenuti, è un decreto anticostituzionale! Contro la Magistratura, la città di Taranto, gli operai dell’Ilva. Sia chiaro che è un precedente pericoloso.
Detto questo, bisogna anche dire che non è vero che gli operai all’Ilva non stanno cambiando. Io che lavoro all’interno posso dire chiaro che gli operai stanno prendendo coscienza.
Guardate, la cosa peggiore fatta contro gli operai, gli operai italiani, non solamente quelli dell’Ilva, è il contratto di formazione, che prevede 24 mesi di formazione, se durante questi tieni la testa bassa, accetti tutto senza lamentarti, vieni confermato, altrimenti sei fuori della fabbrica. È così che viene imposto agli operai un tipo di lavoro di cui oggi quasi tutti noi operai ci stiamo lamentando.
Lo stiamo facendo perché abbiamo preso coscienza, sono morti poche settimane fa due ragazzi. Personalmente la cosa mi fa anche incazzare, perché non dobbiamo aspettare che muoiano due operai per fare un’azione vera, bisognava farla prima, dire le cose come stanno, dire come stanno funzionando gli impianti.
All’Ilva, secondo stabilimento siderurgico in Europa, primo a livello nazionale, abbiamo il contratto dei metalmeccanici. Il perché i sindacati ancora ce lo devono spiegare, in 50 anni i sindacati che stanno all’interno dello stabilimento, nessuno ha mai detto che l’Ilva inquina. Perché? Perché era anche loro interesse, o per altro?
Io oggi sto soffrendo per questa situazione e siamo noi operai, nel magna-magna generale in cui tutti stanno bene, che se la passano peggio e gli tocca scendere in piazza.
Io sono di quelli che non ha fatto mai nessuno sciopero a comando dell’azienda. Io non sciopero per l’azienda e non sciopererò mai! Io sciopero per i miei diritti, per la mia dignità, che nessuno è autorizzato a vendere. In Italia, invece la dignità degli operai è stata venduta. La vera dignità della classe operaia secondo me non esiste più. Io sono uno di quelli che sta facendo le sue lotte per la tutela mia personale e di tutti gli altri e per questo mi hanno detto che sono un vagabondo, un delinquente, un mafioso. Se non c’è una legge che mi tutela, se la 626 non c’è più, allora mi tutelo da solo.
Per quanto riguarda gli operai dell’Ilva, è vero che hanno paura, perche a Taranto non ci sono alternative all’Ilva.
Io sono un operaio dello Slai cobas. Prima ero nella Fiom ma ho smesso di avere fiducia nella Fiom e nella Cgil. Poi sono passato alla Uilm, e mi veniva da piangere… sono passato alla Fim, e ho continuato a piangere… alla fine ho fatto una scelta. Ho scelto lo Slai cobas e la mia scelta la sto divulgando all’interno della fabbrica. Posso dirvi che è una lotta lunga, dura, perché rimbalzo sempre contro un muro di gomma, non dell’azienda, ma tra gli stessi operai. Tra gli operai il problema è che manca chi li guidi, manca una guida per gli operai. Se io ho una Ferrari e non la so guidare, quella Ferrari rimarrà sempre ferma… Noi operai Ilva siamo tutti delle “Ferrari”, basta avere una persona che ci guidi e noi potremo vincerla qualche battaglia. Per questo occorre la volontà di confrontarci, di capire e poi di agire.
A proposito dei “Liberi pensanti”. Io sono un lavoratore, un cittadino, sono libero e penso a modo mio. La penso a modo mio sulla difesa del mio posto di lavoro. E sono un cittadino di Taranto, dei Tamburi, abito a 20 metri dai parchi minerari. Io e i miei figli abitano là. Perché ho comprato casa proprio là, perché quella potevo permettermi. Ma non è giusto che mi compro una casa dove devo morirci. È possibile trovare una soluzione per i parchi, basta volerlo.
Altra cosa da dire è che la Magistratura nei 50 anni prima delle ultime inchieste nessuno l’ha mai sentita. E venuta fuori adesso, deve essersi rotto qualche equilibrio interno per non so che cosa. Questo credo, posso anche sbagliarmi.
Comunque sia, ben venga la Magistratura, ma all’interno dello stabilimento tutti gli operai sappiamo che gli interventi non si faranno. Perché questo decreto Salva Riva, non l’Ilva e tanto meno gli operai. Lo hanno scritto in 6 ore e io non ricordo nessun decreto fatto in 6 ore a tutela dei lavoratori! Non lo abbiamo mai visto! Lo vediamo ora, per salvare i capitalisti e mandare a morte gli operai.
A proposito dell’area caldo di Genova che è stata chiusa. Io oggi faccio le mie lotte e quando vedo gli operai Ilva di Genova affermare che lo stabilimento Ilva di Taranto sarebbe solo al 52° posto per l’inquinamento, non ci sto più! Non ci sto quando li sento dire: veniamo noi a Taranto fare le lotte, come se noi non fossimo capaci di fare le nostre lotte. Attaccano la nostra dignità di uomini e lavoratori e io che vivo di orgoglio e di dignità non accetto di essere offeso da nessuno.
Tanto per essere chiaro coi miei colleghi di Genova, l’idea nostra, di tanti operai è: avete voluto chiudere l’area a caldo perché sapevate di morire e oggi chiedete alla città di Taranto di sacrificarsi? Non ci stiamo! Fate gli operai, mostrate solidarietà per gli operai di Taranto. è giusto che noi e voi difendiamo il nostro posto di lavoro. Io no chiedo la chiusura dell’Ilva, chiedo certezze.
Lavoro in un’acciaieria che è ancora quella di 50 anni fa. Noi sappiamo bene come stanno le cose e in che condizioni lavoriamo. Lo sappiamo noi operai. Per chi sta fuori e non conosce questa realtà, è facile parlare.
Oggi per l’ennesima volta, ho accusato i sindacati. I sindacati mi hanno sempre detto la stessa cosa: noi facciamo il sindacato che riusciamo a fare, ma il sindacato non ha mai detto all’azienda: l’impianto è in queste condizioni, cambiamo! A me non serve il sindacato per farmi fare il 730, quello posso farmelo da solo. Io voglio pagare la tessera perché tu mi difendi. Mi devi tutelare, ma questo non succede.
Un esempio stupido: ieri ho fatto il turno di notte sulla gru. E, col freddo che ha fatto, la mattina mi sono alzato dalla postazione con mal di schiena e mal di testa, vento e freddo entravano in cabina. Oggi sono andato al lavoro e ho detto: io vi fermo la gru se non ripristinate immediatamente il riscaldamento! Pochi minuti dopo sono arrivati i tecnici a ripristinare la gru!
Ma sono solo e da soli la guerra non si vince. Se sono solo l’azienda può schiacciarmi, lo so, ma nel frattempo faccio rispettare i miei diritti. Il mio diritto al lavoro, il mio diritto alla salute e il diritto alla sicurezza, mio e di tutti gli altri operai.
Chi si rifiuta di lavorare su un impianto mal messo, viene subito bollato e gli dicono: non lo fai tu, lo farà un altro. Chi deve cambiare per primo è il lavoratore, deve avere il coraggio di dire: mi rifiuto per la sicurezza mia e degli altri.
Chiudo dicendo che sto dalla parte di tutti i lavoratori, dall’Alcoa all’Ilva di Taranto, anche se non sono d’accordo con qualche idea di qualche lavoratore, anche se capisco che tutti cerchiamo di difendere il nostro posto di lavoro.
Per Rete nodo MILANO
GIUSEPPE GAGLIO
Innanzi tutto porto i saluti anche di chi con la Rete/Milano lavora e che oggi non è potuto venire, come: A.I.E.A (associazione italiana esposti amianto) di Paderno Dugnano; Comitato Sostegno Vittime e Operai Eureco; Cittadini Contro l’Amianto di Cremona; Comitato Arvedi (acciaieria) di Cremona.
Noi sentiamo la questione che si sta combattendo qui a Taranto all’Ilva, come una cosa che ci riguarda.
La Prima ragione, che abbiamo verificato anche nello scoppio all’Eureco di Paderno dove hanno perso la vita 4 operai, 2 italiani 2 immigrati, è il fatto che gli operai continuano a morire, come all’Ilva, sta passando in secondo piano o per lo meno sta diventando, come sempre, una normalità che le prime vittime della logica del profitto sono gli operai. All’Ilva a due giovani operi, non solo è stata rubata la vita ma anche i sogni di avere il diritto ad un futuro. E questo non possiamo permetterlo!
L’altra questione che ci fa dire che la questione Ilva di Taranto ci riguarda anche in città come Milano, è perché anche a Milano esiste questa contraddizione a livello cittadino tra diritto al lavoro-diritto alla salute. Ebbene da Milano noi diciamo ai tanti che qui dicono: “chiudere la fabbrica”, che nella nostra città le fabbriche hanno chiuso. Ma quando le fabbriche erano aperte, gli operai hanno spinto a che si costituissero Associazioni, meritevoli, come Medicina Democratica. Mostrando a tutti quanti che per primi gli operai non solo lottano per il diritto al reddito, diritto al lavoro e al lavoro sicuro, ma lottano anche per gli altri, per il diritto alla salute di tutti. E quindi la loro lotta non è in contrapposizione alla città. Poi le fabbriche hanno chiuso, gli operai hanno perso il lavoro, ma niente è stato bonificato. E Milano è la capitale dell’Amianto. Che sta in tutti i siti. Ci hanno costruito i centri residenziali, con la gente sopra, ci vogliono costruire anche gli ospedali.
Ci siamo lasciati con quelli che oggi non sono potuti venire qui a Taranto, che nelle prime settimane di gennaio prossimo, parleremo, approfondiremo la questione dell’Ilva; anzi c’è una richiesta specifica, fatta da una responsabile del Comitato Arvedi, ed è un invito, in primis agli operai Ilva, affinché si faccia uno sforzo in più, che un operaio, qualcuno di Taranto venga su, perché c’è necessità di sentire direttamente le cose che hanno detto qui, oggi.
L’Eureco - il cui proprietario è Merlino Giovanni - è, era, una fabbrica per lo smaltimento di rifiuti speciali, ma che operava ed opera in altre province e regioni. Come prassi, illegale (conosciuta e “tollerata” dalle Istituzioni), lo ha fatto non rispettando le normative sulla sicurezza, usufruendo della compiacenza e legittimazione dalle Autorità preposte al controllo-verifica-autorizzazioni, evadendo il fisco, utilizzando manodopera precaria e in nero, infischiandosene della salute e sicurezza sia dei lavoratori che della popolazione che abita nei pressi della fabbrica. Nel tardo pomeriggio del 4 novembre 2010 un’esplosione tremenda ha “sconvolto” la “tranquilla” routine del territorio padernese. Quello che era stata una delle tante aree produttive dell’hinterland della Provincia di Milano è ripiombata indietro nella storia. Una tragica fatalità? Niente affatto!
1) Non più tardi tre mesi prima all’Eureco si erano verificati “piccoli” scoppi e incendi. Prontamente denunciati dalla popolazione, comitati e associazioni ambientaliste che “prontamente” venivano “rassicurate” dalle Autorità, carabinieri e vigili, su tutti
2) Non era il primo caso di incidente che succedeva in un sito gestito dal “signor” Merlino. Nel 2005 a San Nazzaro dei Burgundi, provincia di Pavia, era morto un operaio e Merlino è stato condannato, patteggiando una “condanna” di una manciata di mesi
3) Dopo questa condanna gli organi preposti hanno continuato a rilasciare le autorizzazioni.
Ma lo scoppio del 4 novembre costringe tutti a manifestare il loro “sdegno”; la loro “commozione”, la loro “vicinanza” ai lavoratori, prima, gravemente ustionati, poi, morti, la loro “disponibilità” a sostenere i familiari, i lavoratori feriti e tutti gli altri. Per alcune settimane il caso riempie le pagine dei giornali. Arriva la Commissione Parlamentare, guidata dal Senatore Roilo (molto conosciuto a Milano per il suo passato ruolo di dirigente della Camera del Lavoro milanese), che dichiara subito che vi sono delle evidenti colpe-omissioni, oltre che del titolare, di Organi Preposti-politica-Autorità che sono le cause della tragedia; che questo caso è un caso nazionale e che la Commissione si sarebbe prodigata affinché si facesse GIUSTIZIA. Si tengono riunioni del Consiglio Comunale di Paderno “aperte”, promosse dal Sindaco leghista Alparone (le precedenti giunte erano state di centro sinistra) che afferma: «... È’ stato tremendo, e ne sono ancora scosso profondamente. Adesso la mia principale preoccupazione è verso di loro e delle loro famiglie. Spero che si riprendano nel più breve tempo possibile». Ma la giunta di Paderno ha bocciato l’appello del Comitato di sostegno vittime Eureco e di altri organismi, tra i quali la Rete, per un sostegno economico alle precarie condizioni di familiari e operai superstiti; sino al punto che la moglie di una delle vittime ha dovuto pagarsi di tasca propria e con sottoscrizioni il rimpatrio della salma del proprio caro, o che uno dei superstiti ha dovuto subire lo sfratto, tamponato solo grazie alle iniziative del Comitato.
Ma ciliegina sulla torta sono le dichiarazioni politiche di questo signore, che parlano da sole: “Lo stabilimento è sotto controllo”; «Questa fabbrica - continua Alparone - è presente a Paderno da tanti anni ed è un sito approvato, sotto controllo, con tutte le autorizzazioni previste dalla legge. Come amministrazione abbiamo sempre fatto tutte le verifiche del caso e continueremo a farle, con un monitoraggio completo delle attività produttive della zona. Certo sarebbe sempre meglio che queste realtà industriali non fossero così vicine ai centri abitati. L’Arpa sta facendo al momento tutti i rilievi del caso, e non sono segnalati pericoli immediati.». C’è poi chi offre il sostegno nel processo, ancora lungi dall’essere istruito, come il candidato a sindaco di Milano, Pisapia (dichiarando che se verrà eletto, come poi avviene, metterà a disposizione lo Studio di avvocati da lui diretto e si prodigherà affinché vengano sostenute economicamente le famiglie degli operai morti e di quelli feriti). C’è chi il giorno dopo lo scoppio dice di non sapere niente di quanto successo all’Eureco, come il Segretario della Cisl Bonanni, che dichiara ai cronisti “Non so nulla, non ho letto i giornali, ero chiuso in riunione”, e lo fa, ironia “macabra” la definiscono gli stessi cronisti, mentre è a un convegno a Milano dal titolo: “Persona, lavoro e politica”.
C’è chi dice, come la dirigente della Camera del lavoro milanese che il comunicato della Rete “All’Eureco come alla Thyssen bruciano le vite operaie in nome del profitto”, è il “loro” slogan e, anzi fa di più, si dice disponibile a co/promuovere insieme e con altre associazioni la manifestazione per il 4 dicembre a Paderno lanciata da noi. Promessa rimasta lettera morta, ma che nel proseguo della vicenda getta un velo di ipocrisia e discredito sulla Cgil, quando nelle udienze preliminari si è costituita parte civile a fronte del fatto che non era presente in fabbrica e senza citare il fatto che negli anni precedenti non aveva detto nulla sul fatto che all’Eureco il responsabile RLS lavorasse in un altro sito e non in loco, e che su scala nazionale ha ostacolato il lavoro e l’impegno anche dei propri delegati.
Da subito come Rete ci siamo adoperati per costruire co/promuovere iniziative-presidi-manifestazioni. Abbiamo distribuito appelli a giornalisti, politici, associazioni operanti in materia, nell’ottica di unire le forze per incidere in maniera più contundente; sindacati di base e di classe che vogliano lavorare in maniera unitaria contro logiche di “parrocchia” e costruire l’unità dei lavoratori, con gli studenti in lotta per il diritto alla scuola pubblica (coscienti che nelle già precarie e fatiscenti condizioni a cui hanno ridotto la Scuola rischiano la salute e la stessa vita studenti-insegnanti-lavoratori); con i movimenti per il diritto alla casa (per aver più volte denunciato le condizioni nelle quali Comune di Milano e ALER fanno “vivere” proletari e le masse più deboli nelle case popolari con coperture in amianto e rifiuti tossici/cancerogeni sotto le fondamenta (dove sono emerse le collusioni criminose tra politica e mafie varie); con i movimenti contro la devastazione ambientale come il comitato NoExpo (purtroppo siamo stati e siamo voce solitaria nel denunciare i tanti incidenti e morti che vi sono già stati intorno a questa inutile “grande” opera); con gli immigrati, casualmente, nello stesso periodo dello scoppio all’Eureco, in lotta, principalmente a Milano (Torre di via Imbonati) e a Brescia (sulla gru), per mostrare che sono uomini e donne e non invisibili o schiavi o carne da macello da immolare alle logiche del profitto come li vuole questo sistema, ricordando che all’Eureco, ma non solo, erano morti operai non solo italiani ma principalmente immigrati venuti dall’Albania; con artisti, coscienti che spesso la loro Arte, sia che siano immagini-film-teatro-poesie, smuove le coscienze, le menti e i cuori di molti.
Alcuni di quelli da noi raggiunti hanno contribuito a costruire e partecipare all’iniziativa del 4 dicembre 2010 davanti il Comune di Paderno che si è conclusa con l’affissione di uno striscione davanti la fabbrica. Altri hanno assicurato il loro impegno in futuro, ma si sono persi per strada, mostrando la loro “vicinanza” agli operai a corrente alternata; altri ancora hanno disertato, pensiamo per concezioni sbagliate, della serie “gli operai non ci sono più” o “i lavoratori non lottano”.
Oggi, vi è la battaglia del processo che mostra la necessità e il dovere, per tutti, di esserci per affermare che la sete di GIUSTIZIA, che arde nei cuori e nelle menti dei famigliari delle vittime, trionfi all’Eureco come ovunque.
Diciamo subito che si è arrivati al processo con difficoltà e con i soliti tempi lunghi della Magistratura italiana, tipici, quasi sistematici, quando si parla dei diritti dei lavoratori. Infatti il GUP, Bertoja, ha pensato “bene” di rinviare il Merlino non per omicidio plurimo doloso ma per omicidio plurimo doloso. “Legittimo” interpretando le normative giuridiche, ma osceno nella forma e contenuto. Ancor più osceno sono state le udienze preliminari per le accettazioni della costituzione delle Parti Civili. Il Magistrato ha respinto la costituzione del Comitato di sostegno alle vittime perché si è formato dopo lo scoppio (forse si sono dimenticati di costituirsi, in maniera preventiva, prima. Buono a sapersi!); di Associazioni come Medicina Democratica, “perché non preesiste un’attività sul territorio preventivo..” (come se fosse questo l’impedimento per annullare il lavoro di questa emerita Associazione); dell’A.I.E.A Nazionale “in quanto associazione che si batte per l’abolizione dell’utilizzo di amianto che non risulta smaltito all’Eureco” (nonostante dati emersi dalle indagini e dichiarazioni di alcuni operai, che hanno evidenziato il fatto che erano costretti a mescolare l’amianto con altre sostanze e a stare zitti); dell’ANMIL Onlus “in quanto si rende palese da Statuto il compito di assistenza alle vittime e familiari di infortuni e malattie professionali e non di prevenzione..”; di sindacati come A.L.L.C.C.A CUB “in quanto lo Statuto si richiama alla difesa e interessi economici dei lavoratori del settore chimico e non ha scopi di prevenzione di infortuni e malattie professionali..” (qui un lato siamo “concordi” col GUP – non di certo perché abbiamo la stessa visione del ruolo di un sindacato degno di questo nome e che faccia il proprio lavoro – ma perché il suddetto sindacato ha cercato di costituirsi parte civile in maniera strumentale per averne un ritorno d’immagine; dall’altro dissentiamo senza se e senza ma, perché il Gup ha, invece, accettato la costituzione della Cgil “per danno d’immagine..”, quando i danni e non solo d’immagine dovrebbe chiederli gli operai alla Cgil per il suo ruolo e lavoro di connivenza con gli interessi del padrone); di un familiare come Antonella Riunno utilizzando il latino “iure proprio” “petitum” “iure hereditario”, per dire che gli altri famigliari erano legati da uno stretto vincolo di parentela e lei no (perchè pur vivendo insieme non erano sposati).
Mentre il GUP Bertoja ha accettato la costituzione del Comune di Paderno “in quanto più vicino agli interessi dei cittadini..”. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere, ricordiamo a tutti quanto scritto precedentemente. Vogliamo sottolineare solo due cose: 1) il Gup, anche se la legislazione glielo permette, non si è attenuto a fare il suo lavoro di Giudice, ma si è permesso di entrare nel merito del Procedimento “augurandosi che si giungesse ad un accordo, di natura economica, tra le parti evitando così il processo”, permettendo così al Merlino il Patteggiamento quando è anche un recidivo e già condannato per le stesse ragioni e, di fatto, monetizzando gli ASSASSINI sul lavoro; 2) riteniamo sbagliata la linea seguita dagli avvocati dei familiari di accettare il capo d’imputazione, Colposo invece di Doloso, perché diverso da quello applicato al processo Thyssen, e che deve esserlo per tutti i processi, perché se è vero che i familiari e gli operai feriti versano in gravi condizioni economiche non sono i soldi che possono restituirgli i propri cari e compagni di lavoro né rendergli GIUSTIZIA.
4 morti al giorno sono l’evidenza di una GUERRA, non dichiarata ma messa in pratica, da questo sistema contro la CIVILTA’ del lavoro e di chi vive i territori. La sola battaglia giudiziaria, i presidi, le manifestazioni, ecc., non basta, serve una rivoluzione politica e sociale, che dal basso e unendo tutte le energie disinteressate e vogliose di esserci, spazzi via questo sistema che afferma il primato del PROFITTO su quello UMANO.
pc 22 gennaio Ilva taranto... polizia alle portinerie
VIA
LA POLIZIA DALLA FABBRICA
Lo Slai cobas denuncia la
gravità della presenza visibile e massiccia ai cancelli della
fabbrica di polizia e carabinieri e la permanente presenza
all'interno della fabbrica della Digos.
Essa ha il chiaro scopo di
intimidire e reprimere le lotte dei lavoratori, le loro libere
organizzazioni e le avanguardie operaie.
Non siamo e non vogliamo uno
Stato di polizia ma piena libertà di lottare per il lavoro e la
salute.
Chiediamo quindi al Questore e
al Prefetto di ritirare immediatamente la polizia e i carabinieri
dalla fabbrica.
Chiediamo ai lavoratori, e alle
organizzazioni sindacali - tutte - di unirsi a questa richiesta e
promuovere le opportune iniziative per affermare i diritti e la
libertà di lotta dei lavoratori.
SLAI
COBAS per il sindacato di classe
V.
Rintone 22 – 3475301704 slaicobasta@gmail.com
pc 22 gennaio - Saronno - la solidarietà proletaria non si processa !
LA SOLIDARIETA’ NON SI PROCESSA !
Origgio 2008 : sotto processo
la solidarietà ai lavoratori delle
cooperative.
A partire
dalla lotta dei lavoratori delle cooperative in appalto alla Bennet di Origgio,
iniziata nel luglio 2008, è nato un fronte di lotta che ha investito la
maggior parte dei consorzi nei grandi poli logistici della grande distribuzione
e circolazione delle merci.
I lavoratori
delle cooperative della DHL, Fiege-Borruso, Gls Executive, della Tnt, Sda,
Billa, Esselunga, il Gigante e molte molte altre ancora fino ad arrivare alla
lotta ora in corso all’ Ikea di Piacenza, hanno saputo dare un segnale molto
forte di resistenza operaia sapendo costruire lotte radicali senza alcuna
delega ne concertazione.
Lotte anche
dure, con cariche di polizia e carabinieri davanti ai cancelli che hanno saputo
attrarre una solidarietà politica e di classe, assumendo anche la caratteristica
di laboratorio politico di conflitto.
Di fronte
alla radicalità e la continuità di questo percorso, che ha ormai travalicato i
confini dell’area metropolitana milanese, la controparte di
classe ricorre all’ utilizzo non solo della “carota” ma anche del
“bastone” per reprimere terrorizzare e annullare le lotte di
questi operai, per la stragrande maggioranza immigrati.
Repressione
che oltre ad essere ricatto e precarietà delle condizioni di vita e
lavoro, è
terrorismo attraverso il ricatto dei licenziamenti, dal condizionamento dei
caporali in fabbrica, è criminalizzazione, è presenza continua di forze
dell’ordine in assetto antisommossa davanti ai cancelli, è violenza con
cariche con feriti denunce e arresti contro i presidi operai è, come nel caso
che vogliamo denunciare il mettere sotto processo la solidarietà
militante di chi si schiera al fianco dei lavoratori in lotta.
Il prossimo
28 gennaio presso il tribunale di Saronno inizia il processo contro 26 compagne
e compagni che hanno sostenuto la “lotta di Origgio”.
Sono
imputati di aver sostenuto i lavoratori iscritti al Sindacato Intercategoriale
Cobas delle cooperative in appalto al polo logistico Bennet di Origgio e di aver
condiviso con loro numerose giornate e nottate di lotta culminate, dal punto di
vista sindacale, con un contratto che ha prodotto un miglioramento delle
condizioni di sfruttamento all’ interno dei capannoni e, dal punto di vista
politico, con l’inizio di un percorso e un laboratorio di lotte che, a
partire da momenti reali di conflitto, sta aggregando una
sempre più estesa solidarietà militante caratterizzata da una
connotazione anticapitalista.
L’obiettivo
di questo processo è isolare e criminalizzare le lotte di questi lavoratori che
non si sono piegati davanti a cariche e concertazione confederale, è quello di
spezzare la catena di solidarietà, che diverse strutture politiche
e sociali hanno provato a costruire intorno ai numerosi conflitti, è ancora
quello di dare un segnale chiaro che ogni lotta, che si pone sul terreno
dell’autorganizzazione e dell’incompatibilità politica, deve essere
spazzata via pagando un prezzo alto anche dal punto di vista
penale.
La nostra
risposta alla repressione ?
Continuare
le mobilitazioni, con la
coscienza di aver toccato un nervo sensibile, paradigmatico e strategico dello
sfruttamento di classe, investire ancora più coerentemente
con intelligenza e prospettiva politica in questo percorso di lotte che si
allarga sciopero dopo sciopero.
Il nostro
compito è quello di generalizzare e costruire punti di contatto con altri
settori della classe sfruttati e movimenti, come quello no tav, che con
la crisi il padrone tende sempre più a scomporre; dobbiamo studiare,
approfondire, unire e tramutare in organizzazione ogni momento
di conflitto che ponga le basi per una prospettiva di trasformazione radicale
dell’esistente.
Per questi
motivi vogliono reprimere chi lotta ed esprime solidarietà, ed è per questi
stessi motivi che aumenta la nostra determinazione affinchè questo percorso di
lotta si allarghi ad altri settori di classe.
La solidarietà
è un’arma , usiamola !
PRESIDIO 28 GENNAIO 2013 dalle 14.30
al TRIBUNALE di SARONNO via Varese 130.
Coordinamento
di sostegno alle lotte dei lavoratori delle cooperative
coord.cooperative@gmail.com
pc 22 gennaio - No all'intervento imperialista italiano a fianco dell'imperialismo francese in MALIOggi il Parlamento ratificherà la decisione del governo Monti sull'intervento imperialista in Mali
Mali/ Di Paola: Con via libera Camere, invio 3 aerei per 3 mesi Oggi Cdm per contributo con due C-130 e velivolo per rifornimento
Roma, 22 gen. (TMNews) - Con il preventivo via libera del Parlamento, l'Italia potrebbe intervenire in Mali con una missione di supporto logistico che prevede l'impiego di due aerei C-130 e un aereo 727 per il rifornimento in volo". Lo ha detto oggi il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, insieme al collega della Farnesina, Giulio Terzi.
Di questo si dovrebbe discutere oggi in un Consiglio dei ministri, che si dovrebbe tenere dopo l'approvazione alla Camera del decreto missioni. "Si tratterà comunque di un impegno limitato a due o tre mesi", ha sottolineato Di Paola.
Roma, 22 gen. (TMNews) - Con il preventivo via libera del Parlamento, l'Italia potrebbe intervenire in Mali con una missione di supporto logistico che prevede l'impiego di due aerei C-130 e un aereo 727 per il rifornimento in volo". Lo ha detto oggi il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, insieme al collega della Farnesina, Giulio Terzi.
Di questo si dovrebbe discutere oggi in un Consiglio dei ministri, che si dovrebbe tenere dopo l'approvazione alla Camera del decreto missioni. "Si tratterà comunque di un impegno limitato a due o tre mesi", ha sottolineato Di Paola.
pc 22 gennaio - Tunisia scontri polizia disoccupati
Mentre negli stessi momenti vengono pubblicati i dati (ufficiali) sulla disoccupazione mondiale arrivati a 200 milioni in Tunisia riprendono gli scontri...
***
Tunisia, scontri polizia-disoccupati
A Kairouan tra saccheggi, blocchi stradali e incendi
22 gennaio, 09:55
(ANSA) - TUNISI, 22 GEN - E' stata una vera e propria
battaglia quella che, la scorsa notte, ha visto contrapposti centinaia di
disoccupati e ingenti forze di polizia a Kairouan, una delle piu' importanti
citta' della Tunisia, al centro di una regione dove la disoccupazione e'
altissima. I manifestanti hanno attaccato un posto di polizia, bloccando le
principali strade della citta' con pneumatici dati alle fiamme e con alberi
abbattuti e messi sull'asfalto. Segnalati anche dei saccheggi.
pc 22 gennaio - 1000 al funerale del compagno Prospero Gallinari al canto dell'internazionale
Fra i presenti anche moltissimi giovani vicini ai centri sociali. Si è alzato anche un piccolo cartello con la scritta No-Tav. Un altro cartello inneggiava alla rivoluzione. Per ricordare Gallinari sono intervenuti Paroli (che ha tenuto un’orazione) e alcuni giovani, che hanno letto le poesie di Sante Notarnicola. La bara è stata poi salutata - al momento in cui è stata portata fuori dalla camera ardente per il trasporto nel cimitero - con i pugni alzati.
A Prospero Gallinari. La rivoluzione è un fiore che non muore
Galera (di Sante Notarnicola)
Là, dov’era più umido / fecero un fosso enorme / e nella roccia scavarono / nicchie e le sbarrarono
alzarono poi garitte e torrioni / e ci misero dei soldati, a guardia
ci fecero indossare la casacca / e ci chiamarono delinquenti
Là, dov’era più umido / fecero un fosso enorme / e nella roccia scavarono / nicchie e le sbarrarono
alzarono poi garitte e torrioni / e ci misero dei soldati, a guardia
ci fecero indossare la casacca / e ci chiamarono delinquenti
infine / vollero sbarrare il cielo
…non ci riuscirono del tuttoaltissimi / guardiamo i gabbiani che volano.Favignana 1 giugno 1973
…non ci riuscirono del tuttoaltissimi / guardiamo i gabbiani che volano.Favignana 1 giugno 1973
Ieri pomeriggio si sono tenuti i funerali di Prospero Gallinari.
Malgrado la neve ed il gelo, mille persone sono giunte a Reggio Emilia per rendere l'ultimo saluto a Prospero. Ed è un po' sorprendente. Mille persone a salutare un "terrorista", uno di quelli "cattivissimi", degli spietati e senza cuore. Uno di quelli da eliminare senza pietà......
A distanza di molti anni dai fatti è il tempo di dire la verità. Che si apprezzi o meno il loro progetto, è un fatto storicamente accertato che ai militanti delle Brigate Rosse è stato fatto di tutto. Sono stati uccisi mentre dormivano, mentre camminavano per strada, sono stati feriti gravemente, torturati nelle questure, massacrati di botte nelle carceri, condannati a decenni di galera in regime speciale - e alcuni sono ancora dentro mentre nel nostro paese chi uccide, ruba miliardi, avvelena territori può candidarsi e continuare le proprie attività...
I militanti delle BR sono stati perseguitati, costretti all'umiliante pentimento, le loro famiglie e i loro avvocati sono stati controllati, schedati, denunciati, gli è stato fatto il vuoto intorno. li si è fatti passare per pazzi, come degli esaltati senza scrupoli, dei fanatici senza alcuno scopo se non un cieco odio ideologico.
Ogni memoria storica è stata cancellata: è stato rimosso il contesto, quella straordinaria stagione di lotte che dal 1968 al 1980 attraversò il paese, portando ad avanzamenti in termini di diritti e di condizioni di vita senza alcun precedente nella storia umana. E' stata cancellata un'intera generazione che con generosità, passione, intelligenza e con tutti i limiti che l'umanità si porta appresso, aveva lottato per una trasformazione radicale, per un mondo più giusto.
Le forze dell'ordine, gli apparati di stato, i dirigenti del PCI, tutti i reazionari e i borghesi hanno voluto - attraverso la demonizzazione delle BR - esorcizzare la Rivoluzione, far dimenticare la forza che le classi oppresse erano riuscite a raggiungere, instillare la divisione nel movimento, far abbandonare l'idea di una rivoluzione ancora e sempre possibile.....
,,,,, Qualcun altro, invece, è riuscito a rimanere fedele alla sua gioventù, ha saputo custodire quell'amore per l'umanità che lo aveva spinto - in tempi niente affatto gentili - a prendere le armi e lottare contro uno Stato che sta sempre dalla parte dei padroni, del Vaticano, delle organizzazioni mafiose, uno Stato che sostiene guerre e sfruttamento e che negli anni '70 era pronto a tornare al fascismo, pur di fermare l'avanzata proletaria.
Prospero Gallinari era uno di quelli che ce l'aveva fatta, che non aveva smesso di parlare, che con grande accortezza, moralità e dignità aveva continuato a dire il vero, volando così alto che nessun pennivendolo stipendiato dai padroni ha mai potuto colpirlo.
Hanno sicuramente tentato di infamarlo, tanto che nessuno di loro si è interrogato sulla presenza di tanti giovani tra le mille persone arrivate ieri a Reggio Emilia per salutare Prospero. Giovani che non hanno avuto alcuna esperienza della lotta armata. Che in quegli anni nemmeno c'erano. Che, però, evidentemente, sentono un qualche legame con le persone in cui quella storia si incarna. Non per forza la condivisione del progetto delle BR (ma di qualcosa di più ampio e profondo.
Forse, per poterlo comprendere davvero, senza scadere nei molteplici "perché" individuali delle presenze ai funerali, bisognerebbe andare un pò a ritroso, ripensare a cosa sono stati gli anni in cui le BR minacciavano il potere dello stato insieme ad un movimento formato da migliaia e migliaia di militanti che si pose l'obiettivo e cercò di dotarsi anche degli strumenti per la presa del potere. Bisognerebbe fare i conti con quella pagina di storia collettiva, smettere di pensare ai brigatisti come a pochi pazzi sganciati dalla realtà (la pagina autobiografica sulle cure che Prospero ebbe in ospedale da parte di compagni dell'organizzazione dice più di litri di inchiostro) o come dei sanguinari assassini. Allora forse potremmo capire il perché di quella presenza di giovani oggi. E' un lavoro che spetta nel nostro piccolo a noi, perché al 'nemico' non interessa davvero comprendere e soprattutto far comprendere. Gli bastano la repressione e la galera, i tabù, la dietrologia, le teorie del complotto. E' a noi che tutto ciò va un pò stretto. Siamo noi a dover capire...
dal sito del collettivo autorganizzato di Napoli
pc 22 gennaio - L'Aquila: uccide l'ex moglie perchè "gli disobbediva" e intanto che la schiavizzava molestava anche altre donne
...ma
per le donne del PD di L'Aquila solo di "distorsione culturale" si
tratta e pur ammettendo che il fenomeno dei femminicidi in Italia sta
assumendo caratteristiche di vero e proprio allarme sociale, dopo aver premesso che loro non sono razziste lanciano un appello a "donne e uomini, partiti e Istituzioni per una battaglia di civiltà".
Parlare di battaglie di civiltà quando il femminicidio lo commette un albanese è razzista e deviante
Così
come richiedere più polizia quando il tentato femminicidio lo
commettono dei militari, magari apparentati e coperti dalle forze di
polizia, significa impunità per gli stupratori e in fin dei conti
istigazione allo stupro.
Ma se di allarme sociale si tratta - e lo è - non è più sensato parlare di guerra sociale?
Contro stupri, femminicidi, oppressione, dall'India, all’Italia, al mondo intero
scateniamo la ribellione delle donne come forza poderosa della rivoluzione!
scateniamo la ribellione delle donne come forza poderosa della rivoluzione!
Questo l'articolo
Burhan Kapplani, il piccolo imprenditore albanese in cella per avere ucciso giovedì scorso l’ex
moglie, Hrjeta Boshi, e il nuovo fidanzato, Shpetim Hana, molestava anche altre donne.
Era stato denunciato da una persona che abita a San Gregorio, l'uomo che ha sparato all'ex moglie e al suo nuovo compagno nel parcheggio del supermercato di Bazzano.
L’AQUILA. L’inchiesta sul duplice omicidio di Bazzano dovrà approfondire oltre alla dinamica (che sembra ormai abbastanza chiara) anche le risibili motivazioni che l’assassino ha addotto per cercare di dare un senso (ammesso che possa esserci) al suo gesto. Sia davanti ai carabinieri che davanti al giudice, Bruno Kapplani ha cercato di far passare l’idea che lui si era da tempo opposto al tentativo di sua moglie di “sfasciare” la famiglia accogliendo in casa sua il fidanzato con il quale Orietta aveva iniziato un rapporto quando il divorzio era ormai cosa fatta. È l’ennesima bugia di un uomo che al contrario ha portato quella ragazza, sposata per procura quando lei aveva solo 15 anni, all’esasperazione a colpi di tradimenti, botte, offese. A sostenere questa tesi non c’è solo il racconto dei fratelli, a cui non va proprio giù il meschino tentativo di un assassino di infangare il nome della sorella, ribaltando la frittata.
Ci sono anche prove documentali fra cui la denuncia di una donna che qualche mese fa si era rivolta alle forze dell’ordine per segnalare un uomo (Bruno Kapplani) che la molestava con epiteti volgarmente galanti, le chiedeva esplicitamente rapporti sessuali e le telefonava in continuazione. Tutto questo avveniva a poca distanza dalla casa dove c’erano anche i suoi figli e sua moglie che era, tra l’altro, venuta a sapere della vicenda. È la famosa doppia morale: la moglie non deve nemmeno uscire di casa, il marito può permettersi di tutto anche di umiliare pubblicamente la consorte vantando rapporti con altre donne. Anche su questa ossessione che con la gelosia c’entra poco ci sono riscontri.
L’estate scorsa Orietta aveva deciso di andare un giorno al mare con il fidanzato (che era stato accettato bene dalla famiglia di lei e anche dai figli). Bruno arriva come una furia e trova a casa la figlia grande e gli altri più piccoli. Chiede della madre. La figlia replica che la madre non c’è. E allora lui si arrabbia e se la prende con la ragazza minorenne “alzando le mani”. Vengono avvertiti i carabinieri che stilano un rapporto e lo inviano in Procura. L’accusa è percosse in famiglia. Ma è probabile che durante l’istruttoria e il processo, vengano fuori tante altre storie come queste. Intanto i carabinieri stanno cercando di ricostruire come la pistola, usata per il duplice delitto, sia arrivata all’uomo. Si sa per certo che l’arma è stata rubata nell’ottobre 2012 in una casa inagibile al Torrione. L’uomo, che evidentemente aveva premeditato l’assassinio della moglie e del suo fidanzato già da qualche mese, acquista l’arma (da qui il reato di ricettazione) da personaggi – forse albanesi, ma non è certo – che hanno a che fare con il mondo della malavita locale.
Gli investigatori su questo punto mantengono uno strettissima riserbo. Chi ha fornito l’arma potrebbe essere accusato di favoreggiamento di un omicidio (un reato pesante), ma i carabinieri vogliono capire se dietro a tutto non ci sia una vera e propria organizzazione criminale in grado di fornire armi. Cosa questa molto più preoccupante dal punto di vista dell’allarme sociale. In queste ore vengono esaminati i filmati di due telecamere: una che guarda nel parcheggio di Md e un’altra posta davanti ai locali di «Sapore di Mare», che confina con il supermercato. Sembra che una delle due telecamere ha parzialmente ripreso la scena del delitto e in particolare il momento in cui l’uomo si avvicina alla macchina della moglie.
Era stato denunciato da una persona che abita a San Gregorio, l'uomo che ha sparato all'ex moglie e al suo nuovo compagno nel parcheggio del supermercato di Bazzano.
L’AQUILA. L’inchiesta sul duplice omicidio di Bazzano dovrà approfondire oltre alla dinamica (che sembra ormai abbastanza chiara) anche le risibili motivazioni che l’assassino ha addotto per cercare di dare un senso (ammesso che possa esserci) al suo gesto. Sia davanti ai carabinieri che davanti al giudice, Bruno Kapplani ha cercato di far passare l’idea che lui si era da tempo opposto al tentativo di sua moglie di “sfasciare” la famiglia accogliendo in casa sua il fidanzato con il quale Orietta aveva iniziato un rapporto quando il divorzio era ormai cosa fatta. È l’ennesima bugia di un uomo che al contrario ha portato quella ragazza, sposata per procura quando lei aveva solo 15 anni, all’esasperazione a colpi di tradimenti, botte, offese. A sostenere questa tesi non c’è solo il racconto dei fratelli, a cui non va proprio giù il meschino tentativo di un assassino di infangare il nome della sorella, ribaltando la frittata.
Ci sono anche prove documentali fra cui la denuncia di una donna che qualche mese fa si era rivolta alle forze dell’ordine per segnalare un uomo (Bruno Kapplani) che la molestava con epiteti volgarmente galanti, le chiedeva esplicitamente rapporti sessuali e le telefonava in continuazione. Tutto questo avveniva a poca distanza dalla casa dove c’erano anche i suoi figli e sua moglie che era, tra l’altro, venuta a sapere della vicenda. È la famosa doppia morale: la moglie non deve nemmeno uscire di casa, il marito può permettersi di tutto anche di umiliare pubblicamente la consorte vantando rapporti con altre donne. Anche su questa ossessione che con la gelosia c’entra poco ci sono riscontri.
L’estate scorsa Orietta aveva deciso di andare un giorno al mare con il fidanzato (che era stato accettato bene dalla famiglia di lei e anche dai figli). Bruno arriva come una furia e trova a casa la figlia grande e gli altri più piccoli. Chiede della madre. La figlia replica che la madre non c’è. E allora lui si arrabbia e se la prende con la ragazza minorenne “alzando le mani”. Vengono avvertiti i carabinieri che stilano un rapporto e lo inviano in Procura. L’accusa è percosse in famiglia. Ma è probabile che durante l’istruttoria e il processo, vengano fuori tante altre storie come queste. Intanto i carabinieri stanno cercando di ricostruire come la pistola, usata per il duplice delitto, sia arrivata all’uomo. Si sa per certo che l’arma è stata rubata nell’ottobre 2012 in una casa inagibile al Torrione. L’uomo, che evidentemente aveva premeditato l’assassinio della moglie e del suo fidanzato già da qualche mese, acquista l’arma (da qui il reato di ricettazione) da personaggi – forse albanesi, ma non è certo – che hanno a che fare con il mondo della malavita locale.
Gli investigatori su questo punto mantengono uno strettissima riserbo. Chi ha fornito l’arma potrebbe essere accusato di favoreggiamento di un omicidio (un reato pesante), ma i carabinieri vogliono capire se dietro a tutto non ci sia una vera e propria organizzazione criminale in grado di fornire armi. Cosa questa molto più preoccupante dal punto di vista dell’allarme sociale. In queste ore vengono esaminati i filmati di due telecamere: una che guarda nel parcheggio di Md e un’altra posta davanti ai locali di «Sapore di Mare», che confina con il supermercato. Sembra che una delle due telecamere ha parzialmente ripreso la scena del delitto e in particolare il momento in cui l’uomo si avvicina alla macchina della moglie.
lunedì 21 gennaio 2013
pc 21 gennaio - la rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro a bergamo, napoli roma
venerdì a bergamo ha incontrato le realtà di comitati in lotta in lombardia segnatamente nella provincia di bergamo per la questione amianto, a milano impegnati nel processo eureco di paderno dugnago e lavoratori attivi dell' Istituto tumori, Dalmine, tecnimont scuola ecc,- anche in queste riunioni al centro la questione ilva taranto, divenute per tutto il movimento di lotta emblematiche della battaglia di operai e cittadini contro le morti sul lavoro, da lavoro, e da inquinamento. i rappresentanti della rete di taranto hanno ampiamente illustrato la situazione sotto tutti gli aspetti e confrontato pareri e valutazioni decidendo di andare a una assemblea grossa a milano per le prossime settimane
l'incontro di Bergamo ha approvato la proposta di lavorare insieme a una manifestazione nazionale a taranto
nei prossimi mesi.
questa discussione prosegue a napoli venerdì e sempre venerdì alle 16 a roma
anche qui dalla rete di taranto verrà la proposta di andare alla manifestazione nazionale -immagini dal presidio in occasione del processo eureco a milano il 16 gennaio
pc 21 gennaio - ILVA: ASSEMBLEA A ROMA DELLA RETE SICUREZZA
Assemblea a Roma venerdì 25/1 su ILVA E PRODUZIONI NOCIVE organizzata dalla Rete nazionale salute e sicurezza sul lavoro e sui territori
La Rete nazionale salute e sicurezza sul lavoro e sui territori, portando avanti gli impegni presi all'assemblea nazionale di Taranto del 7 dicembre 2012, e dopo l'assemblea Milano/Bergamo sull'Ilva tenutasi venerdì 18 gennaio a Bergamo (di cui daremo resoconto), VENERDI' 25 NUOVA IMPORTANTE ASSEMBLEA A ROMA.
Perchè l'Ilva, dal punto di vista dei reali protagonisti, gli operai e le masse popolari di Taranto, sia questione nazionale, non solo per padroni, governo e sindacati confederali, ma per la mobilitazione nazionale dei lavoratori, delle organizzazioni di base, associazioni, e tutti coloro che si battono e vogliono lottare sempre più per la difesa della salute, della vita, del lavoro contro il profitto del capitale.
Rete per la sicurezza sui posti di lavoro - Taranto
pc 21 gennaio - Ilva taranto - serve una linea di classe nella lotta contro padron riva, governo e stato e dei padroni
COMUNICATO DELLO SLAI COBAS per il sindacato di classe
La riunione straordinaria del governo non ha risolto nessuno dei problemi su cui sono mobilitati gli operai dell'Ilva e che sono all'attenzione di tutte le masse popolari di Taranto. Essa ha confermato
l'applicazione dell'Aia, che è comprensiva della disponibilità e commercializzazine dei prodotti da parte dell'Ilva compreso quelli sequestrati dalla magistratura; ha parlato di un nuovo decreto di cui
non si vede ancora il contenuto e la natura; ha parlato di garanzia di pagamento degli stipendi; NULLA ha detto sul rientro immediato dei cassintegrati.
Le decisioni del governo hanno trovato l'immediato appoggio di tutti i partiti parlamentari, dei rappresentanti delle istituzioni locali e dei sindacati confederali.
Ma l'azienda è immediatamente intervenuta per ribadire che senza dissequestro non pagherà gli stipendi a febbraio e ha convocato per questa mattina i sindacati confederali a Roma dove sarebbero attese
decisioni ulteriormente gravi dell'azienda, soprattutto in materia di occupazione.
Gli operai dell'Ilva, le masse popolari di Taranto e lo Slai cobas per il sindacato di classe con loro, non condividono le decisioni del governo, sono contro la posizione ancora più grave che va assumendo padron Riva e Ferrante e fin dai giorni scorsi abbiamo affermato che ci vuole lo
*SCIOPERO GENERALE DEGLI OPERAI DELL'ILVA e la MOBILITAZIONE UNITARIA
DEGLI OPERAI E DELLE MASSE POPOLARI CITTADINI, CON BLOCCO DELLA FABBRICA
E DELLA CITTA' per imporre a padroni, governo e Stato:
* 'immediata messa a norma della fabbrica, innanzitutto coi soldi di padron Riva, requisendone fondi e beni, mantenimento in fabbrica di tutti gli operai, con il rientro degli attuali cig, la garanzia del salario,
un piano reale per la bonifica della città, con molti, molti altri soldi da mettere da parte dello Stato per salvaguardare la salute e risarcire le masse cittadine danneggiate a partire dal quartiere Tamburi.
La strada indicata dallo Slai cobas è l'unica all'altezza della guerra in atto di Riva e governo e dell'emergenza in corso. La Fim ha realizzato uno sciopero aziendalista. Uilm e Fiom sono con il governo e non pongono con forza il problema immediato del rientro dei cassintegrati.
L'Usb lancia "scioperi ad oltranza" che al di là di venerdì scorso consistono in bandiere propagandistiche con parole d'ordini non adeguate allo scontro con Riva/Governo/Stato in corso.
I lavoratori hanno bisogno in questo momento di forza, unità su basi di classe e scontro frontale di massa in unità con le masse popolari tarantine.
Lo Slai cobas denuncia la gravità della presenza visibile e massiccia ai cancelli della fabbrica di polizia e carabinieri e la permanente presenza all'interno della fabbrica della Digos.
Essa ha il chiaro scopo di intimidire e reprimere le lotte dei lavoratori, le loro libere organizzazioni e le avanguardie operaie.
Non siamo e non vogliamo uno Stato di polizia ma piena libertà di lottare per il lavoro e la salute. Chiediamo quindi al Questore e al Prefetto di ritirare immediatamente la polizia e i carabinieri dalla fabbrica.
Chiediamo ai lavoratori, e alle organizzazioni sindacali - tutte - di unirsi a questa richiesta e promuovere le opportune iniziative per affermare i diritti e la libertà di lotta dei lavoratori.
MARTEDI' DALLE 15 IN POI ALLE PORTINERIE DELL'ILVA SONO PROMOSSI
INCONTRI CON GLI OPERAI, PER INFORMAZIONI E DECISIONI SULLE INIZIATIVE
DA CONDURRE IN FABBRICA E IN OCCASIONE DELLA VENUTA DIEL MIN. CLINI E DEI GARANTI.
In caso venga annunciato nell'incontro di questa mattina ulteriore cassintegrazione e attacco ai salari, la risposta operaia deve essere immediata a partire dalla giornata di domani, martedì.
*SLAI COBAS per il sindacato di classe Ilva**
**slaicobasta@gmail.com - 3475301704 - 0994792086*
Taranto 21.1.2013
La riunione straordinaria del governo non ha risolto nessuno dei problemi su cui sono mobilitati gli operai dell'Ilva e che sono all'attenzione di tutte le masse popolari di Taranto. Essa ha confermato
l'applicazione dell'Aia, che è comprensiva della disponibilità e commercializzazine dei prodotti da parte dell'Ilva compreso quelli sequestrati dalla magistratura; ha parlato di un nuovo decreto di cui
non si vede ancora il contenuto e la natura; ha parlato di garanzia di pagamento degli stipendi; NULLA ha detto sul rientro immediato dei cassintegrati.
Le decisioni del governo hanno trovato l'immediato appoggio di tutti i partiti parlamentari, dei rappresentanti delle istituzioni locali e dei sindacati confederali.
Ma l'azienda è immediatamente intervenuta per ribadire che senza dissequestro non pagherà gli stipendi a febbraio e ha convocato per questa mattina i sindacati confederali a Roma dove sarebbero attese
decisioni ulteriormente gravi dell'azienda, soprattutto in materia di occupazione.
Gli operai dell'Ilva, le masse popolari di Taranto e lo Slai cobas per il sindacato di classe con loro, non condividono le decisioni del governo, sono contro la posizione ancora più grave che va assumendo padron Riva e Ferrante e fin dai giorni scorsi abbiamo affermato che ci vuole lo
*SCIOPERO GENERALE DEGLI OPERAI DELL'ILVA e la MOBILITAZIONE UNITARIA
DEGLI OPERAI E DELLE MASSE POPOLARI CITTADINI, CON BLOCCO DELLA FABBRICA
E DELLA CITTA' per imporre a padroni, governo e Stato:
* 'immediata messa a norma della fabbrica, innanzitutto coi soldi di padron Riva, requisendone fondi e beni, mantenimento in fabbrica di tutti gli operai, con il rientro degli attuali cig, la garanzia del salario,
un piano reale per la bonifica della città, con molti, molti altri soldi da mettere da parte dello Stato per salvaguardare la salute e risarcire le masse cittadine danneggiate a partire dal quartiere Tamburi.
La strada indicata dallo Slai cobas è l'unica all'altezza della guerra in atto di Riva e governo e dell'emergenza in corso. La Fim ha realizzato uno sciopero aziendalista. Uilm e Fiom sono con il governo e non pongono con forza il problema immediato del rientro dei cassintegrati.
L'Usb lancia "scioperi ad oltranza" che al di là di venerdì scorso consistono in bandiere propagandistiche con parole d'ordini non adeguate allo scontro con Riva/Governo/Stato in corso.
I lavoratori hanno bisogno in questo momento di forza, unità su basi di classe e scontro frontale di massa in unità con le masse popolari tarantine.
Lo Slai cobas denuncia la gravità della presenza visibile e massiccia ai cancelli della fabbrica di polizia e carabinieri e la permanente presenza all'interno della fabbrica della Digos.
Essa ha il chiaro scopo di intimidire e reprimere le lotte dei lavoratori, le loro libere organizzazioni e le avanguardie operaie.
Non siamo e non vogliamo uno Stato di polizia ma piena libertà di lottare per il lavoro e la salute. Chiediamo quindi al Questore e al Prefetto di ritirare immediatamente la polizia e i carabinieri dalla fabbrica.
Chiediamo ai lavoratori, e alle organizzazioni sindacali - tutte - di unirsi a questa richiesta e promuovere le opportune iniziative per affermare i diritti e la libertà di lotta dei lavoratori.
MARTEDI' DALLE 15 IN POI ALLE PORTINERIE DELL'ILVA SONO PROMOSSI
INCONTRI CON GLI OPERAI, PER INFORMAZIONI E DECISIONI SULLE INIZIATIVE
DA CONDURRE IN FABBRICA E IN OCCASIONE DELLA VENUTA DIEL MIN. CLINI E DEI GARANTI.
In caso venga annunciato nell'incontro di questa mattina ulteriore cassintegrazione e attacco ai salari, la risposta operaia deve essere immediata a partire dalla giornata di domani, martedì.
*SLAI COBAS per il sindacato di classe Ilva**
**slaicobasta@gmail.com - 3475301704 - 0994792086*
Taranto 21.1.2013
pc 21 gennaio - Grillo vuole abolire i sindacati e si arrabbiano... i padroni!
È
chiaro che l'ultima uscita di Grillo sull'abolizione dei sindacati e lo "stato con le palle" si inserisce nel contesto della
sua progressiva trasformazione in completo rappresentante del moderno
fascismo.
Grillo,
abbiamo detto, è uno sdoganatore di fascisti (tanto per citare la
sua ultima uscita su Casapound) e
un demagogo senza futuro, che esprime un populismo impregnato di
destra... e il contenuto del suo programma lo accomuna alla sostanza
di tutti i partiti e cioè il loro essere servi dei padroni d'Europa
e dell'Italia.
E
i padroni questo lo sanno, ma in particolare in questa crisi che
sembra infinita, come dice qualcuno, hanno i nervi a fior di pelle e
si allarmano ogniqualvolta si parla di sindacati, di operai e di
fabbrica.
In
un articolo del 19 gennaio dal titolo “Sindacati moderni contro il
populismo”, infatti, il quotidiano della Confindustria dice tra
l'altro. “Non è vero che abolire i sindacati è un obiettivo
serio.” “In realtà i sindacati servono, come serve la
rappresentanza dei corpi sociali intermedi che tante volte ha fatto
supplenza e stampella a una politica impresentabile.”
Quindi
laddove, di tanto in tanto, i politici non fanno bene il loro
mestiere ci pensano i sindacati, anche perché “L'Italia ha una
configurazione sociale particolarmente stratificata e la capacità di
portare a sintesi interessi e diritti a volte confliggenti tra loro è
da sempre una virtù del Paese.”
Ma,
precisiamo: “... quello che serve è un sindacato moderno, in grado
di rappresentare davvero i cambiamenti della società e del lavoro
senza nostalgie massimaliste da fine 800.”
E
per scongiurare ogni possibile fraintendimento a proposito di frasi
come “democrazia diretta di fabbrica” il giornalista si appresta
a dire che si tratta di demagogia e che questo tipo di affermazioni
riporterebbe “solo a un gioco primordiale dei rapporti di forza tra
capitale e lavoro.” Di questi rapporti di forza con gli operai ai
padroni non piace sentir parlare...
E
allora “Tocca proprio a chi parla per conto dei lavoratori
raccogliere la sfida di Grillo. Con l'unica risposta possibile:
dimostrare nei fatti, senza tabù o pregiudizi, la concretezza e la
lungimiranza della modernità.”
E
quindi i padroni possono stare tranquilli dato che sanno molto bene
che in quanto a svendita di diritti i sindacati confederali italiani
sono tra i più moderni in assoluto!
pc 20 gennaio - comunicato del comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in india
Si è tenuta in italia il 19 gennaio la riunione del comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India per fare un bilancio della grande riuscita della Conferenza Internazionale di sostegno fatta ad Amburgo il 24 novembre scorso.
Alla riunione hanno partecipato e dato il sostegno in diverse forme tutte le forze che fanno parte del Comitato a cui si sono aggiunte altre realtà importanti dalla Spagna e dal Brasile.
La riunione dopo esposizione, dibattito e interventi, ha preso diverse decisioni in tutti i campi che saranno contenute e proposte alla discussione internazionale, nel resoconto in preparazione che sarà inviato direttamente a tutte le forze partecipanti e interessate. Le prime di esse sono:
1) Uscita entro questo mese dell'opuscolo con gli interventi alla Conferenza in inglese, italiano e spagnolo e nel prossimo mese in francese, spagnolo; in altre lingue (turco, hindi, arabo ecc.) questo è a cura delle forze che vogliano assolvere a questo compito.
2) Partecipazione del Comitato nei diversi paesi alle iniziative internazionali per 8 marzo e 1 maggio.
3) Promozione di una nuova combattiva giornata internazionale di lotta in primavera da tenersi in forma coordinata con il Comitato, nel maggior numero di paesi del mondo, la cui data sarà concordata dopo la conclusione della consultazione con tutte le forze della Conferenza internazionale.
La riunione fa appello a tutte le forze e tutti i compagni di unirsi sempre di più nelle file e nei ranghi del comitato internazionale sulle parole d'ordini e con lo spirito della grande Conferenza di Amburgo
comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India
gennaio 2013
csgpindia@gmail.com
Alla riunione hanno partecipato e dato il sostegno in diverse forme tutte le forze che fanno parte del Comitato a cui si sono aggiunte altre realtà importanti dalla Spagna e dal Brasile.
La riunione dopo esposizione, dibattito e interventi, ha preso diverse decisioni in tutti i campi che saranno contenute e proposte alla discussione internazionale, nel resoconto in preparazione che sarà inviato direttamente a tutte le forze partecipanti e interessate. Le prime di esse sono:
1) Uscita entro questo mese dell'opuscolo con gli interventi alla Conferenza in inglese, italiano e spagnolo e nel prossimo mese in francese, spagnolo; in altre lingue (turco, hindi, arabo ecc.) questo è a cura delle forze che vogliano assolvere a questo compito.
2) Partecipazione del Comitato nei diversi paesi alle iniziative internazionali per 8 marzo e 1 maggio.
3) Promozione di una nuova combattiva giornata internazionale di lotta in primavera da tenersi in forma coordinata con il Comitato, nel maggior numero di paesi del mondo, la cui data sarà concordata dopo la conclusione della consultazione con tutte le forze della Conferenza internazionale.
La riunione fa appello a tutte le forze e tutti i compagni di unirsi sempre di più nelle file e nei ranghi del comitato internazionale sulle parole d'ordini e con lo spirito della grande Conferenza di Amburgo
comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India
gennaio 2013
csgpindia@gmail.com
domenica 20 gennaio 2013
pc 20 gennaio - Atti dell'Assemblea nazionale della Rete per la sicurezza sul lavoro e nel territorio- Seconda parte
Dopo l’introduzione ha portato il saluto all’assemblea il compagno SANDRO BRUZZESE, segretario
dell’USI, che ha anche auspicato una migliore organizzazione della Rete per la sicurezza sui posti di lavoro a livello nazionale, per renderla più solida e più partecipata.
Per Rete nodo BERGAMO SEBASTIANO LAMERA, OPERAIO DALMINE
Il comparto siderurgico riveste un ruolo strategico nell’economia nazionale ma anche per tutta la classe operaia e il “caso” nazionale ILVA ha rimesso al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica questa realtà, offrendo alla Rete nazionale per la sicurezza l’opportunità di rilanciare la sua battaglia per una rivoluzione politica e sociale necessaria per mettere al primo posto la sicurezza e non il profitto.
Basta leggere il comunicato stampa del 26 novembre di Confindustria per capire la partita nazionale in gioco all’Ilva di Taranto: “privare il nostro Paese della più grande acciaieria di Europa, con imponenti ripercussioni sull’occupazione e, più in generale, su tutta l’economia italiana”.
Nel ciclo della produzione di acciaio la condizione operaia in termini di sfruttamento, sicurezza, nocività è sicuramente tra le più pesanti e usuranti, sia in rapporto al numero dei suoi addetti circa il 10 % rispetto al settore dell’industria dei metalli ma anche per la presenza prevalente di industrie di grandi dimensioni che questo ciclo richiede e ai suoi riflessi sugli operai occupati e nel territorio sulla popolazione e sull’ambiente. Questi due elementi ci spiegano perché nelle fabbriche siderurgiche, all’interno della logica del sistema di produzione capitalistico che si fonda sull’estrazione del profitto dal sangue dei lavoratori, si manifesta ancora più chiaramente, nella contraddizione capitale-lavoro, che nocivo è il capitale e non la fabbrica.
Ma allo stesso tempo, storicamente, gli operai siderurgici sono sempre stati le avanguardie nella lotta per la sicurezza, contro la monetizzazione della nocività, anche perché le grosse concentrazioni operaie dei poli siderurgici hanno permesso,attraverso rapporti di forza imposti con scioperi e mobilitazioni, rivendicazioni avanzate, fino ad arrivare negli anni passati al CCNL della siderurgia, che oltre ai miglioramenti economici aveva introdotto, indennità turni, indennità acciaieria, ma anche e soprattutto una sorta di controllo sul ciclo produttivo attraverso le commissioni sulla sicurezza. Queste intervenivano, sui ritmi, sulla sicurezza, fino ad arrivare a valutare l’ergonomia della postazione di lavoro e delle varie attività previste nelle diverse mansioni, l’inchiesta e l’intervento preventivo tra gli operai sugli infortuni e sulle malattie professionali, costringendo anche gli enti preposti, i medici, gli specialisti della sicurezza ha mettersi al servizio di questa battaglia.
Non è un caso che lo Stato e i governi (come all’ILVA) con l’avallo dei sindacati confederali si sono prodigati per portare a compimento i processi di privatizzazione della siderurgia negli anni passati (Prodi in testa), che, con la scusa dell’Europa e della conseguente produzione di acciaio da regolamentare e razionalizzare, da un lato hanno regalato ai privati l’industria strategica per l’economia del paese, e dall’altro, azzerato le conquiste contrattuali degli operai attraverso accordi sindacali che di fatto hanno uniformato in peggio le condizioni di lavoro di tutta la categoria.
Risultati ottenuti grazie a pesanti piani di ristrutturazione che hanno seguito queste privatizzazioni con diminuzione degli operai e aumento dei ritmi e della produzione e quindi dei profitti (basta vedere i record di utili dei padroni Riva e Rocca per la Dalmine,etc.), con l’aziendalismo e il produttivismo sostenuti dai sindacati confederali, che sempre più spesso per fare passare tra gli operai l’ennesimo peggioramento hanno usato l’argomentazione che “..il privato non è come il pubblico se non guadagna se ne va in altri paesi..”.
Questa situazione ha un suo riflesso diretto sulla condizione di mancanza di sicurezza che nel tempo si è venuta a creare. Infatti secondo dati Inail del 2008, la metà degli infortuni mortali è concentrata nella siderurgia, così come il 75% degli altri infortuni, per non parlare delle malattie professionali che non vengono conteggiate (amianto, fumi, rumore, vibrazioni…etc.); insomma il rischio di infortunarsi nella metallurgia è particolarmente elevato.
Con questo non si vuole affermare che quando le fabbriche erano pubbliche non vi era sfruttamento o nocività, ma al contrario che la lotta operaia in queste fabbriche è centrale ieri come oggi per ottenere il massimo della sicurezza e della messa a norma degli impianti, pagata da padroni e governo e non dai lavoratori.
E qui ritorniamo alla battaglia nazionale da fare all’ILVA, dove il segnale che viene dato dalle istituzioni come esempio per tutti i padroni è quello, attraverso il decreto-golpe, di lasciare mano libera ai padroni di fare i loro profitti e di riservare lavoro forzato e sotto ricatto agli operai: in sostanza la sicurezza è subordinata alla legge del profitto.
Oggi alla Tenaris Dalmine a fronte di un piano di ristrutturazione con 740 esuberi (usciti 390) che va avanti da 3 anni, la produzione ha segnato record con conseguenti utili miliardari e nello stesso tempo fim-fiom-uilm hanno fatto un accordo per far entrare giovani apprendisti (anticipando la riforma Fornero che indica come norma questo tipo di contratto). Così come ci sono reparti con macroscopiche problematiche di sicurezza dovute al ciclo produttivo e alle attrezzature e macchine antiquate, in cui invece di intervenire subito per rimuovere queste problematiche, si aumentano il numero di pezzi da fare, ossia la produzione. Ovviamente delle problematiche di sicurezza sono a conoscenza tutti, azienda e sindacati; allora l’azienda per far vedere agli operai che è interessata alla sicurezza ha inventato la cosiddetta “ora sicura”, un giorno a settimana per 1 ora i responsabili della produzione vanno nei reparti segnano le anomalie riscontrate parlando con gli operai. Risultato, si continua a lavorare nelle stesse condizioni, dato che i tempi per intervenire si dilatano e anche perché i soldi per fare gli interventi di sicurezza sono determinati da un budget risicato, e intanto si continua a produrre.
La “macchina della sicurezza aziendale” non perdona ed è molto articolata, ma il suo scopo è quello di scaricare sugli operai la responsabilità degli infortuni o comunque far passare tra gli operai che chi si infortuna danneggia anche te, non solo in termini economici in quanto esiste un premio legato agli infortuni, ma anche in termini ideologici in quanto l’infortunio pesa sull’assenteismo e si sa che “chi si fa male è perché ha dato troppa confidenza all’impianto e non ha seguito la procedura”, che tutti sanno che è in contrasto con i ritmi della produzione.
Ultimamente, oltre al consueto interrogatorio che segue il rientro dall’infortunio ed alla tendenza di alcuni operai a mettersi in malattia, i responsabili aziendali aspettano in portineria l’operaio che rientra dal pronto soccorso esterno, dove ha aperto l’infortunio, per chiedergli di rinunciare ai giorni di prognosi in cambio di uno spostamento temporaneo in ufficio, facendo risultare così a zero giorni invalidanti. Oppure se l’infortunio non è grave spingono l’operaio ad andare il giorno dopo al pronto soccorso aziendale dove è ovvio che la tendenza è quella di sottovalutarne l’entità, poiché sotto i 3 giorni di prognosi non vi è obbligo di denuncia all’INAIL ed in questo modo nelle statistiche aziendali si fa risultare che la percentuale di ore perse per infortuni su quelle lavorate è diminuita.
Questo risultato è conseguenza di anni di azione aziendale, che va dai corsi ai nuovi assunti, alla minaccia di test tossicologici e alle contestazioni disciplinari a chi si infortuna, ma anche dalla compartecipazione a questa logica da parte degli RLS, che non sono presenti quando si fanno i rilievi ambientali, che non scrivono più neanche un comunicato quando avviene un infortunio, insomma un esercito senza armi.
Nei casi in cui gli operai si sono rivolti allo Slai Cobas presente in fabbrica per delle sanzioni dopo un infortunio, il lavoratore ha sempre vinto e la sanzione è stata tolta, dato che è facile dimostrare che l’organizzazione del lavoro e le pratiche operative sono inapplicabili con i ritmi della produzione e quasi sempre dopo un infortunio vengono rimossi i rischi che lo hanno causato.
Così come è stata ancora l’azione di denuncia dello Slai Cobas che, grazie alle segnalazione di attivisti operai anche della Fiom, è riuscita ad inchiodare l’azienda, e in particolare RSPP, alle sue responsabilità per l’omicidio bianco di un giovane operaio neoassunto investito da un camion di un’impresa “esterna”. L’esposto del Cobas e il buon lavoro effettuato dal sopralluogo dei tecnici dell’ASL, ha portato la vicenda in tribunale davanti al giudice, che nonostante la strenua opposizione dell’azienda ha accettato lo Slai cobas come parte civile riconoscendo il suo lavoro in fabbrica per la sicurezza. Assenti tutti gli altri sindacati di fabbrica - Fiom compresa - mentre vari lavoratori e un RLS Fim viene indicato dalla difesa dell’azienda come testimone.
Inutile il ricorso dell’azienda fino alla Cassazione, che conferma quanto stabilito dalle sentenze di 1° e 2° grado che affermano la prioritaria responsabilità della Dalmine.
Molte segnalazioni ed esposti, sia all’asl che al tribunale sulle condizioni in reparto, come incendi al forno, fumi per mancanza aspiratori, sostanze tossiche di verniciatura, gru malfunzionamenti etc., non hanno, invece, dato esito positivo. Sia perché l’Asl mette al primo posto la tendenza alla conciliazione tra le parti e al ruolo interno degli Rls prima di intervenire, sia perchè la magistratura avrebbe sicuramente bisogno di un pool ad hoc (vedi Thyssen-Guariniello) per questo genere di interventi, così come la corsia preferenziale per i processi legati agli infortuni che attualmente vengono gestiti dal giudice come ordinaria amministrazione.
Dall’altro per ottenere questi risultati serve la presa di coscienza e mobilitazione degli operai.
Quando questa c’è stata, ad esempio nella battaglia per il riconoscimento dell’esposizione al rischio amianto iniziata nel 1998 alla Dalmine grazie anche agli operai Ilva e al Cobas di Taranto che ci hanno indicato la strada, i risultati si sono ottenuti nonostante all’inizio i confederali, Fiom in testa, sostenessero che tali “benefici” previdenziali spettassero solo agli operai che producevano l’amianto, benchè proprio dei loro ex delegati fossero morti per mesotelioma. Per farla breve questa campagna che ha preso il nome di “Bastamianto: contro la nocività del capitale”, e che è durata parecchi mesi ha portato gli operai a toccare con mano il ruolo connivente anche delle istituzioni preposte, dall’ufficio tecnico Contarp dell’Inail che negava la situazione ma che si è dovuto ricredere quando una delegazione di operai ha messo sul tavolo nei suoi uffici pezzi di coperte di amianto che usavano nei reparti.
Ritornando alla questione Ilva ed ai suoi riflessi nella siderurgia e non solo, è bene segnalare la posizione dell’amministratore delegato della Tenaris Dalmine che, durante un incontro con i dipendenti ad una domanda sulla questione Ilva e sul riflesso ambientale della fabbrica nel territorio di Dalmine e dintorni (dove vi è un’autostrada, un inceneritore, un’azienda chimica), chiama in causa un esperto che parla di dati di emissione controllati secondo le norme europee e disponibili su internet, e termina con una battuta banale stile Riva, dicendo: “non fabbrichiamo cioccolatini ma acciaio”. Ma proprio per questa ragione gli investimenti per la sicurezza dovrebbero essere più alti rispetto ad una fabbrica “normale”!
L'assemblea ha portato la denuncia dell'ennesima strage operaia per il profitto dei padroni e la propria solidarietà agli operai del BANGLADESH, dove a fine novembre, a Dacca, morirono bruciati vivi in una fabbrica tessile in 110, di cui la maggior parte donne che producevano vestiti per il mercato occidentale.
Il governo, che ha dichiarato il lutto nazionale per la più grave «disgrazia industriale» nel Paese, è accusato di ignorare le condizioni dei milioni di operai che per 37 dollari al mese (salario minimo, spesso non rispettato) si ammazzano di lavoro o muoiono in incidenti nelle 4 mila fabbriche di abbigliamento del Paese.
«Trappolemortali » le chiamano gli attivisti locali, sostenuti da alcune Ong internazionali tra cui la Clean Clothes Campaign (Ccc) con base a Amsterdam. «Solo negli incendi in
fabbrica almeno altre 500 persone sono morte in Bangladesh dal 2006», sostiene la Ccc, che ricorda come il problema sia esteso all’intera regione. Due mesi fa a Karachi, Pakistan, sono morti tra le fiamme altri 289 operai.
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