e che adesso chiedono le dimissioni del responsabile dei brogli elettorali Kumar per favorire il partito di Modi, il Bjp, e la riposta del governo, che letteralmente si barrica nel centro di Delhi, come aveva fatto con gli agricoltori, è sempre repressione
dal manifesto di oggi che riporta la cronaca della nuova situazione
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India, tornano gli scarafaggi contro i «ladri del voto»
Le proteste La Gen Z in piazza perché non si è
dimesso Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale
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i brogli elettorali tornano gli «scarafaggi»
Gli «scarafaggi» manifestano a Mumbai – Rafiq Maqbool/Ap
L’avvertimento della Gen Z era arrivato
a fine settembre: se il commissario capo della Election commission Gyanesh
Kumar non si dimette, noi torniamo in piazza. Kumar non si è dimesso e venerdì
2 ottobre, come annunciato, migliaia di persone hanno manifestato nelle
principali città indiane per chiedere la rimozione dell’uomo diventato simbolo
dei brogli elettorali che dal 2025 avrebbero favorito il Bharatiya janata party
(Bjp), il partito di destra hindu guidato dal premier Narendra Modi. Lo stesso
partito che aveva nominato Kumar a capo della commissione incaricata di
sovrintendere le operazioni di voto nella più grande democrazia del mondo.
UN’INCHIESTA pubblicata dal quotidiano Indian Express lo scorso 23 settembre aveva documentato irregolarità e divergenze d’opinione all’interno della commissione, proprio mentre in tutto il Paese procedeva la revisione dei registri elettorali, cancellando almeno 130 milioni di nomi dagli elenchi degli aventi diritto di voto: soprattutto donne, poveri urbani, persone appartenenti alle minoranze tribali o di fede musulmana. Rivelazioni che immediatamente hanno alimentato un’indignazione nazionale veicolata attraverso i social network, il campo di battaglia prediletto dal movimento degli «scarafaggi» che solo qualche mese fa, passando dall’attivismo online a quello offline delle piazze e delle manganellate, era riuscito a ottenere le dimissioni del ministro dell’educazione Dharmendra Pradhan.
Forti di questo precedente, i leader degli «scarafaggi»
hanno suonato la carica con parole d’ordine nuove e perentorie: torniamo a
protestare contro i «ladri del voto», contro il «traditore» Kumar e per
«salvare la democrazia». Il resto delle opposizioni (parlamentari e non) ha
seguito, dandosi appuntamento in una giornata già carica di simbolismo: venerdì
2 ottobre, anniversario della nascita del Mahatma Gandhi, il padre della patria
e della protesta non violenta.
PER IMPEDIRE ai manifestanti di raggiungere Jantar
Mantar, spiazzo al centro del quartiere amministrativo di New Delhi che già
aveva ospitato le manifestazioni oceaniche degli «scarafaggi», la polizia ha
chiuso undici fermate della metropolitana, ha sospeso la rete internet nei
pressi del centro e ha sigillato lo slargo con centri concentrici di barricate
di metallo presidiate da centinaia di agenti. In questo contesto di
militarizzazione urbana hanno manifestato i collettivi studenteschi, attivisti
di lungo corso come Yogendra Yadav e alcuni politici dell’Aam aadmi party
(Aap): in tutto qualche centinaio di persone, puntualmente arrestate e
trascinate via dagli agenti. Per tutta la giornata di ieri i video di
manifestanti pacifici rimossi di peso dalla polizia della capitale hanno
ingolfato i social media indiani, offrendo parallelismi inquietanti con il
trattamento riservato dall’esercito inglese al Mahatma e ai suoi seguaci
durante la lotta per l’indipendenza. Questa volta, però, gli uomini e le donne
in divisa non rispondevano agli ordini della corona britannica, ma al ministero
degli Interni presieduto da Amit Shah, storico braccio destro di Modi.
GLI «SCARAFAGGI» si erano invece dati appuntamento a
Mumbai, dove la polizia ha deciso in extremis di permettere ai manifestanti di
aggregarsi a Shivaji Park, altro luogo simbolo delle proteste della società
civile indiana. La Gen Z ha risposto alla chiamata: migliaia di persone hanno
riempito le strade e lo spiazzo attorno al palco allestito dal Cockroach janata
party (Cjp, partito popolare degli scarafaggi, facendo il verso al Bjp di
Modi), il profilo Instagram satirico diventato il movimento popolare
«apolitico» che la destra hindu non sembra in grado di mettere a tacere.
DAL PALCO il trentenne Abhijit Dipke, il fondatore
del Cjp, ha arringato la folla lanciando accuse pesantissime nei confronti del
governo, con parole che solo qualche mese fa sarebbe stati inimmaginabile
sentire pronunciate in pubblico: ha accusato il premier Modi di voler
trasformare la democrazia indiana in un regime monopartitico e di comportarsi
«come Hitler». «Farebbe bene a ricordarsi come è finito Hitler», ha ricordato
Dipke dal palco prima di rilanciare la protesta nazionale dando a tutti e tutte
appuntamento a New Delhi.
SULLE DATE precise vige ancora riserbo, ma è certo che questo mese di ottobre si preannuncia rovente per il governo, con piazze, sit-in e cortei di protesta organizzati in tutto il Paese da qui al 10 ottobre. Si stanno mobilitando tutti: scarafaggi, collettivi studenteschi, l’Indian national congress di Rahul Gandhi, i partiti regionali. Significativo l’atteggiamento di Modi, che ieri ha ignorato le manifestazioni e ha postato sui suoi canali social due video: un’elegia strappalacrime al Mahatma Gandhi e una videochiamata al pilota indiano «eroe» che ha sventato il dirottamento del volo Dubai – Tel Aviv.
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