giovedì 1 ottobre 2026

pc 1 ottobre - La Tunisia ha sete, anche di diritti - un utile articolo

Una protesta a Tunisi che chiede «libertà per i prigionieri» e aggiunge: 
«Nessuno è contento, solo il presidente Saied»

Di Matteo Garavoglia - Tunisi

Quindici anni dopo la Rivoluzione che cacciò Ben Alì, il paese ostaggio di Kais Saied scende in piazza per l'acqua potabile. Giornalisti e attivisti filo palestinesi in galera. Migranti all'inferno

Un fiume in piena che si fa rigagnolo. Le rivendicazioni di ieri che lasciano posto alla rassegnazione di oggi e una semplice domanda: com’è stato possibile?

Negli ultimi anni la Tunisia ha conosciuto diversi scossoni politici e istituzionali. Il colpo di mano del 25 luglio 2021 ha consegnato i pieni poteri al presidente della Repubblica Kais Saied; un referendum costituzionale nel 2022 ha di fatto interrotto definitivamente il processo di transizione democratica iniziato con la Rivoluzione della dignità e della libertà del 2011; la promulgazione di una serie di decreti presidenziali ha svuotato le competenze della giustizia e criminalizzato società civile, partiti politici, giornalisti e oppositori.

TUTTO CIÒ NON BASTA a spiegare ciò che nella coscienza collettiva viene visto come un collasso nazionale. È l’estate del 2026 a presentare il conto definitivo a un paese dove l’assenza si è fatta Stato. Si parte da avenue Bourguiba, il lungo viale alberato nel pieno centro di Tunisi che poco più di quindici anni fa è stato attraversato da centinaia di migliaia di persone per chiedere e ottenere la cacciata dell’autocrate Zine El Abidine Ben Ali. Nelle scorse settimane, con numeri ridotti a poche centinaia di presenze, le rivendicazioni che si sono fatte largo negli anni successivi alla Rivoluzione non hanno più riguardato maggiori diritti politici, economici, civili e sociali: si sono concentrate su acqua potabile e luce, venute a mancare in maniera totalmente discrezionale. Le ondate di calore che hanno attraversato il paese per tutto il periodo estivo raccontano solo in parte le difficoltà dello Stato nel rispondere alle emergenze.

L’AUMENTO della domanda di acqua ed elettricità ha rivelato l’assenza di una politica pubblica capace di intervenire in caso di crisi ed emergenze nazionali, lasciando al singolo la responsabilità di trovare una soluzione. I centri commerciali si sono così riempiti di persone alla ricerca di acqua potabile

introvabile, mentre le piazze e le spiagge della Tunisia sono diventate luoghi di ritrovo collettivo quando le case diventavano spazi invivibili in mancanza di corrente elettrica.

Lo stupore di scendere per strada per chiedere condizioni di vita basilari è diventato sgomento quando lo Stato ha deciso di criminalizzare uno degli ultimi legami che unisce il paese: la solidarietà per la causa palestinese. Se poco più di un anno fa Tunisi è stata attraversata da innumerevoli bandiere della Palestina per accogliere la delegazione internazionale della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza e rompere l’assedio israeliano, oggi il mondo sembra capovolto. Quattro dei leader della componente tunisina – Wael Naouar, Ghassen Henchiri, Nabil Chennoufi e Ghassen Boughdiri – si trovano in carcere da qualche mese con accuse definite poco chiare da diversi analisti.

DOPO AVERE INTRAPRESO uno sciopero della fame all’interno della prigione di Mornaguia che sta portando a un deterioramento preoccupante delle condizioni di salute dei quattro, in particolare di Naouar, sabato 19 settembre è stata convocata una manifestazione di solidarietà. Il corteo è partito dalla sede del Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (Snjt) e si è poi diretto verso quell’avenue Bourguiba diventata celebre durante la Rivoluzione. Quello che doveva essere un gesto naturale e senza conseguenze si è poi trasformato in un incubo nella notte tra domenica e lunedì. Almeno diciannove persone sono state arrestate attraverso retate nelle abitazioni e per strada per avere preso parte alla mobilitazione.

Il giorno dopo, di fronte alla redazione di Nawaat, uno degli ultimi giornali indipendenti rimasti nel paese, un uomo che si è presentato come corriere ha fatto uscire con una scusa i giornalisti presenti. Sono stati poi prelevati da una vettura di poliziotti in borghese e portati in una caserma alle porte di Tunisi, dove hanno subito aggressioni verbali e minacce per la copertura della manifestazione. Il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini ha denunciato «una violazione flagrante della legge» e chiesto l’apertura di un’inchiesta giudiziaria per accertare le responsabilità. Un atto dovuto che, probabilmente, rimarrà lettera morta.

TUTTAVIA è necessario guardare ancora oltre per cercare di capire il deterioramento politico e sociale che sta vivendo oggi la Tunisia. Ci sono medici, ingegneri, infermieri, ricercatori e lavoratori specializzati che stanno lasciando il paese per condizioni di vita migliori. C’è chi rimane nonostante tutto e un tasso di disoccupazione nazionale del 15%; c’è chi, invece, impossibilitato a lasciare legalmente il paese, lo fa comunque, andando incontro a un destino tragico. Come nel caso di quattordici dei quindici giovani, di età compresa tra i 16 e i 25 anni, partiti da Ben Gardane, nel profondo sud della Tunisia, in direzione Lampedusa lo scorso 19 agosto e morti a causa di un naufragio. Sette di loro facevano parte dello stesso nucleo familiare.

C’è la costa lungo Sfax, uno dei punti nevralgici della rotta migratoria del Mediterraneo centrale, piena di carcasse di imbarcazioni di metallo arrugginito utilizzate per le partenze, principalmente da uomini e donne di origine subsahariana, e schiacciate come lattine. Sono il segno evidente di una violenza di Stato che dal 2023 ha visto vere e proprie deportazioni di massa lungo i confini con Algeria e Libia.

UNA VIOLENZA che è anche figlia indiretta delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, dove la Tunisia gioca un ruolo di fondamentale importanza nel contenimento delle partenze. Negli stessi giorni in cui prendevano forma abusi di ogni tipo nei confronti dei migranti lungo le strade del paese, veniva firmato un Memorandum of Understanding tra Tunisi e Bruxelles che poneva al centro della cooperazione bilaterale proprio il controllo delle frontiere.

Ci sono le carceri, luoghi bui e ormai inaccessibili, che negli ultimi anni si sono riempite di oppositori politici, membri della società civile e giornalisti. In quegli stessi luoghi, tra maggio 2025 e aprile 2026, l’Organizzazione mondiale contro la tortura ha contato tredici decessi sospetti, senza contare quelli avvenuti quest’estate a causa delle ondate di calore. Casi che difficilmente troveranno una verità giudiziaria e che si aggiungono alle decine di familiari che stanno cercando verità per i loro cari. A Sfax, poco lontano da dove la violenza di Stato sta colpendo i migranti di origine subsahariana, la madre di Abdelsalem Zayen sta ancora lottando per ottenere verità e giustizia per suo figlio, morto in prigione durante la pandemia di Covid-19: «Era malato di diabete e nessuno si è preso cura di lui. È morto perché gli hanno dato una medicina sbagliata in quanto viviamo in un paese senza diritti. Io non ce la faccio a sopravvivere ma non voglio piangere, voglio restare forte davanti alla mia famiglia però non ce la faccio a vivere».

CI SONO LE CONDANNE arbitrarie e i processi iniqui. Il caso più noto riguarda Sihem Bensedrine, che negli anni successivi alla Rivoluzione del 2011 ha guidato l’Istanza per la Verità e la Dignità, chiamata a fare luce sugli anni bui della dittatura, ed è stata condannata a 25 anni di carcere: «Ho l’impressione che, per l’attuale regime, imprigionare le persone considerate scomode sia diventato una sorta di lettre de cachet regia: ti rinchiudono e non esci più», sono state le sue parole a il manifesto poco prima della condanna.

Rassegnazione, disillusione e speranza in un futuro migliore. Questi sono, in sintesi, i sentimenti che stanno accompagnando il paese negli ultimi anni. Se le strade si sono svuotate di persone e rivendicazioni, sono i muri della capitale e non solo che hanno ripreso a parlare: «La Tunisia è un cimitero dove metà dei suoi figli sono in carcere, l’altra metà se l’è mangiata il mare».

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