Settembre
1982-Settembre 2018… Sabra e Chatila
IL
DOVERE DI NON DIMENTICARE
– Maggio
2003…: Jenin, Palestina…
"...il
paesaggio sfida qualsiasi descrizione. Un incarnazione dell’orrore,
una visione dopo un uragano. Case distrutte, in tutto o in parte,
rottami di cemento e di ferro, grovigli di fili elettrici. Auto
polverizzate dai carri armati o dai missili, aggiungono una
dimensione di barbarie a questo spettacolo spaventoso. Un puzzo acre
di cadaveri aleggia sulle macerie…”
(
A.Kapeliouk- LeMondeDiplomatique, Maggio 2003)
“Nostra
dimora è il silenzio… nella mente nomi pietrificati… nostra gente, nostri cari, nostre case mi sentite ? Vi batto nel buio, tenui vi sento, invisibili spettri…” ( Abu Manu )
Settembre 1982 …giorni che già sono stati :
Campi
profughi palestinesi di Sabra e Chatila, Beirut, Libano…
“…la
scena che si apriva davanti agli occhi degli osservatori stranieri
che entravano all’interno del campo di Chatila era un incubo. Donne
che urlavano sui corpi dei loro cari, corpi che cominciavano a
gonfiarsi sotto il calore del sole. Le
case erano state distrutte dai bulldozer, spesso con gli abitanti
dentro. Gruppi di corpi addosso ai muri, dove sembravano vittime di
esecuzioni di massa. Altri erano sparsi tra le strade, freddati
mentre cercavano vie di scampo. Ogni piccolo e lurido vicolo tra le
abitazioni deserte dove i palestinesi erano vissuti da quando erano
scappati dalla Palestina, quando fu creato lo stato di Israele,
poteva raccontare una propria orrenda storia…”
(
L. Jenkins – Washington Post, 23 settembre 1982 )
"...l’assedio
è attesa…soli siamo a bere l’amaro calice…Una donna ha detto
alla nuvola : copri il mio amato, perché ho le vesti grondanti del
suo sangue. Se
non sei pioggia amore mio, sii albero…colmo di fertilità…” (
M. Darwish )
Trentasei
anni e cinicamente si ripete la stessa scena di un massacro:
basterebbe scambiare le date e la sostanza non cambierebbe di una
virgola…puzza acre di guerra, donne, bambini, vecchi morti, feriti,
mutilati. Fuoco, devastazioni, distruzioni, macerie. E le parti di
questo scenario sono immutate, da un lato il tallone di ferro di uno
stato occupante, feroce, spietato, sordo ad aneliti di giustizia e
pace; dall’altra un popolo di esiliati, profughi, fuggitivi, che
tenacemente, eroicamente ( senza timori in
questo caso di cadere in neniosa retorica…), continua a rivendicare il diritto ad esistere, a vivere a casa propria, nella propria terra e che…non si è ancora piegato…dal 1948 ad oggi… 2017 ! Ed in questi 60 anni, di arroganza e barbaria ne è stata elargita, giorno dopo giorno, anno dopo anno senza tregua, metodicamente e cinicamente…ormai sono decine di migliaia i morti e centinaia di migliaia i feriti e mutilati, e milioni gli esuli e profughi. Eppure l’occupante, ancora non si è fermato, come scrisse Monsignor H. Cappucci (vescovo di Gerusalemme) : “…Sabra e Chatila, Balata, Nurel Shams, Khaa Younis, Gaza, Jenin ora. Allora le donne e i bambini palestinesi venivano sgozzati. Oggi le donne ed i bambini dello stesso popolo assistono al massacro dei padri, dei fratelli, dei nonni, muoiono nelle loro case demolite dai bulldozer, saltano in aria nei campi minati a tradimento, vengono inceneriti dai missili mentre transitano per strada o sono alla finestra delle loro case, oppure trovano la morte mentre attendono ai posti di blocco per poter raggiungere un ospedale. Migliaia di innocenti vennero massacrati allora. Migliaia sono stati sterminati adesso. Palestinesi cacciati dalle loro terre, senza una patria, senza una speranza, erano le vittime ieri. Palestinesi esasperati dall’occupazione, dalle umiliazioni, senza un futuro, sono le vittime oggi…Se non sarà un Tribunale sarà la Storia a giudicare le nefandezze commesse ai danni dei palestinesi. E non sarà facile per i padri di Israele spiegare ai figli ed ai nipoti come hanno potuto, dopo aver sofferto l’olocausto, portare tanto discredito e tanta vergogna all’ebraismo…”.
questo caso di cadere in neniosa retorica…), continua a rivendicare il diritto ad esistere, a vivere a casa propria, nella propria terra e che…non si è ancora piegato…dal 1948 ad oggi… 2017 ! Ed in questi 60 anni, di arroganza e barbaria ne è stata elargita, giorno dopo giorno, anno dopo anno senza tregua, metodicamente e cinicamente…ormai sono decine di migliaia i morti e centinaia di migliaia i feriti e mutilati, e milioni gli esuli e profughi. Eppure l’occupante, ancora non si è fermato, come scrisse Monsignor H. Cappucci (vescovo di Gerusalemme) : “…Sabra e Chatila, Balata, Nurel Shams, Khaa Younis, Gaza, Jenin ora. Allora le donne e i bambini palestinesi venivano sgozzati. Oggi le donne ed i bambini dello stesso popolo assistono al massacro dei padri, dei fratelli, dei nonni, muoiono nelle loro case demolite dai bulldozer, saltano in aria nei campi minati a tradimento, vengono inceneriti dai missili mentre transitano per strada o sono alla finestra delle loro case, oppure trovano la morte mentre attendono ai posti di blocco per poter raggiungere un ospedale. Migliaia di innocenti vennero massacrati allora. Migliaia sono stati sterminati adesso. Palestinesi cacciati dalle loro terre, senza una patria, senza una speranza, erano le vittime ieri. Palestinesi esasperati dall’occupazione, dalle umiliazioni, senza un futuro, sono le vittime oggi…Se non sarà un Tribunale sarà la Storia a giudicare le nefandezze commesse ai danni dei palestinesi. E non sarà facile per i padri di Israele spiegare ai figli ed ai nipoti come hanno potuto, dopo aver sofferto l’olocausto, portare tanto discredito e tanta vergogna all’ebraismo…”.
“ Facciamo
giuramento che la notte passerà, per quanto lunga sia, occupante.
Ed
il lampo sarà montagna di fuoco, fuoco rovente e nugolo d’aquile.”
(M. El Kurd)
Sabra
e Chatila, giovedì 16/9/1982,
secondo la testimonianza di alcuni soldati israeliani, dalle ore 17 i
massacratori penetrano nei campi da due direttrici, da sud e da
sud-ovest; alla testa della spedizione : Elias Hobeika comandante
delle milizie falangiste libanesi alleate di Israele.
Dalla
testimonianza di Selma sfuggita al massacro : “…eravamo
in cinque, mio padre, mia madre, mio fratello, la nonna ed io.
Rimango soltanto io.. Eravamo nascosti da ore in un rifugio e siamo
usciti perché non potevamo più respirare. I falangisti scendevano
dalle dune…la mia gente è corsa loro incontro agitando fazzoletti
bianchi e gridando di non sparare. Loro hanno cominciato a far fuoco
sugli uomini. Poi sulle donne ed i bambini. Mi sono nascosta in un
gabinetto e da lì ho visto ammazzare la mia famiglia e quasi tutti i
miei vicini. Il quartiere veniva rastrellato casa per casa. Gli
uomini venivano uccisi subito, le donne ed i bambini venivano portati
in uno spiazzo…mio cugino di nove mesi piangeva. Un falangista ha
gridato “ Perché piange ? Mi ha stufato “ e gli ha sparato in
una spalla…poi lo ha afferrato per una gamba e con la baionetta lo
ha ucciso… Al mattino sono arrivati camion e furgoni per portare
via i cadaveri…ci hanno condotti allo stadio fino a sabato 18
settembre, nella mattinata i falangisti se ne sono andati, allora
sono scappata…alla domenica sera sono tornata al campo per cercare
qualcuno dalla mia famiglia…ho trovato mio zio Feisal che avevo
lasciato come unico sopravvissuto…ma prima di andarsene avevano
ammazzato anche lui…”
La
carneficina dura sino alle 10 del mattino di sabato 19 settembre, con
uccisioni, bulldozer che demoliscono case, preparano le fosse comuni
da riempire per tutta la mattinata, gruppi di uomini e giovani
vengono portati via e scompaiono su grossi camion e di loro nessuno
saprà mai più nulla. Alle 10 il silenzio della morte cala sui campi
Sabra e Chatila, tutto è immobile, come pietrificato, l’unico
segno reale sono colonne di fumo che s’alzano verso il cielo e lo
svolazzare di nugoli di mosche sopra il fetore soffocante dei
cadaveri e del sangue. Poi i primi carri armati israeliani che da tre
giorni circondavano esternamente i campi, si muovono verso le entrate
: è il segnale che è tutto finito…dalle macerie fumanti i
sopravvissuti riemergono come da un girone infernale dantesco.
G.
Zohar giornalista israeliano : “…commissione
d’inchiesta o no, ciò non toglie che noi sapevamo che c’era un
massacro, che potevamo impedirlo e che non lo abbiamo fatto…”.
A.
Grossman riservista :
“…i
mucchi di cadaveri dei campi di Beirut mi hanno fatto vergognare di
appartenere all’esercito israeliano…”.
Il
tenente colonnello B. Barbash ufficiale della riserva ha scritto :
“…alla
guida del nostro esercito c’è un uomo al quale ho personalmente
sentito dire a più riprese che un buon arabo è un arabo morto…”.
Lo
scrittore I. Orpaz ha dichiarato : “…non
vi perdonerò mai di aver sconvolto un paese che amavo, con un orgia
mostruosa di stupidità e morte. Nei campi di Sabra e Chatila, mio
padre e mia madre, che ho perduto nell’olocausto, sono stati
assassinati una seconda volta…”.
“…Palestina,
terra sofferta nella carne del pianeta,
cimitero
di tutti i dio spenti nei tuoi figli
Saturno
ti pesa il segno dell’orrore, che ci umilia, che vi umilia…” ( Abu
Manu)
Il
numero della vittime non è mai stato accertato esattamente. La Croce
Rossa Internazionale ha accertato una cifra di 2750 morti, a cui
vanno aggiunti i corpi nelle fosse comuni, quelli restati sotto le
macerie e i deportati mai più tornati. E’ opinione comune degli
esperti internazionali che le vittime siano state tra le 3000 e le
3500, il
tutto in sole 40 ore tra
il 16 e il 18 settembre. Dopo
vent’anni si rompe il muro del silenzio ed un tribunale belga avvia
un procedimento giudiziario contro Ariel Sharon, l’uomo che ha la
responsabilità politica e militare di un operazione classificata
come “genocidio” dall’assemblea
dell’ONU nel dicembre 1982. Il Belgio, perché in quel paese vige
una legge che accorda ai Tribunali di quel paese la competenza
universale in materia di crimini di guerra, genocidi e crimini contro
l’umanità, indipendentemente dai luoghi in cui questi sono stati
perpetrati e delle nazionalità di vittime e carnefici. Una sede
evidentemente non supina a Stati Uniti, Israele e Nato, finora immuni
dal rispondere dei loro crimini contro i popoli e che per
sottomettere la Jugoslavia renitente hanno dovuto inventarsi e
fabbricarsi un Tribunale illegittimo ed illegale, personalizzato,
come strumento dei loro interessi, quale è quello dell’Aja. Il
procedimento belga si basava soprattutto intorno alla figura di Elias
Hobeika,
capo delle milizie “ Forza libanese“ che entrarono nei campi e
diretto responsabile della strage…Hobeika aveva infatti manifestato
la volontà di testimoniare in un eventuale processo contro A. Sharon
e la cui testimonianza, in quanto diretto testimone ed esecutore di
tutta la vicenda, sarebbe stata devastante contro il granitico muro
di silenzio costruito da Israele su Sabra e Chatila per ben 20
anni…Pochi giorni prima però che la corte di Bruxelles decidesse
se aprire o meno il processo contro Sharon….il 24 gennaio 2002, una
autobomba fa saltare in aria l’ex signore della guerra falangista…e
Sabra e Chatila, sono nuovamente circondati dal granitico muro di
letale silenzio. Ma qualcosa comincia ad incepparsi, tramite
testimonianze di sopravvissuti che cominciano ad emergere qua e là e
a vincere il terrore e la paura . Nel
frattempo un altro potenziale testimone scomodo, ex braccio destro di
Hobeikas, M.
Massar viene
ucciso in Brasile, a colpi di pistola. Così come anche
J. Ghanem,
altro uomo di Hobeika, vittima di uno strano incidente stradale e poi
morto dopo pochi giorni in ospedale…per un malore improvviso…
"...Il
responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele.
E quasi va baldanzoso del massacro compiuto. E’ un responsabile che
dovrebbe essere bandito dalla società“…” Così
si esprimeva l’allora
presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini,
nei confronti di uno dei mandanti ed esecutori del massacro di Sabra
e Chatila, l’ex ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon. Info
Pal
"...Non esistono tiranni che possono soffocare tutte le anime umane. Possono controllare la stampa, impedire di parlare, distruggere…Possono mettere a morte, calpestare…Ma nessuna forza può governare la vita di ogni uomo…e anche ci fosse, ci sarebbero sempre uomini nel fango capaci di non rassegnarsi, cuori nelle masse che si rivolterebbero…Anche se oggi viviamo come schiavi e stiamo morendo lentamente…”
(
Ihab, 28 anni, Cisgiordania )
Questo
articolo nasce dalla volontà di riaffermare e ricordare: non solo
per Sabra e Chatila.
Per
solidarizzare anche moralmente con l’eroica storia di lotte e
resistenza del popolo palestinese che, oggi come ieri dal quel
lontano 1948, continua a pagare ogni giorno con sacrifici spaventosi
in vite umane, un prezzo che sembra non avere più un limite
sopportabile da nessun popolo nella storia. Questo modesta
riflessione va nella direzione di riaffermare un NO instancabile
contro coloro che opprimono, umiliano, calpestano per perseguire lo
scopo della loro esistenza : profitti e dominio. Io credo che anche
assistere in silenzio, defilarsi, mimetizzarsi nell’impotenza dei
tempi ( seppur effettiva ), sia una responsabilità di complicità
con chi opprime, e riguarda e coinvolge tutti. Perché anche il
silenzio può essere un crimine, così come connivente
l’indifferenza. Una sorta di congrega del silenzio di chi si sente
incolpevole o innocente. Io penso che la memoria storica per un uomo,
per un popolo, non sia solo un diritto, ma soprattutto un dovere e
innanzitutto verso le nuove generazioni. La memoria come luogo
inalienabile della verità storica e sociale, luogo in cui
riconoscersi e far riconoscere giovani e non; patrimonio per poter
agire in un mondo da trasformare, da cambiare per quanto è diventato
inaccettabile anche solo eticamente e socialmente.
I
pezzi di storia come, in questo caso Sabra e Chatila, non gridano
“castigo” solo per ciò che alcuni hanno fatto, o per come lo
hanno fatto, o per come hanno ottenuto le loro vittorie. Ma anche
perché lo hanno fatto e lo continuano a fare in nostra presenza,
confidando nella loro immunità grazie anche al nostro silenzio, alla
nostra “ disattenzione” o alla nostra smemoratezza…tipiche
ormai del nostro “Occidente”.
Ecco
perché alle “resistenze” e lotte quotidiane, va affiancata una
battaglia culturale e documentata della Memoria storica, se vogliamo
operare per il futuro, per la verità e la giustizia.
Perché
contrastare crimini e menzogne significa anche contribuire a
rafforzare chiunque non accetta la propria condizione di sottomesso
nel nostro paese in particolar modo se giovane, facendogli
comprendere che non è solo e che ci sono radici e patrimoni che
vengono da lontano e che vanno lontano; e che possono essere
strumenti anche e soprattutto per l’oggi e per il futuro.
"...Ogni
tanto capita a qualche comunità di scoprirsi braccata e condannata,
ma quando se ne accorge è ormai troppo tardi per tentare una
salvezza. Altre volte, senza accorgersene, gli capita di venire
scaraventata o risucchiata nell’occhio del ciclone ed altre volte
ancora vede la morte impietosa avvicinarsi e allora decide di
aggrapparsi, evidentemente in modo infantile ma cosciente al tempo
stesso, ad una speranza che non c’è. Penso che quest’ultimo sia
il caso di Sabra e Chatila : sapevano ma non volevano credere, come
l’annegato che si aggrappa ad una pagliuzza. Erano lì, braccati
nei loro miseri campi distrutti…erano lì a marcire
nell’umiliazione e nel fango di un mondo che ha mostrato loro solo
crudeltà, ormai ridotti ad un peso di cui liberarsi, sia per gli
amici che per i nemici. Erano ormai lontani i giorni in cui anche
loro, come tutti, avevano la propria terra, la propria casa ed il
proprio Paese che ora non c’è più o è abitato da altri…
Abbi
pazienza sorella…ti hanno levato il dolce peso, prima di partire
abbraccia il tuo feto, lui non lo sa e non se n’è accorto,
abbraccialo un istante prima di spegnerti nel bianco crudele e
accecante che precede l’eterno buio. Lui non lo sa… soffio
d’anima in cammino, morte di spiga…Pioggia di lacrime ha
disegnato il suo volto…vai dove sei venuto o altrove, ma non qui
dove c’è soltanto morte e tutti noi smarriti nel buio in fondo
della nostra strada…”
(Ali
Rashid)
"...vivere o morire per noi è la stessa cosa, perché questa non si può chiamare vita. E’ come se fossimo già morti. Diciamo che siamo in vita perché camminiamo. Ci uccidono cento volte al giorno…Cos’è questa vita. Negli scontri c’è solo qualche metro tra i palestinesi ed i soldati, vuol dire che non abbiamo paura. La vita e la morte sono la medesima cosa per noi. Ma ci rimane la speranza, non dimentichiamo mai la speranza, forse per questo continuiamo a vivere…”
"...vivere o morire per noi è la stessa cosa, perché questa non si può chiamare vita. E’ come se fossimo già morti. Diciamo che siamo in vita perché camminiamo. Ci uccidono cento volte al giorno…Cos’è questa vita. Negli scontri c’è solo qualche metro tra i palestinesi ed i soldati, vuol dire che non abbiamo paura. La vita e la morte sono la medesima cosa per noi. Ma ci rimane la speranza, non dimentichiamo mai la speranza, forse per questo continuiamo a vivere…”
(Na’el
25anni)
"...Camminano
per le strade di città che gridano al peso dei loro stivali;
circolano nei veicoli corazzati in un paese che non è loro; hanno i
loro parabrezza protetti e accelerano la velocità guardando i
margini delle strade con paura, pronti a sparare ed uccidere.
Ma
non avranno mai abbastanza pallottole perché questa terra è piena
di pietre e piena di mani pronte a lanciarle…” (
F. Longer )
Dobbiamo
espellere gli arabi e prendere il loro posto.
(David
Ben Gurion,
1937, “Ben Gurion and the Palestinian Arabs”, Oxford University
Press)
"...I
palestinesi saranno schiacciati come cavallette…le teste spaccate
contro le rocce e i muri…”.(Yitzahak
Shamir, Primo Ministro, “New York Times”, 1/4/1988)
"...Non
c’è sionismo, colonizzazione o Stato ebraico senza l’espulsione
degli arabi e la confisca delle loro terre…”.
(Ariel
Sharon, ministro degli esteri, “Agence France Press”, 15/11/1998)
"...Israele
ha il diritto di processare gli altri, ma nessuno ha il diritto di
mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato di Israele.
Non
esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti,
li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro paese. Essi non
esistevano…”.
(Golda
Meir, Primo Ministro di Irsaele, Sunday Times, 15/6/1969)
"Ho
chiesto un po’ di sole e il poliziotto ha risposto: Signore,
mettiti in coda!
Ho chiesto inchiostro per scrivere il mio nome. E mi è stato detto : L’inchiostro scarseggia
devi attendere in coda il tuo turno.
Ho chiesto un libro da leggere e una divisa kaki ha strepitato:
Chi vuole il sapere deve leggere le pubblicazioni del partito e gli articoli della costituzione.
Ho chiesto il permesso di incontrare la mia donna e mi è stato risposto: E’ cosa ardua incontrare le donne e l’innamorato deve sopportare una lunga coda.
Ho chiesto l’autorizzazione a mettere al mondo un figlio, ma un ispettore, scoppiando a ridere, mi ha detto: La prole è molto importante ma aspetta in coda ancora un anno.
Ho chiesto di vedere il volto di Dio ma un rappresentante di Dio ha urlato: Perché?
Ho risposto: Perchè sono un uomo sconfitto. Allora mi ha segnato a dito
ed ho compreso che anche gli sconfitti stanno in coda. Mio Signore: desidero incontrarti, ma non lasciarmi in coda come un cane randagio..
Da quando sono nato sono in coda, immobile.
Mi si sono ghiacciati i piedi simile alla carta straccia è la mia anima.
Spiagge calde e … uccelli. Non so come recitare i miei versi perché ovunque mi incalza la mannaia.
I fogli sono presi al laccio le penne al laccio al laccio i seni.
Il letto d’amore vuole un permesso di transito.
Mio Signore: l’orizzonte è sempre più sottile e questo paese è rannicchiato tra le acque
triste come una spada spezzata.
Se rifiutiamo la canfora ancora più canfora ci porterebbero. Mio Signore: l’orizzonte è grigio ed io mi struggo per un raggio di luce.
Se solo volessi aiutarmi mio Signore … mi muteresti in un passerotto. “(Nizar Gabbani)
Ho voluto intramezzare le righe e le cronache di orrori e massacri con immagini (…senza parole), pezzi di scrittori, poeti o solamente uomini di Palestina, che con le loro intense, profonde, malinconiche righe, ci dicono quanto ricca e millenaria sia la loro cultura, in modo che ciascuno possa comprendere meglio ed arricchirsi, grazie al profondo messaggio che trasmettono. E poi perché come diceva il Leopardi, se ben usata la poesia possa anche essere strumento di resistenza e di lotta…: “ ….e cagioni nell’animo dè lettori una tempesta, un impeto…di passioni…e in cui principalmente consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente muovere e agitare e non lasciar l’animo nostro in riposo e calma…” (G.Leopardi – Lo zibaldone)
Ho chiesto inchiostro per scrivere il mio nome. E mi è stato detto : L’inchiostro scarseggia
devi attendere in coda il tuo turno.
Ho chiesto un libro da leggere e una divisa kaki ha strepitato:
Chi vuole il sapere deve leggere le pubblicazioni del partito e gli articoli della costituzione.
Ho chiesto il permesso di incontrare la mia donna e mi è stato risposto: E’ cosa ardua incontrare le donne e l’innamorato deve sopportare una lunga coda.
Ho chiesto l’autorizzazione a mettere al mondo un figlio, ma un ispettore, scoppiando a ridere, mi ha detto: La prole è molto importante ma aspetta in coda ancora un anno.
Ho chiesto di vedere il volto di Dio ma un rappresentante di Dio ha urlato: Perché?
Ho risposto: Perchè sono un uomo sconfitto. Allora mi ha segnato a dito
ed ho compreso che anche gli sconfitti stanno in coda. Mio Signore: desidero incontrarti, ma non lasciarmi in coda come un cane randagio..
Da quando sono nato sono in coda, immobile.
Mi si sono ghiacciati i piedi simile alla carta straccia è la mia anima.
Spiagge calde e … uccelli. Non so come recitare i miei versi perché ovunque mi incalza la mannaia.
I fogli sono presi al laccio le penne al laccio al laccio i seni.
Il letto d’amore vuole un permesso di transito.
Mio Signore: l’orizzonte è sempre più sottile e questo paese è rannicchiato tra le acque
triste come una spada spezzata.
Se rifiutiamo la canfora ancora più canfora ci porterebbero. Mio Signore: l’orizzonte è grigio ed io mi struggo per un raggio di luce.
Se solo volessi aiutarmi mio Signore … mi muteresti in un passerotto. “(Nizar Gabbani)
Ho voluto intramezzare le righe e le cronache di orrori e massacri con immagini (…senza parole), pezzi di scrittori, poeti o solamente uomini di Palestina, che con le loro intense, profonde, malinconiche righe, ci dicono quanto ricca e millenaria sia la loro cultura, in modo che ciascuno possa comprendere meglio ed arricchirsi, grazie al profondo messaggio che trasmettono. E poi perché come diceva il Leopardi, se ben usata la poesia possa anche essere strumento di resistenza e di lotta…: “ ….e cagioni nell’animo dè lettori una tempesta, un impeto…di passioni…e in cui principalmente consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente muovere e agitare e non lasciar l’animo nostro in riposo e calma…” (G.Leopardi – Lo zibaldone)
Nessun commento:
Posta un commento