Le donne proletarie, le donne più sfruttate e oppresse non hanno una ma mille catene da spezzare...
Sono donne lavoratrici, precarie, disoccupate, immigrate soggette a "... varie forme di discriminazione, molestie, a volte violenze che subiscono le operaie sul lavoro; quelle che le subiscono maggiormente sono le migranti, le donne del sud, le giovani operaie, le single, e, sorprendentemente accade più spesso alle lavoratrici delle gradi fabbriche. Circa il 5% ha dovuto subire molestie sessuali, per le immigrate queste molestie arrivano a circa l'8%, (contro le quali l'oppressione di classe e di genere viene appesantita da odiose forme di razzismo) mentre il 4,7 di loro ha dovuto subire violenze sessuali...
(dall'opuscolo S/catenate donne lavoro-non lavoro-una lotta di classe e di genere http://scioperodelledonne.files.wordpress.com/2013/03/s-catenate-marzo-2013.pdf)
In questa società capitalista è doppia l' oppressione che la maggioranza delle donne subisce in diversi ambiti e sotto diversi aspetti, oppressione di classe e oppressione di genere, e sullo stretto intreccio di questi due aspetti e la conseguente lotta da mettere in campo CONTRO non ci possono essere visioni nè parziali, nè unilaterali perchè è la realtà stessa nuda e cruda di ogni giorno che mostra qual'è la condizione di vita della maggioranza delle donne nel nostro paese e non solo.
Mfpr
Mfpr
*****
Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa - il nuovo orrore delle schiave rumene
Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla
Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa - il nuovo orrore delle schiave rumene
Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla
VITTORIA (RG) -
«Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima
no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in
mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili». È
uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il
bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo
a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa.
Siamo nella “città delle primizie”, uno dei distretti
ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema
produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le
stagioni. Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a
gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.
I tunisini
arrivarono già negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di
sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete
ricordavano la nazione di provenienza. Hanno contribuito al miracolo
economico della provincia – l’oro verde - e poi sono stati
sostituiti senza un grazie. Dal 2007 arrivano nuovi migranti che
lavorano per metà salario. I rumeni. E soprattutto le rumene.
Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è
nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.
FESTINI
Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».
La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».
«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria. «C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione». Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice.
Uno squillo
«Se sei abituato
dalla Romania, qui non è tanto più pesante», spiega Adriana con un
sorriso. Non è facile crederci ascoltando la storia di Luana,
quaranta anni. I due figli l’hanno raggiunta dopo il suicidio del
marito in Romania. Lavora in una serra sperduta nelle campagne di
Vittoria, vive in un casolare fatiscente nei pressi. La scuola è
difficile da raggiungere a piedi. Il tragitto è lungo e pericoloso
per due bambini soli. Il padrone è un signore di Vittoria. Si offre
generosamente: «Li accompagno io». La sua non è una richiesta
disinteressata.
In piena notte la
chiama. Chiede se i bambini si sono addormentati. Le dice di
raggiungerlo sotto un albero. Anche il padrone vive lì, a due passi.
Con la moglie e un figlio. Luana teme soprattutto le minacce
dell’uomo, ha paura per i bambini. A volte si nega. Lui subito
minaccia. «Non li porto più a scuola. Niente acqua da bere. Neanche
a te. Qui c’è caldo e l’acqua che diamo alle serre è
avvelenata. Vuoi andare al supermercato? È molto lontano».
Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire. Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”. È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.
Lontano da Seva
La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università di Palermo. Perché le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità familiare».
Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire. Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”. È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.
Lontano da Seva
La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università di Palermo. Perché le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità familiare».
Le rumene vengono
da Botosani, una delle zone più povere del paese. Anche lì
lavoravano in campagna. «Non potevo stare lontana da Seva, sono
troppo attaccata», dice Adriana. Sciurba spiega che le rumene
possono essere definite bread winner. Sono le prime a partire. I
mariti, se arrivano, arrivano dopo. Intanto gli italiani diventano
padroni della loro vita e della loro morte. Sono padroni in
tutti i sensi. Le rumene hanno una “considerazione inferiorizzata”
di tutti gli uomini: tunisini, rumeni, italiani. «Qualunque cosa
possono farci, loro sono niente», conferma Adriana.
Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco. Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone. Va bene, ha risposto lui. Anche perché c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.
Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco. Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone. Va bene, ha risposto lui. Anche perché c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.
Nella serra ci sono
cani da guardia molto aggressivi. Sono addestrati per sorvegliare e
controllare i lavoratori. Un giorno un dobermann azzanna Cornelia e
la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola. «Ci sono voluti
quasi 100 punti», dice mostrando la gambetta della bimba. «Io la
tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile
fermare il cane». Arrivano i carabinieri, il padrone dice che
l’animale passava per caso. Intanto il dobermann viene nascosto. La
rumena che ha una relazione col padrone conferma. Cornelia e Marco
devono ricevere ancora 5000 euro. Denunciano l’uomo. La bambina
dovrà essere sottoposta a intervento chirurgico per fare in modo che
il muscolo possa svilupparsi correttamente.
Almeno i due non
pagavano l’affitto. C’è anche chi chiede fino a 300 euro al mese
per un rudere. «Ci sono abitazioni piccole e senza infissi», rivela
una ricerca condotta dall’“Associazione per i diritti umani”.
«I buchi nel soffitto fanno passare l’acqua piovana. Le mura sono
erose dall’umidità. Proliferano i miceti, con conseguenti
patologie come l’asma in soggetti, soprattutto in tenera età,
prima perfettamente sani. Il tutto nel totale disinteresse del
locatario». Nella zona sono intervenuti sia Emergency che Medici
Senza Frontiere. Come fosse una zona di guerra e non un distretto
produttivo. Spesso gli operatori affermano che certe cose (letti di
cartoni, cucine col fornelletto a gas, magazzini adattati ad
abitazione) non le hanno viste nemmeno in Africa.
L’anima non me la toccano
È il più spaventoso
dei metodi contraccettivi. Vittoria è il primo comune in Italia per
estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in
proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni. Spesso le
rumene sono giovanissime. Arrivano in ambulatorio accompagnate da
uomini, in genere italiani ma a volte anche tunisini e albanesi.
«Restano sedute con lo sguardo fisso a terra e gli uomini parlano al
posto loro», racconta un’operatrice dell’Asl. «Anni fa un
tunisino mi ha portato tre ragazze rumene, tutte incinta, per farle
abortire. Parlavano poco. Quando sono rimasta sola con loro mi hanno
detto di lavorare nelle serre di cui lui era proprietario».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».
L’uomo cacciatore
Per le vittoriesi la
colpa è delle rumene. Sono loro a tentare il maschio siciliano, per
sua natura focoso. C’è una fortissima rivalità tra donne. L’“uomo
cacciatore”, ovviamente, è orgoglioso delle “conquiste”.
Vantarsi di queste cose dentro le serre è normale. Molto complessa
la figura del marito rumeno, a volte presente anche lui in serra. Sa
e non sa, vede e non vede. Se non accetta la situazione, è il primo
a essere cacciato.
Di fronte a certi
orrori lo sfruttamento sul lavoro passa quasi in secondo piano. Anche
se significa salari da dieci euro al giorno, temperature di fuoco
sotto i teloni, veleno che può rovinare i polmoni, la pelle, gli
occhi. Per non parlare delle “fumarole”. Quando di notte bruciano
piante secche e fili di nylon, di mattina si soffoca.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati. «Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia. «È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato». Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila. Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati. «Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia. «È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato». Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila. Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.
15/09/2014
http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/09/15/news/violentate-nel-silenzio-dei-campi-a-ragusa-il-nuovo-orrore-delle-schiave-rumene-1.180119
*************
Puoi richiedere l'opuscolo S/catenate a mfpr.naz@gmail.com
Nessun commento:
Posta un commento