giovedì 12 febbraio 2026

pc 12 febbraio - Da Grottaglie a Torino: i lavoratori Leonardo contro il genocidio a Gaza

 

È con un richiamo esplicito all’esortazione di Vittorio Arrigoni, quel suo “restiamo umani” spesso invocato nei due anni di genocidio a Gaza, che si apre il comunicato di un gruppo di lavoratori di Leonardo Torino. Una presa di posizione pubblica che si somma a quella già manifestata dai loro colleghi dello stabilimento di Grottaglie e che, ancora una volta, esprime aperto disagio – si legge nella dichiarazione – per l’«implicita connivenza tra l’industria tecnologica in cui lavorano e una politica globale fattasi sempre più sbilanciata dalla parte israeliana», e anche una profonda preoccupazione legata ai rischi per la loro stessa sicurezza.

Nella nota stampa si fa anche un riferimento esplicito al piano statunitense per Gaza che «non ha fermato il genocidio dei gazauiti e le dinamiche oppressive e colonialiste e nei territori della Cisgiordania». Il prossimo 19 febbraio, secondo quanto rivelato dal sito Axios, il Board of Peace presieduto dallo stesso Trump si riunirà a Washington per accelerare l’attuazione della seconda fase del cosiddetto accordo di cessate il fuoco a Gaza e raccogliere fondi per la ricostruzione. Ma, mentre il presidente Donald Trump ha dichiarato lo scorso ottobre che la guerra a Gaza era finita, Israele ha continuato a violare l’accordo oltre 1.500 volte, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa indipendente Drop Site News, causando ancora centinaia di morti.

Leonardo è tra le aziende coinvolte nel massacro dei palestinesi, secondo quanto scritto dalla Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese nel suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. Come scritto in precedenza su Kritica.it, il colosso italiano, che si posiziona tra i dieci leader globali nel settore aerospaziale e della difesa, è indicato come fornitore di tecnologie e supporto all’apparato militare israeliano, contribuendo così alle violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione palestinese. 

Così, dopo i lavoratori dello stabilimento Leonardo di Grottaglie, anche una compagine di dipendenti torinesi del Gruppo ha deciso di levare la propria voce per chiedere di affrontare il tema collettivamente nelle assemblee sindacali e promuovere soluzioni durature che pongano fine alla complicità del colosso nel genocidio del popolo palestinese, in primis. Ma anche per riabilitare la reputazione della multinazionale italiana agli occhi della società civile. 

Kritica li ha intervistati.

Come già avvenuto a Grottaglie, anche voi contestate la narrazione aziendale che richiama la legge 185/90 come garanzia di estraneità di Leonardo rispetto ai crimini israeliani. Quali sono, secondo voi, le principali omissioni o zone grigie che questa difesa lascia fuori?

Innanzitutto, è la stessa legge, all’Art.1 comma 6b, a sancire che la vendita di materiali d’armamento verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’Art. 11 della nostra Costituzione è vietata. E lo stesso Articolo al comma 6c dice che tale vendita è vietata verso i Paesi che hanno violato le convenzioni internazionali in materia di diritti umani, cosa che Israele ha reiterato nel corso degli anni.

Nei fatti la dichiarazione del nostro Amministratore delegato – «noi non vendiamo neanche un bullone a Israele» – è stata smentita dalla giornalista Stefania Maurizi che – nel corso dell’Audizione alla Camera dei Deputati del dicembre scorso sulla presentazione del Dossier di Rossana De Simone Piovono euro sull’industria necessaria di Crosetto e Leonardo S.p.A.  ha dimostrato come Leonardo abbia venduto a Israele componenti dei caccia F-15 usati per bombardare i civili palestinesi nella Striscia di Gaza. C’è poi da approfondire la posizione di Leonardo nella fusione della sua controllata americana RDS con l’azienda israeliana RADA. Cingolani afferma che sono aziende indipendenti e direttamente legate alle strategie politico-industriali dei governi americani e israeliani, ma la triangolazione Pentagono – RDS RADA – Israele permette a Leonardo di non esporsi direttamente, e contemporaneamente di continuare a fare affari con Tel Aviv.

Denunciate il rischio per la vostra “incolumità” e parlate di “condanna del mondo civile manifestatasi anche nella vostra realtà lavorativa”. Potete raccontarci episodi concreti? Come reagiscono i colleghi alla vostra posizione? Anche voi, come a Grottaglie, state mantenendo l’anonimato per proteggervi? Quanto è difficile oggi, dentro una grande azienda della difesa, prendere parola pubblicamente contro la collaborazione con Israele?

Non è un caso che l’azienda suggerisca ai dipendenti di non mostrare il tesserino fuori dai cancelli: evidentemente esiste tensione tra società civile e fabbrica. Due episodi lo dimostrano: nel novembre 2024 attivisti pro-Palestina hanno fatto irruzione nella sede torinese gridando slogan e imbrattando muri, situazione gestita senza violenze da entrambe le parti. Più grave quanto accaduto il 3 ottobre durante lo sciopero: un gruppo staccatosi dal corteo ha raggiunto i cancelli di corso Francia e, tra provocazioni della polizia e tentativi di ingresso, è scaturita una sassaiola che ha danneggiato auto dei dipendenti e compromesso il consenso faticosamente costruito.

Lavorare in Leonardo significa dover mettere in conto battute sulla nostra corresponsabilità nei massacri di civili durante bombardamenti aerei, o essere additati come complici di un sistema che sottrae risorse ai servizi essenziali per aumentare la spesa militare. Con queste provocazioni abbiamo imparato a convivere negli anni. Tuttavia, la condotta criminale di Israele e il nesso stabilito dall’opinione pubblica tra Leonardo e i morti di Gaza hanno determinato un salto di qualità nella riprovazione generale. Mai come ora abbiamo dovuto mantenere un profilo basso al limite dell’anonimato, conducendo le relazioni sociali in una quasi-clandestinità riguardo alla nostra dimensione lavorativa.

Questo disagio, cozzando drammaticamente con il nostro coinvolgimento emotivo nella tragedia palestinese, ci ha spinto a uscire allo scoperto per ristabilire la nostra identità professionale. È questo spirito che vogliamo comunicare all’apparato sindacale e ai vertici aziendali: riservare attenzione al profilo etico significa onorarne il valore. Crediamo che riabilitare la reputazione di Leonardo sia una causa giusta che spetta a noi dipendenti in primis. Non consideriamo Israele un interlocutore commerciale irrinunciabile e siamo convinti che intrattenere rapporti con il governo Netanyahu rappresenti un’insostenibile infamia.

Tra i colleghi prevale un mix di indifferenza, paura e incredulità, dovuta alla limitata conoscenza delle informazioni necessarie a risalire agli attori coinvolti nelle forniture dei nostri prodotti. Questo riflette le difficoltà a imbastire un confronto pubblico in fabbrica, dove domina l’omertà sull’argomento.

Nel vostro comunicato citate il piano americano per Gaza, sottolineando come non abbia fermato il genocidio a Gaza e le dinamiche oppressive proprie del progetto coloniale in Cisgiordania. In base alle informazioni a cui avete accesso, Leonardo collabora o potrebbe collaborare con Israele per sviluppare sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale utili a rafforzare ulteriormente la sua “architettura” del controllo in questa fase segnata da una finta “pacificazione”?

La fusione della controllata americana RDS con l’israeliana RADA, avvenuta nel Piano strategico “Be Tomorrow 2030” del 2022, rappresenta una chiara collaborazione tra Leonardo e Israele per lo sviluppo di radar tattici, sistemi di controllo-UAV, difesa a corto raggio e sorveglianza delle frontiere. Leonardo sta inoltre rafforzando le alleanze con start-up israeliane nei settori strategici di difesa, cybersicurezza, intelligence e spazio, con accordi promossi direttamente a Tel Aviv. L’azienda, in collaborazione con l’israeliana Ramot, sponsorizzerà inoltre progetti di ricerca della Tel Aviv University. Il fatto che il governo stringa nuovi accordi con USA e Israele, invece di adottare cautela dopo quanto accaduto negli ultimi due anni, offre già di per sé una risposta inequivocabile.

Va precisato che ci basiamo su informazioni di dominio pubblico. Nel lavoro quotidiano, più abbiamo accesso a documentazione riservata, più siamo vincolati al segreto. Anche se fossimo in possesso di evidenze incontrovertibili su collaborazioni con Israele, probabilmente non potremmo divulgarle. Nella pratica, però, i dipendenti spesso non hanno idea dell’impiego finale della propria prestazione lavorativa, come accadeva alla Valsella. In Leonardo vige una clamorosa mancanza di trasparenza.

Su questo piano poniamo una rivendicazione specifica: come dipendenti riteniamo di essere nel pieno diritto di essere informati sui reali destinatari commerciali del nostro lavoro. Questo ci consentirebbe di rifiutare un incarico o richiedere un trasferimento interno nei casi di notevole implicazione etica, quando non si tratti di criteri di difesa nazionale ma di iniziative che corrispondono a palesi violazioni del diritto internazionale.

Un esempio concreto: uno di noi ha lavorato a una campagna di test software per dieci M-346 prodotti da Leonardo e inviati in Grecia dal 2023, identificati con un codice riconducibile alla Hellenic Air Force. Nessun riferimento lasciava immaginare che il cliente finale fosse Israele, in base a un accordo tra i Ministeri della Difesa greco e israeliano a supporto della scuola piloti israeliani nella base di Kalamata. Pur essendo l’informazione reperibile sul sito di Elbit System (abituale fornitrice di Leonardo), operando in ambito testing senza contatto diretto con i fornitori, nulla ci avrebbe indotto a sospettare implicazioni etiche. Più recentemente, le numerose presenze in stabilimento di personale Elbit System in trasferta costituiscono evidenze plateali che i rapporti con Israele, nonostante le dichiarazioni di circostanza, non sono mai venuti meno.

Come state coordinando le vostre azioni con quelle di Grottaglie, Caselle e Nerviano che menzionate nel comunicato?

Abbiamo seguito con molto interesse la petizione “Non in mio nome non con il mio lavoro” lanciata dai lavoratori di Leonardo Grottaglie e le azioni di dissenso portate davanti ai cancelli di Nerviano da attivisti per Gaza. Sono stati spunti importanti per unire percezioni comuni e convogliare gli sforzi in iniziative concrete. Attualmente con alcuni lavoratori Leonardo e attivisti per Gaza abbiamo creato una chat per discutere e proporre idee. L’intento principale è sensibilizzare e coinvolgere quei lavoratori che – per timore o perché isolati nel proprio contesto – cercano un canale per manifestare le proprie sensibilità sull’argomento. Per Caselle Nord, avendo contatti diretti con alcuni delegati FIOM, abbiamo creato i presupposti per diffondere il nostro comunicato nella loro sede.

Nel comunicato denunciate un “totale silenzio” sulla questione palestinese all’interno dei luoghi di lavoro: nessuna assemblea, nessun momento informativo, nessuna iniziativa solidale. Che ruolo dovrebbero avere, secondo voi, RSU e sindacati in questa fase? Ci sono state risposte alla vostra richiesta di affrontare attraverso assemblee indette dalle RSU le criticità che denunciate?

La questione palestinese non interessa alla maggior parte dei governi mondiali, e molti tirano un sospiro di sollievo vedendo dissolversi non le pene dei palestinesi, ma l’attenzione sul conflitto. Tutto ciò riecheggia nei luoghi di lavoro, dove il silenzio è assordante. Nella nostra realtà torinese abbiamo cercato di coinvolgere le RSU di sito per ottenere attenzione sugli eventi di Gaza, ma nessuna delegazione ha voluto sostenerci. Va precisato che un paio di raccolte solidali sono state organizzate, ma senza la giusta visibilità interna.

Il ruolo che RSU e sindacati dovrebbero avere è quello di riconoscere la profonda valenza della questione palestinese per noi lavoratori, in virtù della diretta responsabilità e della ricaduta reputazionale di Leonardo, una volta appurato che il legame con Israele non è mai venuto meno e che le morti di Gaza gravano anche sulla nostra coscienza. Se il sindacato prendesse seriamente atto di questa problematica, e tanto più se un gruppo di lavoratori si fosse già rivolto a loro per dare voce al proprio disagio, avrebbe il dovere di patrocinare questa causa con tutti gli strumenti a disposizione: diffusione, assemblee e, come ultima ratio, sciopero.

In questa fase si dovrebbero accantonare interessi politici o paure di perdere iscritti (come ci è stato detto a giustificazione della non adesione al nostro comunicato), ma schierarsi e appoggiare le iniziative che partono dalla base dei lavoratori. Il ruolo delle RSU dovrebbe essere quello di presidio che si ponga come intermediario tra l’assenza di comunicazione dell’azienda e il lavoratore stesso, comunque la pensi. Quando un sindacato ha paura di portare un tema in azienda perché non rappresenterebbe tutti i lavoratori, sta implicitamente manifestando di non volersi mettere a tutela del lavoratore, sia in gruppo che in minoranza. Questo va esclusivamente a vantaggio della politica di governo, indebolendo il potere sindacale.

Purtroppo le sigle sindacali a cui ci siamo rivolti hanno dimostrato di non avere particolarmente a cuore la questione israelo-palestinese, preferendo tematiche di più facile presa presso i lavoratori, come il rinnovo del contratto. Questa forma di oblomovismo che richiama omertà e negligenza rende fortemente problematico il nostro sforzo di intercettare colleghi potenzialmente solidali – stimiamo che ce ne siano molti – e di sensibilizzare le coscienze su una questione etica fondamentale. Quello che continuiamo a percepire è indifferenza, pallide prese di posizione e nessuna iniziativa per portare il dibattito internamente.

A Grottaglie i lavoratori temono la “militarizzazione” di uno stabilimento nato per l’Aviazione civile. A Torino denunciate la “netta propensione a convertire tutti i settori strategici ad esclusiva finalità militare”. La vostra richiesta di “convogliare studi e tecnologie verso un ambito civile” in risposta alla crisi climatica è una proposta concreta o una riflessione di prospettiva? Che futuro immaginate per Leonardo se le istanze venissero ascoltate?

Il contesto di Torino è inevitabilmente differente da Grottaglie. Sono anni che la nostra realtà industriale impiega la stragrande maggioranza delle risorse di sviluppo per commesse militari. I progetti più recenti confermano questo trend, sia in termini di investimento che di immagine internazionale che Leonardo intende rivendicare presso i suoi azionisti. Per giunta, l’attuale assetto geopolitico europeo promuove a tamburo battente il dual-use, ovvero la sostenibilità industriale declinata in chiave bellica. Pertanto, la prospettiva di una riconversione aziendale verso finalità civili non rappresenta al momento un obiettivo primario, né uno scenario realistico.

Naturalmente, siamo convinti che se riuscissimo a stimolare una discussione anche in questo senso tra i colleghi, attraverso gli strumenti abitualmente contemplati in ambito RSU (assemblee, comunicati), probabilmente riusciremmo quantomeno ad acquisire un’opportunità di peso decisionale nei confronti dell’azienda. Siamo fermamente convinti che il mito secondo cui l’industria aeronautica presupponga la propria sopravvivenza sulle dinamiche di guerra rappresenti un pretesto e un preconcetto da rifiutare categoricamente.

L’economia globale offre oggi scenari in cui lo sviluppo di velivoli unmanned (N.d.R. “senza equipaggio”) più o meno sofisticati procede di pari passo con una richiesta sempre più ricca di impieghi civili possibili. Recentemente è stato persino confezionato uno spot pubblicitario per mostrare al mondo – sarà trasmesso durante le Olimpiadi di Cortina, di cui l’azienda è Premium Partner – quanto Leonardo sia aperta e lungimirante nell’immaginare applicazioni non militari dei propri prodotti. Perché allora non adoperarci per mostrare con chiarezza che la nostra solidità aziendale non è affatto subordinata a contratti militari segnati da ombre tanto ingombranti quanto difficili da ignorare?


Leggi il comunicato dei lavoratori Leonardo di Torino


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