lunedì 9 febbraio 2026

pc 9 febbraio - Olimpiadi .. Milano risponde - in 10 mila contro il decreto sicurezza e il modello Milano-Cortina



La prima grande piazza dopo la stretta del governo Meloni sul diritto a manifestare finisce tra lacrimogeni, idranti e cariche. Sei fermi e diversi feriti al corteo

La prima risposta di piazza al nuovo decreto sicurezza del governo Meloni è arrivata a Milano. Ieri pomeriggio oltre 10 mila persone hanno attraversato la città per contestare le Olimpiadi invernali Milano-Cortina e, soprattutto, «il modello di sviluppo che rappresentano». Una manifestazione che non si è limitata a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane, speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione della precarietà e militarizzazione del territorio.

A convocare la mobilitazione è stato il Cio, Comitato insostenibili olimpiadi. Le previsioni degli organizzatori parlavano di circa 5 mila partecipanti, ma la partecipazione ha raddoppiato le attese: un dato che pesa anche sul piano politico. Perché se l’obiettivo del decreto sicurezza era restringere lo spazio pubblico e rendere più costoso manifestare, l’effetto immediato è stato opposto: la stretta ha allargato la piazza.

Una piazza giovane, segnata da Gaza

Dentro il corteo si è vista una presenza forte di giovanissimi. Molti arrivavano dalle mobilitazioni dei mesi scorsi per Gaza: piazze che non si sono esaurite in una singola rivendicazione, ma hanno lasciato una traccia più profonda, fatta di legami, pratiche comuni, nuove reti. Il passaggio da una mobilitazione internazionale a una vertenza cittadina non è stato un salto, ma una continuità: la stessa generazione che ha contestato la guerra ora si ritrova a contestare la città come dispositivo economico e politico.

E Milano, da questo punto di vista, è un laboratorio perfetto. Perché è la città dove il “modello di sviluppo” viene raccontato come successo nazionale, ma produce anche sfratti, rincari, espulsione dei ceti popolari, gentrificazione, quartieri trasformati in merce.

Corvetto, simbolo e frontiera

Quando il corteo è arrivato a Corvetto, quartiere popolare della periferia sud-est, il messaggio è diventato ancora più esplicito. I manifestanti hanno lasciato alcuni striscioni sul mercato comunale chiuso per ristrutturazione: «Stop speculazione nei quartieri» e «Lunga vita ai quartieri popolari».

Un gesto semplice, ma politicamente preciso. Perché in quella zona, come in molte altre periferie milanesi, la ristrutturazione e la “rigenerazione” sono spesso il primo passo di un processo più lungo: aumento dei prezzi, trasformazione commerciale, sostituzione sociale. La città cambia pelle, e chi non può permettersela viene spinto fuori. Poco più avanti, però, la tensione sale.

Lacrimogeni, idranti, cariche: la gestione dell’ordine pubblico

La testa del corteo si copre il volto e avanza verso la polizia che blocca la strada. Partono fuochi d’artificio. La risposta delle forze dell’ordine è immediata: un fitto lancio di lacrimogeni e l’uso degli idranti. Nel giro di pochi istanti arriva la carica.

Una ragazza esce con la testa ferita, un ragazzo con un braccio rotto. Il corteo indietreggia, la tensione si abbassa, ma la gestione dell’ordine pubblico non si limita a contenere lo scontro. Quando la situazione sembra rientrare, la polizia ferma alcuni manifestanti rimasti a lato, tutti a volto scoperto, che stavano osservando quanto stava accadendo. Alla fine si conteranno sei persone fermate, tutte portate in Questura e poi rilasciate con una denuncia.


La piazza sfida il decreto sicurezza

Il corteo di Milano è stato, di fatto, la prima grande prova generale del nuovo impianto repressivo. Un decreto che non colpisce solo chi compie reati, ma tende a spostare la linea del conflitto: rende più fragile il diritto a manifestare, più rischiosa la partecipazione, più facile la costruzione di un “nemico interno”.

Ma la piazza di ieri ha mostrato un’altra dinamica: la repressione non sempre spegne. A volte salda.

Davanti alle cariche, buona parte del corteo è rimasta compatta, arretrando ma senza sciogliersi, mantenendo la distanza dal luogo degli incidenti. La manifestazione si è poi conclusa nella zona Brenta, vicino a Corvetto.

Milano-Cortina come acceleratore politico

Il punto, per chi era in strada, non è solo lo sport. È l’uso politico delle Olimpiadi come acceleratore: opere, cantieri, investimenti pubblici, trasformazioni urbane. E un discorso tossico che accompagna tutto questo: chi critica è “contro lo sviluppo”, chi protesta è “violento”, chi denuncia speculazione “non capisce il progresso”.

Ma il corteo ha messo in chiaro l’opposto: il problema non è lo sviluppo in sé. È quale sviluppo, per chi, a che prezzo, e con quali conseguenze.

Perché il modello Milano-Cortina non promette solo impianti sportivi e turismo: promette un’ulteriore espulsione dei poveri, un’ulteriore centralità della rendita, un’ulteriore militarizzazione degli spazi pubblici.

Una città vetrina, una città reale

Milano è spesso raccontata come città-vetrina. Ma la città reale — quella fatta di periferie, di case popolari, di trasporti insufficienti, di affitti impossibili — torna sempre a bussare.

E quando lo fa, la risposta istituzionale sembra sempre la stessa: sicurezza, ordine, repressione.

Il corteo di ieri, con le sue 10 mila presenze, ha mostrato che quella risposta non basta più. E che il decreto sicurezza, invece di chiudere lo spazio pubblico, potrebbe aver prodotto l’effetto opposto: rendere più evidente la frattura.

Perché se le Olimpiadi sono il simbolo del modello, Corvetto è il simbolo della sua vittima. E quando i due simboli si incontrano, la città non riesce più a far finta di niente.

Osservatorio Repressione

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