mercoledì 28 marzo 2012

pc 28 marzo - oggi a brindisi ricordiamo le vittime della strage della Kader di 5 anni fa


28 marzo 1997-28 marzo 2012

Le iniziative a Brindisi per ricordare la strage del canale d’Otranto.



Quest’anno, l’anniversario della strage di donne e bambini albanesi morti affogati all’interno della barchetta albanese Kater I Rades , speronata nel Canale d’Otranto durante una operazione di “respingimento di profughi”, il venerdì Santo di quindici anni fa , verrà ricordato qui a Brindisi con una duplice iniziativa che coinvolgerà cittadini italiani e albanesi , associazioni antirazziste e giovani artisti.



Con la sentenza del tribunale di appello di Lecce, del 28 giugno 2011, la vicenda processuale nei tribunali pugliesi si può dichiarare conclusa e non ci illudiamo che in Cassazione si possano avere dei colpi di scena tali da riportare sul banco degli imputati i mandanti di quella strage: ovvero la classe politica al governo e all’opposizione in quel lontano 1997 che, in piena tornata elettorale , si cimentò in una campagna razzista e di terrorismo mediatico dipingendo i profughi albanesi come la peggior specie dell’Umanità.



Da quindici anni,le associazioni antirazziste pugliesi, celebrando il 28 marzo con il lancio dei fiori in mare, hanno ostinatamente affermato che simili follie sono sempre in agguato quando l’intolleranza e l’odio xenofobo sono utilizzati per raccogliere voti e consenso.

Noi crediamo, invece, che la solidarietà umana che mosse la popolazione brindisina nel’91, ad accogliere e 20.000 albanesi , è l’esempio utile da cui costruire politiche di accoglienza e reciproco confronto tra popoli e che Brindisi possa avere un ruolo importante in ciò.



Oggi la Kater i Rades , un relitto “scomodo” è stato smembrato ed in parte trasferito ad Otranto , ma essa, e il ricordo e il dolore per le sue giovani vittime, continuerà a vivere a Brindisi, nel nostro impegno e nei nostri cuori di antirazzisti ma anche, grazie all’impegno civile di un gruppo di giovani artisti, ricercatori del luogo e dell’opera del regista Francesco Niccolini, con la rappresentazione teatrale “Kater I Rades, primo movimento” che sarà effettuata in pubblico per la prima volta a Brindisi alle 18,30 del 28 marzo 2012 presso la Casa del Turista (lungomare del porto).



Invitiamo tutti il 28 marzo 2012 a Brindisi
Ore 17.00 sul lungomare del porto (antistante i giardinetti) ricordo dei naufraghi e lancio di fiori in mare

Ore 18.30 Casa del Turista (lungomare, pressi palazzo Montenegro) : rappresentazione “Kater I Rades, primo movimento” di Francesco Niccolini

Ore 20.00 Replica della performance



Ricordiamo a tutti che la rappresentazione teatrale , pur essendo gratuita, avendo un numero di posti limitati (81, quante furono le vittime accertate dalle sentenze dei tribunali) è possibile parteciparvi solo dietro prenotazione telefonica al numero:331 3477311 info www.cooperativathalassia.it



Per info adesioni manifestazione Osservatorio sui Balcani di Brindisi 338 5872349 –368 582406 osservatoriobrindisi@libero.it

Si allegano locandina dell’evento, comunicato stampa congiunto degli organizzatori dell’evento e foto manifestazione settembre 97



OSSERVATORIO SUI BALCANI DI BRINDISI
osservatoriobrindisi@libero.it

Brindisi 20 marzo 2012

pc 28 marzo - grave azione fascista antiabortista a firenze , legittiminata dalla giunta comunale di renzi


il movimento femminista proletario rivoluzionario fa appello a tutte le compagne a rispondere a questa grave provocazione

mfpr@libero.it


Blitz di Casaggì e Giovane Italia contro i consultori

Secondo le due organizzazioni di destra una settantina di loro militanti
stanotte hanno "chiuso" alcune strutture con strisce di nylon simili a quelle
che si usano sulle scene di omicidio
Consultori fiorentini "chiusi" con nastri di nylon e striscioni: questo il
blitz che, si spiega in una nota, è stato compiuto la notte scorsa a Firenze da
militanti di Casaggì e Giovane Italia, favorevoli all'introduzione del diritto
alla sepoltura dei feti, previsto nel nuovo regolamento di polizia mortuaria
approvato dalla giunta comunale, e contrari all'aborto.

"Questa notte - si spiega in un comunicato - una settantina di militanti di
Casaggì e della Giovane Italia hanno realizzato un'azione simbolica nei
confronti dei consultori fiorentini, apponendo di fronte agli ingressi un
nastro in nylon come quello utilizzato dalle forze dell'ordine per
circoscrivere le scene dei crimini, dei cartelloni contro l'aborto e degli
striscioni con slogan in difesa della vita"
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pc 28 marzo - in nepal appello della frazione rossa del PCUNmaoista -


Siate pronti ad accerchiare le città: dice Thapa ai quadri del partito.

KATHMANDU, 28 marzo: La frazione maoista radicale martedì ha detto ai quadri del partito di rimanere pronti ad accerchiare le principali città per una sommossa urbana se il paese non vede la promulgazione di una " costituzione a favore del popolo."
Il Segretario Generale maoista Ram Bahadur Thapa, uno dei leader chiave della frazione rossa del partito, ha emesso la direttiva nel corso di una sessione a porte chiuse per la formazione dei quadri della fazione, tenuta a Nayabazaar, Kathmandu,
"Potremmo dover entrare in azione intorno al 28 maggio [il termine ultimo per la promulgazione della costituzione]. Le circostanze immediate diranno se tale insurrezione sarà armata o disarmata", ha riferito un partecipante citando Thapa.
All'iniziativa hanno partecipato i membri del Comitato Newa maoista dello Stato e del Comitato di Distretto.
"Abbiamo avuto il NC [Nepali Congress] e l'UML come nostri nemici quando abbiamo iniziato la guerra nel 1996. Ora un altro UML [la direzione del partito] è nato. abbiamo abbastanza forza per combatterlo," ha riferito un altro partecipante citando Thapa, che ha sposato la linea della fazione dura pochi mesi fa.
Secondo i leader del partito, il segretario generale maoista ha dichiarato che egli era ben consapevole dei "trucchi politici" messi in piedi dal Presidente Puspa Kamal Dahal e che la sua fazione non si riconcilia con Dahal senza che prima il partito si rimetta sulla via rivoluzionaria. "Altrimenti loro andranno per la loro strada e noi per la nostra", ha detto un membro del partito citando Thapa.
Thapa aveva sottolineato la necessità di separarsi formalmente dall'establishment del partito se questo continuava a scivolare ulteriormente nel revisionismo.
Allo stesso modo, Netra Bikram Chand, un altro sostenitore della linea dura, ha sostenuto che l'unico modo per mantenere l'unità del partito intatta era attraverso il metodo di unità-lotta-trasformazione. "l'unità del partito non può essere raggiunta semplicemente attraverso negoziati o mediazione," ha riferito un
partecipante citando ulteriormente Thapa.
Ha detto che l'intero partito dovrebbe condividere gli stessi programmi e la stessa ideologia politica, se ci deve essere l'unità politica. "Io consiglio loro [l'establishment del partito] di attuare le decisioni del precedente Comitato Centrale (CC) e tenere un'altra riunione del comitato centrale per formulare un programma politico comune e arrivare alle stesse opinioni, se l'unità del partito deve essere raggiunta", ha detto Chand ai quadri come riferito da uno di loro.
Egli aveva accusato Dahal di violare lo statuto del partito chiamando la riunione della sua fazione riunione del Comitato Centrale.
Ha anche detto ai quadri che la porta al dialogo con l'establishment del partito era ancora aperta.
Anche i leader del Partito CP Gajurel e Dev Gurung erano presenti per l'occasione.
La frazione rossa guidata dal Vice-presidente Mohan Baidya ha deciso di mobilitare gruppi di 200 quadri di alto livello in ciascuna delle 240 circoscrizioni elettorali del paese.
Allo stesso modo, secondo la decisione presa, i quadri lanceranno una campagna di denuncia contro i corrotti, i contrabbandieri e i sicari in tutto il paese.
La frazione ha deciso di lanciare una campagna per il tipo di Costituzione che vuole e raccogliere le firme a tal fine.
Nel frattempo, la riunione del CC convocata dall'establishment è stata rinviata in un "tentativo di accogliere la fazione Baidya". I responsabili dell'establishmnet del partito hanno detto che stanno tenendo colloqui con Baidya e Thapa per convincerli a partecipare alla riunione del comitato, che questi ultimi hanno minacciato di boicottare a meno che il Primo ministro Baburam Bhattarai non si dimetta e Dahal accetti di elaborare un programma di mobilitazione di massa per una Costituzione "a favore del popolo".

pc 28 marzo - lo slai cobas per il sindacato di classe si mobilita contro la riforma del lavoro e articolo 18 Palermo -e Ilva Taranto


palermo : Lo slai cobas per il sindacato di classe organizza per
mercoledì 28 marzo alle ore 16 una manifestazione con corteo da piazza verdi alla prefettura

contro le manovre del governo che intendono abolire di fatto l'articolo 18, il pilastro della legge 300/70 (Statuto dei Lavoratori) conquistano negli anni 60/70 con durissime lotte degli operai, dei lavoratori, dei giovani di allora.

Il governo Monti intende riprendersi con gli interessi, in nome di un più alto profitto dei padroni, ciò che la classe operaia in questo ha conquistato.

L'ARTICOLO 18 NON SI TOCCA
LO DIFENDEREMO CON LA LOTTA!

GLI EFFETTI CONCRETI SULLA CONDIZIONE DEI LAVORATORI

L'attacco del governo Monti/Fornero all'art.18, si è denunciato più volte in queste settimane, significa togliere ogni freno e dare un chiaro segnale di via libera alla libertà di licenziamento da parte delle aziende; ma è nell'analizzare gli effetti concreti che si vede tutta la sua portata di attacco ai lavoratori. Le condizioni per cui può scattare il licenziamento per “motivi economici” sono tante e tanto generiche da far stare tutti gli operai e i lavoratori permanentemente sotto una “spada di Damocle”.

Infatti, il licenziamento potrebbe scattare, a parte per crisi aziendale, per:

- soppressione della mansione cui era addetto il lavoratore – questo può non c'entrare nulla con i problemi economici bensì rientrare nella “normale” legge dei padroni di tagliare il costo del lavoro per es. accorpando mansioni;

- cancellazione del reparto o dell'ufficio in cui lavora il dipendente da licenziare – anche in questo caso sarebbe gioco facile per i padroni far passare una ristrutturazione o riorganizzazione produttiva, per “motivi economici”;

- introduzione di macchinari che fanno risparmiare sul lavoro umano – quindi altro che “motivi economici”! Ma solo la classica e sempre attuale legge del capitale di aumentare la produttività e i suoi profitti riducendo l'occupazione, facendo, con l'introduzione di macchinari, lavorare un operaio al posto di due/tre attraverso aumento dei carichi, dei tempi di lavoro;

- affidamento di servizi alle imprese esterne – se non fosse tragico qui ci sarebbe da ridere: sempre più le grandi aziende esternalizzano servizi ma non certo perché in crisi, ma unicamente per abbattere costi, per avere gli stessi lavori senza dover garantire salari, diritti;

- chiusura dell'attività produttiva – salvo poi andare a ritrovare all'estero la stessa ditta.

E non basta. E' evidente che la formula, volutamente generica, di “motivi economici”, è fatta apposta per mascherare licenziamenti sindacali, licenziamenti politici, dove “economico” sta solo nel senso di difesa dei profitti aziendali liberandosi della presenza di “teste calde” che “pretendono” di difendere gli interessi operai.

Nessuna illusione! Anche nel PUBBLICO IMPIEGO dove comunque c'è già la Legge 150/09(Brunetta) che prevede licenziamenti disciplinari, il governo Monti sta pensando al licenziamento per “motivi economici”!
Per questo oggi la difesa dell'art. 18 assume una funzione importante e concreta, oltre che politica, di discriminante tra il fronte che difende i profitti dei capitalisti e il fronte di classe che difende gli interessi dei lavoratori.

Slai cobas per il sindacato di classe
Via g. del duca 4 - Palermo


Il posto di lavoro non si tocca! L’art.18 si difende con la lotta!
Abolire la giusta causa significa dare via libera a ogni tipo di licenziamento, senza possibilità del giudice di reintegro. Licenziamento-che ci può essere per cosiddetti ‘motivi economici.
In realtà sarebbe facile far rientrare in questa motivazione tutti i tipi di licenziamento
- la soppressione della mansione cui era addetto il lavoratore,
- la cancellazione del reparto o dell’ufficio in cui lavora il dipendente da licenziare,
- la introduzione di macchinari che fanno risparmiare sul lavoro umano
- l’ affidamento di servizi alle imprese esterne ecc
Con queste motivazioni, le aziende possono mascherare licenziamenti sindacali, licenziamenti politici liberandosi della presenza di operai scomodi e di operai che vogliono difendere gli interessi operai.
Con la riforma sul lavoro si vuole attaccare inoltre la cassaintegrazione e sancire la precarietà dei contratti.
Questo governo fa questo contando sull’appoggio dei partiti parlamentari e di sindacati di comodo cisl-uil, ecc.
I padroni finora hanno avuto la collaborazione dei sindacati confederali, hanno avuto il dito e ora si prendono la mano - dobbiamo riorganizzare in fabbrica e su scala nazionale un sindacato basato sui cobas per una lotta vera, autonoma da partiti e sindacati confederali, se vogliamo fermare la marcia antioperaia di padroni e governo.

port d e a Ilva martedì 27
porto e Tubificio Ilva giovedì 29

slai cobas per il sindacato di classe Ilva indotto Taranto

pc 28 marzo - India: notizie della Guerra Popolare a cura del comitato internazionale di sostegno


India: notizie della Guerra Popolare
a cura del comitato internazionale di sostegno
csgpindia@gmail.com
http://guerrapopolare-india.blogspot.it

ALCUNI ULTIMI INSERIMENTI

http://guerrapopolare-india.blogspot.it/2012/03/i-maoisti-denunciano-in-spagna-
lavoro.html
http://guerrapopolare-india.blogspot.it/2012/03/i-naxaliti-denunciano-atrocita-
da-parte.html
http://guerrapopolare-india.blogspot.it/2012/03/prima-conferenza-fronte-
democratico.html
http://guerrapopolare-india.blogspot.it/2012/03/il-pci-maoista-condanna-gli-
arresti-e.html

*** Il PCI (maoista) realizza uno sciopero totale di 24 ore come risposta alla
repressione

Ranchi: lo sciopero di 24 ore indetto dal PCI(maoista) a cominciare dalla
mezzanotte di mercoledì, ha provocato la chiusura dei negozi e altri
stabilimenti commerciali della zona rurale per tutto il giorno.
I ribelli avevano indetto lo sciopero per fare pressione perché cinque loro
membri arrestati dalla polizia venissero portati immediatamente davanti al
tribunale [per evitare le torture che subiscono nelle stazioni di polizia e
ottenerne spesso l'assoluzione]. La circolazione dei pullman interregionali e
interstatali è stata colpita duramente. La produzione delle miniere è stata
interrotta in diversi distretti e anche il trasporto di carbone molto intenso
in queste zone.

http://timesofindia.Indiatimes.com/City/Ranchi/24-Hour-Maoist-Bandh-
Peaceful/articleshow/12374531.CMS

*** 11 poliziotti cadono in una imboscata maoista

Nuova Delhi, 26 marzo

Almeno 11 poliziotti indiani sono morti oggi e circa 30 sono stati feriti
nella regione centrale indiana del Maharashtra per lo scoppio di una mina
collocata dalla guerriglia maoista mentre passava un pullman, secondo
informazioni dalla stampa online.

L'attacco è avvenuto intorno a mezzogiorno nella zona di Dhanora, situata nel
distretto di Gadchiroli, ha spiegato per telefono l'ufficiale locale Girghar
Yadav.

Secondo fonti citate da diversi mezzi indiani, gli agenti viaggiavano in
pullman, e alcuni di essi, feriti, vengono trasportati nella principale città
della zona, Nagpur.

Quello di oggi è l'attacco di maggiore potenza degli ultimi mesi portato
avanti dai guerriglieri maoisti, dopo che lo scorso 21 gennaio misero fine alla
vita di altri tredici agenti in una imboscata organizzata nella regione
settentrionale dello Jharkhand.

Gadchiroli è di fatto il distretto con maggiore presenza ribelle del
Maharashtra, ed è connessa geograficamente alla storica regione del Bastar, una
zona della giungla dove i guerriglieri maoisti hanno le loro principali basi.


*** I maoisti uccidono un viceispettore della polizia in Odisha

Nell'ultimo attacco, i ribelli maoisti hanno ucciso il viceispettore di
polizia Krushna Chandra Ratha a Khairput.
Secondo le fonti circa 3-4- ribelli armati, gridando slogan contro il governo
e la sua operazione militare contro il popolo, con armi moderne hanno sparato
contro il poliziotto mentre stava prendendo il tè in un posto vicino a soli
500 metri della stazione di polizia di Khairput.

http://odishatoday.com/viewnews.php?news_id=3041


*** I maoisti uccidono un capo della polizia e fanno pressione su un politico

Un capo della polizia della Forza Centrale di Riserva di Polizia, Om Prakash,
è stato annientato dai guerriglieri maoisti del PLGA (People's Liberation
Guerrilla Army) presso un mercato del distretto di Sukma, nel Chhattisgarh.
Notizie dicono che Om Prakash, del 150° Battaglione impiegato a Chintagufa, è
stato accerchiato da una mezza dozzina di maoisti che lo hanno ucciso e preso
il suo fucile.

In un'altra azione 50 guerriglieri maoisti hanno sequestrato Jhina Hikaka (34
anni) membro dell'Assemblea Legislativa di Laxmipur, appartenente a Biju Janata
Dal, il 24 marzo. Hikaka rientrava a casa da Koraput quando i maoisti hanno
costretto il suo veicolo a fermarsi vicino a Toyaput e lo hanno sequestrato.
Mentre il suo addetto alla sicurezza personale (Personal Security Officer) e un
altro responsabile dell'Assemblea Legislativa sono stati lasciati liberi,
Hikaka è stata portato via, ha detto il sov5rintendente della polizia di
Koraput, Avinash Kumar.

martedì 27 marzo 2012

pc 27 marzo - “Giustizia” a senso unico? Conferenza Stampa del Movimento Notav





26 marzo 2012


Martedì 27 alle ore 12.00
presso il Centro Studi Sereno Regis in Via G. Garibaldi, 13 a Torino

LA CONFERENZA STAMPA SARA’ TRASMESSA IN STREAMING SU NOTAV.INFO



In seguito all’inchiesta della Procura della Repubblica di Torino che ha portato all’arresto 26 Notav, alcuni ancora detenuti dopo due mesi, il Movimento Notav intende fare luce sui fatti contestati agli indagati, dimostrando che si è indagato a senso unico, senza prendere in considerazione gravi fatti e violenze avvenute da parte delle forze
dell’ordine nel periodo dell’estate scorsa, preso in esame dalla Procura per l’indagine.

Presenteremo alcune immagini shock a supporto e un’inchiesta dettagliata che verrà illustrata in conferenza stampa. Parteciperanno Alberto Perino e Lele Rizzo.

Crediamo esistano gravi omissioni nelle indagini svolte, tese a criminalizzare il Movimento Notav. Centinaia di foto e video “incastrerebbero” gli arrestati, ma altrettante dimostrano palesemente alcune gravi brutalità commesse dai tutori dell’ordine, per le quali nessuna indagine o atto formale è mai stato aperto.

“Sul movimento No Tav non mi esprimo – ha detto-, è fuori dalle mie competenze professionali. Però, se vengono commessi dei reati, un magistrato non può voltarsi dall’altra parte.” Il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli a Il Fatto Quotidiano 5/3/2012

“Siamo intervenuti in maniera chirurgica, sezionando le situazioni in cui riteniamo di aver raggiunto la prova della singola responsabilità. Altro che sparare nel mucchio!” Il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli a Il Corriere della Sera 21/2/2012

“[...] la procura da me guidata applica la legge anche in Val di Susa, come se un magistrato di fronte ad un atto contrario alla legge [...] dovesse chiedersi prima chi li ha commessi e poi a seconda delle sue simpatie decidere se agire o meno”. Giancarlo Caselli, Procuratore capo di Torino, 24 marzo 2012 a LA7, trasmissione “In Onda” parlando degli arresti di appartenenti al movimento.

pc 27 marzo - fiata sata - riportare gli operai licenziati in fabbrica con tutti i mezzi , costi quel che costi

3 aprile - slai cobas per il sindacato di classe alla fiat sata per sostenere il rientro degli operai fiat sata licenziati - per preparare una iniziativa nazionale -per costruire la rete e il fronte operaio contro il fascismo padronale
info
cobasta@libero.it.

dalla gazzetta del mezzogiorno

Melfi, operai licenziati«Servono i carabinieri per convincere la Fiat»


• Fiom: la Fiat «arrogante» contro gli operai licenziati
di FRANCESCO RUSSO

MELFI - C'è chi invoca - come il senatore Di Pietro - l’intervento dei carabinieri per far rispettare una sentenza della magistratura, e c'è chi si sofferma sui pericoli derivanti dalla modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: a dare lo spunto, sono le motivazioni della decisione della Corte di appello di Potenza sul ricorso presentato dai legali della Fiom, per ottenere il reintegro dei tre operai della Fiat di Melfi licenziati nell’agosto di due anni fa. Quella sentenza, emessa il 23 febbraio scorso, era a favore di Barozzino, Lamorte e Pignatelli, ma i tre ad oggi non sono ancora rientrati in fabbrica. Si attende, nel frattempo, la contromossa dell’azienda, che già al momento della lettura della sentenza aveva annunciato che avrebbe presentato ricorso in Cassazione.

«Per eseguire la sentenza di reintegro degli operai della Fiat di Melfi dovrebbero intervenire i carabinieri», commenta il leader Idv, Antonio Di Pietro, secondo il quale «la Fiat sta clamorosamente violando le norme con l’arroganza di chi si ritiene al di sopra della legge».

«Le motivazioni della sentenza dei giudici di Potenza - sostiene Cesare Damiano, capogruppo Pd nella commissione Lavoro di Montecitorio - dimostrano quanto sia necessario mantenere alta la guardia sul tema dei licenziamenti, perché il rischio di attività antisindacali o di licenziamento discriminatorio mascherato, è molto alto».

«Le sentenze vanno rispettate - ammonisce il presidente dei Senatori Idv, Felice Belisario - e le motivazioni della Corte d’appello di Potenza non lasciano spazio ad interpretazioni: la Fiat deve disporre subito il reintegro dei tre operai di Melfi ingiustamente licenziati. È ormai evidente - aggiunge - la condotta antisindacale dall’azienda, così come è indiscutibile che negli stabilimenti del Lingotto vengono calpestati i diritti dei lavoratori.

Il Governo - dice ancora Belisario - non può rendersi complice di Marchionne, che si atteggia a padrone delle ferriere invece di rispettare i propri impegni sul piano occupazionale e industriale. Barozzino, Lamorte e Pignatelli devono tornare a lavorare, ho portato il loro caso in Senato e mi batterò ancora dentro e fuori il Parlamento perché gli iscritti Fiom non siano oggetto di discriminazioni.

Il Ministro Fornero - conclude - si impegni per garantire che la Fiat ripristini il rispetto della dignità dei lavoratori e delle tutele di legge».

Secondo il capogruppo Sel nel Consiglio regionale della Basilicata, Giannino Romaniello, «le motivazioni della sentenza dei giudici di Potenza che rigettano la tesi della Fiat sul licenziamento di Barozzino, Lamorte e Pignatelli, sono la riprova, questa volta giuridica, che per evitare gli abusi nei licenziamenti c'è solo uno strumento da prevedere: il reintegro.

Le parole dei magistrati - continua - sono sufficienti a spiegare l’arrogante comportamento della Fiat, perché i licenziamenti rappresentano, come è scritto nel dispositivo della sentenza, nulla più che misure adottate per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo. Credo che la sentenza - prosegue - sia una lezione per quanti si attardano a difendere la proposta del Governo Monti sull’articolo 18. È sin troppo evidente che con la proposta sul mercato del lavoro si apra la strada ai licenziamenti facili».




Fiat Melfi ancora bloccata ma trenta autotreni escono dalla fabbrica


MELFI - La Fiat di Melfi è ancora bloccata, a causa dello sciopero degli autotrasportatori che dura da oltre un mese, anche se ieri - nel giorno del primo incontro che si è tenuto a Milano tra i bisarchisti italiani ed i committenti delle case automobilistiche - una trentina di veicoli di proprietà aziendale sono riusciti a lasciare lo stabilimento lucano dopo aver caricato le vetture. Si tratta, comunque, di una vertenza in piena evoluzione. E non è detto che la situazione si sblocchi nelle prossime ore.

Lo stato di agitazione dei bisarchisti, ricordiamo, era iniziato lo scorso 20 febbraio, per richiedere l’applicazione delle tariffe previste dal contratto nazionale di categoria. Ai trasportatori, ad oggi, le ditte committenti accordano 90 centesimi di euro a chilometro percorso, mentre la richiesta - di arrivare almeno ad un un euro e 20 centesimi. La protesta dei bisarchisti sta interessando tutto il territorio italiano. In Basilicata, in particolare, lo sciopero promosso dal sindacato «Trasportiuniti» ha creato grossi problemi alla Sata di San Nicola di Melfi e ad una ventina di aziende dell’indotto Fiat. Circa 25 mila auto si sono accumulate davanti ai piazzali dello stabilimento, per l’impossibilità di trasportarle verso le concessionarie. I manifestanti, che hanno mantenuto un presidio permanente, hanno impedito anche agli autisti degli automezzi di proprietà aziendale di entrare nello stabilimento Sata per caricare le auto. Proprio per questo, la direzione della Fiat di Melfi ha interrotto le produzioni da alcuni giorni, invitando gli operai a rimanere a casa.

La ripresa del lavoro è prevista per il 3 aprile, anche perché, per la settimana prossima era stata già prevista la cassa integrazione, per problemi legati all’andamento del mercato. Sul punto, però, interviene il segretario della Fiom-Cgil lucana, Emanuele De Nicola. «La Fiat - dice il sindacalista - dovrebbe coprire con gli ammortizzatori sociali queste giornate di «senza lavoro» per lo stabilimento di Melfi, dovute allo sciopero dei bisarchisti, per evitare ulteriori perdite di salario agli operai e cancellare quindi la cassa integrazione già prevista per la prossima settimana». In questo mese, del resto, gli operai della Fiat di Melfi hanno lavorato ben poco, fra blocco degli autotrasportatori e giornate di cig. Secondo le previsioni, per i metalmeccanici della Fiat lucana ci saranno perdite in busta paga pari a quasi il 50 per cento. «Se Marchionne lamenta la perdita di 20 mila autovetture a causa della protesta dei bisarchisti - evidenzia De Nicola - allora è possibile tornare al lavoro la prossima settimana, spostando quella cassa integrazione ai periodi di «senza lavoro» di questi giorni, e salvando così lo stipendio degli operai». Analoga, - la situazione delle fabbriche dell’indotto Fiat.

pc 27 marzo - antifascismo militante a roma - sui fatti di casalbertone

.LA RASH SUGLI EVENTI DI VENERDÌ A CASALBERTONE


23 marzo 2012, una data significativa in cui si incrociano, sovrappongono e finiscono per scontrarsi anniversari opposti e relative celebrazioni. Da un lato, c'è chi rende onore ai 335 romani trucidati alle Fosse Ardeatine dai boia nazisti e relativo codazzo di lacchè in camicia nera, dall'altro, chi omaggia Mussolini, la nascita del fascismo e festeggia i suoi inutili 5 anni di esistenza come circolo “futurista”.
23 marzo 2012, nonostante la tanto sbandierata discontinuità -a beneficio di telecamera- verso il proprio passato, con l'attacco squadrista ai Magazzini i così detti fascisti -parola loro- del “III millennio” assolvono pienamente alla missione storica tracciata dai loro antenati in camicia nera.
Il fallito assalto fascista, nel primo pomeriggio, ha come obiettivo un luogo, i Magazzini Popolari, impegnato da anni in una difficile missione: supplire quotidianamente con impegno, dedizione e volontà alla latitanza delle istituzioni verso gli inascoltati bisogni ed esigenze sociali dei cittadini del quartiere, attraverso continui piccoli/grandi gesti quotidiani di solidarietà, mutualismo e giustizia sociale.
Da anni, i Magazzini Popolari combattono al fianco del popolo di Casalbertone contro carovita e caroprezzi, tra i primi a Roma a mettere in piedi l'efficace rete distributiva di generi di prima necessità a prezzo calmierato con l'esperienza dei GAP (gruppi di acquisto popolare).
Da anni, i Magazzini lottano contro lo strozzinaggio legalizzato delle società di riscossione coinvolgendo i cittadini del quartiere nella campagna antisfratti, contro il caro bollette, per il diritto all'abitare.
I Magazzini, inoltre, col tempo sono divenuti sinonimo di sport popolare, cultura e saperi liberi e gratuiti.
Da più di un mese, i Magazzini sono al fianco degli operai delle officine RSI di Portonaccio, in occupazione permanente della loro fabbrica per rivendicare diritto al lavoro, al futuro, alla dignità.
Per Casalbertone, i Magazzini sono questo e molto altro ancora. Non solo nel nome ma anche nel loro nobile piglio etico, richiamano alla mente la grande esperienza storica di quelle che un tempo erano le Case del Popolo, luoghi di alternativa reale e praticabile alla politica intesa solo come malaffare, interesse economico e speculazione. Esempio virtuoso di mutuo soccorso, passione e volontarismo.
I fascisti “di zona”, al contrario, sono e da sempre, completamente estranei a qualsivoglia forma di interlocuzione virtuosa col quartiere e la sua gente. Fantasmi dell'impegno sociale, nonostante l'ipocrita vestizione della maschera “futurista”, essi non richiamano altro che l'ottusa, stupida e boriosa violenza fine a se stessa che da sempre costituisce il tratto distintivo della loro infame genia.
Novant'anni fa, mazzieri e mercenari al soldo di padroni, industriali e latifondisti, oggi, “utili idioti” in cerca d'autore.
Così, l'attuale e funesto clima politico complessivo ben si presta a strumentalizzazioni -più o meno coscienti- del “ribellismo” da operetta di marca fascista. I fino a ieri paladini in doppiopetto di democrazia rappresentativa e sovranità popolare, stretti dalla morsa della crisi economica, hanno svestito i vecchi abiti e l'ormai inservibile partitocrazia democratica ha ceduto il passo ad un governo “tecnico” eterodiretto dai vampiri mittleuropei dell'alta finanza. Un'aristocrazia transnazionale il cui unico fine consiste nel preservare se stessa e propri interessi a scapito di tutto e tutti.
In pochi mesi d'attività, i tecnocrati italioti hanno dimostrato di saper assolvere con grande efficienza alla missione iniziando con successo la sistematica demolizione di quanto rimasto in piedi del vecchio Stato sociale. L'offensiva è stata lanciata lungo tutto il fronte: pensioni, diritti dei lavoratori, perpetuazione perenne del cancro generazionale della precarietà, sacco ambientale e svendita dei territori, genuflessione agli interessi delle grandi multinazionali. Tuttavia, nonostante il monopolio dei mezzi d'informazione, protesi per lo più a magnificare le “misure anticrisi” del governo dei tecnici, dal basso e in forma spontanea, autorganizzata, si moltiplicano i movimenti di protesta e di resistenza che, pur se eterogenei e colpiti dalla censura massmediatica, rappresentano -in potenza- tanti piccoli fuochi pronti ad incendiare la grande prateria di una imminente, rediviva opposizione sociale, la quale non potrà certo essere liquidata attraverso i mezzucci truffaldini con cui sono state facilmente silenziate le più o meno conniventi “opposizioni” parlamentari e sindacali di facciata.
Da nord a sud, ormai da giorni, monta la rabbia e cresce la protesta, il popolo torna nuovamente a scendere in piazza con cortei spontanei e si moltiplicano le occupazioni di fabbriche, in alcuni casi, si torna addirittura ad occupare le terre. I tecnocrati, dal canto loro, fin da subito hanno dato abbondante prova di tollerare assai poco il dissenso in ogni sua forma ed espressione.
In un simile contesto non deve meravigliare, al di là dei proclami populisti, una certa, precisa coazione a ripetere di matrice fascista: idiozia e malafede squadrista ben si prestano a fare nuovamente da stampella a quelle linee d'indirizzo governative che, attraverso la favoletta degli “opposti estremismi”, puntano a delegittimare la giusta e sacrosanta opposizione ai tecnici della macelleria sociale derubricandola a questione di “ordine pubblico”.
In ordine di tempo, la fallita spedizione punitiva a Casalbertone non è che l'ultima di una lunga sequela di aggressioni fasciste. Proprio in questa direzione, l'antifascismo militante, cuore vivifico e pulsante della più ampia lotta anticapitalista, lungi dall'essere anticaglia da museo, mostra, oggi, tutta la sua urgenza come pratica e teoria.
L'esempio dei nostri compagni dei Magazzini che in due (!) tengono testa e riescono a respingere l'attacco di 10 mercenari, armati di tutto punto con caschi e bastoni, è un esempio sul quale riflettere e dal quale partire.
L'antifascismo ha bisogno di meno piagnistei nelle questure e sui mezzi d'informazione, di non fare conto su fantomatici “terzi” -che imparziali non sono come la storia ci ha ben insegnato-.
Per essere esempio, l'antifascismo necessità di sviluppare in autonomia e al meglio tutta la sua forza, il coraggio delle proprie idee, la sua capacità di autodeterminazione.

pc 27 marzo - assemblea operaia nazionale a milano il 20 aprile

Contro le strategie parallele della Fiat di Marchionne e del
governo Monti per dare forza e ruolo all’opposizione operaia
ASSEMBLEA OPERAIA NAZIONALE ALL’ALFA ROMEO DI ARESE
Venerdì 20 aprile 2012 ‐ ore 10.00


Da 13 mesi dura il presidio alla portineria sud ovest dell’Alfa di Arese dei lavoratori che da anni sono in
lotta contro i licenziamenti di massa in atto nell’area (regalata all’epoca da Prodi agli Agnelli) e poi destinata
dalla Fiat alla deindustrializzazione ed alla speculazione finanziaria ed immobiliare in funzione dell’EXPO
2015. E’ grazie a questa importante lotta condotta dallo Slai cobas che stanno venendo alla luce inquietanti e
losche storie di mazzette e minacce mafiose che vedono coinvolti nella cricca trasversale della tangentopoli delle privatizzazioni e ristrutturazioni industriali e del territorio> importanti gangli istituzionali
e dei servizi da sempre usati dal fronte padronale in eversiva funzione antioperaia. La storia dell’Alfa di
Arese anticipa quanto prospettato dalla Fiat per Pomigliano, Mirafiori e le fabbriche del gruppo.
Dopo aver colpito duramente l’intero sistema pensionistico pubblico, oggi il governo Monti si appresta a
colpire ancor più duramente l’insieme dei lavoratori pubblici e privati con la trattativa in corso sulla
deregolamentazione del mercato del lavoro, la liberalizzazione dei licenziamenti (art. 18) e la riforma degli
ammortizzatori sociali. Una violenta controriforma già concepita dall’accordo interconfederale del 28 giugno
2011 firmato tra Confindustria e CGIL-CISL-UIL (poi recepito in legge all’art. 8 dalla successiva manovra
economica del governo Berlusconi) che ha gravemente colpito la democrazia e la rappresentanza sindacale,
affossato i contratti nazionali, derogato l’insieme dei diritti soggettivi e collettivi dei lavoratori e aggirato
l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (con la liberalizzazione dei licenziamenti per accordo sindacale, ). E’
questa, oggi, la tragica base di partenza della trattativa-farsa in corso tra il governo e CGIL-CISL-UIL,
peraltro già pregiudicata nei suoi contenuti dal documento comune del 17 gennaio 2012 inviato dalle
segreterie nazionali confederali al governo Monti in preparazione degli incontri odierni ed in cui si legge tra
l’altro che “a partire dalle numerose crisi aziendali e settoriali i nuovi investimenti per rilanciare lo sviluppo
saranno definiti sulla base dell’accordo del 28 giugno 2011”.
Un esempio per tutti: a luglio 2011 Fiat Pomigliano ha attuato cassa integrazione per due anni (fino a luglio
2013) per “cessazione dell’attività” dopo aver appaltato la produzione automobilistica a Fabbrica Italia
Pomigliano che ha assunto 2.000 lavoratori e tagliato fuori circa 3.000 dei 5.000 addetti al ‘vecchio’
stabilimento. L’abolizione della “cassa” per cessazione di attività e mobilità oggetto delle trattative in corso
governo/confederali metterebbe una pietra tombale sul prospettato licenziamento di 3.000 lavoratori di
Pomigliano (poi toccherà alla newco di Mirafiori grazie all’accordo del 23 dicembre 2010) e, entro aprile,
già espone a rischio-licenziamento ben 280.000 lavoratori addetti delle aziende in crisi - ed oggi in cigs in
deroga - cui verrebbe negato i successivi ammortizzatori sociali di 2 anni di cassa per cessazione di attività e
altri 4 per mobilità ed impedito, con la riforma Fornero, finanche la possibilità di pensionamento.
In ossequio alle strategie di macelleria sociale dettate dal grande capitale multinazionale economico e
finanziario e forti dell’appoggio concertativo e trasversale dell’intero sistema politico-istituzionale,
mediatico e confederale, la Fiat di Marchionne ed il governo Monti stanno perseguendo una inaudita svolta
autoritaria sospendendo di fatto ogni residua parvenza di democrazia sindacale e politica e prefigurando un
prossimo disastro economico e sociale ‘stile Grecia’ con piani e manovre “di classe” che puntano alla
sconfitta epocale del movimento operaio ed allo sfascio di diritti, salari e stipendi dei lavoratori del settore
pubblico e privato, dei livelli occupazionali nelle fabbriche Fiat ed in ogni luogo di lavoro e, con le
privatizzazioni, dell’insieme delle tutele sociali e dei servizi pubblici.
Se Monti e Marchionne sono le due facce della stessa medaglia padronale, la tenuta operaia all’Alfa di
Arese, Pomigliano e nelle fabbriche Fiat non solo rafforza la resistenza dell’intero movimento di lotta ma
sarà determinante - e contribuirà comunque - alla configurazione di una possibile e necessaria prospettiva di
cambiamento dei rapporti di forza, sindacali e politici, in fabbrica e nella società.
SLAI COBAS - Coordinamento.nazionale@slaicobas.it - 14/3/2012

pc 27 marzo - RICORDARE LA RESISTENZA DI IERI- COMBATTERE IL FASCISMO DI OGGI da firenze antifascista

RICORDARE LA RESISTENZA DI IERI
COMBATTERE IL FASCISMO DI OGGI


Il 22
marzo cade il 68esimo anniversario dell'eccidio di Campo Marte. Quel
giorno del 1944, 5 contadini mezzadri poco più che ventenni, del
Mugello, Antonio Raddi, Guido Targetti, Leandro Corona, Ottorino Quiti,
Adriano Santoni, furono fucilati perché accusati dal regime fascista di
aver disertato la chiamata di leva. I 5 furono arrestati e condotti
nella zona popolare di Campo Marte dove ad attenderli trovarono il
plotone d'esecuzione e alcune centinaia di loro coetanei costretti dal
regime fascista ad assistere affinché l'evento fosse per loro un monito
indelebile. L'esecuzione fu terribile tanto che addirittura alcuni
soldati del plotone esitarono mancando i ragazzi condannati oppure
ferendoli senza ucciderli: fu Mario Carità, il torturatore fascista di
Villa Triste, a freddarli con un colpo alla testa.

Da vent'anni ormai
il revisionismo storico portato avanti da partiti, mass media e
istituzioni, in nome di una falsa pacificazione nazionale, tenta di
riabilitare il fascismo, recuperando in chiave nazionalista e
strumentalizzandolo, il falso mito delle foibe; equiparando i
repubblichini ai partigiani e screditando figure simboliche della
Resistenza come Bruno Fanciullacci, Giuseppe Martini (“Paolo”) e altri
gappisti fiorentini. In questo quadro sono attaccati i valori ed il
significato della Resistenza Antifascista -quanto mai attuali in questa
fase di crisi sociale, politica ed economica - nella quale gli attacchi
ai diritti di lavoratori, studenti e pensionati, la propaganda razzista
e anticomunista, sono le risposte autoritarie che il capitalismo ha già
messo in atto in altre fasi della storia. Un quadro in cui vecchi e
nuovi fascisti, forze dell'ordine e istituzioni sono fautori di un
clima che ormai da tempo in città si fa sempre più teso: dalla strage
fascista contro lavoratori senegalesi del 13 dicembre scorso, in piazza
Dalmazia e a San Lorenzo, alle più recenti aggressioni razziste; dalle
morti nelle celle di sicurezza della Questura alla costante repressione
subita da tutti coloro che si organizzano e lottano per un futuro
migliore. Anche per questo ribadiamo l’intenzione di lavorare nella
prospettiva di chiudere tutte quelle sedi fasciste che si presentano
sotto diverse sigle: da Casaggì a Casa Pound – tutelate dal PdL,
tollerate dai partiti di centrosinistra e dalle istituzioni – in quanto
covi di odio razzista, cultura reazionaria e apologia di fascismo.


Come Firenze Antifascista siamo impegnati da tempo nell'organizzazione
di iniziative, dibattiti, cortei e momenti di socialità, per
riaffermare i valori della Resistenza e dell'Antifascismo rivendicando
la scelta di quei giovani (quella sì che era la meglio gioventù) che
non chinarono la testa e scelsero di entrare a far parte delle Brigate
Partigiane sulle montagne o dei GAP in città. Rendendo attuale la
scelta di tutti coloro che collaborarono alle azioni partigiane come
avvenne in S. Frediano quando, all'indomani dell'11 agosto del 1944,
giorno della Liberazione di Firenze, i cittadini lasciarono le porte
dei condomini aperte per permettere ai partigiani di catturare i
franchi tiratori.

Ricordare l'eccidio di Campo Marte significa proprio
non relegare la memoria di quei giovani a momenti puramente
commemorativi, ma restituirli alla memoria collettiva viva nella
quotidianità di compagni e compagne che continuano a portare avanti
oggi la stessa lotta contro il fascismo e lo sfruttamento.

Per questi
motivi invitiamo tutti coloro che si riconoscono nei valori
dell'antifascismo e nella necessità di riaffermarli, a mobilitarsi e
partecipare a due importanti iniziative: rendere omaggio ai Martiri di
Campo Marte sabato 31 marzo nei giardini adiacenti viale Malta dalle
ore 14.00 alle 20 e a quella del 25 Aprile in piazza Santo Spirito.



Firenze Antifascista

lunedì 26 marzo 2012

pc 26 marzo - ILVA TARANTO: UNA STRANA E INTERESSATA MANIFESTAZIONE

COMUNICATO DELLO SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE ILVA SULLA MANIFESTAZIONE DI OGGI.

Lo Slai cobas per il sindacato di classe Ilva di Taranto non ha partecipato oggi alla manifestazione indetta dai sindacati confederali sotto la Prefettura sulla questione ambiente/lavoro, ma di fatto per contrastare l'inchiesta in corso da parte della magistratura contro l'Ilva per l'inquinamento.
La ragione è che non aderiamo alle manifestazioni organizzate sulla linea e posizioni dell’azienda (basta vedere il testo del documento presentato al prefetto di cui riportiamo ampi stralci sotto), per il tramite dei capi e sindacalisti compiacenti che vogliono portare gli operai al carro degli interessi e dei profitti di padron Riva, agitando lo spettro della chiusura dell’ilva.
Non ci sarà alcuna chiusura dell'Ilva, nè tantomeno noi la vorremmo. Chi lo dice vuole solo fare dello stupido allarmismo, per non dire una cosa semplice: che Riva deve attuare tutte le norme di sicurezza e di tutela ambientale e deve pagare per i gravi danni ambientali, di salute, per le morti da inquinamento (oltre che quelli per infortuni) che colpiscono prima di tutto gli operai che stanno in questa fabbrica la maggior parte della loro vita, tra cui tanti abitano nei quartieri più inquinati, come Tamburi; che gli investimenti che l'Ilva fa sono una goccia nel mare di una disastro ambientale che ha portato Taranto a record nazionali di morti e malati dentro e fuori la fabbrica.
Si vogliono creare artatamente contrasti e contrapposizioni con giovani, cittadini e ambientalisti e fermare le inchieste della magistratura. E’ un lavoro sporco che va isolato e respinto in fabbrica e in città.
Dobbiamo unire la lotta vera per il lavoro a quella della sicurezza, salute e ambiente in un fronte unito di operai, giovani, cittadini e ambientalisti. E' possibile mantenere il lavoro e nello stesso tempo non ammalarsi e morire per il lavoro. E' possibile se al primo posto c'è la vita degli operai e delle persone e non il profitto a tutti i costi e comunque costi.
L’ilva non si chiude e non deve chiudere, ma Riva deve pagare i danni in sicurezza e salute agli operai e alla città. Perchè a Taranto non ci può essere un processo come quello avvenuto recentemente a Torino alla Eternit per l’amianto?

Cosa dicono e fanno invece cgil, cisl, uil, e fiom, fim, uilm?
A fronte di una perizia depositata in Tribunale che con dati e fatti nudi e crudi mostra tutta la tragicità dell'inquinamento dell'ilva, tuttora in corso, evidenziano la “positività dei percorsi e dei risultati raggiunti dall'Ilva;
sottolineano, con enfasi, gli investimenti fatti da padron Riva;
si rendono disponibili ad un confronto costruttivo con l'azienda;
generalizzano la questione della bonifica a tutta l'attività industriale e militare da oltre un secolo, all'unico scopo di attenuare le responsabilità dell'Ilva (la fabbrica più grande a livello europeo);
non chiedono alcun risarcimento all'Ilva ma parlano genericamente di reperire investimenti finanziari...
RIVA NON PUO' SPERARE IN DIFENSORI PIU' SOLERTI..

Stralci del documento presentato al Prefetto e al governo.

"Le OO.SS. CGIL, CISL e UIL, congiuntamente a FIOM, FIM e UILM, in relazione alla situazione di criticità ambientale determinata dall’attività siderurgica, culminata con il deposito delle perizie presso il Tribunale di Taranto, ritengono necessario ribadire la positività dei percorsi sin qui avviati evidenziando i notevoli risultati raggiunti.
La politica di ambientalizzazione della fabbrica avviata con la Legge Regionale n.44/2008 sul contenimento dei livelli di diossina è proseguita con investimenti costanti e rilevanti, che hanno già prodotto significativi risultati (riduzioni del livello delle polveri sottili, contenimento delle emissioni di benzo(a)pirene, avvio per il rilascio della certificazione Emas).
Il percorso intrapreso va perfezionato e, soprattutto, accelerata la sua piena attuazione aggredendo le situazioni di maggiore criticità, che si possono sintetizzare nella copertura dei parchi minerali e nel contenimento delle emissioni fuggitive.
In tale ottica le scriventi OO.SS. si rendono disponibili a fornire ogni supporto utile anche attraverso un confronto continuo e costante con l’Azienda...
Ritengono ormai indifferibile l’avvio di una radicale attività di bonifica del territorio che consideri oltre un secolo di attività industriale connessa anche agli imponenti insediamenti militari...
Il programma abbisogna, però, di ingenti investimenti finanziari che vanno reperiti con immediatezza e finalizzati con altrettanta rapidità...
La bontà degli interventi effettuati e di quelli già focalizzati dalle Istituzioni, rappresentano un percorso importante e ambizioso..."

pc 26 marzo - segnaliamo un reportage di 34 giorni tra i maoisti di un giornalista indù - il testo sarà tradotto dal comitato di sostegno

Suvojit Bagchi spent over a month in Maoist hideouts in the forests of south Chhattisgarh. His three part series which appeared in the Sunday Guardian can be viewed below :


A camp in Abuj Marh, where the author stayed. Cadres are singing ‘International’ in Gondi & Hindi.

Part 1
34 days with Maoists inside the forest
Suvojit Bagchi spent over a month in Maoist hideouts in the forests of south Chhattisgarh.
http://www.sunday-guardian.com/investigation/34-days-with-maoists-inside-the-forest

Part 2
‘I don’t know how many Naxals I’ve killed’
In the second of a three-part series, Suvojit Bagchi meets the ‘eyes and ears’ of the Maoist and state militias.
http://www.sunday-guardian.com/investigation/i-dont-know-how-many-naxals-ive-killed

Part 3
‘In two weeks, I was a paramedic’
What led Jairam Ramesh to tag Maoist areas as ‘liberated’? In the last part of the series, Suvojit Bagchi explores the reasons
http://www.sunday-guardian.com/investigation/in-two-weeks-i-was-a-paramedic

pc 26 marzo - esplosione fabbrica a torino - 4 operai immigrati gravi - padroni assassini !

Esplosione e incendio alla Lufamet
Quattro persone sono rimaste ustionate in modo grave in seguito a uno
scoppio e al successivo incendio avvenuto nel capannone della ditta Lafumet
di Villastellone, che opera nel settore del trattamento dei rifiuti
ecologici. Si tratta di Hassan Kharboche, 38 anni, Amed Badreddine, di 42,
Mustapha Ganfoudi, di 47 e Becher Guizani, anche lui di 47. Sono tutti di
origine marocchina. Sono intervenuti carabinieri, vigili del fuoco e
numerose ambulanze del 118, che hanno soccorso anche altre persone. I
quattro feriti più gravi - classificati come codice rosso - sono stati
intubati, sedati e trasferiti all'ospedale Cto di Torino. Hanno riportato
ustioni di secondo e terzo grado in varie parti del corpo. Il più grave è
Kharboche che ha ustioni sul 20 per cento del corpo. Tutti sono in prognosi
riservata anche se sembra che non ci sia pericolo di vita C'è un quinto
ferito, in modo meno grave, Abdellah El Kamari, 38 anni.
Gli operai: "Rischiamo la vita per mille euro"

Uno dei colleghi racconta che mentre stava lavorando allo smaltimento di
alcuni fusti per il riciclaggio del materiale ha sentito all'improvviso
un'esplosione e ha visto subito dopo alzarsi delle fiamme. Tutti si sono
messi a correre per scappare dalla fabbrica ma alcuni operai sono rimasti
intrappolati; li hanno poi messi in salvo i soccorritori. Per tenere sotto
controllo l'incendio sono intervenute 14 squadre dei vigili del fuoco.

La. Fu. Met. srl si trova nella periferia industriale di Villastellone, a
pochi minuti da Torino. Era già stata teatro di un grande incendio nel
luglio del 2003. Le fiamme si svilupparono di sera e i vigili del fuoco
lavorarono tutta la notte per domarle. In quell'occasione non ci furono
feriti. La ditta tratta anche rifiuti pericolosi e per questo i tecnici
dell'Agenzia regionale per l'ambiente sono andati sul posto

pc 26 marzo - India la stampa imperialista semina menzogne per nascondere la realtà

uno dei due perdigiorno sequestrati in Orissa, è stato liberato dai maoisti
questo trova naturalmente spazio nella stampa odierna, che sente le dichiarazioni
di questo, che purtroppo non capisce niente
nello stato di Orissa ,37 milioni di abitanti, 20.000 persone contadini poveri, indigeni, proletari e masse povere fanno parte dell'esercito popolare diretto dai maoisti e conducono da anni una guerra di popolo vittoriosa, controllando ampia parte del territorio statale
l'esercito reazionario ha scatenato in questo stato come negli altri una offensiva
fatta di massacri,arresti, uccisioni stupri e ha trasformato l'intero stato in zona di guerra
i due semideficienti sequestrati o non sanno o fanno finta di non sapere e vanno li con il beneplacito dello stato reazionario lì a far il bagno, le foto ecc.
capita quindi che restino bloccati e capita che la guerra popolare li trattenga per proporre allo stato indiano e al mondo le sue sacrosante richieste
chiunque sia dalla parte del popolo e si informa non può non comprendere da che parte stare
la stampa borghese pesca nel torbido inventa fatti e circostanze al solo scopo di
contribuire alla campagna antimaoista e antipopolare
il PCI maoista e la guerra popolare ogni giorno emette dichiarazioni e le realtà solidali in india e nel mondo seminano tanta informazione e controinformazione
per chi - indipendentemente dalla posizione che può avere sull'ideologia marista-leninista-maoista - voglia comprendere le cose
ma non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere, appunto perchè accecato da altra ideologia: quella dell'imperialismo, dei regimi come quello indiano ad esso asserviti, delle classi dominanti e di coloro che cercano di diventarlo nell'ambito di questo sistema
proletari comunisti è dalla parte dei maoisti indiani e sviluppa una campagna proletaria e internazionalista per rompere il silenzio e appoggiare la guerra di popolo in india

proletari comunisti -PCmItalia
26 marzo 2012

pc 26 marzo - Novara dice no ai nuovo caccia: in ballo almeno 10 mld di euro.

F-35, guerra alla Difesa

Che l'investimento sia passato – almeno sulla carta – da 15 a 10 miliardi, al movimento NoF-35 non interessa proprio. Si è tenuta a Cameri, Novara, la manifestazione per contestare la costruzione dei caccia bombardieri, siglati F-35, a cui ha preso parte un centinaio di persone. Una sfilata pacifica, scortata dalle camionette della polizia, che ha camminato fino all'ex-aeroporto militare del paese, che vede sorgere vicino alle piste d'atterraggio gli hangar di cemento che ospiteranno negli anni prossimi l'assemblaggio dei caccia oggetto di contestazione.
UN INVESTIMENTO ESORBITANTE. Sono due in particolare gli elementi presi di mira dalla società civile che ha presenziato alla giornata di protesta. Il primo, e più significativo, è quello che l'investimento, seppur decurtato di alcuni miliardi, rimane una spesa assurda, inutile, che non porta nessun beneficio a una nazione già sull'orlo dell'incubo recessione.
BUGIE SUL FRONTE OCCUPAZIONALE. L'altro elemento di contestazione è il versante dell'occupazione: i numeri millantati dal dipartimento della Difesa sono insomma una vera e propria bugia. «In questi paesi intorno Novara si è diffusa la convinzione che ci saranno migliaia di posti di lavoro in più. Ma non è vero, non c'è nessuno studio dietro a queste cifre, lo dicono solo per far stare tranquilla la gente» dichiara Carlino Sensolo, coordinatore del Comitato NoF-35 novarese.
E per molti questa di tenere buona la gente è una strategia che funziona: sono pochi infatti i cittadini cameresi tra i manifestanti. «L'occupazione non varierà» continua Sensolo. «Quello che resta invariato, anzi che rischia di crescere, è il costo dell'operazione spalmato su dieci anni».
Fuori budget il costo della costruzione dei capannoni

Lo stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, sarebbe utilizzato anche come punto di manutenzione degli F-35 di tutta Europa.

La questione investimento è ancora complessa. Secondo gli organizzatori, che sono intervenuti più volte al microfono durante la marcia, nel calcolo presentato dal governo non rientra il costo della costruzione dei capannoni destinati a ospitare gli impianti di assemblaggio – appalto gestito dalla società Alenia –, i costi delle royalty destinati alla Lockheed Martin, la società americana proprietaria degli F-35 (e protagonista già di scandali finanziari nell'Italia Anni 70) ma soprattutto il costo della manutenzione dei velivoli una volta assemblati: lo stabilimento di Cameri, infatti, sarebbe utilizzato anche come punto di manutenzione degli F-35 di tutta Europa.
LA ZONA FRANCA CHIESTA DALLA MARTIN. Queste voci porteranno l'investimento, che secondo i fautori del progetto avrebbe dovuto diminuire, a crescere fino a raggiungere i 20 miliardi nei prossimi 10-15 anni. E non è finita. C'è anche il problema dell'extraterritorialità. La Lockheed Martin ha già manifestato l'intenzione di considerare i depositi dove si produrrà la vernice speciale per gli aerei invisibili (una tecnologia militare “sensibile”) una porzione di terreno non soggetta ai vincoli giurisdizionali italiani. Una prerogativa delle ambasciate o, appunto, delle basi militari a tutti gli effetti. Per scongiurare questo destino il movimento NoF-35 ha già previsto nuove manifestazioni di pressione.
Lunedì, 26 Marzo 2012

pc 26 marzo - Il business penitenziario. Processi di privatizzazione e valorizzazione capitalistica





Il recente Decreto Legge 24 gennaio 2012 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività) varato dal Governo Monti, nasconde un dispositivo di cui pochi si sono accorti. Si tratta dell’Art. 43 – Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie – con il quale si introduce in Italia la privatizzazione delle carceri prendendo a pretesto l’attuale inumano sovraffollamento che affligge il nostro circuito penitenziario. Quindi, secondo la nefasta ideologia ultraliberista che anima i nostri “tecnici”, e con la complicità dell’intero arco parlamentare, non viene ritenuto economicamente vantaggioso decrementare in modo radicale il numero abnorme di detenuti abrogando le leggi che l’hanno provocato, ma piuttosto sfruttare lo status quo trasformandolo in un’occasione di estrazione di profitto da parte delle imprese private.

Vediamo come.

L’idea sarebbe quella di mettere insieme soldi pubblici e capitali privati attraverso un consorzio di imprese che si accorpano in un unico soggetto. Questa società mista dovrebbe garantire la realizzazione di nuovi penitenziari dalla progettazione alla costruzione, oltre a gestirne i servizi annessi come lavanderie, mense, aree di parcheggio, manutenzione degli impianti termici ed elettrici e il personale interno come quello amministrativo, educatori, psicologi e operatori sanitari. Rimarrebbe escluso quello addetto alla custodia che le vigenti leggi assegnano esclusivamente al Corpo di Polizia Penitenziaria e ai suoi Gruppi Operativi Mobili (i Gom, quelli che abbiamo meglio conosciuto nella carneficina del G8 a Genova, dai pestaggi indiscriminati alle torture nella caserma di Bolzaneto). Allo Stato non spetterebbe altro che erogare al soggetto pubblico-privato costruttore e gestore un canone basato sul numero di “ospiti” che, spalmato nel tempo, dovrebbe coprire i costi di costruzione, gestione e rischi d’impresa.

Una prima e immediata osservazione ci pare la seguente: anche in Italia, come in buona parte dell’occidente capitalistico, il processo di privatizzazione delle carceri introduce un cambiamento di paradigma nella gestione dei contenitori deputati all’incapacitazione del lavoro vivo in eccedenza e del conflitto. I detenuti passeranno quindi dallo stato di corpi a perdere gettati nella fornace del circuito carcerario a quello di merce in via di valorizzazione. Non sfugge, infatti, che l’estrazione del profitto d’impresa sarà basata sulla percentuale che la stessa riuscirà a dedurre dai costi di gestione della merce-detenuto alla quale lo Stato avrà assegnato un prezzo (canone corrisposto per detenuto privatizzato). E come le leggi del modo capitalistico di produzione ci insegnano, tanto l’impresa riuscirà a risparmiare sui costi di gestione, tanto più incrementerà l’accumulo di profitto. Possiamo perciò prevedere con largo anticipo in quali condizioni la merce-detenuto verrà stivata e tenuta in vita. Possiamo inoltre aggiungere un altro importante elemento che nel Decreto Monti non è menzionato perciò non escluso: come nelle carceri privatizzate americane e inglesi la merce-detenuto è sottoposta al lavoro coatto. Ciò significa che il soggetto gestore potrà assegnare appalti a quelle imprese esterne che si renderanno disponibili a far entrare in carcere prodotti grezzi da trasformare. In questo caso la merce-detenuto viene valorizzata due volte: la prima per essere detenuto privatizzato in quanto tale, la seconda come forza lavoro a basso prezzo con potere contrattuale pari a zero. In tutta evidenza stiamo parlando quindi di lavoro schiavistico nell’accezione più classica del termine.

Possiamo quindi concludere che queste autentiche fabbriche del dolore, della vendetta sociale, del rancore razzista e della cinica rappresaglia sui più deboli, viste così “tecnicamente” appaiono come un ottimo business; pur tralasciando un altro indotto di circolazione di denaro generato dall’organica corruzione all’italiana in tema di assegnazione di appalti pubblici, clientele, interessi economici di quei loschi comitati d’affari che qualcuno si ostina ancora a chiamare immotivatamente Partiti, e quant’altro. Altro dato da tenere presente, a proposito di delinquenti, quelli veri, è che le potenti lobby dei costruttori sono ben rappresentate in Parlamento a mezzo dei propri manutengoli a libro paga. Quindi in tema di privatizzazione carceraria esse avranno tutto l’interesse a premere su quei loro stipendiati perché siano promulgate leggi sempre più carcerogene e introdotti corposi inasprimenti delle pene edittali secondo un’esigenza più che evidente: «Più numerosi saranno i detenuti nelle mie carceri, più tempo vi rimarranno, più accumulerò profitto». Molto semplice.

Ma, come si dice, non è tutto oro quel che luccica.

Vediamo più o meno sommariamente come funziona il business carcerario negli Usa, una delle prime nazioni ad averlo adottato. Approssimativamente negli ultimi trent’anni, a causa di leggi che hanno criminalizzato spietatamente quelle che sono percepite come “classi pericolose”, l’America si è trovata a pagare un prezzo enorme in termini sia sociali che economici per assicurare percezione di sicurezza ai cittadini appartenenti alle “classi virtuose”. In un periodo quindi relativamente breve il tasso di carcerazione è triplicato arrivando a 731 detenuti ogni 100mila abitanti, in assoluto uno dei più alti al mondo, corrispondente a circa l’1% dell’intera popolazione. Il dato fa riferimento a ogni tipologia delle misure restrittive: dietro le sbarre, arresti domiciliari, braccialetto elettronico e libertà vigilata. Un boom carcerario senza precedenti che si è trasformato in una ghiotta occasione di business per l’industria dei penitenziari privati. Un esempio ci viene offerto dalla Corrections Corporation of America, un’impresa quotata a Wall Street che gestisce 66 penitenziari la quale, recentemente, ha offerto qualcosa come 250milioni di dollari per acquistare altre carceri che diversi Stati avevano messo in dismissione. Sarebbe stato un affare davvero gigantesco se inaspettatamente qualcosa non fosse andato storto: dai dettagliati rapporti di alcune importanti authority di controllo risultava che il business carcerario non era poi così vantaggioso per gli Stati che l’avevano accettato, e anzi in alcuni casi, conti alla mano, il passivo pubblico era evidente. Il risultato è che Florida, Michigan, Louisiana, e Arizona, prima tra i più pervicaci sostenitori della privatizzazione carceraria, ora ci hanno ripensato decretandone il blocco.

Quest’ultima pur breve disamina per arrivare dove? Facile: ad affermare senza timore di smentite che il Governo delle oligarchie finanziarie criminali internazionali guidato da Mario Monti si propone di importare un modello fallito, per altro proprio laddove e stato inventato.

Quel che rimane è l’immagine più riprovevole di un Paese, l’Italia, ritenuta terreno ancora fertile per una nuova accumulazione originaria del Capitale. Un Paese dove il carcere come fabbrica del terrore, della tortura e dell’insensata violenza brucia vite umane inservibili a un mercato del lavoro sempre più disumano al quale non è rimasto altro che raschiare il barile. Affermiamo quindi che il “pianeta carcere”, in quanto organico al rapporto di produzione, deve essere inserito a giusta ragione nella nostra agenda del conflitto esattamente come ogni altro luogo della produzione materiale o cognitiva che sia. E non si può attendere oltre: un morto ogni 2 giorni per malattie non curate, 1 ogni 4 per suicidio, in un totale di 2000 negli ultimi 10 anni non sono un trascurabile dettaglio.
VALERIO GUIZZARDI da uninomade

pc 26 marzo - via i soldati italiani dall'afghanistan - noi siamo dalla parte della resistenza afghana- noi sosteniamo il PC maoista dell'Afghanistan

Intervista a un compagno del Partito (maoista) Comunista d’Afghanistan

D: puoi fornirci il retroterra storico di base e una presentazione del P(m)CA?
Il P(m)CA si è costituito nel 2004 come risultato dell’unificazione di alcuni gruppi rivoluzionari. Quando gli imperialisti hanno invaso l’Afganistan nel 2001 le forze maoiste compresero che per opporre una forte resistenza comunista all’occupazione occorreva lavorare insieme.

D: come si rapporta la vostra organizzazione alla situazione attuale in Afganistan?
L’idea del nostro partito è che attualmente subiamo un’occupazione imperialista in un paese dal carattere semifeudale. C’è una guerra di resistenza contro questa occupazione imperialista ma essa è diretta principalmente dagli islamici. Il nostro partito, il P(m)CA, finora non è stato attivo nella lotta armata allo stesso livello dei talebani o delle altre fazioni islamiche, ma siamo fortemente presenti nelle altre forme di resistenza all’occupazione. Siamo stati in grado di diffondere propaganda ideologica, in alcune realtà abbiamo formato organizzazioni di studenti, donne e lavoratori contro la presenza dell’occupazione imperialista.

D: allora che cosa comporta l’occupazione per una persona comune che vive in Afganistan, perché è un problema?
Beh, per una cosa: occupazione significa guerra ed una guerra reazionaria quella che va avanti contro il popolo del paese. un’occupazione è necessariamente oppressiva: perché ci sia un’occupazione occorre opprimere, questa è la sua caratteristica fondamentale. Il regime fantoccio instaurato dagli imperialisti, formato dalla classe borghese compradora, è anch’esso un regime molto oppressivo. Risultato di questa situazione è che molti contadini in tutto il paese sono stati costretti ad abbandonare le loro case e i villaggi, perché l’occupazione ha trasformato la loro vita in miseria.
Non va dimenticato inoltre il costo ambientale di questa guerra di occupazione. Finché dura questa guerra, le armi che gli imperialisti stanno usando contro il popolo stanno avvelenando l’acqua e le terre del paese. Ci sono già molte inchieste che denunciano che, per effetto della devastazione ambientale prodotta dalla guerra, i bambini nascono deformi, l’incidenza del cancro e la mortalità infantile sono aumentate. Dunque la guerra sta distruggendo completamente la vita del popolo, distruggendo l’ambiente.
Ma è anche vero che dall’occupazione una parte molto ristretta della popolazione tra lauti benefici. Quanti sono al servizio dell’occupazione nei diversi modi, ad esempio i membri del governo fantoccio o delle ONG, hanno una vita decente, ma le masse popolari soffrono immensamente.

D: Una delle giustificazioni del’'invasione e occupazione dell'Afghanistan era che la guerra avrebbe liberato le donne dall'oppressione dei talebani. Allora, qual è la situazione delle donne nell’Afghanistan occupato? Sono davvero state liberate?
Dici bene: quando questa guerra fu scatenata, una delle sue giustificazioni fu la cosiddetta “liberazione” delle donne afghane dal regime patriarcale dei talebani – una giustificazione di comodo usata poi per sostenere anche l’attuale occupazione imperialista. Ma se guardiamo a ciò che è effettivamente accaduto nella realtà, non c’è dubbio che solo una minoranza molto ristretta delle donne afgane beneficia di questa occupazione e che c’è stato solo qualche cambiamento apparente nella struttura di alcuni aspetti della società: le donne sono presenti in parlamento, sono presenti nella cosiddetta società civile, esiste un Ministero per la questione femminile - cose che non esistevano sotto il regime talebano.
Ma questi cambiamenti esistono solo per un’infima minoranza delle donne afghane che vivono nelle città. La maggioranza della popolazione, oltre l'80%, vive in campagna e le loro vite non sono in nessun modo migliorate per effetto dell’occupazione - anzi, sono peggiorate. Il costo della guerra in tutto il paese sta per intero pesando negativamente sulla vita della maggior parte delle donne. E anche la maggioranza delle donne proletarie nelle città risentono negativamente dell’occupazione.
E se una minoranza molto piccola delle donne sta beneficiando dell’occupazione, va ricordato che il regime instaurato dagli USA e gli alleati - la Repubblica Islamica di Afghanistan - è anch’esso un regime islamico teocratico. Al pari dei talebani, questo regime sostiene una morale sociale patriarcale: nonostante la Costituzione proclami apparentemente l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne, la verità è che l'Afghanistan resta una società patriarcale e che l’oppressione delle donne continua. Noi crediamo che, nel complesso, negli ultimi dieci anni non ci sia stato in realtà nessun cambiamento fondamentale nella vita delle donne.

D: si parla di un “piano di uscita” americano dall'Afghanistan. L’amministrazione Obama parla di disimpegno dall’occupazione entro il 2014 e di riconoscimento del diritto dell’Afghanistan a governarsi. Qual è il punto di vista del P(m)CA su questo e quale ruolo vede per sé dopo il 2014?
Il piano a lungo termine degli americani è sempre stato quello di avere una presenza militare nella regione e ciò più di ogni altra cosa dimostra quanto fossero disonesti fin dall’inizio sui tre obiettivi dichiarati della loro guerra e occupazione. Uno dei loro presunti obiettivi era, ovviamente, sconfiggere quello che chiamavano “terrorismo islamico”, un altro era promuovere la democrazia, e infine (come già discusso) l’ultimo obiettivo dichiarato era la promozione dei diritti delle donne. In effetti, non sono riusciti su nessuno di questi fronti. Per effetto della presenza americana nella regione i talebani non solo non sono stati indeboliti, ma anzi sono diventata una forza più forte in Afghanistan come nei paesi confinanti. Neppure Al Qaeda è stata indebolita, anzi continua a crescere. Ma quello che gli americani volevano fin dall'inizio era avere una presenza militare in Afghanistan, come parte della loro stretta militare sul pianeta.
Dopo il 2014 il loro piano non è quello di uscire del tutto dall’Afghanistan, ma di spostare le loro truppe dal campo di battaglia alle basi militari e da lì sostenere il loro regime fantoccio. Perciò il carattere della guerra cambierà nel senso che diventerà più “Afganizzata”: con i sostenitori e l’esercito del regime fantoccio che avrebbe un ruolo attivo nell’imporre gli interessi degli USA, sotto la supervisione delle autorità militari americane e degli esperti che gestiscono la situazione dalle loro basi.
La nostra prospettiva è che questo non cambierà il carattere fondamentale dell’occupazione. La contraddizione principale in Afghanistan resterà quella tra occupazione imperialista e popolo oppressi del paese. L’unica differenza è che il regime fantoccio diventerà il rappresentante principale dell’occupazione imperialista. Inoltre, il nostro partito ha parlato di iniziare una guerra popolare rivoluzionaria di resistenza entro il 2014, perché crediamo che la liberazione del popolo afghano non può che iniziare con una lotta armata per la liberazione nazionale e di la Rivoluzione di Nuova Democrazia.

pc 26 marzo - QUANDO IL CARTELLINO NON TIMBRERA’ PIU’

“Voi parlate, ma decidiamo noi”. Questo governo mostra ormai senza veli la sua natura di governo di “dittatura tecnocratica”, che azzera anche le minime regole della loro democrazia borghese, sentendosi in diritto, per sua natura, di non dare conto a nessuno (dato che non è stato eletto da nessuno).
Il governo Monti ha scelto la strada del disegno di legge per la riforma del mercato del lavoro, strada che normalmente prevede la possibilità di modifiche in sede parlamentare, ma di fatto la blindatura imposta è peggio di un decreto legge. Questa scelta è motivata solo dall’esigenza di attenuare l’impatto della controriforma e cercare di impedire una risposta forte di lotta.

Un loro timore che può diventare realtà:
cosa pensano che succederà quando, tolto il freno dell’art. 18 e avendo le aziende la libertà di licenziare, tanti operai si troveranno da un giorno all’altro bloccato il loro cartellino?
Cosa pensano che succederà quando migliaia di operai, ora in cassintegrazione straordinaria, saranno licenziati prendendo solo per 12 mesi una misera indennità?

Non è un caso che nel dibattito, negli interventi, interviste che si stanno susseguendo in questi giorni, lo “spettro” che viene sempre più evocato con timore è una risposta degli operai, lavoratori che vada oltre gli scontati e controllati scioperi della cgil.
Hanno iniziato Sacconi e Maroni con una lettera ai giornali in cui ricordando Marco Biagi, paventano un ritorno del “terrorismo”, fino all’intervista di ieri della Camusso alla trasmissione dell’Annunziata che a domanda ha dato una risposta da “mani avanti”: “ma il rischio de ritorno agli anni di piombo non c’è, il principale sindacato italiano manterrà una vigilanza massima per evitare derive violente”.

Ma cosa pensano? Cosa pensa la stessa Camusso? Che bastino le squallide e ipocrite dichiarazioni della Fornero, che ora oltre le lacrime, ha affermato “anche noi abbiamo un cuore e sentiamo fino in fondo il disegno che pesa sulla vita di tante persone…”; per accontentarsi di una opposizione da “guanti gialli”, fatta di banchetti e risate con Monti un giorno e di dichiarazioni “indignate” un altro giorno?

Se il cartellino non timbra più, non si mangia! E la lotta di classe deve essere dura! E non c’entra nulla col terrorismo!
Certo, sappiamo bene che voi chiamate “terrorismo” anche uno sciopero, abbiamo visto che campagna “terrorista” alcuni vostri giornali hanno fatto per esempio verso i tre operai/delegati della Fiat di Melfi, a fronte di una lotta sindacale legittima, riconosciuta tale anche dal giudice, sappiamo che lo stesso sindacato è pronto a bollare come “azioni violente” ciò che è necessaria lotta di classe a fronte di una guerra di classe che padroni e governo stanno portando avanti…
Ma la lotta di classe vera, cari signori, non si può fermare con la dittatura tecnocratica.
MC

pc 26 marzo - Eurogendfor. Superpolizia europea "modello Monti"

Redazione Contropiano


La ratifica di Camera e Senato è avvenuta all’unanimità. Praticamente stiamo per finire nelle mani di una superpolizia dai poteri pressoché illimitati.

Che sulla carta è europea, ma che nei fatti è sotto la supervisione statunitense. Tanto è vero che la sede centrale si trova a Vicenza, la città di Camp Ederle. Due articoli che ne parlano diffusamente.

Alzi la mano chi sa cos'è il trattato di Velsen. Domanda retorica: nessuno. Eppure in questa piccola città olandese è stato posto in calce un tassello decisivo nel mosaico del nuovo ordine europeo e mondiale. Una tappa del processo di smantellamento della sovranità nazionale, portato avanti di nascosto, nel silenzio tipico dei ladri e delle canaglie.

Il Trattato Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea (EGF): in sostanza è la futura polizia militare d’Europa. E non solo. Per capire esattamente che cos’è, leggiamone qualche passo. I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art. 4). Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art. 5). La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero - l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art. 3).

Ricapitolando: la Gendarmeria europea assume tutte le funzioni delle normali forze dell’ordine (carabinieri e polizia), indagini e arresti compresi; la Nato, cioè gli Stati Uniti, avranno voce in capitolo nella sua gestione operativa; il nuovo corpo risponde esclusivamente a un comitato interministeriale, composto dai ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non si limitano a missioni militari, sottoposti alla supervisione di un’organizzazione sovranazionale in mano a una potenza extraeuropea cioè gli Usa, e che, come se non bastasse, è svincolata dal controllo del governo e del parlamento nazionali.

Ma non è finita. L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.

Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Come ha fatto notare il giornalista che ha scovato la notizia, il freelance Gianni Lannes (uno con due coglioni così, che per le sue inchieste ora gira con la scorta), non soltanto è una vergogna constatare che i nostri parlamentari sanciscano una palese espropriazione di sovranità senza aver neppure letto i 47 articoli che la attestano, ma anche che sia passata inosservata un’anomalia clamorosa. Il quartiere generale europeo è insediato a Vicenza nella caserma dei carabinieri “Chinotto” fin dal 2006. La ratifica è dell’anno scorso. E a Vicenza da decenni ha sede Camp Ederle, a cui nel 2013 si affiancherà la seconda base statunitense al Dal Molin che è una sede dell’Africom, il comando americano per il quadrante mediterraneo-africano.

La deduzione è quasi ovvia: aver scelto proprio Vicenza sta a significare che la Gestapo europea dipende, e alla luce del sole, dal Pentagono. Ogni 25 Aprile i patetici onanisti della memoria si scannano sul fascismo e sull’antifascismo, mentre oggi serve un’altra Liberazione: da questa Europa e dal suo padrone, gli Stati Uniti.

Alessio Mannino www.ilribelle.com 28.02.2011



La strana polizia europea

Lunedì 02 Maggio 2011 23:00

di Alessandro Iacuelli

Si chiama Eurogendfor. Una sigla, solo una sigla apparentemente innocua, che però in italiano diventa "Gendarmeria europea". Proprio in questi giorni, circondata da uno strano silenzio della stampa, è in discussione presso le commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati la proposta di legge di ratifica del trattato, datato 18 ottobre 2007, che istituisce questa strana gendarmeria: una forza militare sub-europea indipendente.

Andando a scavare nella documentazione dell'Unione Europea risulta difficile scovare genesi e obiettivi di questo organismo. Sulla carta è nato il 18 ottobre 2007, con il Trattato di Velsen, anche questo poco o nulla pubblicizzato presso i cittadini europei. Ne fanno parte non tutti i Paesi UE, ma solo quelli dotati di una polizia militare: Francia, Spagna, Portogallo, Olanda e Italia. Secondo il Trattato, si tratta di una sorta di super-polizia sovranazionale a disposizione dell’UE, dell’OSCE, della NATO o di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche.

Una forza pre-organizzata, robusta e rapidamente schierabile, composta esclusivamente da elementi delle forze di polizia con status militare, al fine di svolgere tutti i compiti di polizia nell'ambito delle operazioni di gestione delle crisi. Dal 17 dicembre 2008, fa parte a pieno titolo di Eurogendfor anche la Gendarmeria romena, portando quindi a sei il totale degli Stati membri.

Eurogendfor può contare su una forza di 800 "gendarmi" mobilitabile in 30 giorni, più una riserva di altri 1.500; il tutto gestito da due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello, chiamato CIMIN, acronimo di Comité Inter Ministériel de haut Niveau, composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa aderente al trattato. L’altro è il Quartier generale permanente (PHQ), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (di cui rispettivamente 6 e 5 italiani). I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali.

Non si tratta quindi di un vero corpo armato europeo, un inizio di esercito unico europeo, nel qual caso si collocherebbe alle dipendenze di Commissione e Parlamento Europeo, ma di un semplice corpo armato sovra-nazionale che, in quanto tale, gode di piena autonomia. Non risponde delle proprie azioni a nessun Parlamento nazionale, né al parlamento europeo. Dunque, a chi risponde?

La sede del Quartier generale di Eurogendfor è in Italia, precisamente nella Caserma Chinotto a a Vicenza, dopo un lungo e silenzioso negoziato con la solita Francia. Ma a cosa serve, e soprattutto perché tanto silenzio? Non lo sappiamo per certo, ma la circostanza del silenzio mediatico pone determinati e seri interrogativi, soprattutto in considerazione del fatto che alcuni articoli del trattato prevedono una totale immunità giudiziaria a livello nazionale ed internazionale.

Non solo. L'articolo 21 del trattato di Velsen prevede infatti l'inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor. L'articolo 22 immunizza le proprietà ed i capitali di Eurogendfor da provvedimenti esecutivi dell'autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali. L'articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possano essere intercettate.

L'articolo 28 prevede che i Paesi firmatari rinuncino a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L'articolo 29 prevede infine che gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in tutti quei casi collegati all’adempimento del loro servizio.

Queste sono le inquietanti protezioni di cui la struttura si è dotata. Ma che compiti avrebbe? Nel trattato di Velsen c'è un'intera sezione intitolata "Missions and tasks", in cui si apprende che Eurogendfor potrà operare "anche in sostituzione delle forze di polizia aventi status civile", in tutte le fasi di gestione di una crisi e che il proprio personale potrà essere sottoposto all'autorità civile o sotto comando militare.

Vastissimi sono i compiti che il trattato affida a Eurogendfor: tra le altre cose garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico, eseguire compiti di polizia giudiziaria (anche se non si capisce per conto di quale Autorità Giudiziaria, controllo, consulenza e supervisione della polizia locale, compreso il lavoro di indagine penale, dirigere la pubblica sorveglianza, operare come polizia di frontiera, acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence.

Forse il vero scopo di Eurogendfor è proprio in questo ultimo punto: con tutte le immunità e le protezioni di cui si è dotata, la struttura somiglia più a un servizio di spionaggio interno ed esterno, che ad uno di polizia. E’ stata progettata una sorta di struttura militare sovranazionale che potrà operare in qualsiasi parte del mondo, sostituirsi alle forze di Polizia locali, agire nella più totale libertà e che, al termine dell’ingaggio, dovrà rispondere delle sue azioni al solo comitato interno. Pertanto, non sembra una Polizia, ma qualcosa di simile al KGB sovietico, alla Stasi della DDR, all'OVRA di Mussolini, alla Gestapo di Hitler.

In Italia, i relatori del provvedimento di ratifica sono gli onorevoli Filippo Ascierto e Gennaro Malgieri, entrambi del PDL, che assicurano che i chiarimenti del caso potranno essere dati in Aula, a Montecitorio, precisando che questa squadra speciale di polizia militare extra-nazionale risponderà solo ai ministri degli Esteri e della Difesa degli Stati membri. Cosa alquanto pericolosa, perché dietro vi è celato il potere, dato ad ogni Paese firmatario, di espropriare i propri parlamenti dalle decisioni sull’impiego delle proprie truppe. E consente di farlo in piena legalità.

In pratica, è un altro pezzo di democrazia che va via, che toglie potere ai parlamenti regolarmente eletti. L'opinione pubblica non lo sa, perché i mezzi d'informazione tacciono. Sappiamo infatti tutto sulle liberta sessuali del Premier, ma poco su quelle civili di noi tutti. Quando la democrazia va in deficit, l’informazione si adegua?

pc 26 marzo - Napoli - disoccupati,precari bros rispondono al sindaco De Magistris

Lo sgombero coatto e violento avvenuto stamattina, ai danni del presidio permanente dei precari bros, da parte della Giunta De Magistris in piena sintonia con la Questura, lo riteniamo un atto pericoloso che evidenzia la sospensione della democrazia, del dialogo e della mediazione, oltre l’indifferenza e l’impotenza che la stessa Amministrazione comunale sta dimostrando nei confronti della problematica lavoro. Le stesse parole espresse dal Sindaco sull’accaduto, e le accuse che lancia ai precari Bros sulla manisfestazione di stamattina dinanzi al Palazzo san Giacomo, dove si chiede l’intervento della Magistratura e delle forze dell’ ordine ad usare tutti i mezzi possibili per reprimere il dissenso sociale, la legittima richiesta di una stabilizzazione degli stessi precari, le riteniamo di una enorme pericolosità e deriva autoritaria che beffa un processo “ rivoluzionario “ e di democrazia partecipativa che è stato lo slogan della campagna elettorale di questa Amministrazione e delle forze politiche che lo hanno accompagnato. In merito alla impossibilità di dare vita alla giornata mondiale del FAI all’interno di palazzo San Giacomo, è stato frutto di una reazione e rabbia contro l’atto violento della Giunta De Magistris, dove nel merito dell’iniziativa Fai , vogliamo precisare che eravamo disponibili ad una trattativa e rimozione temporanea del presidio per far svolgere serenamente la visita al pubblico del Palazzo comunale. Non ci è stato consentito, nè di poter accedere ad una trattativa, dialogo e mediazione con il Comune, nè qualche rappresentante dell’ Amministrazione ha rivolto ai precari la proposta di rimuovere il presidio. La nostra richiesta rimane la immediata convocazione del tavolo Interistituzionale tra le parti politiche per porre fine ad anni di precarietà, miseria e repressione. Fino adesso la Giunta De Magistris non si è discostata dagli atteggiamenti che Regione, Provincia e Prefettura hanno avuto nel trattare l’emergenza lavoro a Napoli e Campania. L’atteggiamento dello sgombero della Giunta De Magistris ai danni dei precari, dimostra che alla crisi politica ed economica che vive il paese ed in particolar Napoli, si risponde con le cariche della polizia e l’intervento della Magistratura. I precari Bros, che vengono dipinti come criminali e violenti da stampa e politica, hanno dimostrato che in questi 30 giorni di presidio permanente, hanno dato vita ad iniziative pacifiche e sensibilizzazione dell’opinione pubbliche con operazione di pulizia e raccolta di rifiuti sulle scogliere del lungomare e del centro direzionale e del centro cittadino. PRECARI BROS ORGANIZZATI- MOVIMENTO PRECARI BROS PER IL LAVORO STABILE ED IL SALARIO