giovedì 12 settembre 2013

pc 12 settembre - il governo Letta-Napolitano-Berlusconi ci stà portando in guerra -“missili e militari italiani in Giordania”

Il governo Letta ci porta in guerra: “missili e militari italiani in Giordania”
Non bastava aver inviato due navi da guerra verso le coste libanesi. Non bastava neanche aver ribadito il legame transatlantico ricordando implicitamente che le basi militari USA e Nato in territorio italiano sono a disposizione di Washington (salvo poi essere smentito dalla ministra Bonino, ma chi comanda?). Non bastava neanche aver vigliaccamente firmato, senza neanche ammetterlo durante la sua conferenza stampa a margine dei lavori del G20 a San Pietroburgo, una risoluzione statunitense di condanna della Siria. Ora pare che il democristiano Letta voglia coinvolgere l’Italia ancora più a fondo nel meccanismo di aggressione militare contro Damasco. La notizia viene dal quotidiano di Confindustria.

L'Esercito italiano proteggerà Amman dagli Scud siriani?
di Gianandrea Gaiani - Il Sole24Ore del 10 settembre
Dopo l'invio del cacciatorpediniere Andrea Doria nelle acque libanesi per proteggere i caschi blu italiani nel sud del Libano, l'Italia potrebbe aumentare presto il coinvolgimento militare nella crisi siriana pur senza partecipare ad azioni offensive contro Damasco. Fonti ben informate hanno riferito a "Il Sole 24 Ore" che due batterie di missili antimissile Aster (sistema SAMP/T) del 4° reggimento artiglieria contraerea "Peschiera" di Mantova, potrebbero venire schierate in Giordania per proteggere Amman da eventuali rappresaglie siriane.
La nuova missione oltremare non avrebbe ancora avuto il via libera definitivo ma il rischieramento a difesa della capitale giordana è previsto per fine settembre e del resto l'Esercito ha stanziato recentemente molto denaro per approntare le batterie e perfezionare l'addestramento del 4° reggimento che ha appena acquisito (con alcuni mesi di anticipo sui tempi previsti) la Full Operational Capability (Foc), cioè la completa capacità operativa. Attività culminate nel marzo scorso quando militari francesi e italiani si addestrarono congiuntamente lanciando una serie di missili Aster-30 simulando l'intercettazione di missili balistici e velivoli presso il Centro Sperimentazioni Missilistiche di Biscarrosse, in Francia.
Il sistema antiaereo e antimissile balistico mobile SAMP/T è stato acquisito dalle forze aeree francesi in 10 batterie e dall'Esercito italiano in 5 batterie (più una per addestramento) assegnate al 4° reggimento che si è distinto in un'esercitazione nel novembre scorso allestendo in soli 21 minuti una batteria pronta al lancio. I missili Aster 30 (utilizzati anche dal sistema PAAMS impiegato dalla Marina) sono concepiti per intercettare in un raggio di 100 chilometri missili balistici a corto raggio (come quelli siriani), missili da crociera e aerei. L'intero programma ha un costo previsto per l'Italia di 1,7 miliardi di euro ma assicura per la prima volta una capacità nazionale di difesa contro i missili balistici.
Uno degli aspetti militari che finora hanno ostacolato un intervento internazionale in Siria è costituito dalle decine di lanciatori di missili balistici (Iskander russi, Scud e derivati di origine nordcoreana e iraniana) di cui dispone il regime di Bashar Assad e che potrebbero venire impiegati per scatenare rappresaglie contro i Paesi vicini (Israele, Turchia e Giordania) anche impiegando testate chimiche. Dall'autunno scorso batterie di missili antimissile Patriot forniti da Stati Uniti, Olanda e Germania sono stati dislocati, su richiesta di Ankara, lungo il confine tra Siria e Turchia. Due batterie di Patriot americani sono state trasferite in aprile da Kuwait e Qatar in Giordania dove sono poste a difesa della base di Mafraq (che ospita i jet F-16, forze speciali e un migliaio di marines) e dei campi d'addestramento nei quali consiglieri militari statunitensi addestrano i miliziani dell'esercito Siriano Libero.
I giordani hanno manifestato preoccupazione per le conseguenze di un intervento militare internazionale in Siria durante il summit dei vertici militari dei Paesi arabi e Occidentali tenutosi ad Amman a fine agosto. Un incontro incentrato sulle "questioni legate alla sicurezza nella regione tra cui la ripercussione della crisi siriana, oltre a mezzi di cooperazione militare in modo da garantire la sicurezza della Giordania" come ha riferito un responsabile del governo. All'incontro ha partecipato anche il Capo di stato maggiore della Difesa italiana, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli e del resto la cooperazione militare tra Roma e Amman è solida e vede da alcuni anni la partecipazione di forze speciali italiane ad esercitazioni negli ampi poligoni giordani. Nell'estate 2005 l'intera brigata aeromobile Friuli si rischierò in Giordania con truppe, blindati ed elicotteri per un ampio ciclo addestrativo con le forze del regno Hashemita.
Benché il rischieramento degli italiani avvenga su richiesta giordana e sia previsto esclusivamente a scopo difensivo, la presenza di truppe e mezzi in un'area che potrebbe presto diventare calda implica il rischio di coinvolgimento, anche indiretto, di forze italiane nel conflitto. Se la missione verrà confermata si può stimare l'impegno nei dintorni di Amman di almeno 2/300 militari italiani tra artiglieri, unità logistiche e forze di sicurezza. Oltre al 4° reggimento, per la missione in Giordania sarebbero già state coinvolte le aziende del consorzio Eurosam (composto in quote uguali da MBDA Italia, MBDA France e Thales) chiamate a fornire supporto tecnico-logistico al rischieramento e ovviamente interessate al primo impiego operativo del SAMP/T, l'unico sistema europeo di difesa contro i missili balistici, Nessuna fonte ha saputo precisare se alle batterie italiane verranno affiancati nella difesa antimissile della Giordania anche SAMP/T francesi mentre voci non confermate hanno riferito di un interesse turco a ospitare batterie antimissile italo-francesi.

Al di là dei suoi eventuali sviluppi bellici la crisi siriana contribuisce a sottolineare l'esigenza per molti Paesi di disporre di uno "scudo" mobile contro i missili balistici da utilizzare a difesa di città e installazioni fisse o di reparti militari. Un mercato che finora è stato in mano ai Patriot statunitensi prodotti da Raytheon che teme ora le migliori prestazioni dei missili italo-francesi in gara per la commessa turca e oggetto di interesse da parte di molti altri Paesi.

pc 12 settembre - 4 ottobre la prima data di mobilitazione nazionale degli studenti


Documento di chiusura del campeggio studentesco nazionale No Tav

altOggi si è conclusa la seconda edizione del campeggio studentesco nazionale No Tav.
Molti sono gli studenti che da tutta Italia sono arrivati in Val Susa per dare vita a questi tre giorni di lotta.
Nella giornata di sabato gli attivisti hanno voluto esprimere la loro solidarietà ai No Tav che sono tutt'ora detenuti nel carcere delle Vallette, componendo con delle reti sul fianco della montagna una scritta ben visibile anche dall'autostrada che recita:” NO TAV LIBERI”.
Domenica invece si è deciso di portare la protesta e la netta opposizione a questa gigantesca ed inutile opera in Val Clarea intorno alle reti che difendono il cantiere; con slogan e cori gli studenti hanno deciso di varcare la zona rossa per dimostrare come non bastino intimidazioni, denunce e fogli di via per arginare una lotta popolare così profondamente radicata nel territorio come quella No Tav.
Non sono mancati, affianco a momenti di lotta concreta, momenti più assembleari e di confronto. Le realtà studentesche presenti hanno portato il loro contributo e le loro esperienze per dare al movimento una linea comune su cui costruire il nuovo ciclo di mobilitazioni. E' emersa dal dibattito la necessità di indire il 4 ottobre la prima data di mobilitazione nazionale per dare inizio ad un autunno all'insegna dell'opposizione a questo governo di larghe intese che, con la falsa speranza di una ripresa economica, continua ad infierire sulle fasce più deboli della società su cui già grava il peso di questa crisi. Riteniamo che sia molto importante che il primo corteo dell'anno sia stato pensato e deciso nel territorio valsusino che ormai da anni rappresenta l'avanguardia di tutte le lotte popolari in Italia.
Il bilancio di questi tre giorni non può che essere positivo vista la grande partecipazione studentesca e poiché si è riuscito a correlare due movimenti, quello studentesco e quello No Tav, che nascono da comuni contraddizioni.
STUDENTI NO TAV

A conclusione di “Valsusa, l'università delle lotte Vol.II”

alt"ValSusa, l'università delle lotte" è stato momento di confronto e progettualità su diversi temi: dalle lotte dentro e contro l'università delle crisi a quelle che partono dai bisogni dei giovani di questo paese. Questa iniziativa ha animato, nella settimana tra il 26 ed il 1 di settembre, il campeggio di Venaus portando molti universitari ed universitarie ad attraversare una volta in più la lotta No Tav ed ad interrogarsi intorno ad alcuni punti focali del metodo con cui interveniamo nella quotidianità delle nostre università e dei luoghi che viviamo ogni giorno. Questo campeggio che, tanto nella ricchezza dei dibattiti, quanto nella quotidianità dei momenti di lotta, tra le passeggiate in Clarea, i pranzi resistenti e le battiture, ha rappresentato una rampa di lancio proggettuale e laboratoriale verso l'autunno, proponendo ipotesi di lavoro tutte da mettere a verifica di passo in passo.
La settimana si è snodata tra dibattiti su giovani, formazione, sulle trasformazioni dell'università e della composizione che la attraversa, sulla questione del reddito e della possibilità di ricomposizione che apre. Abbiamo posto il problema di come conoscenze, dati e saperi vengano riprodotti all'interno del modello di sviluppo capitalistico ad altissima velocità trasformando profondamente la società in termini di composizione e soggettivi, ipotizzando come muoversi in termini conflittuali ed antagonisti dentro questa accelerazione, anche rompendo la temporalità capitalistica. Ci siamo confrontati sulle potenzialità delle diverse esperienze che, a cavallo dei contesti universitari, sono state capaci di essere momenti di intercettazione di istanze, laboratori di sperimentazione: di inchiesta, di riappropriazione e di conflitto. Insieme a dei testimoni diretti ci siamo confrontati sul movimento turco scoppiato a Piazza Taksim e sui movimenti in Brasile, come sono stati capaci di generalizzazione nella contestazione alla politica dei rispettivi governi.
Parallelamente diverse iniziative di lotta sono state partecipate da quanti si trovavano al campeggio: dal pranzo davanti ai cancelli della centrale di Chiomonte, alle passeggiate in Clarea e alle battiture. Non si può certo escludere da questa narrazione quanto successo il venerdì sera. All'interno dell'iniziativa di lotta programmata è avvenuto l'arresto di due compagni, Paolo e Forgi, che si sono spesi con costanza nell'organizzazione del campeggio e nella partecipazione alle iniziative del movimento No Tav. Da tutti i partecipanti è stata espressa solidarietà e vicininanza contro questi atti di criminalizzazione e repressione di movimento NoTav.
Ancora una volta per tutt* noi la Val di Susa da esempio di un movimento maturo e compatto, un movimento che non lascia nessuno indietro, ma che difende senza dubbi e ripensamenti i propri figli e le proprie figlie. Proprio per questo "Valsusa, l'università delle lotte" è anche occasione per comprendere, non in maniera ideologica ma con intelligenza e domanda, come questa valle ribelle resiste da anni alla grande opera inutile e continua a rafforzarsi. La scelta di far vivere qui questo campeggio non è, quindi, stata semplicemente simbolica o solidaristica, ma testimonia della necessità e della voglia di diffondere movimenti, lotte e conflitti in tutto il paese a partire dalle nostre vite di giovani, tra università e incerti lavori.
La fase che abbiamo davanti ci pone, dentro un'Italia in cui la crisi sta dispiegando i suoi effetti sul tessuto sociale, alcune domande fondamentali. Come costruire una risposta che sia all'altezza all'attacco violento della controparte? Anche nel mondo della formazione e in quello giovanile dobbiamo prendere atto della trasformazione sostanziale di alcuni dispositivi di organizzazione sociale, controllo e disciplinamento che, in tendenza, diventano sempre meno funzionali al progetto capitalistico per il nostro paese. L'università post-Riforma Gelmini, la riorganizzazione degli spazi edei tempi urbani di produzione e riproduzione sociale dentro la crisi ci impongono la necessità di mettere a verifica vecchi strumenti e ipotesi di lavoro: lì dove ormai feticcio provare a costruirne altre, lì dove ancora utili provare a ricontestualizzarle ed aggiornarle. Anche se attraversiamo un momento di mancanza di movimenti appare evidente che dentro la composizione sociale giovanile esistano forme di comportamenti incompatibili con l'esistente, spesso contraddittori, ma reali e parallelamente ci sia una certa disponibilità al conflitto sociale e alla mobilitazione. Rimane però netta la necessità di comprendere come organizzare e indirizzare queste incompatibilità, come riuscire a generalizzare bisogni e desideri nei termini della rottura e della pratica destituente e costituente di nuove forme dell'organizzazione sociale.
Nel guardare al presente, verificando i passi fatti, certamente è importante rendersi conto di alcune sottovalutazioni avvenute nei cicli precedenti. Dove un'istanza come quella meritocratica, viscida e contraddittoria, a ben guardare nasconde anche la possibilità di un'istanza di classe. Provare a sperimentare ed assumere strumenti che tentino di essere indicazione in questa direzione è una scommessa da cui non ci si può sottrarre. Soprattutto in questa fase di non-movimento, per provare a costruire le condizioni per nuovi cicli di lotta, diventa sempre più importante ricentrare il nodo sul costruire, potenziare soggettività all'interno della composizione di classe. Agire forzature che siano riproducibili e comprensibili dentro il senso comune, riappropriarsi di spazi attraverso la costruzione di identità larghe attraversabili da consistenti parti di composizione giovanile, immaginare e praticare parole d'ordine generalizzanti e ricompositive sono alcuni degli aspetti che bisogna mettere nelle agende delle ipotesi di lavoro. Alcune parole d'ordine in questo senso si sono già definite a partire da una critica all'università. All'oggi attestarsi sulla difesa del pubblico non solo è arretrato, ma è anche fuori dalle istanze dei molti che abbandonano l'università o che l'attraversano in termini sempre più strumentali per evitare di doversi tuffare immediatamente alla ricerca di un lavoro oppure nella speranza che quel pacchetto di competenze dequalificate fornite possa servire ad una minima ascensione sociale (possibilità sempre più minoritaria). Oggi diventa fondamentale praticare una critica a tuttotondo del dispositivo universitario inserendosi nelle contraddizioni della nuova fase e provando a disarticolarlo completamente. Iniziare e praticare percorsi che mettano in discussione il "chi decide" all'interno delle mura degli atenei, costruire rapporti di forza, forme di contropotere che cerchino di rovesciare il segno del sistema universitario, può essere un punto di partenza.
D'altrocanto certamente assume sempre più importanza un'altra parola d'ordine e cioè quella della riconquista di reddito. Anche qui le ricette che vorrebbero articolare una possibilità di richiederlo non tengono conto dei rapporti di forza e della necessità di utilizzare questo volano come potenziante per il movimento e non come tappo delle lotte. In questo senso oggi la riappropriazione del reddito come base di lavoro per provare a costruire forme di vertenzialità deve essere praticata e reinventata su molti piani, da quelli più bassi del costo dei libri fino a quelli più alti magari delle tasse universitarie e dell'affitto della casa. Un altro piano che collima con quello del reddito, ma assume anche altri aspetti, è quello della socialità. Dove l'espropriazione delle capacità, delle ricchezze e delle relazioni sociali da parte capitalista diventa talvolta violenta, provare a proporre e rilanciare momenti di riaggregazione dentro e fuori dalle mura dell'università che siano agiti nei termini dell'incompatibilità e del conflitto, che provino ad essere costituenti di nuove forme di riproduzione sociale è un aspetto daconsiderarsi al pari degli altri. Costruire ed agitare una socialità conflittuale, imprimere accelerazioni sul terreno del reddito, sperimentare, costruire e territorializzare nuove forme organizzative del soggetto giovanile ai margini dell'università è la direzione che proviamo a verificare a partire dalla scommessa del conflitto e del metodo antagonista.
Certo non si può dimenticare, nel leggere il contesto in cui si muovono le soggettività universitarie, la larga fetta di composizione giovanile che fuoriesce in maniera individuale dall'azienda di formazione. Questa parte di composizione nelle poche esplosioni conflittuali alte che ci sono state nel nostro paese ha giocato un ruolo importante e dimostrato una larga disponibilità alla lotta. Cercare di ipotizzare campi di intervento che provino ad intercettare questa composizione, che la organizzino sui nodi del reddito e della socialità può essere produttivo nel segnare una continuità dell'azione di questo soggetto.
Guardando all'autunno su tutti questi piani progettuali di certo non si può che pensare che il governo di pacificazione messo in piedi da Letta sia una delle controparti da colpire per rompere la dimensione di governabilità che questo governo fantoccio delle larghe intese rappresenta.
Costruire le condizioni per una messa in discussione reale degli assetti di potere attuali rimane il nodo e alcune sono state le date individuate in cui provare ad agire livelli di agitazione nazionale che provano a rispondere a questa affermazione. Partendo dall'Hubmeeting di Barcellona dal 13 al 15 settembre, con la possibilità di attraversare la data del primo corteo nazionale degli studenti medi del 4 ottobre e costruendo una giornata di agitazione universitaria in concomitanza della giornata di mobilitazione transnazionale del 15 ottobre. Date utili per proiettarci verso la data nazionale del 19 ottobre a Roma, dove sarà importante per giovani e studenti giocare un ruolo che non sia solo concentrato su quella data, ma che provi a riportare sui territori le istanze di riappropriazione, provare a sostanziare queste indicazioni e agire la scommessa di un altro passaggio di rafforzamento della lotta contro l'austerity.
Collettivi universitari, studenti e studentesse che hanno partecipato a “Valsusa, l'università delle lotte”

pc 12 settembre - contro il raduno fascista Forza Nuova - GIOVEDI 12 SETTEMBRE dalle ore 18 alle ore 21 a Como davanti al monumento dedicato alla Resistenza Europea

Il raduno di Forza Nuova a Cantù

antifascistiSe a Milano Forza Nuova non riesce ad avere spazi e agibilità politica - grazie all'immediata reazione di associazioni partigiane e antifascisti/e - per il raduno europeo fra neofascisti e neonazisti indetto per il 12 settembre, il sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero (lista civica di centrosinistra) giustifica, appellandosi al diritto di manifestare, la sua approvazione all'incontro.
Ovviamente anche a Cantù il raduno sarà a porte chiuse per evitare contestazioni ma soprattutto viene da chiedersi come il sindaco di Cantù, il quale vanta una laurea con specializzazione in «Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani» possa definire Forza Nuova un partito come un altro: «E' un movimento politico legalmente costituito e che partecipa normalmente alle elezioni nazionali, regionali (a Cantù persino a quelle comunali) e in quanto tale va trattato esattamente come ogni altra forza politica legalmente costituita e operante nel nostro paese».
Il sindaco fa appello alla "legalità", dando di fatto l'opportunità a dei fascistelli e loro amici di tenere un incontro razzista, fascista ed omofobo. Certo che da chi ha una specializzazione sulla tutela dei diritti umani ci si aspetterebbe ben altro. I limiti dei divieti sulle manifestazioni fasciste è ben espresso da Luciano Muhlbauer (Prc di Milano): «Questa vicenda evidenzia anche i limiti degli appelli che invocano i divieti per le iniziative nazifasciste, perché alla fine della fiera ottieni qualcosa soltanto se riesci a mettere in campo una pressione politica, culturale e di piazza sufficientemente forte. In altre parole, l'antifascismo deve ri-vivere nel corpo della società, nella testa e nel cuore delle persone, e non solo quando c'è un raduno nazi, ma tutti i giorni, in tutti i luoghi. Non c'è alternativa se vogliamo fermare la proliferazione di manifestazioni nazifasciste sul territorio, anche perché finito questo raduno, ne arriverà un altro e un altro ancora».
Risulta chiaro che in difesa dei valori della lotta partigiana agiranno le organizzazioni antifasciste grazie alla loro capacità di mobilitazione e opposizione contro questi gruppi di fascistelli.
Intanto l'Anpi di Milano ha indetto per giovedì 12 settembre una mobilitazione a Como davanti al monumento alla Resistenza europea.
Leggi l'appello dell'Anpi:
L’Anpi Lombardia e l’Anpi Provinciale di Milano esprimono la propria profonda indignazione e la propria ferma condanna per il raduno neonazista promosso da Forza Nuova nel comasco, per il quale ribadiscono la richiesta di divieto. A tale raduno parteciperanno formazioni che si caratterizzano per la loro carica antisemita, xenofoba e razzista, provenienti da tutta Europa.
Il raduno si pone in aperto contrasto con i principi e i valori sanciti dalla Costituzione Repubblicana nata della Resistenza di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario e con le leggi Scelba e Mancino.
Oggi più che mai la Memoria è necessaria ed è necessario tenere presente che la minaccia costituita dalle formazioni neonaziste, dall’antisemitismo e da ogni forma di razzismo e discriminazione è ancora viva. Va combattuta con il coraggio civile, con l’impegno, con una controffensiva ideale, culturale e storica.
Chiamiamo gli antifascisti, i democratici, i cittadini e tutte le forze politiche e sociali che si richiamano ai valori e ai principi della Costituzione Repubblicana, ad una grande, unitaria e democratica manifestazione antifascista che avrà luogo GIOVEDI 12 SETTEMBRE dalle ore 18 alle ore 21 a Como davanti al monumento dedicato alla Resistenza Europea in viale Mafalda di Savoia.

pc 12 settembre - Altri arresti per i No Tav: Repubblica delle manette - Essere No Tav è un reato?

Ieri mattina è andato in scena l’ennesimo atto repressivo da parte della procura di Torino che è riuscita a trovare altri reati da addossare ai notav. Questa volta la ricerca ossessiva e compulsiva di qualche presunto reato da sbattere in prima pagina, ha portato i pm con l’elmetto, Rinaudo e Padalino, a richiedere gli arresti per Giuliano, Maurizio e Giobbe, accusati di violenza privata.
I fatti contestati sono relativi ad un provvedimento che aveva già portato a fine agosto ad una perquisizione per Giuliano con il sequestro di tutto il suo materiale audio-visivo. Oggi gli arersti domiciliari per un fatto che connota marcatamente lo stretto legame tra Procura e “giornalisti” compiacenti. I fatti contestati riguardano la marcia “over 50″ che si era tenuta il 10 agosto al cantiere di Chiomonte e coinvolgono una collaboratrice di Repubblica che venne crticata da molti manifestanti perchè, tra gli altri, capace di scrivere articoli copiando e incollando dai comunicati stampa della Questura, mettendoci poi del suo (astio) perchè in stretti legami con un noto giornalista de La Stampa che ai notav sta dedicando parte della sua vita riversandoci tutte le turbe mentali che lo attanagliano. Una cosa normale, che avviene molte volte in Valle, scambi di opinioni anche decise, che stanno nei limiti della discussione, perchè comunque criticare un giornalista è un atto di confronto normale, come ci sembra di vedere in questo paese, forse lesa maestà per alcuni, ma ancora possibile a meno che questo non avevnga in Val di Susa. Da qui nasce tutto, ed oggi uno degli articoli criticati scritti dalla collaboratrice (forse in vena di assunzione?) di Repubblica non è più presente sul web sarà un )
In Val di Susa nulla è un caso, lo abbiamo capito, ed oggi tre notav vengono messi agli arresti domiciliari con l’accusa di violenza privata, reato utile a chiedere le misure cautelari e a fare un prima pagina con i mostri di turno.
Magistratura e informazione embedded si trovano allo stesso tavolo in questa vicenda e la Repubblica delle manette ha svolto ancora una volta il suo ruolo da cronisti della lobby del Tav.
Libertà per Giuliano, Maurizio e Giobbe! Libertà per i notav!

mercoledì 11 settembre 2013

pc 11 settembre - VERSO LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE NO MUOS: GIOVANI CONTESTANO L'INFAME CROCETTA A GELA

 IL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA HA "ORDINATO" ALLA POLIZIA DI NON FARE ENTRARE NELLA SEDE DEL COMUNE DI GELA I CONTESTATORI, RILASCIANDO INFINE LE DICHIARAZIONI DI RITO RIPORTATE NELL'ARTICOLO CHE SEGUE ESTRATTO dal "Quotidiano di Gela"

Bandiere e cori di protesta, i No Muos hanno accolto così Crocetta


Gela. Una ventina di giovani del comitato No Muos ha accolto con bandiere e cori di protesta il presidente della Regione, Rosario Crocetta, intervenuto a Gela per presentare alcuni progetti infrastrutturali.
Il governatore ha ribadito alcuni concetti. “I ragazzi debbono percepire il mio dolore prima di ogni altro – ha detto Crocetta - In questa vicenda sono stato attaccato, insultato, beffeggiato anche quando ho persino revocato. Non ho autorizzato nessun Muos. Sono l’unico che ha tentato di opporsi. La legge è a favore della Marina militare statunitense e io non ho scelta. E’ una partita internazionale che di discute con il ministero. Gli atti parlano chiaro. Fino a quando ho avuto un margine ho fatto tutto. Adesso sto facendo un altro lavoro, quello di potenziare le strutture sanitarie, creando stazioni di monitoraggio. Se gli americani superano i limiti di legge chiudiamo subito. Non faremo sconti”.

pc 11 settembre - l'imperialismo USA vuole la guerra di aggressione alla Siria e cerca ipocritamente ulteriori motivi per giustificarla - l'imperialismo russo vuole fargli ottenere lo stesso risultato senza l'attacco -


Siria, Obama: "Dobbiamo agire" - Lavoriamo a soluzione diplomatica

NEW YORK – L’opzione militare resta aperta per punire la Siria, perché “il mondo è più sicuro, è migliore, se l’America fa rispettare le leggi internazionali”. Ma l’opzione diplomatica ha ora la precedenza, “lavoreremo con Russia e Cina per una risoluzione Onu, perché la Siria mantenga le promessa di consegnare le armi chimiche e farle distruggere”.

Barack Obama prende la parola alle 21 precise, ora di Washington, e l’atteso discorso alla nazione dura solo 17 minuti. E’ la spiegazione più chiara, concisa, efficace che il presidente abbia mai fornito: della necessità di intervenire militarmente in Siria “per ragioni di principio, e per la nostra sicurezza”. Fa appello a una nazione “stanca di guerre, come me, nauseata dopo i conflitti decennali in Iraq e Afghanistan”.

Lui fa una promessa solenne: “Niente soldati americani sul terreno come in Iraq e Afghanistan, ma neppure un bombardamento aereo prolungato come in Kosovo e Libia”. L’operazione chirurgica non sarebbe però “una puntura di spillo”, perché la potenza militare americana “non fa punture di spillo”. Resta tuttavia che Obama ha deciso di “rinviare il voto del Congresso”: adesso la parola passa alla diplomazia, per verificare che le recentissime aperture della Russia e della Siria non siano fallaci.

Io, dice Obama, ho raggiunto “dopo un attento esame” la conclusione che occorre intervenire militarmente per castigare Assad, e dissuaderlo per sempre dall’usare armi chimiche. E tuttavia “come presidente della più antica democrazia, so che l’America è più efficace se è unita, perciò ho chiesto l’approvazione del Congresso”.

Obama passa in rassegna tutte le domande e obiezioni che si è sentito rivolgere negli ultimi giorni, dai cittadini o dai parlamentari. C’è chi teme un “piano inclinato” che conduce verso una guerra vera e propria, e Obama è tassativo nell’escluderlo. C’è chi, al contrario, considera che l’intervento militare sarebbe inutile se non rovescia Assad, si ridurrebbe a una “puntura di spillo”, e invece il presidente è certo che la formidabile potenza Usa lo costringerebbe a “pensarci due volte prima di riptere quelle atrocità”. Per la stessa ragione non c’è da temere in una reazione della Siria, un’escalation che porterebbe alla “rovina di Assad”.


A questo punto però, Obama affronta la novità delle ultime ore. Grazie alla minaccia stessa del suo intervento militare, oltre che al “dialogo costruttivo che ho avuto con il presidente Putin”, è affiorata la possibilità che la Siria rinunci agli arsenali chimici, li metta a disposizione di una forza Onu incaricata di sequestrarli e distruggerli. Perciò “ho chiesto al Congresso di rinviare il suo voto”.

Mentre “il dispositivo militare resta invariato”, la parola passa alla diplomazia. Manca nel discorso di Obama un ultimatum, una scadenza precisa entro la quale verificare se le promesse russe e siriane siano credibili. Per ora la partita diplomatica è alle prime mosse. Se fallirà, Obama tornerà a puntare sulla forza delle armi, perché “da quasi 70 anni gli Stati Uniti sono il fulcro della sicurezza globale, insieme con la leadership hanno accettato un onere”.

pc 11 settembre - In parlamento gli uomini di Napolitano, il governo letta e il PD cercano una soluzione che salvi Berlusconi e insieme governo e sè stessi -

Decadenza, slitta il voto in giunta
Augello (Pdl): "Berlusconi resti senatore"

Il relatore a tarda sera chiede la convalida. La discussione inizierà giovedì alle 15. Le pregiudiziali derubricate a questioni preliminari saranno votate insieme alla relazione. Per tutto il giorno attacchi Pdl al Pd: "Mette in ginocchio il Paese". Replica: "Il condannato è lui". Napolitano: "Rafforzare l'unità nazionale o tutto è a rischio". Epifani: "Tempo per discutere ma poi voto, altrimenti è legge della giungla"
ROMA - Silvio Berlusconi non deve decadere. E' questa la conclusione a cui arriva, dopo oltre tre ore, il relatore Andrea Augello, nella seconda giornata di lavori della giunta delle elezioni e delle immunità del Senato. Una richiesta sulla quale l'organismo di Palazzo Madama si dovrà pronunciare con un voto unico (visto che le pregiudiziali sono state derubricate a questioni preliminari), dopo la discussione generale che inizierà giovedì alle 15. Con le seguenti modalità d'intervento: 20 minuti per senatore più 60 aggiuntivi per tutto il gruppo.

E' l'epilogo di una giornata tesa, in avvio, tra ultimatum e invettive. Che si raffredda però in prossimità dell'inizio dei lavori dell'organismo di Palazzo Madama. Quando Berlusconi annulla la riunione di mercoledì con gruppi parlamentari del Pdl. Grazie, anche, al lavoro fatto dietro le quinte per trovare una mediazione tecnica prima della riunione. Mentre Enrico Letta incontra prima i ministri Pdl e poi Epifani: "Andare avanti si può" - le parole del premier. Nel film di giornata si registrano, in precedenza, gli attacchi dei berlusconiani al Pd e la minaccia di una crisi di governo se, nella Giunta per le elezioni del Senato, i democratici avessere decito di votare contro le tre pregiudiziali depositate ieri dal relatore Augello. Minacce respinte con decisione da Guglielmo Epifani: "Le legge si applica o è la giungla. Ma se cade il governo - aggiunge il segretario dem - è necessario cambiare la legge elettorale".

Vertici a Palazzo Chigi. Nel pomeriggio è Palazzo Chigi il crocevia dei destini della maggioranza. Qui i ministri pidiellini si incontrano con il vicepremier Alfano. Che annulla, come aveva fatto prima di lui Letta, la partecipazione alla Summer School della fondazione Magna Charta (Pdl). Anche per il premier due incontri in agenda: con il suo vice e i ministri berlusconiani e separatamente con il segretario democratico Epifani. Parallelamente in giunta prende forma il tentativo di trovare una soluzione tecnica: con il presidente, Dario Stefano, al lavoro con gli esperti per trovare una via d'uscita che eviti lo scoglio delle questioni pregiudiziali. E le prime aperture che arrivano da Della Vedova (Sc). Mentre da Barletta il presidente Napolitano fa sentire la sua voce: "Se noi non teniamo fermi e consolidiamo questi pilastri della nostra convivenza nazionale tutto è a rischio, tutto può essere a rischio", ha detto. Parole interpretate come un appello all'unità. Una richiesta di scongiurare la crisi.

Mediazione tecnica.
La soluzione che si materializza in giunta, fatta sua a un certo punto dallo stesso relatore Augello, è quella di far diventare le tre questioni pregiudiziali depositate ieri, 'semplici' questioni preliminari. Proposta che consente di procedere con la tempistica dettata dall'articolo 10 del regolamento del Senato e non con quella prevista dall'articolo 93 che disciplina le questioni pregiudiziali e prevede, in sede di discussione generale, un intervento a gruppo parlamentare per un massimo di 10 minuti. Voto unico comunque ma con tempi più lunghi. Opzione condivisa dai più nonostante il parere contrario dei senatori grillini: "Il Pdl fa slittare il voto. Solita melina berlusconiana per salvare un condannato a quattro anni".

Allarme crisi. Prima era risuonato, invece,  il rullo di tamburi. Con l'ultimatum Pdl: "Se la giunta vota, bocciando le pregiudiziali, il governo cade". E le parole del vicepremier, Angelino Alfano: "Siamo esterrefatti. Pur di eliminare per via giudiziaria lo storico nemico politico, preferiscono mettere in ginocchio il Paese". A cui si era unito con toni simili, il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta: "Se il Partito democratico assieme ai grillini decide, già questa sera, di votare contro le pregiudiziali del relatore Augello, il Partito democratico fa decadere il governo Letta, molto semplicemente. Non fa decadere il senatore Berlusconi, perché rompe la maggioranza". Anche la Lega era unita ai falchi: "Il governo presieduto da Enrico Letta ha le ore contate. Siamo arrivati al redde rationem".

La replica del Pd era arrivata da Davide Zoggia: "Diciamo basta con questo capovolgimento della realtà. Silvio Berlusconi ha ricevuto una condanna definitiva. Il Pd non potrà che agire in base alla legalità, riconoscendo a Berlusconi il diritto alla difesa, peraltro già esercitato ampiamente in anni e anni del processo, ma senza deflettere dalla legge". Parole condivise da Luciano Violante: "Io credo che se, a parti invertite, il Pd dicesse al Pdl 'o voti in questo modo o faccio cadere il governo' non credo che il Pdl accetterebbe".

Governo italiano sotto la lente della Ue. Le fibrillazioni italiane intanto mettono in preallarme Bruxelles. La Commissione europea "segue l'evoluzione del dibattito politico in Italia, siamo fiduciosi nella democrazia italiana e nei partiti, che sapranno dar prova di responsabilità", ha detto Olivier Bailly, portavoce della Commissione Europea.

pc 11 settembre - PER LA LOTTA ALLA BENNET DI ORIGGIO SOLIDARIETÀ AGLI IMPUTATI - proletari comunisti aderisce - ma gli organizzatori dovrebbero essere coerenti - tutte le lotte vanno sostenute e tutti i proletari repressi vanno difesi- essi non lo fanno



Lunedì 7 ottobre 2013 alle ore 13 si terrà presso il Tribunale di Saronno la quarta udienza del processo che vede imputati 20 compagne e compagni del sindacalismo di base e del Coordinamento di sostegno, solidali con la lotta dei lavoratori delle cooperative in appalto ai magazzini Bennet di Origgio iniziata nel mese di luglio del 2008 e durata diversi mesi.
Una dura lotta autorganizzata, risultata vincente, che ha conquistato un deciso miglioramento delle condizioni salariali e normative, che ha rotto l'onnipresente condizione di sfruttamento e schiavitù presente negli appalti della logistica, che ha costretto la cooperativa datrice di lavoro a reintegrare un operaio arbitrariamente licenziato per l'adesione al sindacalismo di base e che ha visto tutti i lavoratori riappropriarsi di quanto negli anni sottratto loro in termini di diritti, salario e sicurezza.
Intendiamo denunciare l'essenza prettamente politica delle accuse contestate a un intero movimento di sostegno delle lotte dei lavoratori delle cooperative che, proprio a partire dalla lotta di Origgio del 2008, si è sviluppato e radicato nell'intero settore della logistica e della distribuzione italiano, confrontandosi con un sistema fondato su rapporti di lavoro schiavistici e di sfruttamento dove il caporalato (più o meno legale) disciplina in maniera fortemente autoritaria la manodopera impiegata.
Non è un caso che le comunicazioni di rinvio a giudizio siano arrivate dopo tre anni e mezzo dagli scioperi di Origgio, proprio mentre si stavano diffondendo le lotte dei lavoratori nel settore della logistica (Esselunga, Ortomercato Milano, il Gigante, DHL), con accuse pretestuose per intimidire i lavoratori e i solidali. A ciò si aggiunge, durante le prime udienze del processo in corso, anche la costituzione di parte civile di Bennet, dell'Italtrans e delle cooperative appaltatrici con richieste di risarcimento del mancato guadagno durante gli scioperi, come monito e deterrente ulteriore per le lotte in corso.
La logistica è divenuto un sistema sempre più centrale e strategico per l'economia italiana, nel quale l'accumulazione del profitto e la valorizzazione del capitale impiegato da committenti e appaltatori sono il risultato di ritmi di lavoro disumani, della pressoché totale assenza di sicurezza e dell'assoluta precarietà dei rapporti di lavoro.
Ma è proprio in tale contesto che i lavoratori addetti hanno costruito un percorso autorganizzato nel quale si riconoscono quali protagonisti diretti per la rivendicazione dei propri diritti, nel quale l'unità e la solidarietà tra lavoratori, seppur di diversi poli e con differenti committenti, è perseguita e praticata nel riconoscersi parte attiva di una medesima classe.
Ecco allora che le lotte degli operai della logistica, soprattutto se immigrati ricattati dalla necessità del Permesso di Soggiorno, assumono un valore strategico sia per tutti i lavoratori che per lo Stato, per i padroni, per le multinazionali che sullo sfruttamento intensivo di questa forza lavoro costruiscono le proprie strategie politiche ed economiche.
Sono questi gli strumenti che, nell'attuale momento di acuta crisi strutturale del capitalismo, rivelano in tutta la sua brutalità l'aggressione di classe portata dal padronato: peggioramento delle condizioni di lavoro, ricatti, licenziamenti politici, pestaggi della polizia, violenza da parte di capi, capetti e caporali, fogli di via, uso strumentale e complice della Commissione di Garanzia per l'arbitraria estensione degli stringenti limiti imposti dalla legge sullo sciopero nei servizi essenziali (cd. legge antisciopero) anche alle operazioni di movimentazione merci.
Come sempre, non si tratta affatto di una “tragedia inevitabile”, ma di una chiara e complessiva scelta strategica dei padroni e dello Stato per ottenere sempre più profitto e superare la crisi mantenendo intatti il loro potere e la loro ricchezza. Tutto ciò con l'esiziale connivenza dei sindacati concertativi (CGIL in testa) esemplificata, in tutta la sua dirompenza, nel recente accordo interconfederale sulla rappresentanza che regolamenterà, con una decisa stretta in senso autoritario, le procedure per la sottoscrizione dei contratti collettivi e la costituzione delle rappresentanze aziendali escludendo dalla formazione i sindacati non firmatari e le organizzazioni dissenzienti e prevedendo sanzioni per scioperi e azioni di contrasto agli accordi raggiunti.
E' quindi evidente che questa lotta, come le numerose altre che si sono succedute in questi anni, non potevano che determinare anche la reazione violenta di un padronato colpito nel proprio comando assoluto sulla forza lavoro. Risposta che non poteva peraltro ottenere che complicità, appoggio e sostegno dalle forze di polizia contro i lavoratori e contro chi pratica in maniera militante la solidarietà di classe.
Rimaniamo convinti che, in una fase di crisi strutturale dell'economia capitalista, ogni conflitto sia da valorizzare e generalizzare per sviluppare un'alternativa reale alla società capitalista.

NO ALLE NUOVE SCHIAVITÙ

CONTRO IL RAZZISMO PADRONALE E DI STATO

CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DI CHI LOTTA

CONTRO L'ATTACCO AL DIRITTO DI SCIOPERO

A SOSTEGNO DI TUTTE LE LOTTE DEI LAVORATORI DELLE COOPERATIVE

LA SOLIDARIETÀ È UN'ARMA, USIAMOLA!


LUNEDI’ 7 OTTOBRE 2013 alle ore 13.00

PRESIDIO al TRIBUNALE di SARONNO



ADERISCONO:
 
Assemblea delle realtà di movimento della provincia di Varese
Coordinamento di sostegno alle lotte dei lavoratori delle cooperative
S.I. Cobas
La Sciloria
Csa Vittoria


pc 11 settembre - Genova G8 2001 - i torturatori di bolzaneto non hanno ancora avuto quello che meritano

G8, Cassazione: "A Bolzaneto accantonati i principi-cardine dello stato di diritto"

Rese note le motivazioni della sentenza di condanna per i fatti del luglio 2001. Un "trattamento" dei detenuti "gravemente lesivo della dignità delle persone" costrette a non mangiare e bere, ad inneggiare al fascismo, a cui fu vietato anche di andare in bagno. "Un'atmosfera di soverchiante ostilità e di vessazioni continue"

Nella caserma di Bolzaneto, nei giorni successivi al G8 di Genova del 2001, il "clima" fu quello di un "completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto". La Cassazione motiva così la sentenza emessa il 14 giugno scorso, a carico degli agenti imputati per le violenze sui no global.

"Furono negati cibo e acqua" ai giovani fermati. "Fu vietato loro anche di andare in bagno e dovettero urinarsi addosso". Un "trattamento gravemente lesivo della dignità delle persone". Accuse pesanti quelle scritte di giudici della Cassazione.

"Vessazioni continue e diffuse in tutta la struttura" quelle a cui vennero sottoposti i no global reclusi. Non si trattò di "momenti di violenza che si alternavano a periodi di tranquillità - osservano gli 'ermellini' - ma dell'esatto contrario". Un clima violento che sfociò nella costrizione rivolta ai fermati di inneggiare al fascismo.

In quei giorni caldi di luglio, la caserma di Polizia di Bolzaneto si trasformò in un "carcere provvisiorio" dove lo Stato di diritto fu soffocato da "un'atmosfera di soverchiante ostilità" a cui tutti, o quasi tutti, gli agenti contribuirono distribuendo violenza fisica e psicologica su ogni recluso: "Non c'erano celle dove non volassero calci e pugni e schiaffi" al minimo tentativo di protesta.

La Cassazione punta il dito contro chi era preposto al comando: "Non è da dubitarsi - scrivono i magistrati della Suprema corte - che ciascuno dei comandanti dei sottogruppi, avendo preso conoscenza di quanto accadeva, fosse soggetto all'obbligo di impedere l'ulteriore protrarsi delle consumazioni dei reati". Cosa che non avvenne in quell'isola senza diritto in cui era stata trasformata la caserma di Bolzaneto.

martedì 10 settembre 2013

pc 10 settembre - India stupro di gruppo contro studentessa... contro violenza e stupri non misure repressive ma la doppia lotta rivoluzionaria delle donne

La violenza sessuale contro le donne non può essere "risolta" con l'inasprimento delle misure repressive e delle pene che peraltro come si legge nell'articolo sotto riportato sono veramente ridicole a fronte di una inaudita violenza che ha visto una giovanissima studentessa indiana stuprata, picchiata e abusata ferocemente su un autobus  da un branco di uomini fino a essere uccisa.
Le misure repressive annunciate dal governo indiano dopo questa violenza che scatenò grandissime proteste in tante città, a cominciare da New Delhi, di migliaia di donne per molti versi sono rimaste e rimangono sulla carta. L'India è un paese dove tantissime donne, perfino bambine molto piccole, subiscono giornalmente violenza, in cui le donne nonostante le denunce alla forze di polizia molto spesso non vengono credute e anzi sono colpevolizzate per le violenze subite, in cui la condizione sociale di subalternità e inferiorità cui è soggetta  la maggioranza delle donne che si concretizza in un'oppressione complessiva, di classe, di genere, religiosa, di casta...genera e diffonde quotidianamente a livello di massa sessismo, maschilismo che sfociano in molteplici casi di violenza, stupri, uccisioni  in ogni ambito.
In India  il governo al potere mentre lancia ipocrite misure repressive contro la violenza sulle donne nello stesso tempo legittima lo stupro come arma di guerra da parte delle forze militari governative contro le donne che si ribellano ad una condizione di vita pesantissima, in particolare contro le tantissime donne, compagne che lottano nella  guerra popolare guidata dal Pcm dell'India che avanza da anni nel paese. Diverse di queste donne, compagne  hanno fatto della violenza, stupri subiti la leva per ribellarsi.
Oggi costituiscono una parte importante della guerra rivoluzionaria lottando contro il governo, lo Stato indiano, contro un sistema sociale, vera causa di oppressione e violenza,  non da  mantenere  ma da rovesciare per un vero cambiamento dando un'indicazione reale e concreta alla lotta delle donne nel mondo. 

*****
http://it.euronews.com/2013/08/31/arriva-tra-le-proteste-in-india-la-prima-condanna-per-lo-stupro-di-gruppo-di-/

Arriva tra le proteste la prima condanna per lo stupro di gruppo di una ragazza avvenuto a dicembre a Nuova Delhi, un caso  che ha portato l’attenzione del mondo sul trattamento delle donne in India. Un giovane di 18 anni è stato condannato a tre anni di carcere, pena massima per un minorenne, quale era quando fu commesso il reato.
Su queste basi la sua posizione è stata stralciata da quella degli altri cinque uomini accusati – uno dei quali morto suicida in carcere – che rischiano la pena di morte. “Non siamo soddisfatti di questo verdetto – ha detto la madre della vittima -. Vogliamo che sia impiccato perché il crimine che ha commesso è quello di un adulto, dunque la punizione dovrebbe essere quella di un adulto, non di un minorenne”.
La ragazza, 23 anni, fu stuprata più volte su un autobus a Nuova Delhi. Morì dopo due settimane a causa le violenze subite. Il caso ha suscitato indignazione in India e ha portato il governo a inasprire le leggi contro i crimini di stampo sessuale, senza però cedere alle richieste di portare l’età adulta da 18 a 16 anni.


pc 10 settembre - Turchia: il boia Erdogan reprime ancora nel sangue: un altro giovane ucciso.


Sosteniamo la giornata di lotta del 12 settembre per portare in piazza la solidarietà internazionale con i prigionieri di Piazza Taksim



Turchia: duri scontri con polizia, 22enne ucciso




Un giovane di 22 anni è stato ucciso ieri sera nel sud della Turchia, ad Antakia, nel corso di duri scontri con la polizia. Lo riferiscono i media locali. Ahmet Atakan, questo è il nome del ragazzo, è stato colpito alla testa da un lacrimogeno mentre stava manifestando insieme a un centinaio di coetanei per chiedere al governo turco di processare gli agenti che il 16 giugno scorso hanno colpito con un proiettile di gas lacrimogeno il 14enne Berkin Elvan, che da allora si trova in stato di coma irreversibile.
Sono in corso duri scontri nel centro di Istanbul dopo morte del manifestante. La polizia impedisce l'ingresso Piazza Taksim


riportiamo l' appello dalla Turchia - proletari comunisti raccoglie l'appello ed invita a sostenere la giornata di lotta del 12 settembre


Cari compagni italiani
abbiamo una richiesta che riguarda la solidarietà internazionale con i prigionieri di Piazza Taksim nel nostro paese e noi speriamo che vi unirete all'iniziativa di una giornata di solidarietà per il 12 settembre.
Come sapete una rivolta ha avuto luogo nel nostro paese e il movimento continua sebbene non allo stesso livello. Dopo la rivolta di giugno il movimento si sviluppa in modo organizzato in particolare nei sobborghi e spesso nella forma di forum..
 Nonostante la repressione brutale dello stato borghese turco, il popolo non ha avuto paura e ha resistito con coraggio contro l’attacco della polizia il 31 maggio e il primo giugno, quando la polizia ha attaccato Gezi Park e piazza Taksim occupata con gas lacrimogeni e bulldozers.
Dal 31 maggio al 27 giugno il terrorismo poliziesco ha causato ottomila feriti, di cui sessanta feriti gravemente. Undici persone hanno perso gli occhi, cinque sono state assassinate dalle forze dello Stato, tra cui il giovane rivoluzionario Mehmet Ethem Sarisülük, ucciso dalle pallottole della polizia ad Ankara.
Durante la Rivolta di Giugno le forze comuniste e rivoluzionarie hanno giocato un ruolo significativo, ragion per cui è stato del tutto naturale che fossero il primo obiettivo della dittatura fascista che governa tramite l’AKP.
Per vendicarsi di quello che era successo a Taksim e per indebolire le forze rivoluzionarie e progressiste l’AKP ha attaccato molti partiti e organizzazioni politiche come il ESP (Partito Socialista degli Oppressi), il SDP (Partito Socialista Democratico), il giornale Atilim, la rivista Partizan, la radio Ozgur, l’agenzia dinotizie Etkin, le SGD (Associazioni dei Giovani Socialisti), le Nuove Donne Democratiche, Case del Popolo e altri, incarcerando dozzine di persone. Hanno invaso le sedi di partito, gli uffici dei giornali e le radio sfondando le porte, sequestrando e distruggendo le attrezzature tecniche.
Ancora oggi dozzine di rivoluzionari e comunisti sono in carcere. Le liste sono segrete e nemmeno le date dei processi sono stabilite.
Noi chiediamo a tutte le forze progressiste, rivoluzionarie e comuniste di unirsi alla lotta per i prigionieri di Taksim! La lotta per liberare i prigionieri di Taksim è la lotta per nuove sollevazioni, per un movimento rivoluzionario forte che avanzi verso la rivoluzione. Come hanno gridato più volte quelli che resistevano nelle piazze, nelle barricate e in prigione, “questo è solo l’inizio”.
Il 12 settembre, anniversario del colpo di Stato militar ein Turchia, si terrà una Giornata di Solidarietà Internazionale con i Prigionieri di Taksim per rafforzare la solidarietà internazionale e fare pressione sul regime turco.
Cari Compagni, vi invitiamo a unirvi alle azioni a livello internazionale per rivendicare la libertà per i prigionieri di Taksim organizzando presidi di protesta di fronte alle ambasciate turche, informando la popolazione del vostro paese della resistenza in Turchia-Nord Kurdistan, mandando messaggi di solidarietà, facendo scritte murali ed esprimendo la vostra solidarietà in tante maniere pratiche e creative.
Se organizzate azioni di solidarietà vi preghiamo di darcene informazione sintetica via e-mail così che possiamo pubblicarle come momenti della Giornata Internazionale di Solidarietà con i Prigionieri di Taksim.
Saluti rivoluzionari.
Partito Comunista Marxista Leninista di Turchia e Nord Kurdistan
infomlkp@googlemail.com

pc 10 settembre - OSLO IL PARTITO DEL NEONAZISTA ASSASSINO BREIVIK VERSO IL GOVERNO - il moderno fascismo-nazismo in europa si combatte con la guerra popolare

Il 22 luglio 2011 Anders Breivik fece l'attentato ad Oslo in Norvegia uccidendo 77 ragazzi. Breivik dal '99 al 2006 faceva parte del Partito del Progresso (destra populista); ora questo partito entra nella coalizione governativa. 

DIETRO QUEL TRAGICO ATTENTATO, E NELLA SUA PREPARAZIONE NON VI ERA SOLO UN "ESTREMISTA XENOFOBO" MA UN PARTITO.
Lapreparazione dell'attentato cominciò nel 2002 e "proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik". 

(dal Corriere della Sera di oggi) -  La conservatrice Erna Solberg e la leader del Partito del Progresso Siv Jensen sono i volti della destra norvegese che ieri ha vinto le prime eleo. Neglizioni politiche dalle stragi del 22 luglio 2011. Un voto che segna la fine della coalizione rosso-verde guidata da Jens Stoltenberg e che sdogana definitivamente la formazione anti-immigrati alla quale nel 1999 aderì l'autore del doppio attacco di due anni fa, Anders Behring Breivik che osserva dalla cella del carcere di massima sicurezza di Ila, il suo ghigno come una condanna su un Paese che vuole dimenticare... Con tre quarti dei seggi scrutinati, il blocco di centro-destra formato da conservatori, Partito del Progresso, liberali e cristiano-democratici conquista una maggioranza di 96 seggi su 169. Nei prossimi giorni saranno da definire gli equilibri di una coalizione dalla quale, dichiara Solberg, non sarà più possibile escludere la formazione della Jensen....
 il Partito del Progresso era sempre stato tenuto fuori da coalizioni di governo per la sua identità troppo tagliata sulla difesa di un'originaria purezza culturale costruita su un mix di valori cristiani e umanitarism anni la retorica di partito è scivolata su posizii sempre più antimusulmane, finÈ il giorno di Erna, la ragazza dell'Ovest che si avvia a diventare primo ministro. Ed è il giorno di Siv, la nemesi. La conservatrice Erna Solberg e la leader del Partito del Progresso Siv Jensen sono i volti della destra norvegese che ieri ha vinto le prime elezioni politiche dalle stragi del 22 luglio 2011. Un voto che segna la fine della coalizione rosso-verde guidata da Jens Stoltenberg e che sdogana definitivamente la formazione anti-immigrati alla quale nel 1999 aderì l'autore del doppio attacco di dulgrado quarant'anni di storia e un ioradicamento territoriale che ne fa una delle magi forze dell'arco politico norvegese, il Partito del Progresso era sempre stato tenuto fuori da coalizioni di governo per la sua identità troppo tagliata sulla difesa di un'originaria purezza culturale costruita su un mix di valori cristiani e umanitarismo. Negli anni la retorica di partito è scivolata su posizioni sempre più antimusulmane, fino al celebre discorso del 2009 nel quale la stessa Jensen metteva in guardia da un'islamizzazione strisciante. Toni che richiamano sinistramente i proclami affidati da Breivik al suo manifesto pubblicato poche ore prima di stroncare 77 vite nell'assalto al quartiere governativo di Oslo e al campo estivo della gioventù laburista sull'isola di Utoya. Un attacco pianificato per anni con l'obiettivo dichiarato di scuotere la classe dirigente e fermare le politiche multiculturaliste della sinistra che rischiavano di consegnare la Norvegia e l'Europa all'onda islamica. La preparazione dell'attentato cominciò nel 2002. Proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik.

Dopo Utoya, il partito ha condannato senz'appello la peggiore strage sul suolo norvegese dalla Seconda guerra mondiale, rimosso i dirigenti più controversi, abbassato i toni sull'immigrazione e spostato il focus sulle riforme economiche e sul ridimensionamento del ruolo dello Stato. «Siamo un partito liberale» ripete Jensen, che ha sempre respinto l'etichetta di leader «populista», «a meno che populista non significhi risolvere i problemi quotidiani della popolazione«. Tra le sue proposte, la revisione della regola d'oro che stabilisce un tetto del 4% oltre il quale è proibito attingere al Fondo petrolifero sovrano da 750 miliardi di dollari, un limite per proteggere una ricchezza destinata alle generazioni future. Anche Erna Solberg ha puntato sul Fondo, proponendo di modificarne l'assetto amministrativo, curato sin dal 1996 da un ramo della Banca centrale norvegese: l'idea è assegnare settori diversi del Fondo a più soggetti, per favorire un management competitivo. Il nuovo governo sarà chiamato a un ripensamento complessivo di un sistema economico troppo dipendente dalle pur immense riserve petrolifere.
In lista con i laburisti, anche 33 sopravvissuti di Utoya che su quell'esperienza hanno fondato un rinnovato impegno politico, «la generazione 22 luglio».e anni fa, Anders Behring Breivik che osserva dalla cella del carcere di massima sicurezza di Ila, il suo ghigno come una condanna su un Paese che vuole dimenticare.

«Ho lavorato duro per dare ai conservatori una nuova piattaforma» dice Erna, l'inflessibile «Merkel del Nord» che ha incentrato il suo progetto su taglio delle tasse, innovazione, competitività e ha accettato il rischio di una pragmatica apertura ai populisti di Siv. Con tre quarti dei seggi scrutinati, il blocco di centro-destra formato da conservatori, Partito del Progresso, liberali e cristiano-democratici conquista una maggioranza di 96 seggi su 169. Nei prossimi giorni saranno da definire gli equilibri di una coalizione dalla quale, dichiara Solberg, non sarà più possibile escludere la formazione della Jensen. Non sarà facile per Erna, decisa a costruire «un ponte» tra il centro e la destra populista, concordare una strategia di governo con Siv. L'alleanza necessaria a battere il centro-sinistra dovrà superare divergenze inconciliabili emerse già prima del voto, ad esempio sui campi per richiedenti asilo proposti dal Partito del Progresso. L'ultima speranza per i laburisti, primo partito, è che i rivali non trovino un accordo.
Voto choc, la Norvegia vira a destra
Rcd

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38

Malgrado quarant'anni di storia e un radicamento territoriale che ne fa una delle maggiori forze dell'arco politico norvegese, il Partito del Progresso era sempre stato tenuto fuori da coalizioni di governo per la sua identità troppo tagliata sulla difesa di un'originaria purezza culturale costruita su un mix di valori cristiani e umanitarismo. Negli anni la retorica di partito è scivolata su posizioni sempre più antimusulmane, fino al celebre discorso del 2009 nel quale la stessa Jensen metteva in guardia da un'islamizzazione strisciante. Toni che richiamano sinistramente i proclami affidati da Breivik al suo manifesto pubblicato poche ore prima di stroncare 77 vite nell'assalto al quartiere governativo di Oslo e al campo estivo della gioventù laburista sull'isola di Utoya. Un attacco pianificato per anni con l'obiettivo dichiarato di scuotere la classe dirigente e fermare le politiche multiculturaliste della sinistra che rischiavano di consegnare la Norvegia e l'Europa all'onda islamica. La preparazione dell'attentato cominciò nel 2002. Proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik.
Dopo Utoya, il partito ha condannato senz'appello la peggiore strage sul suolo norvegese dalla Seconda guerra mondiale, rimosso i dirigenti più controversi, abbassato i toni sull'immigrazione e spostato il focus sulle riforme economiche e sul ridimensionamento del ruolo dello Stato. «Siamo un partito liberale» ripete Jensen, che ha sempre respinto l'etichetta di leader «populista», «a meno che populista non significhi risolvere i problemi quotidiani della popolazione«. Tra le sue proposte, la revisione della regola d'oro che stabilisce un tetto del 4% oltre il quale è proibito attingere al Fondo petrolifero sovrano da 750 miliardi di dollari, un limite per proteggere una ricchezza destinata alle generazioni future. Anche Erna Solberg ha puntato sul Fondo, proponendo di modificarne l'assetto amministrativo, curato sin dal 1996 da un ramo della Banca centrale norvegese: l'idea è assegnare settori diversi del Fondo a più soggetti, per favorire un management competitivo. Il nuovo governo sarà chiamato a un ripensamento complessivo di un sistema economico troppo dipendente dalle pur immense riserve petrolifere.
In lista con i laburisti, anche 33 sopravvissuti di Utoya che su quell'esperienza hanno fondato un rinnovato impegno politico, «la generazione 22 luglio».È il giorno di Erna, la ragazza dell'Ovest che si avvia a diventare primo ministro. Ed è il giorno di Siv, la nemesi. La conservatrice Erna Solberg e la leader del Partito del Progresso Siv Jensen sono i volti della destra norvegese che ieri ha vinto le prime elezioni politiche dalle stragi del 22 luglio 2011. Un voto che segna la fine della coalizione rosso-verde guidata da Jens Stoltenberg e che sdogana definitivamente la formazione anti-immigrati alla quale nel 1999 aderì l'autore del doppio attacco di due anni fa, Anders Behring Breivik che osserva dalla cella del carcere di massima sicurezza di Ila, il suo ghigno come una condanna su un Paese che vuole dimenticare.

«Ho lavorato duro per dare ai conservatori una nuova piattaforma» dice Erna, l'inflessibile «Merkel del Nord» che ha incentrato il suo progetto su taglio delle tasse, innovazione, competitività e ha accettato il rischio di una pragmatica apertura ai populisti di Siv. Con tre quarti dei seggi scrutinati, il blocco di centro-destra formato da conservatori, Partito del Progresso, liberali e cristiano-democratici conquista una maggioranza di 96 seggi su 169. Nei prossimi giorni saranno da definire gli equilibri di una coalizione dalla quale, dichiara Solberg, non sarà più possibile escludere la formazione della Jensen. Non sarà facile per Erna, decisa a costruire «un ponte» tra il centro e la destra populista, concordare una strategia di governo con Siv. L'alleanza necessaria a battere il centro-sinistra dovrà superare divergenze inconciliabili emerse già prima del voto, ad esempio sui campi per richiedenti asilo proposti dal Partito del Progresso. L'ultima speranza per i laburisti, primo partito, è che i rivali non trovino un accordo.
Voto choc, la Norvegia vira a destra
Rcd

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Malgrado quarant'anni di storia e un radicamento territoriale che ne fa una delle maggiori forze dell'arco politico norvegese, il Partito del Progresso era sempre stato tenuto fuori da coalizioni di governo per la sua identità troppo tagliata sulla difesa di un'originaria purezza culturale costruita su un mix di valori cristiani e umanitarismo. Negli anni la retorica di partito è scivolata su posizioni sempre più antimusulmane, fino al celebre discorso del 2009 nel quale la stessa Jensen metteva in guardia da un'islamizzazione strisciante. Toni che richiamano sinistramente i proclami affidati da Breivik al suo manifesto pubblicato poche ore prima di stroncare 77 vite nell'assalto al quartiere governativo di Oslo e al campo estivo della gioventù laburista sull'isola di Utoya. Un attacco pianificato per anni con l'obiettivo dichiarato di scuotere la classe dirigente e fermare le politiche multiculturaliste della sinistra che rischiavano di consegnare la Norvegia e l'Europa all'onda islamica. La preparazione dell'attentato cominciò nel 2002. Proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik.
Dopo Utoya, il partito ha condannato senz'appello la peggiore strage sul suolo norvegese dalla Seconda guerra mondiale, rimosso i dirigenti più controversi, abbassato i toni sull'immigrazione e spostato il focus sulle riforme economiche e sul ridimensionamento del ruolo dello Stato. «Siamo un partito liberale» ripete Jensen, che ha sempre respinto l'etichetta di leader «populista», «a meno che populista non significhi risolvere i problemi quotidiani della popolazione«. Tra le sue proposte, la revisione della regola d'oro che stabilisce un tetto del 4% oltre il quale è proibito attingere al Fondo petrolifero sovrano da 750 miliardi di dollari, un limite per proteggere una ricchezza destinata alle generazioni future. Anche Erna Solberg ha puntato sul Fondo, proponendo di modificarne l'assetto amministrativo, curato sin dal 1996 da un ramo della Banca centrale norvegese: l'idea è assegnare settori diversi del Fondo a più soggetti, per favorire un management competitivo. Il nuovo governo sarà chiamato a un ripensamento complessivo di un sistema economico troppo dipendente dalle pur immense riserve petrolifere.
In lista con i laburisti, anche 33 sopravvissuti di Utoya che su quell'esperienza hanno fondato un rinnovato impegno politico, «la generazione 22 luglio».o al celebre discorso del 2009 nel quale la stessa Jensen metteva in guardia da un'islamizzazione strisciante. Toni che richiamano sinistramente i proclami affidati da Breivik al suo manifesto pubblicato poche ore prima di stroncare 77 vite nell'assalto al quartiere governativo di Oslo e al campo estivo della gioventù laburista sull'isola di Utoya. Un attacco pianificato per anni con l'obiettivo dichiarato di scuotere la classe dirigente e fermare le politiche multiculturaliste della sinistra che rischiavano di consegnare la Norvegia e l'Europa all'onda islamica. La preparazione dell'attentato cominciò nel 2002. Proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik.

Malgrado quarant'anni di storia e un radicamento territoriale che ne fa una delle maggiori forze dell'arco politico norvegese, il Partito del Progresso era sempre stato tenuto fuori da coalizioni di governo per la sua identità troppo tagliata sulla difesa di un'originaria purezza culturale costruita su un mix di valori cristiani e umanitarismo. Negli anni la retorica di partito è scivolata su posizioni sempre più antimusulmane, fino al celebre discorso del 2009 nel quale la stessa Jensen metteva in guardia da un'islamizzazione strisciante. Toni che richiamano sinistramente i proclami affidati da Breivik al suo manifesto pubblicato poche ore prima di stroncare 77 vite nell'assalto al quartiere governativo di Oslo e al campo estivo della gioventù laburista sull'isola di Utoya. Un attacco pianificato per anni con l'obiettivo dichiarato di scuotere la classe dirigente e fermare le politiche multiculturaliste della sinistra che rischiavano di consegnare la Norvegia e l'Europa all'onda islamica. La preparazione dell'attentato cominciò nel 2002. Proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik.
Dopo Utoya, il partito ha condannato senz'appello la peggiore strage sul suolo norvegese dalla Seconda guerra mondiale, rimosso i dirigenti più controversi, abbassato i toni sull'immigrazione e spostato il focus sulle riforme economiche e sul ridimensionamento del ruolo dello Stato. «Siamo un partito liberale» ripete Jensen, che ha sempre respinto l'etichetta di leader «populista», «a meno che populista non significhi risolvere i problemi quotidiani della popolazione«. Tra le sue proposte, la revisione della regola d'oro che stabilisce un tetto del 4% oltre il quale è proibito attingere al Fondo petrolifero sovrano da 750 miliardi di dollari, un limite per proteggere una ricchezza destinata alle generazioni future. Anche Erna Solberg ha puntato sul Fondo, proponendo di modificarne l'assetto amministrativo, curato sin dal 1996 da un ramo della Banca centrale norvegese: l'idea è assegnare settori diversi del Fondo a più soggetti, per favorire un management competitivo. Il nuovo governo sarà chiamato a un ripensamento complessivo di un sistema economico troppo dipendente dalle pur immense riserve petrolifere.
In lista con i laburisti, anche 33 sopravvissuti di Utoya che su quell'esperienza hanno fondato un rinnovato impegno politico, «la generazione 22 luglio».

pc 10 settembre- L'imperialismo italiano, mentre partecipa ai piani d'aggressione USA alla Siria, rafforza sempre più i legami militari con lo stato nazisionista israeliano

Italia alle guerre stellari con i satelliti d’Israele


di Antonio Mazzeo
Tagli per tutti ma non per le forze armate, specie se le spese rafforzano la partnership tra le industrie d’armi nazionali e quelle israeliane. Quarantuno milioni e 600.000 euro sul bilancio 2013; 96 milioni per il 2014 e 53,8 per il 2015. Il ministero della Difesa prevede di spendere quasi 192 milioni di euro in tre anni per dotarsi di un nuovo sistema satellitare ad alta risoluzione ottica per l’osservazione dell’intero globo terrestre, l’OPTSAT 3000, progettato e prodotto da Israele.
Leggero e di dimensioni assai ridotte, l’OPTSAT 3000 si caratterizza per l’agibilità e la manovrabilità da terra e per le notevoli capacità di definizione delle immagini raccolte dallo spazio. Il satellite è tuttavia programmato per funzionare per periodi brevi, non oltre i 6-7 anni dalla sua messa in orbita (prevista entro il 2016).
L’accordo italo-israeliano per il nuovo sistema di telerilevamento satellitare prevede che la società Telespazio, controllata da Finmeccanica e dalla holding francese Thales, operi in qualità di prime contractor per la fornitura del satellite e del segmento di terra, dei servizi di lancio e messa in orbita, della preparazione ed esecuzione delle attività operative e logistiche. Telespazio ha sottoscritto con il Ministero della difesa italiano un contratto del valore complessivo di 200 milioni di dollari. Personale della società sarà dislocato in Israele durante le fasi di preparazione al lancio del satellite, nonché presso il Centro di Controllo di Tel Aviv durante le fasi di post-lancio. Il completamento dei test in orbita dell’OPTSAT 3000 sarà realizzato successivamente dal Centro Spaziale del Fucino di Telespazio.
La realizzazione del satellite per un costo di 182 milioni di dollari sarà affidata alla Mbt Space Division delle Israel Aerospace Industries (IAI), le industrie aerospaziali e missilistiche israeliane. A produrre la telecamera spaziale ad “alta definizione” (valore 40 milioni di dollari) sarà invece Elbit Systems Electro-Optics Elop Ltd., una controllata della Elby Systems Ltd, altra azienda strategica israeliana nel campo dei sistemi di comando, controllo, comunicazione, intelligence e dei velivoli senza pilota.
L’acquisizione del satellite è stata formalizzata con l’accordo di cooperazione militare Italia-Israele firmato a Roma il 19 luglio 2012 dai ministri della difesa dei due paesi. Oltre all’OPTSAT 3000, l’accordo ha previsto la fornitura alle forze armate israeliane di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 prodotti da Alenia-Aermacchi (valore complessivo un miliardo di dollari circa, di cui 600 milioni di pertinenza dell’azienda del gruppo Finmeccanica). I primi velivoli saranno consegnati a partire dalla metà del 2014 e sostituiranno gli A-4 “Skyhawks” utilizzati da Israele per l’addestramento dei piloti dei cacciabombardieri strategici. Le attività di formazione, il supporto logistico e la manutenzione dei velivoli saranno affidate alla società privata TOR di proprietà dei due colossi Israel Aerospace Industries Ltd. ed Elbit Systems Ltd.. Elbit implementerà sui caccia-addestratori un nuovo software, il Vmts (Virtual Mission Training System) che simulerà le funzioni di un moderno radar di scoperta attiva capace di gestire numerose funzioni tattiche e scelte d’armamento complesse. “Utilizzando il software una volta in volo – spiegano i tecnici israeliani – il pilota in addestramento potrà esercitarsi in scenari avanzati, quali la guerra elettronica, la caccia alle installazioni radar e l’uso di sistemi d’arma all’avanguardia”. I sistemi di identificazione e comunicazione e i computer per il controllo di volo saranno forniti invece da Selex ES, altra azienda del gruppo Finmeccanica.
Sempre nell’ambito dell’accordo di cooperazione del luglio 2012, l’Italia si è impegnata ad acquistare due aerei radar “Eitam” del tipo “Gulfstream 550” CAEW (Conformal Aerial Early Warning), con relativi centri di comando e controllo (costo stimato 791 milioni di dollari). Prodotti da Elta Systems ed Israel Aerospace Industries su licenza della statunitenseGeneral Dynamics, gli “Eitam” sono operativi con le forze armate d’Israele e Singapore, mentre una variante del velivolo è stato fornito a Cile ed India. L’Aeronautica militare italiana ha già avuto modo di familiarizzarsi con questi sistemi di guerra: a partire del 2010 gli “Eitam” vengono periodicamente dislocati nell’aeroporto di Decimomannu (Cagliari) per partecipare ad esercitazioni congiunte italo-israeliane.
I nuovi aeri-radar consentiranno di monitorare lo spazio aereo e marittimo ed intercettare a diverse miglia di distanza l’arrivo di velivoli, missili e unità navali veloci. Le aziende israeliane doteranno pure gli “Eitam” di sistemi di geo-localizzazione e identificazione dei segnali elettromagnetici emessi dai radar e delle comunicazioni d’intelligence “nemiche”. L’accordo prevede che 750 milioni di dollari finiscano nelle casse di IAI ed Elta System, mentre 41 milioni di dollari andranno a Selex ES per la realizzazione dei sottosistemi di comunicazione, link tattici e identificazione a standard NATO dei due velivoli CAEW.
La reciproca collaborazione per lo sviluppo dei programmi OPSAT 3000, M-346 ed “Eitam” consentirà alle aziende d’armi italo-israeliane di rafforzare la propria presenza nei mercati internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems Ltd, stanno per costituire ad esempio una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Ma all’orizzonte ci sono pure i floridi business dei sistemi missilistici e dei droni-spia e killer.




pc 10 settembre - Brasile - abbasso l'imperialismo USA guerrafondaio - bruciamo la bandiera in ogni manifestazione



pc 10 settembre - auguri per un nuova stagione di lotta da proletari comunisti al CAU Napoli


pc 10 settembre - ilva - che succede da stamattina



Dalle 7,30 di questa mattina uno degli operai che da ieri sta sui tetti della Direzione dell'Ilva, è su un cornicione pericoloso e minaccia di buttarsi di sotto. Si tratta di un operaio della Ditta Emmerre che in 50 sono da marzo in cassintegrazione a 650 euro al mese senza alcuna prospettiva di rientro, perchè la Ditta che faceva i lavori in Ilva nel corso dei quali a febbraio scorso era morto l'operaio Ciro Moccia dipendente Ilva ed era rimasto ferito un operaio dell'Emmerre, è stata messa fuori dall'Ilva, che in questo modo ha voluto lavarsi le mani e scaricare la responsabilità dell'infortunio mortale.
Ultim'ora: poco fa l'operaio è sceso dal cornicione.
Da ieri la lotta per il rientro e l'annullamento del licenziamento di Marco Zanframundo, rappresentante del Usb dell'Ilva e la lotta per il lavoro, si sono unificate.
Dopo una notte passata sui tetti della direzione, attualmente sono 13 gli operai tra Ilva e Emmerre, ancora nulla si muove né da parte dell'azienda, né da parte dei sindacati confederali, né di Istituzioni.
Ma questa volta bisogna vincere! Marco Zanframundo deve rientrare. Nello stesso tempo si deve aprire una concreta trattativa per il lavoro per i 50 operai dell'Emmerre la cui cassintegrazione termina il 19 settembre.
Non deve succedere come per la battaglia del Mof dopo la morte di Claudio Marsella che dopo una lunga e importante lotta degli operai Mof, tenda, presidio, manifestazione, gli operai sono rientrati al lavoro con gli “impegni” di Vendola e oggi si trovano lo stesso a lavorare a rischio e per giunta Marco, uno degli operai più combattivi, viene licenziato.
MA PERCHE' QUESTA LOTTA VINCA E' NECESSARIA LA MOBILITAZIONE DI MASSA DEGLI OPERAI ILVA AL FIANCO DI MARCO, PER LA DIFESA DEL LAVORO.

Ed è a questo soprattutto che sta puntando il lavoro e le iniziative dello Slai cobas Ilva.

Questa mattina vi è stato un massiccio volantinaggio alla port. D dell'Ilva, la più grande (che ieri era rimasta scoperta e quindi non vi era stato lo sciopero, indetto dal Usb solo alla portineria A), con discussioni tra gli operai in cui la battaglia contro il licenziamento di Marco è stata inserita nella fase e battaglia più generale contro i piani Bondi/Riva-Governo-con appoggio dei sindacati confederali, e per rivendicare un “Decreto operaio” che metta al primo posto la difesa di tutti i posti di lavoro, della sicurezza e il pensionamento anticipato degli operai per il rischio salute e vita di questa grande fabbrica.
Alla port. A lo Slai cobas sempre questa mattina ha continuato il lavoro di ieri, sia di informazione che di indicazioni agli operai per arrivare ad uno sciopero di massa.
MERCOLEDI' l'iniziativa si sposterà in città: con striscione, volantinaggio presso il ponte girevole dalle ore 18 alle 21, con la presenza di operai Ilva;
Manifesto cittadino che chiama alla solidarietà;
GIOVEDI' all'Ilva alla port. A dalle ore 15 alle 16, presidio-comizio di una delegazione per il lavoro.