Gli eventi che ci pervengono dalla realtà indiana confermano il gravissimo stato della situazione per quanto riguarda i compagni, i quadri del Partito Comunista dell’India (Maoista); alcune dichiarazioni importanti che ha fatto il primo ministro Modi dimostrano come la questione dei naxaliti e del maoismo resti al centro della sua attenzione, Modi ha dichiarato che l'insorgenza maoista è stata sul piano militare sostanzialmente battuta, ma questo non significa che è scomparsa.
Modi sottolinea che ora il paese, cioè il suo regime, fronteggia una nuova battaglia contro quello che viene chiamato "Dimagi Naxal”, il movimento ideologico che fa riferimento al maoismo: “se la violenza è stata sconfitta, ora si tratta di sconfiggere il pensiero che l'ha gestita e guidata”. E questo è funzionale all'azione che il regime sta facendo e che sembra concentrata contro gli intellettuali naxaliti. Modi dice che questi compagni, queste aree sono state identificate e isolate e quindi è del tutto evidente che ora la repressione è verso queste aree che si concentrerà.
Queste dichiarazioni corrispondono alle notizie denunciate da varie associazioni, e pubblicate in parte sui nostri blog, su come sta procedendo la repressione nei confronti in queste aree che sono impegnate nella lotta contro il regime di Modi.
Che “l'ossessione maoista” sia tuttora il punto centrale dell'azione di Modi è testimoniato da altre due questioni. Il ministro degli Interni dichiara che ora che abbiamo battuto i naxaliti il nostro obiettivo è usare gli stessi sistemi per sconfiggere il narcotraffico; quindi si conferma come ogni avanzamento della repressione contro il movimento naxalita si traduce in una ulteriore azione del governo che vuole usare la stessa metodologia di massacri nei confronti di qualsiasi realtà che corrisponda a criticità del regime.
Ma non solo, il primo ministro Modi nella giornata del 5 ha minacciato il Pakistan dicendo che se il
Pakistan indulgerà in iniziative armate che possano far corrispondere a un'entrata nel territorio, date le tensioni nazionali e internazionali esistenti tra Pakistan e India, l'India risponderà, e anche qui affermando: “come abbiamo fatto con i maoisti…”, “la maniera con cui abbiamo affrontato il terrorismo dimostra che facciamo sul serio”.Qualsiasi argomento viene utilizzato da un lato per rivendicare questa vittoria contro il maoismo, dall'altro come ossessione che evidentemente rimane per il regime indiano che sa bene che dalla rinascita del movimento naxalita dipende il suo futuro strategico.
Altre notizie acquisiscono un certo interesse. Per esempio in Nepal, il governo nepalese, per bocca di Prachanda, ha annunciato una richiesta ufficiale fatta al governo indiano per rilasciare alcuni quadri che sono nelle prigioni di Patna e si tratta di 20 maoisti ribelli.
Come si vede in India è ben lontana da essere sparita la minaccia naxalita nonostante le dichiarazioni trionfaliste e la vittoria militare conseguita da regime di Modi; noi per primi non la consideriamo una vittoria strategica ma una vittoria tattica in questa fase particolare.
Per tutto questo la campagna in corso per l’India, con la mobilitazione nazionale del 26 settembre, non è solo di solidarietà ma va ai gangli fondamentali del rapporto tra l'India e il popolo da un lato e dall'altra tra India e il sistema mondiale, con tutto ciò che ha a che fare con le dinamiche degli schieramenti della guerra imperialista e le questioni legate alle emergenze di questa guerra imperialista, rappresentate dalla Palestina, dall'aggressione all'Iran, e le conseguenze che la guerra all'Iran produce su scala internazionale, compreso l'India.
La campagna va inserita nel contesto di una battaglia permanente che non è limitata a questa giornata del 26, e che riguarda i legami tra l'India e la Palestina, riguarda l'asse internazionale legato alle vie di traffico commerciale internazionale che vedono al centro l'India, Israele e Italia. E per quanto riguarda l'Italia, la notizia principale riguarda i legami tra la Leonardo e il regime indiano.
In questo contesto la natura della nostra iniziativa cerca di unire tre aspetti di propaganda, di agitazione e di azione.
Sul piano dell'azione l'elemento principale, come si vede anche da altre iniziative che nel mondo parlano di questo, è la questione dei prigionieri politici e della repressione, sia verso l'area intellettuale e di orientamento rivoluzionario, a cui viene addebitato il legame con il maoismo, sia per la più generale questione della repressione di massa del regime. Negli ultimi mesi questa repressione ha toccato il più attuale e significativo dei movimenti urbani in India, il cosiddetto “movimento degli scarafaggi” che ha visto una mobilitazione studentesca e giovanile senza precedenti che ha in un certo senso scosso l'India e mostrato anche al mondo la natura delle contraddizioni che questo paese attraversa. Il movimento degli scarafaggi ha anche molto a che fare con le differenti comunità indiane esistenti nel mondo, proprio perché si tratta di una gioventù anche legata a quella parte di popolo che è dovuta andar via dall'India.
Il 13 settembre si commemora un martire della rivoluzione indiana, Jatin Das, di lunghissima storia, il primo martire riconosciuto universalmente della rivoluzione indiana dell'epoca della dominazione coloniale britannica. Morì dopo 63 giorni di sciopero della fame nella prigione di Lahore, il 13 settembre del 1929. Nell'appello che questo insieme di associazioni raccolte sotto la sigla “Giustizia per i prigionieri del Kerala”, si dice che essa è legata alla lotta per i diritti e la dignità dei prigionieri politici in India.
La denuncia, mobilitazione per i prigionieri politici, come la risposta alle molteplici e svariate operazioni repressive del regime, lega materialmente la giornata internazionale del 26 settembre alla mobilitazione in corso in India.
Anche la questione dei prigionieri politici in India conferma che, come sempre, il governo Modi non ha nessuna intenzione di “perdonare” i prigionieri politici o coloro che sono nelle prigioni a causa della guerra di popolo e della lotta armata in India.
Il governo ha usato politicamente l'arma del ricatto per ottenere diserzioni e disarmo. In una dichiarazione che è stata fatta nel corso di un importante processo verso alcuni prigionieri, molti dei quali si sono arresi, il giudice ha detto molto chiaramente che non c'è nessun automatismo tra essersi arresi e pensare che i processi non debbano essere svolti regolarmente per i reati, i crimini, gli attentati; quindi fa intendere che la linea che ha la giustizia del regime di Modi è quella comunque di trasformare ogni processo in una effettiva condanna a lunghi anni di carcere dei prigionieri.
La questione dei prigionieri politici, della repressione unisce la condizione dei prigionieri indiani alla più generale situazione dei prigionieri politici in Palestina e alle dinamiche della repressione verso i prigionieri politici che toccano tutti i paesi, compreso il nostro, sia nei confronti di appartenenti al movimento della Palestina, sia più in generale dell'area considerata rivoluzionaria rispetto ai regimi e agli stati imperialisti.
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