giovedì 5 aprile 2012

pc 5 aprile - ILVA TARANTO: IL FASCISMO PADRONALE MOSTRA IL SUO CARATTERE EVERSIVO

Quanto è accaduto a Taranto nei giorni scorsi, e in particolare venerdì 30 marzo, non è solo una attualizzazione della contraddizione: difesa dell’ambiente/difesa dei posti di lavoro, ma una scesa in campo aperto del fascismo padronale che usa mezzi eversivi per imporre i suoi interessi e la sua politica.
Chi legge i fatti come un contrasto tra lavoratori da un lato e cittadini, studenti, ambientalisti dall’altro, o chi esprime posizioni di sapore moralista sugli operai, chi enfatizza la manifestazione Ilva del 30 marzo, non ha capito ancora cosa è oggi il fascismo padronale.
Allora partiamo dai fatti.
Già lunedì 26 avvengono cose strane per gli operai. Vi è una convocazione da parte dei sindacati, con il beneplacido aziendale, di un assemblea di 4 ore con presidio sotto la prefettura sulla questione ambiente/lavoro. “Non è mai successo – dicono degli operai – che si utilizzino 4 ore per un’assemblea, neanche quando vi sono stati scioperi importanti si è fatto; anzi in questi casi a volte non c’è neanche informazione ”. Ma altre cose, che non succedono mai in occasione di scioperi, avvengono: messaggi agli operai sui telefonini per dire di andare all’assemblea esterna, bus messi a disposizione, invito dei capi ad andare, “comandata”, che normalmente viene gonfiata dalla direzione Ilva, ridotta ai minimi livelli. Chi non va all’assemblea viene guardato e trattato male.
Ma il massimo arriva venerdì 30. I dirigenti e i capi si trasformano in attivisti/squadristi. Girano tra i lavoratori dicendo che il 30 devono TUTTI andare alla manifestazione sotto il tribunale, diffondono allarmismo affermando che se il giudice va avanti in questa inchiesta l’Ilva può chiudere; minacciano, ricattano: “vieni, altrimenti…”, “se chiudono dei reparti, il primo nella lista sarai tu”.
Il giovedì precedente poi compaiono nelle bacheche, alle portinerie dei volantini e locandine anonimi, firmati “I lavoratori dell’Ilva” o “lavoratori ILVA (Pensiero LIBERO)” - che fa venire in mente termini normalmente usati dalla destra, dai fascisti. In questi volantini si fa appello a “operai, capi squadra, impiegati, quadri, ditte” ad unirsi “a noi per difendere il tuo posto di lavoro contro le strumentalizzazioni fatte sulla nostra pelle…”, si parla di “offese” che ciascuno di loro subisce da parte di Enti che li chiamano “”assassini” e ci augurano tutti i mali possibili, a noi e ai nostri familiari”, e si fa appello a non farsi condizionare “da chi oggi vuole solo il male del Nostro stabilimento”; quindi passando alla difesa di quanto fatto in termini di sicurezza si parla di “risultati enormi”, di “enormi investimenti (per) rendere ecocompatibile lo Stabilimento” (ma si pensi che appena l’altro giorno gli operai dell’area del porto hanno accertato la presenza di amianto anche negli spogliatoi – solo per dirne una…), si scrive che questi interventi “hanno reso oggi il nostro stabilimento punto di riferimento importante nel panorama internazionale”, che “l’azienda si sta muovendo nella giusta direzione in materia ambientale”; e, infine, si dice che tutti questi attacchi esterni avvengono “solo perché questo Stabilimento lo guida un privato che si chiama “RIVA” e non lo Stato Italiano e non si parla mai di altri siti lavorativi e produttivi…”.
In un altro appello sempre anonimo uscito proprio il 30 marzo viene anche scritto che tutte le perizie fatte sono false e infondate, e si parla di “immorale strumentalizzazione dei bambini… la scuola DEVE essere luogo di studio e non culla di ideologie..”, e via dicendo.

Questi toni, oltre che le cose scritte, si ritrovano solo in materiali e volantini di forze di estrema destra.

A questo martellamento cartaceo, si unisce il martellamento diretto dei capi. Il venerdì 30 è di fatto una “libera uscita” forzata per chi sta in fabbrica. Gli operai sono intimoriti o minacciati, o confusi dall’allarmismo diffuso sul rischio dei posti di lavoro.
Venerdì avviene un incredibile capovolgimento: mentre quando vi sono scioperi sindacali l’Ilva punisce gli operai, togliendogli una parte del premio di produzione, il 30 gli operai rischiano di essere puniti se non partecipano alla manifestazione.
Si parla di ferie forzate per chi osa dire che non andrà alla manifestazione. Agli operai delle ditte dell’appalto Ilva – ai cui padroni la direzione Ilva ha mandato un “messaggio” che fa capire che potrebbero perdere l’appalto se il venerdì lavorano – le aziende hanno dette che è inutile che vanno in fabbrica tanto non si lavora. Vengono richiamati operai in cassintegrazione solo per la giornata del 30 marzo per essere rimessi in cig il 2 aprile, lo stesso vengono richiamati in fabbrica gli operai che hanno il turno di riposo; gli operai che hanno fatto il turno di notte sono costretti a rimanere per andare alla manifestazione; si dice che l’azienda paghi anche gli straordinari.
Di fatto venerdì 30 viene attuata una sorta di serrata aziendale.
In tutto questo i delegati e sindacalisti o sono spariti o sono penose pecorelle. Il giovedì mattina, al 1° turno, mentre lo Slai cobas per il sindacato di classe strappava da tutte le bacheche delle portinerie i volantini dei capi, i sindacalisti della Fiom facevano finta che non stesse accadendo nulla.
Anche all’interno dell’Ilva, solo dove vi sono operai dello slai cobas per il sindacato di classe si contrasta attivamente l’azione dei capi. Un esempio importante è all’area del porto, in cui basta un solo operaio dello Slai cobas che dice “NO”, manda una lettera alla direzione per dire che lui, domani, venerdì, lavorerà normalmente, quindi spedisce il delegato uilm a chiedere al capo con quale rappresentanza sindacale l’Ilva ha stabilito le “ferie forzate”, perché l’ordine viene rimangiato e TUTTO il reparto non va alla manifestazione e lavora normalmente.

L’organizzazione della manifestazione del venerdì è sotto regia aziendale. L’azienda mette a disposizione bus interni ed esterni per cammellare gli operai. Si vedono striscioni tutti della stessa fattura, fatti in serie, fondo bianco e scritte nere, sembrano usciti poche ore prima dalla stamperia (dell’Ilva); non c’è una bandiera rossa; anche i fischietti vengono forniti dai capi; stranamente le tute, i caschi degli operai sono puliti e sembrano nuovi (anche quelli degli operai dell’indotto, che normalmente hanno tutt’altra pulizia).
E comincia la “marcia”. Giacchè il Tribunale è stato vietato (a tutti) dalla questura, la manifestazione dell’Ilva si concentra sotto la prefettura e si mostra poi nelle strade centrali della città. Il clima nei pezzi dei capi ha un esplicito indirizzo eversivo (in cui il paragone è con la marcia dei 40mila della Fiat o peggio). I toni sono da “chiamata alle armi” e sono ben caratterizzati dagli striscioni “a marchio di fabbrica”: “Noi non ci stiamo - giù le mani dal nostro stabilimento”, “…dopo tutti a casa del sindaco e del gip”, “NO alle speculazioni personali sulla pelle dei lavoratori”, “fuori le bugie dalle aule della giustizia”, ecc. ; gli atteggiamenti dei capi sono arroganti e ostentati: un giornalista di “piazza pulita”, Sortino, che anni fa fece un buon documentario sulla situazione di inquinamento dell’Ilva, viene trattato male. Si tratta di un’adunata sediziosa di carattere neocorporativo e fascista, fatta ricattando e minacciando i lavoratori.
Nei pezzi degli operai, invece, sembra la “marcia della paura”, nei due sensi, sia per il clima creato dall’azienda, sia per la confusione/preoccupazione sulla possibile chiusura dello stabilimento.
Il più esplicito elogio alla manifestazione viene dai legali di Riva: “Il dato più importante di questa giornata è emerso dal corteo degli 8000 operai che hanno lanciato un messaggio chiaro alle istituzioni. Un richiamo a non perdere di vista i valori che contano e fra questi c’è il lavoro”.
Ma anche il Prefetto, che il 30 incontra una delegazione della manifestazione, ha parole di elogio “per il senso di responsabilità e per la civiltà dimostrata” (!?).

Ma alla fabbrica nei giorni prima è diverso. Basta parlare con gli operai, basta che gli operai possano parlare liberamente, e il buon senso di classe viene fuori, come viene fuori la denuncia del clima interno, dei sindacati confederali e dei sindacalisti conniventi o latitanti. I compagni dello slai cobas per il sindacato di classe alle portinerie fanno capannelli, comizi volanti, discussioni, gli operai appoggiano e dicono che è vero che i primi ad essere colpiti nella salute e a volte nella vita sono loro, che è giusto che Riva paghi, che l’allarme che l’Ilva può chiudere è stato usato anche quando i sindacati hanno accettato una ingiustificata cassintegrazione, che se si molla su un diritto, si molla su tutto, ecc. Davanti alla fabbrica sono stati isolati e ridicolizzati imbarazzati e pavidi sindacalisti, soprattutto della Fiom.
Alcuni operai scrivono che si sono vergognati di vedere loro compagni di lavoro piegare la testa, di vedere stracciati diritti democratici; altri dicono orgogliosi che loro hanno scelto di non andare alla manifestazione; altri ancora denunciano il clima di ansia in fabbrica e l’inquinamento in fabbrica che “si taglia con il coltello, molte volte abbiamo difficoltà a respirare a causa dei cattivi odori provenienti da strane sostanze… per non parlare della presenza un po’ ovunque dell’amianto…”.

In questi giorni l’inquinamento più grave non sta tanto nell’aria, negli scarichi a mare e nei terreni, ma in ciò che sta succedendo in fabbrica, nell’azione combinata azienda/capi; ed è questo fascismo in azione che va contrastato a tutti i livelli.

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Ma in questi giorni, come in una tragica e pericolosa sceneggiata, tutti gli attori hanno preso il loro posto, già fissato dal regista.
I primi attori, che da essere protagonisti sono poi passati a trovarsi “dietro le quinte”, sono i sindacati confederali: Fim, fiom, uilm, e cgil, cisl e uil.
I loro segretari il lunedì precedente il 30 marzo, nel presidio alla Prefettura, organizzato con benevola concessione aziendale, fanno interventi assolutamente non in contrasto con la linea e le posizioni dell’azienda, e consegnano al prefetto un documento che se non avesse riportato le sigle sindacali avrebbe potuto essere firmato dallo stesso Emilio Riva, dato che in molte parti sembra ripetere le dichiarazioni padronali: “positività dei percorsi sin qui avviati… notevoli risultati raggiunti…”, ecc.
Ma chiaramente i servi restano sempre servi, e dopo un pò è il padrone a prendere nelle mani direttamente la situazione convocando attraverso i dirigenti, i capi, la manifestazione “autoconvocata e spontanea” (!?) di venerdì 30. Imbarazzo dei sindacati! Prima dichiarano che non è stata convocata da loro, avallando la presunta “spontaneità” dell’iniziativa, poi messi alle strette via via che l’attività dei capi diventa palese, fanno dichiarazioni di dissociazione.
La Uil il 30 si inventa all’ultimo momento un attivo provinciale dei metalmeccanici Uilm, cercando di sfilarsi “elegantemente” ma di fatto contribuendo a svuotare la fabbrica come vuole Riva. Il segretario nazionale della Uilm, Palombella (che ha fatto carriera grazie al suo ruolo all’Ilva di efficiente braccio/megafono aziendale, firmando accordi che hanno anticipato la Fiat di Marchionne), si comporta come uno che vede piovere le bombe e dice che va tutto bene, e dichiara: “I lavoratori e gli ambientalisti che hanno manifestato contemporaneamente questa mattina lottano per lo stesso obiettivo: la salvaguardia del lavoro e della salute”.
La realtà è che i sindacati confederali sono stati scavalcati, si sono cacciati con le loro stesse mani nella trappola aziendale; l’Ilva ha dimostrato che può benissimo fare a meno di loro per imporre con i suoi strumenti ai lavoratori di scendere al suo fianco, per la “difesa dello stabilimento”.

Quindi vi è il sindaco di “sinistra” di Taranto, che fino a ieri ha stretto la mano a Riva e oggi, in prossimità delle elezioni e per non farsi scavalcare a sinistra dalla magistratura, “spara” un bel po’ di provvedimenti contro l’Ilva, sapendo bene che resteranno senza alcun effetto. L’unico risultato è di far aizzare la destra aziendale. Ma il 30 marzo pensa bene di allontanarsi dalla città.
Il Presidente della Provincia tace, per prudenza sua. Mentre Vendola? Come viene scritto in uno dei volantino anonimi (dei capi): “Non dimenticate che lo stesso Vendola aveva definito i risultati ottenuti come “straordinari”.

Ma ci sono altri attori, o meglio, attorucoli:
Vi sono alcuni “antagonisti”, riunitisi in una sigla “assemblea popolare tarantina”, e “capetti” di studenti che dichiarano con il petto gonfio che: per la salute e la tutela dell’ambiente bisognava trovare “alternative economiche che sarebbero state più congeniali al nostro territorio (turismo “amichevole” ed ecocompatibile, miticultura, agricoltura, allevamento, valorizzazione del patrimonio artistico e storico); che la “vita dello stabilimento tarantino, ormai obsoleto – ma quando mai!? – volge al termine…”; che “occorre un diverso modello d’occupazione …” – e via con queste stupidaggini…
L’Ilva dovrebbe chiudere e tutti gli operai dovrebbero trovare un’occupazione alternativa? Ma di quale film stanno parlando? Hanno la minima idea di cosa significa perdere circa 17mila posti di lavoro in una città del sud? Pensano che l’industria del turismo sia già in un sistema socialista? Non sanno che anche il turismo segue le regole selvagge del capitale che stravolge, privatizza intere zone di territorio con l’unico obiettivo del suo profitto? Vogliono far tornare una città industrializzata come Taranto agli anni ’50 con solo le pecore e l’uva?
Si tratta si stupidaggini pericolose, che si travestono del “romanticismo” da piccola borghesia per rivolgersi nei fatti contro gli operai, e quindi sono reazionarie!
A queste posizioni si accompagna l’altra faccia della medaglia. Gli “antagonisti”, gli “estremisti” da centro sociale il 30 marzo sono stati poi molto ligi alle disposizioni della questura. Appena le lavoratrici e disoccupati dello Slai cobas per il sindacato di classe si sono allargati sulla strada e rallentato il traffico denunciando la illegale “zona rossa” davanti al Tribunale imposta dalla Questura, gli “antagonisti” invece di arrabbiarsi con la polizia, si sono arrabbiati con i lavoratori dello Slai cobas, gridando agli studenti di rimanere rigidamente sul marciapiede; la loro rabbia è aumentata quando hanno visto la bandiera rossa dello slai cobas portata da una lavoratrice, e hanno strillato: “non vi devono essere bandiere!”.
E, infine, si sono tenuti ben lontano quando, solo, le disoccupate, lavoratori dello Slai cobas hanno protestato, fronteggiato la polizia, e grazie a questo hanno imposto che una delegazione, tra cui operai Ilva, entrasse in Tribunale a presentare un esposto contro le illegalità della manifestazione dell’Ilva.

Poi venerdì vi sono stati gli esponenti ambientalisti “responsabili”. I quali, a fronte dell’illegittimo divieto del questore di manifestare davanti al Tribunale, hanno dichiarato: “per responsabilità… ci uniformiamo alle direttive della Questura che si sta adoperando per garantire il regolare e sereno svolgimento delle udienze nel Tribunale” – la stessa questura che invece garantiva il corteo sovversivo dei capi che esplicitamente voleva NON garantire il “sereno svolgimento” delle udienze.
Quindi questi esponenti ambientalisti hanno invitato gli studenti, i cittadini a “non manifestare in prossimità del Tribunale, per non offrire alcun pretesto… a chi punta oggi ad una strategia della tensione”, favorendo concretamente il rischio (per fortuna non avvenuto) che l’unica manifestazione fosse quella organizzata dall’Ilva!
Visto poi che il loro “consiglio” non era stato seguito, alcuni esponenti più di spicco si sono presentati davanti al Tribunale – si stanno avvicinando le elezioni e loro sono candidati…
Il loro “candidato sindaco”, è Bonelli, il presidente nazionale dei Verdi il quale, senza avere il senso del ridicolo, dichiara ai giornalisti che loro a Taranto vogliono “fare la storia”, ma evidentemente la storia medioevale visto che ciò che il candidato sindaco ambientalista ha in mente è “una Taranto senza Ilva e senza le altre aziende della zona industriale”. E i 17mila operai? Nessun problema, “gli operai comprenderanno”, saranno tutti riconvertiti “per molti anni nell’attività di bonifica”. Ci fa o è? Verrebbe da chiedersi. Sappia Bonelli che gli operai sanno farsi un po’ di conti, e non gli tornano 17mila posti di lavoro nella bonifica e per una manciata di anni. E’ passato, poi, Bonelli da Bagnoli, ha visto il “risanamento” dell’Italsider dove la zona ora è più pericolosa di prima?

E’ vero, per combattere il fascismo padronale, occorre comunque fare piazza pulita di tutti questi fastidiosi pagliacci!

pc 5 aprile - il governo dello stato indiano di Orissa rilascia 8 maoisti

India, governo Orissa rilascia 8 maoisti per liberazione Bosusco

Il governo dello Stato
dell'Orissa ha deciso di liberare 27 detenuti, fra cui 8 maoisti,
accettando così una delle condizioni per il rilascio di Paolo Bosusco,
ostaggio dei maoisti in India dal 14 marzo, e del deputato tribale
Jhina Hikaka. Lo riferisce il sito dell'emittente televisiva indiana
Ndtv. Subito dopo la riunione di gabinetto di ieri sera il primo
ministro Naveen Patnaik ha annunciato che ha deciso di rilasciare i 27
prigionieri dopo aver fatto valutazioni sulla sicurezza degli ostaggi.
I nomi dei prigionieri che saranno liberati verranno annunciati oggi.
"Tenendo in considerazione la sicurezza del deputato tribale rapito
Jhina Hikaka - ha detto Patnaik - il governo ha deciso di facilitare il
rilascio di 15 membri del gruppo maoista Chasi Mulia Adivasi Sang e
otto estremisti di sinistra che si trovano nei distretti di Koraput e
Malkangiri". La liberazione dei 27 prigionieri è solo una delle tredici
richieste dei maoisti per il rilascio degli ostaggi.
05 aprile 2012

pc 5 aprile - Art. 18, "compromesso" con fregatura - un primo commento

Quando i leader si vedono di notte, la fregatura è assicurata. E così è andata anche stavolta.

Il tema scottante era ancora e sempre l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che protegge i dipendenti dai licenziamenti “illegittimi”, ovvero senza “giusta causa”. Causa che, vista la casistica di 40 anni, si riduce alle situazioni di “colpa grave” del singolo lavoratore: danneggiamento volontario, malattie addotte ma non certificate, assenteismo cronico, rissa, ecc.

Il governo e Confindustria volevano invece rendere possibile il licenziamento individuale anche per “motivi economici”. Com’è noto, in Italia sono possibili un numero illimitato di licenziamenti collettivi per questa stessa ragione. L’azienda dichiara di essere in crisi, di dover perciò ridurre il personale, gli ispettori del lavoro vanno a verificare il ministero concede gli ammortizzatori sociali (co-finanziati da imprese e dipendenti, quasi tutti) e tutto procede senza intoppi.

A che diavolo serve dunque la possibilità di licenziare un solo lavoratore “per motivi economici”? Fin troppo facile la risposta: a togliersi dai piedi gli “indesiderati” con una motivazione fasulla ma “legittima”. Non necessariamente gli indesiderati debbono essere soggetti “conflittuali”; possono benissimo essere anche gli inidonei, ovvero i lavoratori che sono rimasti danneggiati nel fisico proprio dalle mansioni svolte per molti anni in condizioni inumane. Per esempio, in una fabbrica dall’età media abbastanza bassa come la Fiat di Melfi, su 5.500 dipendenti ben 2.200 sono al momenti “inidonei”. Ma non licenziabili, perché è stata loro riconosciuta una “causa di lavoro” per la loro ridotta capacità produttiva.

Cgil e Pd non potevano accettare una formulazione “automatica” - come quella proposta da Fornero & co. - che permetteva il licenziamento con questa causale senza alcuna verifica da parte del giudice e con un semplice indennizzo economico. Ma il governo non poteva rinunciare a questa “libertà” da concedere alle imprese, che si tradurrà - oltre che in un certo numero di licenziamenti – soprattutto in un silenziamento rigido dei lavoratori e della possibilità di fare davvero sindacato in azienda.

Il “compromesso” è l’orrore che ci si aspettava. Che salva le “forme” (in modo da non far perdere completamente la faccia al Pd e alla Cgil), mentre fa avanzare la sostanza.

In pratica:

a) l’azienda licenzia il lavoratore “per motivi economici”;

b) entro 7 giorni la direzione territoriale del lavoro convoca azienda e lavoratore per la “conciliazione obbligatoria”, che ha per obiettivo la determinazione di un indennizzo condiviso da entrambe le parti;

c) se non c’è l’accordo il lavoratore può ricorrere al giudice;

d) il quale dovrà però valutare se la motivazione economica sia valida (o non nasconda in realtà intenzioni “discriminatorie”) secondo una “tipizzazione” molto più rigida dell’attuale, in modo da togliergli la “libertà” di interpretare la legge;

e) se il giudice non troverà motivi per contestare la causale scelta dall’azienda, darà il via libera al licenziamento e il lavoratore – che aveva avuto l’ardire di ricorrere alla magistratura – perderà anche l’indennizzo.

Non serve essere degli esperti di diritto sindacale per capire che, con questa mannaia messa alla fine del percorso, i lavoratori saranno “disincentivati” dal ricorso alla magistratura. La domanda che si dovranno porre subito sarà infatti: “prendo questi quattro soldi sicuri o vado avanti rischiando di perdere tutto?”

Non è una nostra interpretazione malevola. Potete leggere l’articolo de Il Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria che ovviamente - fin dal titolo, che dà una notizia falsa, o almeno tragicamente incompleta - apprezza molto questo “compromesso” che toglie quasi ogni difesa reale al lavoratore.

Anche Repubblica falsifica intenzionalmente: "Licenziamenti economici, possibile il reintegro". Paradossalmente, è meno falsario il titolo del Corriere della Sera: "Licenziamenti economici, possibile reintegro se palesemente illegittimi". Dove il "palesemente" riduce al lumicino le "possibilità di reintegro".

Se i giornalisti che scrivono certe cose si fermassero a pensare che questa sorte potrà toccare anche a loro, un giorno o l’altro, forse sarebbero un po’ più cauti nel “benedire” certe scelte...

Dante Barontini
da contropiano

pc 5 aprile - il processo ai NOTAV

NOTAV: riflessioni sull'udienza contro Nina e Marianna


Reduce dalla prima udienza del processo a Nina e Marianna, arrestate il 9 settembre 2011 nel corso di una manifestazione al Clarea.

Le prime testimonianze portate dal PM sono state quelle di Carabinieri e agenti della DIGOS che hanno evidenziato lacune, contraddizioni, sugli orari, sui numeri, e sul motivo stesso dell'uscita dalle reti.

C'è chi l'ha definita un'uscita per una carica di alleggerimento e chi, invece, ha esplicitamente parlato di un'uscita per <

>. Su una cosa sembrano essere tutti d'accordo: nessuna prova fotografica che mostra Nina o Marianna effettuare gesti "violenti" (lanci di oggetti), nessuna testimonianza che le abbia individuate "tra quelli che hanno effettuato gesti violenti". Un'altra cosa l'abbiamo capita con certezza ed ha a che fare con i lacrimogeni e le "regole" d'utilizzo: andrebbero tirati a candela con un'angolazione minima di 45°. Andrebbero, appunto. I testimoni ascoltati sino a questo momento parlano, relativamente ai fatti del 9 settembre, di lanci di lacrimogeni "a mano" e a grappolo. Nessuno sembra aver visto quei candelotti con tanto di propulsore interno che quella notte hanno raggiunto più di un manifestante, sfiorando anche la sottoscritta, con un'evidente gittata ad altezza uomo. Non pervenuti. Sarà stata la mia fervida immaginazione? La soluzione è chiara, stando al PM: per evitare i lacrimogeni, basta spostarsi.... Certo! Come abbiamo fatto a non pensarci prima? Altra curiosità relativa all'uso degli idranti. Secondo le testimonianze, infatti, il 9 settembre sarebbero stati usati "solo" i manicotti collegati ad una rete idrica. Alla domanda se la rete idrica fosse stata creata per usi cantieristici o solo per ordine pubblico nessuno ha saputo rispondere. A noi viene un altro dubbio: come mai nessuno ha accennato agli automezzi della polizia, usati anche quella sera contro i manifestanti? Questa foto, se la memoria non m'inganna, fu pubblicata il 10 settembre sulla gallery de La Stampa e non si trattava di immagine di repertorio, ma di un mezzo usato proprio il 9 settembre. E' poco chiaro anche se siano stati usati prima gli idranti e poi i lacrimogeni.... ma poco importa, come direbbe il PM, per evitarli basta "non essere li'"... Avremmo avuto anche la curiosità di capire il contenuto del "verbale di sequestro" seguito alla perquisizione di Marianna, eppure di questo documento non c'è traccia. Peccato. Perché dovrebbe essere quello il cui contenuto dimostra che "aveva con sé uno zaino contenente pietre". Quelle stesse pietre che hanno causato la caduta di uno degli agenti, all'interno delle reti. E' assolutamente certo che la pietra sulla quale si è inciampato sia stata tirata da un manifestante. Eh si, perché probabilmente prima di essere tirate sono state contrassegnate, del tipo "io c'ero già", "io ci sono arrivata non mi ricordo da dove". Ogni pietra, insomma, ha una storia da raccontare. E anche noi. Quella di Nina e Marianna che, almeno dall'udienza di oggi, sono state "prese" perché si sono inciampate, perché erano "staccate" dal gruppo principale e, forse, perché "bisognava pur prendere qualcuno". Non importa chi. Purché fosse qualcuno tra noi. Queste le prime impressioni, a più tardi per una narrazione più precisa, devo riordinare pagine e pagine di appunti... A sarà dura!

mercoledì 4 aprile 2012

pc 4 aprile - DALLA FIAT SATA: L'APPARENTE PARADOSSO

Proletari comunisti ieri è stata alla Fiat Sata a distribuire un foglio contro la riforma del lavoro, l'attacco all'art.18 e la situazione alla Fiat; alle stesse portinerie vi erano due sindacalisti della Fim a dare un volantino sulle loro proposte di modifica all'art. 18 (le stesse praticamente su cui si è costruita la santa alleanza da Bersani ad Alfano); gli operai e le operaie buttavano questo e chiedevano il nostro foglio.
Come sempre vi è stata discussione, soprattutto con operaie, sulla situazione in fabbrica, in particolare sulle condizioni di lavoro e sulla questione dei tre licenziati.
Gli operai hanno ripreso a lavorare dopo un periodo di fermo per lo sciopero dei bisarchisti. Ma questo è solo l'ultimo dei periodi in cui gli operai sono stati costretti a non lavorare. Da mesi, e, dicono gli operai, sta diventando un fatto quasi ordinario, periodi di cassaintegrazione più o meno lunghi, a volte settimane a volta anche solo giorni (a marzo vi sono stati 16 giorni di cig) si alternano a periodi di lavoro. Ma il paradosso, apparente, hanno denunciato gli operai, è che quando si lavora la Fiat pretende che si recuperi la produzione non fatta nei periodi di cassaintegrazione; quindi la situazione è che si pretende di fare in tre giorni la produzione di una settimana, aumentando i carichi di lavoro, e riducendo i tempi di lavoro. Così la Fiat non perde niente e invece gli operai perdono salario e salute.
E' chiaro che per la Fiat questo non è affatto un paradosso, in questo modo regola i ritmi produttivi della Punto con gli standard di mercato. Se le auto Fiat si vendono sempre di meno - si parla di un calo del 35% - questo viene scaricato sugli operai, appunto combinando insieme cig, con grosso risparmio salariale per l'azienda, e aumento della produttività quando serve.

Le operaie e gli operai hanno parlato del clima difficile in fabbrica, del peso che ha la crisi sulla attuale mancanza di risposta operaia alla linea Marchionne. "Ora, la media degli operai ha sui 40/44 anni - diceva un'operaia - ha famiglia da mantenere, mutui da pagare; in questa situazione c'è il timore di perdere questo posto di lavoro".
E proprio sul clima in fabbrica, la discussione con gli operai è andata sulla questione del peso che ha su questo il mancato rientro in fabbrica, nonostante la sentenza positiva e definitiva, dei tre operai, Giovanni Barozzino, Lamorte Antonio e Marco Pignatelli. La Fiat li vuole tenere fuori, ma anche gli operai dicono che devono essere portati in fabbrica, anche con i carabinieri, perchè questo "sarebbe un segnale di fiducia importante verso gli operai, sarebbe un risultato per tutti, contribuirebbe a rompere un clima di rassegnazione, paura, anche di mancanza di unità". Landini che in ogni apparizione televisiva parla dei tre operai, della mancanza di democrazia in fabbrica, non può sempre e solo denunciare e poi non utilizzare la sentenza per passare dalle parole ai fatti.
Denunciare l'attacco ai diritti sindacali, ai lavoratori da parte di Marchionne e non fare ciò che è necessario per rispondere al fascismo padronale è criminale, perchè non fa che accompagnare con i lamenti il peggioramento della situazione; e quindi la Fiom non è la soluzione, ma è il problema.

Ma proprio alla Fiat Sata, invece, contrastare il piano Marchionne è possibile. La possibilità, come abbiamo parlato con gli operai ieri, sta nella storia di questa fabbrica, degli operai, sta nei "21 giorni", nella resistenza degli anni successivi, sta più recentemente nella risposta iniziale al piano Marchionne, ai licenziamenti dei tre operai. Per questo è importante rinnovare la memoria di classe.
Anche su questo Proletari comunisti è impegnata a dare un contributo. E ieri ha annunciato agli operai che tra poco uscirà un libro che ripercorrendo tutta la vicenda Fiat 2010/2011, riprendendo la "primavera" dei 21 giorni, vuole restituire questa memoria per rafforzare la critica di classe contro il fascismo padronale e farne arma per rispondere alla guerra dei padroni con la guerra di classe.

pc 4 aprile - Rosario Bentivegna - un grande partigiano che resta nei cuori e nella storia del proletariato e dei comunisti italiani



l'attacco di via Rasella è stato il più grave subito dai tedeschi in una città posta sotto il loro controllo in tutta Europa, essa fu l'azione più clamorosa di Bentivegna, la sua storia partigiana è ricca di molti altri episodi di coraggio: arrestato nel 1941, dopo la scarcerazione aderì nel 1943 al Partito comunista. Con l'armistizio e la formazione dei Gruppi di azione patriottica, fu tra i più valorosi protagonisti della Resistenza, sia a Roma (assalto a militari tedeschi in piazza Barberini, attacco a un corteo fascista in via Tomacelli) che nella zona della Casilina, dove comandò formazioni partigiane

pc 4 aprile - la solidarietà da firenze al movimento notav

Il tav è un treno e molto di più. Il tav è un modo di gestire i soldi pubblici, socializzando le perdite e regalando facili profitti ai privati, ai grandi cartelli di costruttori. Il sottoattraversamento Tav di Firenze e il centro commerciale mascherato da stazione annesso, costeranno forse 3 miliardi di euro.
Gli investimenti per l'intera rete regionale dei treni pendolari è pari a 350 milioni spalmati sui prossimi anni. Sono quindi un decimo di quanto si spenderà per realizzare 7,5 chilometri di tunnel Tav e la faraonica stazione Foster. 350 milioni è quanto costerebbe adeguare le attuali linee fiorentine per far passare il Tav in superficie, secondo un progetto alternativo mai preso davvero in considerazione. Con il passaggio in superficie si risparmiano risorse da destinare alle priorità del
trasporto pendolari ed alla messa in sicurezza della rete ferroviaria, perchè non accadano più stragi colpevoli frutto della mancanza di manutenzione, come a Viareggio nel giugno 2009. Il tunnel sotto Firenze mette a rischio molte case, farà barriera sulla falda acquifera che corre nel sottosuolo alzandola a monte e abbassandola a valle. Il materiale di scavo già ora viene portato via da camion:
sono più di 100 al giorno soltanto per il cantiere nella zona del Lippi, e gli scavi per il tunnel devono ancora iniziare. Significa polveri sottili per tutti, strade rotte e traffico impazzito. Infine le terre estratte, impastate dalle sostanze chimiche sono rifiuti. dove li metteranno?
Sono tutte considerazioni legittime e di banale buon senso, ma il Tav non è soltanto un treno, è una professione di fede. Bisogna crederci. Tav significa credere nel progresso che marcia sui binari veloci dell'economia di mercato. Significa sopprimere i treni notte, e quindi lasciare a casa 800 lavoratori, ora in esubero, oppure licenziare chi si impegna per la verità e la giustizia sulla strage di
Viareggio, come il ferroviere Riccardo Antonini. Significa come è stato fatto nel Mugello far scomparire 81 torrenti, prosciugare più di 60 tra pozzi e sorgenti, inquinare 24 corsi d'acqua e alla fine far dire da un tribunale "che volete ? i danni son connaturati all'opera". Significa ghiotti affari per la giungla dei subappalti, terreno fertile per le infiltrazioni mafiose. Significa incontrollabili
voragini finanziarie a scapito del debito pubblico, che poi dovremo ripagare noi. Il tav è un modo di pensare il mondo diviso per classi di reddito. Come la stazione di Santa Maria Novella: sala d'aspetto climatizzata per i clienti gold e panchine in mezzo all'atrio, al caldo d'estate e al gelo d'inverno, per il resto dei viaggiatori. Il Tav non si può scegliere, ma si deve imporre, perchè è tutto fuorchè soltanto un treno.
Noi non crediamo nel Tav, ma preferiamo la Val di Susa. Preferiamo quella popolazione coraggiosa che da decenni s'oppone con le proprie ragioni pragmatiche alla realizzazione alla linea Tav Torino-Lione. Non crediamo che quella Valle sia un fastidioso neo che ci separa dall'Europa, un problema di ordine pubblico da schiacciare manu militari. Non è andare da Torino a Lione in un paio d'ore di
treno che ci legherà gli uni agli altri. La vera speranza risiede invece in quel sentimento di solidarietà e di reciproco sostegno grazie ai quali la Valle continua a resistere.
Ci sentiamo vicini a coloro che sono stati arrestati per questo lotta e a fianco di Luca Abbà.
Per saperne di più sulla questione Tav e sottoattraversamento di Firenze, per conoscerci e discutere assieme vi invitiamo tutti a passare dal 2 al 6 aprile presso il presidio permanente No Tav in largo Gennarelli (giardini di Viale Malta)

Programma
Lunedì 2: h 21 proiezione “Fratelli di Tav”, altri video NoTav e No Inceneritore
Martedì 3: dopo cena iniziativa/dibattito su Pietro Mirabelli e la sicurezza nei cantieri, strage di Viareggio e il licenziamento del ferroviere Riccardo Antonini.
Mercoledì 4: dopo cena interventi e video su Val di Susa, Firenze, Veneto e Mugello
Giovedì 5: apericena di sottoscrizione per Luca Abbà e serata di solidarietà con la Val di Susa
Tutti i giorni apericena h 19, streaming da Radio BlackOut di Torino, video, musica
Assemblea Notav Firenze
_______________________________________________

pc 4 aprile - mobbing a sfondo sessuale contro operaie immigrate nelle cooperative targate GEOX inn veneto

COMUNICATO STAMPA - 3-4-2012 - RINVIATI A GIUDIZIO DUE CAPI REPARTO DELLE COOPERATIVE OPERANTI NEI CAPANNONI GEOX PER MOBBING A SFONDO SESSUALE

Una operaia immigrata africana della provincia di Treviso e ns.iscritta, operante nelle cooperative interne a Geox nel 2009 e attualmente in causa anche per appalto illecito ed impugnazione di licenziamento (fa parte di un gruppo di 4-5 vertenze di operai immigrati che hanno il processo iniziante il 11 maggio a Treviso), ha visto il rinvio a giudizio dei due capi da lei denunciati per mobbing sessuale. La lavoratrice ha denunciato che se non ci stavi, il prezzo da pagare era il licenziamento. Ci sono state denunce e verifiche e testimonianze, prima di giungere al processo, in cui la operaia è assistita dall'Avv.Elisabetta Giacomelli, che ha visto la costituzione delle parti e il rinvio per la discussione al prossimo mese di novembr

pc 4 aprile - sgomberato con violenza a milano uno spazio occupato

Sgomberato con la forza il Laboratorio dei Beni Comuni di via Padova
Assemblea Pubblica ore 18 – via Padova, angolo via Bassano del Grappa

Milano 3 aprile. Alle 10 e 30 la DIGOS entra nel Laboratorio per i Beni Comuni intimando ai presenti di andarsene, previa identificazione, altrimenti sarebbero intervenuti i reparti antisommossa. Detto fatto, in 10 minuti la via è militarizzata: 20 digossini, 3 volanti, 3 blindati e un pullman di celerini(una cinquantina). Si presenta anche un sedicente “commissario dell’ALER” e afferma che l’ALER ha deciso (ieri?) di aprire lì dei suoi uffici territoriali, dopo che i locali sono rimasti chiusi e inagibili per quasi 20 anni.
Accorrono alcuni compagni, viene bloccato il traffico in via Padova, i celerini e la digos tentano di fermarli e isolarli, abitanti della zona si schierano con i compagni, litigano con i poliziotti, la tensione sale. Arriva anche un’ambulanza, un compagno sopraffatto da 8 poliziotti ha accusato un malore (non grave). La situazione non è degenerata solo grazie al bordello fatto per strada, che ha richiamato l’attenzione del quartiere intero.
Arriva anche la squadra dei fabbri a blindare porte e serrande saldando lastre di metallo, un intervento di emergenza costato diverse miglia di euro all’ALER, lo stesso ente che non ha soldi per interventi ordinari, che rifiuta la manutenzione nelle case popolari.
Invece di utilizzare i beni comuni di cui sono proprietari i cittadini anche la Giunta Pisapia sceglie la politica di sigillare, rendere inagibili, decine e
centinaia di locali, negozi, alloggi, appartamenti.
Contattata l’assessore Castellano durante lo sgombero, si è detta del tutto “d’accordo con le nostre ragioni” e ci ha comunicato che “sono mesi che sto
cercando di mettere mano alla situazione” (cioè alla mafia degli alloggi e dei
locali chiusi? Alle clientele con i politicanti che hanno fatto dell’ALER il
proprio bancomat?). Ad ogni modo ha annunciato che “prenderà in carico le sorti del Laboratorio per Beni Comuni”, invitandoci a proporle una data per un incontro. Ottimo che l’Assessore si sia pronunciato. Occorre passare dalle buone intenzioni ai fatti, mobilitando le associazioni e le organizzazioni, i movimenti, per censire il patrimonio pubblico e stabilire la destinazione e l’uso immediato dei locali lasciati all’abbandono, al degrado e alla speculazione.
Intanto la linea e la data dell’incontro la fissiamo noi e siamo già fuori tempo massimo.
Gli spazi di via Padova / via Bassano del Grappa sono già diventati uno spazio
sociale per il quartiere. In questi pochi giorni di attività (e soprattutto di
lavoro) abbiamo raccolto la solidarietà e il sostegno di inquilini, negozianti,
famiglie. Non servono autorizzazioni o nulla osta, queste sono le credenziali
per cui, lamiere o non lamiere, polizia o meno, il Laboratorio dei Beni Comuni
continuerà a esistere in via Padova. Se non è oggi è domani, se non è di
mattina sarà di notte, riapriamo. Continueremo a liberare spazi, quegli spazi.
Le considerazioni da fare sono ancora tante. Una su tutte, nello stesso stabile un locale di 300 metri quadri è in uso a gruppi di fascisti e razzisti come i volontari verdi e i reduci della X-MAS. Affitto pagato da Boni. Sì, quel Boni, presidente del Consiglio Regionale, indagato per le mazzete Lega / PdL (una parte delle quali usate anche per “pagare” quell’affitto?). Questa è la legalità dell’ALER. Noi ne abbiamo un’altra. Riappropriarsi degli spazi, delle case, dei beni comuni, perché sono proprietà dei cittadini, non beni a uso e consumo di politicanti, speculatori e amici degli amici. Gli interessi collettivi sono al di sopra degli interessi privati.
Invitiamo i movimenti, i singoli, le associazioni, i comitati a un’assemblea
pubblica di fronte al Laboratorio dei Beni Comuni. Faremo riflessioni e valutazioni, prenderemo le misure per liberare ancora i locali per un uso collettivo e popolare. Questa è una misura concreta per fermare il degrado in un quartiere che ne ha bisogno, in una città che la reclama.

ASSEMBLEA PUBBLICA, VIA PADOVA, ANGOLO VIA BASSANO DEL GRAPPA, ORE 18

Laboratorio per i Beni Comuni di via Padova - Contatti: carcmi@libero.it- tel
328.20.46.158

pc 4 aprile - bergamo - nulla e nessuno può fermare la lotta di classe degli operai immigrati di brignano


Il coordinamento nazionale dello slai cobas per il sindacato di classe esprime la massima vicinanza,solidarietà a M.B delegato immigrato del sindacato al magazzino KN di brignano -Bergamo.
Si vuole stroncare una lotta e una organizzazione esemplare nel cuore della logistica della zona, che cobatte lo schiavismo operaio e afferma diritti, salari e lavoro, ma non ciriusciranno.
Il coordinamento nazionale dello SCSC invita tutte le forze del sindacalismo di classe e tutte le forze politiche e sociali proletarie ad esprimere la solidarietà e a partecipare alle iniziative di mobilitazione locale e nazionale che saranno decise nelle prossime ore.

slai cobas per il sindacato di classe
coordinamento nazionale
4 aprile 2012

solidarietà che può essere inviata a Slai COBAS per il sindacato di classe
Sede regionale: Dalmine Viale Marconi, 1 24044 (Bergamo)
Cell. 335/5244902 Fax 035/19968666 cobasdalmine@infinito.it

COMUNICATO STAMPA
Delegato dello Slai Cobas per il sindacato di Classe vittima di un’aggressione a mano armata.

All’alba di oggi 03/03 M.B., un nostro delegato attivo nel magazzino Kuhene Nagel di Brignano Gera d’Adda è stato vittima di un agguato da parte di un uomo incappucciato, mentre, a bordo della propria auto, si apprestava a partire da casa per recarsi al lavoro. Solo grazie alla sua prontezza M.B. è uscito illeso da questa imboscata poiché, mentre accelerava per sfuggire all’aggressore, questo esplodeva un colpo di pistola che andava a conficcarsi nella carrozzeria dell’auto .
M.B., un attivista sindacale da anni impegnato sul fronte delle battaglie in difesa dei diritti dei lavoratori, dal maggio 2011 conduce, assieme ai colleghi del magazzino di Brignano organizzati nello Slai Cobas SC, una strenua lotta contro lo strapotere delle cooperative che gestiscono la logistica con metodi schiavistici, conquistando, grazie alla propria tenacia e determinazione, un notevole miglioramento delle proprie condizioni di lavoro.
Lo Slai Cobas SC e tutti i delegati esprimono massima solidarietà a M., auspicando che la magistratura faccia luce sull’accaduto in tempi brevi.
La lotta continua.

Sebastiano Lamera
Slai Cobas per il sindacato di Classe

pc 4 aprile - attentato a delegato dello slai cobas per il sindacato di classe a Bergamo


la massima solidarietà e mobilitazione locale e nazionale da parte di proletari comunisti

Slai COBAS per il sindacato di classe
Sede regionale: Dalmine Viale Marconi, 1 24044 (Bergamo)
Cell. 335/5244902 Fax 035/19968666 cobasdalmine@infinito.it


COMUNICATO STAMPA


Delegato dello Slai Cobas per il sindacato di Classe vittima di un’aggressione a mano armata.

All’alba di oggi 03/03 M.B., un nostro delegato attivo nel magazzino Kuhene Nagel di Brignano Gera d’Adda è stato vittima di un agguato da parte di un uomo incappucciato, mentre, a bordo della propria auto, si apprestava a partire da casa per recarsi al lavoro. Solo grazie alla sua prontezza M.B. è uscito illeso da questa imboscata poiché, mentre accelerava per sfuggire all’aggressore, questo esplodeva un colpo di pistola che andava a conficcarsi nella carrozzeria dell’auto .

M.B., un attivista sindacale da anni impegnato sul fronte delle battaglie in difesa dei diritti dei lavoratori, dal maggio 2011 conduce, assieme ai colleghi del magazzino di Brignano organizzati nello Slai Cobas SC, una strenua lotta contro lo strapotere delle cooperative che gestiscono la logistica con metodi schiavistici, conquistando, grazie alla propria tenacia e determinazione, un notevole miglioramento delle proprie condizioni di lavoro.

Lo Slai Cobas SC e tutti i delegati esprimono massima solidarietà a M., auspicando che la magistratura faccia luce sull’accaduto in tempi brevi.

La lotta continua.

Sebastiano Lamera
Slai Cobas per il sindacato di Classe



segue rassegna stampa:

Aggressione al sindacalista Parte il colpo di pistola

Paura a Bernareggio CommentiUn uomo ha volto corpo ha assaltato un giovane rappresante Slai-Cobas di una coop che opera in provincia di Bergamo. Parte un colpo di pistola accidentale che colpisce l'auto del sindacalista

di Marco Dozio il Giorno

Bernareggio, 3 aprile 2012 - Colpo di pistola all’alba contro un sindacalista dello Slai Cobas. E’ successo questa mattina a Bernareggio, in via Dante, quando erano da poco passate le cinque. Un uomo a volto coperto ha aggredito un ragazzo romeno di 35 anni, delegato sindacale in una cooperativa di logistica che opera in provincia di Bergamo.

L’aggressore aveva con sé una pistola, dalla quale è partito accidentalmente un colpo che ha trafitto l’autosu cui si trovava il sindacalista. La vittima, illesa, è riuscita a scappare avvisando i carabinieri di Vimercateche ora stanno indagando per capire i motivi dell’aggressione. Non si esclude che possa essere legata all’attività sindacale svolta dal ragazzo. Sul posto i militari guidati dal Capitano Marco D’Aleo hanno rinvenuto un’ogiva, la parte anteriore del proiettile, che è stata posta sotto sequestro.









Bernareggio: colpo di pistola contro sindacalista
„Bernareggio, paura in paese: colpo di pistola contro




sindacalista
L'uomo è stato aggredito in via Dante questa mattina mentre si recava al lavoro alle prime luci dell'alba. Poi un colpo di pistola. Le indagini dei carabinieri stanno cercando di ricostruire la dinamica; movente forse legato


all'attività sindacale




Bernareggio: colpo di pistola contro sindacalista
„Un colpo di pistola è stato esploso questa mattina alle prime luci dell'alba a Bernareggio contro un sindacalista. Il fatto, la cui dinamica non è ancora del tutto chiara, è accaduto in via Dante. B.M., rumeno, residente in paese, rappresentante locale della sigla SLAI-COBAS, lavora nella cooperativa ISL Consorzio che opera nella bergamasca. L'uomo si stava recando al lavoro quando una seconda persona, pare col volto coperto, ha cercato di intrufolarsi nella macchina di cui era alla guida. Attimi di tensione. Nella concitazione dalla pistola dell'aggressore è partito un colpo. L'arma secondo le prime ricostruzioni non era impugnata ma tenuta in tasca. Il proiettile esploso ha trapassato lo sportello dell'auto dal lato del guidatore senza fortunatamente raggiungerlo; il lavoratore è riuscito ad allontanarsi e a dare l'allarme. I carabinieri della Compagnia di Vimercate sono accorsi sul posto, ma dell'aggressore non c'era più traccia. I militari hanno però raccolto un'ogiva che sarà analizzata. E' possibile che il movente dell'aggressione sia da ricercare nell'attività sindacale del cittadino romeno.“

martedì 3 aprile 2012

pc 2-3 aprile - Onore a Rosario Bencivegna

E' morto Rosario Bencivegna, partigiano dei gap, eroe della resistenza. Prese parte all'azione di via Rasella a Roma il 23 marzo del '44, in cui i Gap romani attaccarono un reparto delle truppe di occupazione tedesca.
La rappresaglia nazifascista non si fece attendere con l'odiosa strage delle fosse ardeatine.

L'azione di via Rasella, e con essa i Gap, sono state oggetto di ripetuti tentativi di criminalizzazione.

Onore a rosario Bencivegna!

pc 2-3 aprile - Pensionata si suicida a Gela. "Le avevano tagliato la pensione"

Questo governo di succhiasangue, di banchieri e padroni, il governo Monti della dittatura dei tecnici del Capitale è il principale responsabile di questo massacro sociale: tagli alle pensioni, aumento dell'età pensionabile, cancellazione dell'art. 18 e degli ammortizzatori sociali, tasse e aumenti delle tariffe, servono a fare uscire dalla crisi i fottuti padroni e banchieri che questa crisi proprio loro hanno generato rovesciandola sugli operai e le masse popolari!
La rivolta proletaria e popolare è l'unica strada che abbiamo da fare.

03 Aprile 2012
Una pensionata di Gela si è suicidata lanciandosi dal balcone della casa in cui viveva con i figli. Le ragioni del gesto estremo, secondo quanto riferiscono i parenti, sarebbero da ricercare in questioni di natura economica. La donna, a quanto pare, aveva una pensione di 800 euro al mese che l'Inps avrebbe tagliato, riconoscendogliene 200 in meno. Nunzia C., 78 anni, l'anno scorso aveva perso il marito e a quanto pare viveva con l'incubo di non farcela ad arrivare alla fine del mese.

lunedì 2 aprile 2012

pc 2-3 aprile - Il fascista/padronale Marchionne continua ad esternare...

l'infame extracomunitario canadese ad della fiat ed i diritti costituzionali (dal sito del giornale web nuova società)

LE PERLE DI MARCHIONNE: TROPPI DIRITTI UCCIDONO"
di Giulia Zanotti
Più che un semplice dirigente un vero e proprio maestro di vita. Già, l'ad Fiat Sergio Marchionne non smette mai di stupire dando di volta in volta consigli su come organizzare la propria esistenza e quella della società.
Così nella lezione di oggi, il moderno Seneca, ha pensato bene di mettere in guardia contro i troppi pericoli dell'avere dei diritti. «Se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo» ha ammonito dal convegno degli ex alunni della Bocconi. Ma attenzione a chi pensa che si tratti di una delle sue solite "sparate". Infatti, le Minima Moralia dell'italo-canadese si basano su una riflessione storica ben precisa a partire da quanto accaduto nel 1968 con un «movimento di lotta pienamente condivisibile ma che ha avuto un effetto devastante nei confronti dell'atteggiamento verso il dovere». Già, perchè oggi secondo Marchionne si vive nell'epoca dei soli diritti mentre sarebbe necessario «tornare ad un sano senso del dovere, alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare».
Degno di nota, infine, quelli che secondo l'ad Fiat sarebbero i diritti che tanto rischiano di ucciderci: «Il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, a urlare, sfilare e pretendere». Chissà, forse per non avvertire il bisogno di questi diritti basterebbe la decima parte del suo stipendio...

pc 2-3 aprile - INDIA E TANGENTI FINMECCANICA, LA TV INDIANA DENUNCIA

La Tv indiana contro Finmeccanica: “Tangenti per gli elicotteri?”

La televisione Times Now mostra documenti intestati alla Agusta Westland per il pagamento di commissioni su un appalto di fornitura alla polizia indiana (poi tramontato). Interesse della Procura di Napoli. La società smentisce categoricamente di avere mai pagato per quello o qualsiasi altro appalto. E minaccia azioni giudiziarie nei confronti
dell'emittente indiana. La Procura di Napoli considera molto importante l’affare indiano di Agusta Westland. Il nostro articolo  nel quale si svelava un documento inedito sulle commissioni offerte dalla società del gruppo Finmeccanica nel tentativo di aggiudicarsi un ordine di elicotteri in India è stato letto con molta attenzione in Procura. E anche sugli affari indiani è stato sentito nei mesi scorsi dai pm Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock – nell’ambito dell’indagine per corruzione internazionale nata dal caso Lavitola-Panama, ma ormai decollata verso altri lidi – l’amministratore delegato di Agusta Bruno
Spagnolini. All’epoca delle trattative indiane nel 2009-2010 Spagnolini era l’uomo di fiducia dell’amministratore delegato, quel Giuseppe Orsi poi asceso alla poltrona più importante di presidente e amministratore del gruppo Finmeccanica.
Ieri, è stata la giornata del silenzio.
Nessun commento da parte dell’ufficio stampa di Finmeccanica e, soprattutto, nessun commento di un politico italiano. Leader e mezze tacche, di centrosinistra e centrodestra, passando ovviamente per il generale-ministro della Difesa Giampaolo Di Paola e per il presidente del Consiglio Mario Monti, non hanno avuto da ridire su quanto pubblicato dal Fatto.

RICAPITOLIAMO: da mesi ormai i giornali hanno dato notizia dell’interessamento dei pm di Napoli per il grande affare di Agusta in India: la commessa da 560 milioni di euro ottenuta nel 2010 per la fornitura di 12 elicotteri AW 101 al ministero della Difesa. Nei primi giorni di marzo era rimbalzata in Italia anche la notizia dell’apertura di un’indagine da parte del ministero della Difesa indiano sull’affare, notizia poi smentita dal ministro sull’Indian Express. Mercoledì però c’è stato il colpo di scena: Navika Kumar, una famosa reporter investigativa indiana ha mostrato in un servizio della tv Times Now (titolato: “Esclusivo: tangenti per l’affare degli elicotteri?”) ben sette documenti che a detta della tv indiana porrebbero seri quesiti sugli affari indiani di Agusta. Il documento più importante, mostrato in tv mercoledì e ripubblicato dal Fatto (non smentito da Finmeccanica) è una lettera su carta intestata di Agusta Westland datata agosto 2009 nella quale la società italiana offre alla Ganton Ltd di New York un pagamento dell’8 per cento sul valore del contratto per gli elicotteri e del 15 per cento sui ricambi.
Ovviamente solo se la commessa sarà ottenuta da parte di Agusta. L’oggetto del contratto di consulenza siglato con il presidente della società Ganton Ltd, Mister Edmonds C Allen, è però la fornitura di 12 elicotteri AW 119 alla Polizia indiana. E Finmeccanica ha buon gioco a sottolineare che quell’affare non è stato mai concluso, mentre Agusta si è aggiudicata un’altra commessa con il ministero della Difesa per gli elicotteri vip AW 101. “Il contratto con Ganton è un normale accordo per pagare commissioni a un agente e prevedeva clausole stringenti di rispetto delle norme. Non è stato poi eseguito perché – sostengono a Finmeccanica – non abbiamo siglato nessun contratto per la fornitura alla Polizia indiana”. Parallelamente, nello stesso periodo e con lo stesso governo, Agusta otteneva la commessa da 560 milioni di euro per gli elicotteri AW 101, ma stavolta, precisano da Finmeccanica: “Non abbiamo pagato nemmeno un euro di commissione né a Ganton Ltd né a nessun altro per il semplice motivo che la legge indiana lo vieta”.

RESTANO però sul tavolo una serie di questioni non da poco. Innanzitutto non si comprende chi ci sia dietro la Ganton ltd. Edmonds Allen potrebbe essere un prestanome e secondo la tv indiana la società sarebbe dell’imprenditore Abhishek Verma, arrestato nel 2006 per un altro scandalo dal quale è uscito indenne, ma ora di nuovo sotto investigazione per sospetto riciclaggio. La tv Times Now, ha mostrato anche altri documenti che, dopo la minaccia di azione legale di Finmeccanica sono però spariti dal web. Tra questi ci sarebbe una lettera nella quale il ministero della Difesa indiano chiede a Edmonds Allen di portare documenti sulla Ganton Ltd all’ambasciata indiana a New York e una lettera nella quale si parla di 410 milioni di dollari contesi tra Verma ed Edmonds Allen. L’affare tra i due non sarebbe connesso, a quanto si vede dal servizio tv, alla questione Agusta, ma certamente pone interrogativi sul partner prescelto da Agusta per le sue transazioni in India. Il codice etico approvato in pompa magna da Finmeccanica solo nel 2010 permette di scegliere simili partner di affari? Lo abbiamo chiesto alla società e restiamo in attesa di risposta.

da Il Fatto Quotidiano del 31 marzo 2012

pc 2-3 aprile - ancora sbirri stupratori

Ricatto hard alle prostitute in caserma
Arrestati due carabinieri. Prestazioni sessuali in cambio della libertà


Non soltanto finanzieri dei «Baschi verdi», come i cinque condannati da 6 a 2 anni per una serie di violenze sessuali su prostitute straniere consumate in auto nel 2009 durante i controlli. Adesso anche due carabinieri della tenenza di Pero sono stati arrestati dal gip Maria Grazia Domanico con le imputazioni non solo di violenza sessuale ma anche di concussione, per fatti avvenuti dentro la caserma tra la fine del 2009 e l' inizio del 2010.


Nel corso delle indagini del pm Cristiana Roveda sui finanzieri, era stata interrogata una prostituta romena che aveva aggiunto che qualcosa di analogo era accaduto anche a lei e a una sua amica una notte di ottobre 2009, ma ad opera di due uomini scesi da una auto blu e che si erano qualificati come carabinieri. Portate in una caserma che non sapevano collocare, si erano sentite esporre questa alternativa: o restare lì fino alla mattina e col rischio poi di incorrere in denunce per qualche tipo di reato, oppure concedere prestazioni sessuali ed essere poi riaccompagnate a casa loro senza altri problemi. Una delle donne era stata condotta in una stanza al piano superiore da uno dei due carabinieri che aveva avuto con lei un rapporto sessuale, mentre il collega aveva fatto lo stesso con l' altra ragazza ma al piano terra.


Uno screening di tutti gli accessi ai computer dei carabinieri ha consentito al pm Giovanni Polizzi di risalire alla caserma di Pero, dove l' allora comandante ad interim (il maresciallo Antonio Coriolano) e un appuntato (Massimo Raiconi) respingono le accuse delle ragazze che in foto li hanno riconosciuti all' 80% e al 100%.


Il Tribunale del Riesame, che ha confermato gli arresti anche per il rischio che le due ragazze siano indotte a ritrattare nel prossimo «incidente probatorio», valorizza pure che sull' auto del maresciallo (dotata di paletta) lo scorso 23 febbraio sia stata trovata un' altra prostituta (a lui legata) in compagnia di un pregiudicato.

pc 31-1 aprile - Milano corteo No Debito lavoratori slai cobas sc

domenica 1 aprile 2012

pc 31-1 aprile - No Tav scrivono dal carcere: "Siamo solo indagati ma il trattamento è simile al 41 bis"

Questo il testo della lettera/testimonianza/appello dei compagni "No Tav" detenuti nel carcere di Saluzzo letta ieri al termine del corteo "no debito" #occupy piazza affari di Milano

Siamo i detenuti della sezione “isolamento” del carcere di Saluzzo e vorremmo portarvi a conoscenza della situazione in cui siamo costretti a vivere.

Siamo tutti imputati in attesa di giudizio (quindi solamente indagati) e nonostante questo siamo rinchiusi in una sezione di isolamento.

La direzione del carcere sostiene che noi (siamo 12 detenuti) non siamo in regime di isolamento dal momento che in cella siamo in due (alcune volte anche tre). La stessa direzione si dimentica tuttavia di dire che questa situazione è dovuta solo al sovraffollamento.

Ogni cella dispone di un proprio cortile per la permanenza all'aria. Un cortile grande 6 metri x 2 metri e 80 centimetri, con un muro di 5/6 metri di altezza, che in autunno, inverno e in buona parte della primavera, non vede nemmeno il passaggio di un raggio di sole.

Ci sono 6 celle per 6 cortili. Chi scende all'aria viene segnato sul registro (ora di uscita/ora di rientro) e può solo andare all'aria che corrisponde alla sua cella. Strano paradosso: facciamo socialità dalle ore 17 alle ore 19 stando insieme in un piccolo corridoio, ma all'aria no. In cortile dobbiamo stare divisi ognuno nella sua gabbia. Le gabbie degli animali hanno almeno le reti e le sbarre, mentre qui c'è solo un alto muro di cemento. Se in uno spazio simile ci fosse in animale con un peso superiore ai 15 kg, si arrabbierebbe persino la Protezione Animale.

Uno di noi ha visto decine di arie in giro per l'Italia, ma mai nessuna così. Questi “cortili” sono solitamente usati per i detenuti soggetti al 41bis. In una sezione vicina alla nostra, ci sono 6 detenuti in regime di isolamento speciale che hanno gli stessi spazi e cortili.

La Direzione si giustifica dicendo che questa è una casa di reclusione (penale) e non una casa circondariale. Per salire nelle 6 sezioni del carcere bisogna essere “definitivi”. Lì ci sono laboratori, le attività in comune, la palestra, l'area per giocare a pallone.

Per noi no. Eppure alcuni di noi indagati stanno qui anche un anno in carcerazione preventiva in attesa del processo. L'unica concessione che ci viene fatta è di andare a messa con una sezione di alta sorveglianza.

Nessuno di noi è qui per aver subito una sanzione disciplinare, eppure siamo esclusi da tutte le attività ricreative e sportive che l'ordinamento penitenziario prevede.

Non ci lamentiamo per le nostre questioni personali ma riteniamo che si stiano violando i diritti e la dignità di noi detenuti.

Ci chiediamo chi sia e cosa faccia il garante dei detenuti.

Concludendo, consegneremo questa lettera ai nostri avvocati con cui intendiamo fare un esposto alla Procura e invitiamo le forze politiche e sociali a denunciare questa insostenibile situazione.

Vi ringraziamo anticipatamente.

Firme dei 12 detenuti

Fabio G.

Daniele G.

Giorgio R.

Gianpietro F.

Younos O.

Illi E.

Giuseppe M.

Andrei V.

Reoouanne G.

Beppe M.

Giacomo C.

Miraie N.

pc 31-1aprile - Invece che diritto alla salute degli operai, il PD in aiuto alla “sicurezza” dei padroni. Cronaca di un convegno a Ravenna

Cronaca di un convegno a Ravenna che accusa i lavoratori di mancanza di “cultura della sicurezza”!

Da un operaio dello slai cobas sc e attivista della Rete per la sicurezza sul lavoro-nodo di Ravenna presente al’iniziativa:

Giovedì 29 marzo alla sala Rinascita di Ravenna s’è svolto il convegno “Il lavoro e il diritto alla salute. Dalla Mecnavi alla Thissen-Krupp” organizzato dal PD locale sulle morti sul lavoro. Ha visto la partecipazione del giudice Riverso e di un “esperto” di sicurezza, l’ingegnere Dosi, già imputato come responsabile dei servizi di prevenzione e protezione della T&C traghetti e crociere ma poi prosciolto nel processo per la morte di Luca Vertullo, operaio morto alla prima ora del primo giorno di lavoro nella stiva del traghetto Ravenna-Catania, schiacciato nell’operazione di rizzaggio di un rimorchio sovraccarico e senza freni.

Il giudice Riverso è stato il primo ad intervenire e l’apertura dell’intervento è stata la lettura della parte iniziale della sentenza del processo Thissen-Krupp nella quale ha sottolineato il giudice, ci sono letture d’interpretazione giurisprudenziali dei giudici torinesi che possono far scuola nelle istruttorie e nelle sentenze sugli infortuni sul lavoro. La sentenza Thissen-Krupp, lunga più di 500 pagine, il giudice Riverso la sta analizzando e studiando per farne sunti e articoli per riviste giuridiche e non solo. Il dottor Riverso ha poi sottolineato che alla voce morti sul lavoro sfugge ai media ed alle discussioni la piaga silenziosa delle morti per malattie professionali le quali si aggirano sulle tremila vittime all’anno e delle quali bisognerebbe squarciare la cappa di silenzio attorno ad esse. Ha poi sottolineato la centralità del lavoro nella carta costituzionale nei vari articoli(1, 41 ecc) ed insistito sulla necessità della prevenzione e della valutazione dei rischi a monte e non a valle del sistema, e cioè prima degli infortuni e non dopo che questi avvengono. Ha ribadito la necessità di legalità sul lavoro con il rispetto delle norme esistenti e la necessità dei giudici che debbano trovare attraverso le sentenze un forte deterrente per le aziende che si macchiano di tali crimini quali sono gli infortuni e le morti sul lavoro. La battaglia per l’articolo 18 è fondamentale per la tutela della salute e la prevenzione degli infortuni poiché la sua abolizione metterebbe a rischio il lavoro per coloro che chiedono la sicurezza ed il rispetto delle normative.

Di tutt’altro taglio l’intervento dell’ingegner Dosi: ha illustrato dapprima una sua cronostoria sulle leggi sulla sicurezza sul lavoro dal 1955 ad oggi, per dimostrare che dalle prime leggi a tutela dei lavoratori si è passati alle attuali che comprendono anche la difesa dell’ambiente lavorativo e circostante. Poi con uno scendere nelle sue valutazioni, colpevolizzava la mancanza di cultura di sicurezza da parte dei lavoratori, sottolineando con dati alla mano che gli incidenti mortali domestici e stradali sono di gran lunga superiori a quelli sul lavoro. Quindi nonostante siano deprecabili le morti sul lavoro, da qualche anno si enfatizzano troppo dai media gli infortuni mortali. Tralasciando il fatto che spesso per paura di rappresaglie padronali i lavoratori soprattutto quelli in nero ma non solo, sono costretti a sostenere di essersi fatti male in casa, così per puro caso aumentano gli incidenti domestici. In conclusione secondo l’ingegnere Dosi sono i lavoratori, soprattutto in Italia, a mancare di cultura della sicurezza e non le aziende a non disporre le prevenzione e le tutele. Bisognerebbe premettere che il signor Dosi è titolare di un’azienda che si occupa di “sicurezza sul lavoro” come consulente per altre aziende, quindi si potrebbe dire che si occupa della sicurezza dei padroni che avvalendosi di suddette ditte scaricano sulle coscienze dei lavoratori la mancata sicurezza, perché a suo dire se uno fuma non può prendersela con l’azienda se la tutela della salute viene meno poiché in primis il fumo provoca il cancro mentre gli agenti chimici, lo provocano si ma probabilmente per lui il problema è la sigaretta e non l’amianto o il cvm.

All’assemblea hanno partecipato una ventina di persone tra cui qualche sindacalista e pochi giovani (4) di area PD che a metà assemblea s’erano già volatilizzati così a fine assemblea eravamo in tutto dieci partecipanti. Il nostro volantino è stato preso con sufficienza dai presenti in assemblea, non ho potuto prendere la parola poiché al termine delle esposizione di Riverso e Dosi, visto che si era cominciato tardi e i tempi erano andati per le lunghe, è stata chiuso l’incontro con un metodo molto PD ovvero ci sono modi diversi di vedere le cose quindi ognuno faccia le proprie considerazioni e riflessioni a casa, tanto il PD sta sia da una parte che dall’altra o meglio ancora, non c’è sulle situazioni e problemi reali dei lavoratori però ne vuole rappresentare gli interessi magari suggerendo un Dosi come rappresentante per le istanze sulla sicurezza sul lavoro che di certo sposano appieno le tesi “riformiste” dei Fassino, Veltroni, Ichino e via dicendo. I padroni possono dormir tranquilli, c’è il Partito Democratico…

pc 31-1 Aprile - Dalla Val Susa alla Sicilia No alle opere inutili e dannose!



Ieri pomeriggio a Niscemi (CL) unamanifestazione regionale di circa 500 manifestanti ha attraversato la cittadinasiciliana per ribadire la propria ferma opposizione al Muos: una strutturadi telecomunicazione satellitare dell’esercito americano formata da tre grosseantenne circolari con un diametro di 18 metri e due torri radio alte 150metri.
Tra i partecipanti la maggior parte proveniva dal comune di Vittoria ma vierano anche delegazioni di Avola e Caltagirone nonchè una buona rappresentanzadel movimento palermitano che ha contribuito con un pullman alla riuscita dellamanifestazione.
Se quest'opera venisse installata, autorevoli studiosi come il fisico CorradoPenna affermano senza mezzi termini che le microonde prodotte dal MUOSsarebbero in grado di avere un duplice effetto sui tessuti cellulari: obruciarli o farli degenerare in tumori!
Basterebbe solo questo motivo per bloccare taleprogetto, ma evidentemente per l’esercito americano e per i governi italianiche fanno a gara nel dimostrare la fedeltà del nostro paese alla superpotenzad’oltreoceano tutto questo è secondario.
Basta modificare di poco le sciocchezze che ivari politici, dal PD al PDL, dicono per demonizzare il movimento NoTav,accusandolo di volerci fare “stare fuori dall’Europa” e di essere contro lo“sviluppo”, e la sostanza delle dichiarazioni dei sostenitori del Muos sarà lastessa. Ci diranno sicuramente che è un’opera indispensabile per la sicurezzanazionale soprattutto in periodo di “lotta al terrorismo” (come dicono loro pergiustificare guerre di aggressione contro stati sovrani).

E la salute e sicurezza dei cittadini e delterritorio che verrebbe estremamente compromessa?
È evidente che ai governi ed in particolare algoverno Monti non interessa della salute dei cittadini,un governo non eletto da nessuno e frutto di un vero e proprio golpeorchestrato dal Presidente Napolitano, non deve rendere conto a nessuno e comedichiara quotidianamente se ne infischia delle “parti sociali” come i sindacati(che a dire il vero accettano già supinamente le manovre governative) e vaavanti negli attacchi dei diritti di lavoratori e masse popolari in generale.

Per questo è importante che il Comitato No Muos diventi sempre più punto di riferimento popolare contro quest’operainutile e dannosa ma anche che si leghi ad altre realtà in lotta in particolarequella contro la TAV ein generale con tutti i lavoratori che contrastano le misure fasciste eantipopolari di questo governo.
In tal senso accogliamo e rilanciamo agliabitanti di Niscemi e Caltagirone l’appello fatto dai NoTav di organizzare perla giornata dell’11 Aprile quante più iniziative di lotta a macchia di leopardoin tutta la penisola per dire chiaramente a questo governo chela loro crisi non la vogliamo pagare continuando a fare sacrifici e rischiandopure la vita a causa del loro cosiddetto “sviluppo” e “progresso” che altro nonè che lo sfruttamento di uomini e territori nel nome del loro profitto!

Detto questo non possiamo esimerci disottolineare criticamente una questione emersa durante la manifestazione: lapresenza di una decina di fascistelli all'interno del corteo tollerati eprotetti dallo stesso Comitato No Muos.

E' un grave errore non capire che questi elementisvolgono un ruolo di sostegno al governo e ai poteri forti infiltrandosi neimovimenti con l'obiettivo di depotenziarli e normalizzarli facendo il gioco deipartiti e sostenitori di quest'opera nel caso particolare.

Non aver imparato nulla dalla nostra storia ein particolare da quella di movimenti simili a questo e tutt'ora in corso (unosu tutti quello NoTav) che per questi motivi si è dichiarato apertamenteantifascista respingendo le strumentalizzazioni di Forza Nuova al mittente,significa gettarsi la zappa sui piedi e nella pratica svolgere il ruolo diutili idioti a favore di chi invece si dovrebbe combattere.

Il "fricchettone" del WWF che dalpalco per metà del suo intervento ci spiega (giustamente) quali saranno lespecie di uccelli e di alberi a cui il MUOS nuocerà ma che per la restante metàdichiara che il movimento non è contro i militari americani, contro i partitiecc bensi contro "i violenti" (leggi antifascisti) che vanno indicatie isolati è il fulgido esempio di questa idiozia che fa solo il gioco digoverno e occupanti americani.

Il nostro auspicio è che il movimento No Muoscontinui la sua lotta e soprattutto cresca sul territorio in termini dipartecipazione popolare slegata dagli interessi elettorali dei singoliesponenti politici di destra e di "sinistra". Siamo sicuri chel'esperienza e gli errori come questo possano solo servire al loro superamentoper intraprendere una lotta genuina e coerente contro quest'ennesima operaportatrice di morte e devastazione ambientale.


NO MUOS, NO TAV, NOPONTE. NO A TUTTE LE OPERE INUTILI E DANNOSE!

LA SICILIA NON E’ ZONA DI GUERRA, AMERICANI A CASA!

CONTRO IL LOROATTACCO ALLA NOSTRA SALUTE E AI NOSTRI TERRITORI, RIBELLARSI E’ GIUSTO!

Circolo proletari comunisti Palermo