"Tutta colpa della polizia". Rossetto nega di essere il capo di Askatasuna
12:00 Lunedì 26 Ottobre 2026Lo storico esponente dell'Autonomia, imputato nel maxi processo, attribuisce gli scontri di sabato alla chiusura delle forze dell'ordine. Respinge il ruolo di leader e parla di "bufale" sul centro sociale. Ma la Procura sostiene l'esistenza di una regia per le azioni violente
«Una volta con le forze dell’ordine c’era una interlocuzione. Si dialogava, si discuteva. Oggi non è più possibile. L’approccio della polizia è solo muscolare. Ed è per questo che si creano le contrapposizioni, i fermi, gli arresti». A parlare è Giorgio Rossetto, 64 anni, uno dei volti storici dell’Autonomia italiana, da decenni protagonista del movimento No Tav e figura di riferimento di Askatasuna. Parole pronunciate questa mattina davanti alla Corte d’appello di Torino, dove è imputato nel maxi processo che vede la Procura sostenere l’esistenza di un’associazione per delinquere all’interno del centro sociale sgomberato lo scorso dicembre.
Rossetto, che sabato 24 ottobre era in piazza Castello durante la manifestazione contro il riarmo, offre una ricostruzione degli incidenti che rovescia le responsabilità sulle forze dell’ordine. «C’erano diecimila persone. Chiedevano solo di fare un pezzo di corteo in via Po, e un tempo, dopo qualche
discussione, le avrebbero fatte passare. Oggi no, non si può, ci sono solo gli ordini di servizio che arrivano dalla questura, dalla prefettura, da ancora più in alto, “in via Po non si passa”. È chiaro che si creano le contrapposizioni».Una lettura nella quale il divieto di attraversare via Po diventa la causa degli scontri, mentre resta fuori dal ragionamento la responsabilità di chi sceglie di forzare i cordoni e affrontare gli agenti. Il diritto di manifestare, naturalmente, non comporta quello di imporre con la forza il percorso di un corteo.
“Askatasuna? Tutte bufale”
Ma è soprattutto sul ruolo del centro sociale che Rossetto tenta di smontare la ricostruzione attribuita a investigatori, magistrati e organi d’informazione. «Il corteo era composto da studenti, sindacati, partiti, gruppi ambientalisti. Eppure il nome di Askatasuna, che dopo lo sgombero non esiste neanche più come luogo fisico, ha continuato a essere usato dai giornali e dai politici come fosse un brand. Se un ragazzo di Torino va a manifestare a Milano o da un’altra parte sembra che porti il “verbo” di Aska. È evidente che sono tutte bufale».
Il ragionamento contiene un punto controverso: la scomparsa della sede fisica di corso Regina Margherita non dimostra, di per sé, la dissoluzione della rete politica e militante che vi faceva riferimento. Né la presenza di altre organizzazioni in una manifestazione esclude il ruolo dei militanti antagonisti nella sua promozione o nella gestione dei momenti di tensione. Presenze peraltro riscontrate anche nelle più recenti manifestazioni.
Rossetto respinge anche l’etichetta di leader di Askatasuna e del movimento No Tav. «Se la mia parola ha un peso nel movimento è perché ho vissuto i “mitici” anni Settanta, anche se all’epoca ero ancora minorenne, e perché ho avuto tante disavventure giudiziarie. Ho l’impressione che in val di Susa conti persino il fatto che io sia piemontese e parli il dialetto. Ma nella realtà c’è sempre una dialettica. Ognuno porta il suo proprio di vista e propone i temi che gli stanno più a cuore. Si discute e si trova una sintesi. Non c’è nessun rapporto gerarchico. Anche perché credo che i giovani non lo accetterebbero».
Il processo e le condanne
La questione della leadership non è affatto marginale. È proprio attorno all’esistenza di una direzione organizzata che ruota il processo d’appello. Secondo la Procura, l’inchiesta condotta tra il 2019 e il 2021 avrebbe individuato un gruppo dirigente capace di pianificare e coordinare le azioni dei militanti, soprattutto gli assalti ai cantieri della Torino-Lione in Valle di Susa. L’ipotesi iniziale di associazione sovversiva era stata successivamente derubricata in associazione per delinquere.
Nel marzo 2025 il Tribunale aveva assolto tutti e sedici gli imputati da quest’ultima accusa, ritenendo non dimostrata l’esistenza di una regia criminale. Erano arrivate però diciotto condanne per singoli episodi di violenza, danneggiamento e resistenza, tra cui quella a tre anni e quattro mesi per Rossetto. La Procura ha impugnato le assoluzioni, ottenendo in appello la riapertura dell’istruttoria e l’audizione di due investigatori della Digos.
Quanto a Rossetto, le «disavventure giudiziarie» evocate in aula comprendono diverse condanne definitive per episodi legati alle proteste No Tav. Ad agosto era tornato alle Vallette dopo la revoca di una misura alternativa per violazione delle prescrizioni. Uscito il 28 settembre, è nuovamente sottoposto alla sorveglianza speciale. La sua storia giudiziaria risale agli anni Ottanta: già nel 2023 gli inquirenti avevano prodotto un elenco di sentenze a suo carico a partire dal 1980.
I vecchi capi e le nuove leve
C’è però un passaggio delle dichiarazioni odierne che merita particolare attenzione: quando Rossetto sostiene che i giovani non accetterebbero un rapporto gerarchico. È qui che affiora una possibile distanza tra la vecchia guardia dell’Autonomia, abituata anche a gestire il confronto con le istituzioni, e una nuova generazione di militanti che si muove con modalità differenti.
Non è soltanto una supposizione. Già nel dicembre 2025 è emerso il progressivo ricambio ai vertici e soprattutto l’incertezza sul grado di condivisione, da parte dei vecchi dirigenti, delle strategie violente adottate dai più giovani. Un interrogativo che non equivale alla prova di una rottura, ma segnala una trasformazione degli equilibri interni. Negli ultimi anni, infatti, sono emersi giovani organizzatori e figure capaci di mobilitare la piazza, come Stefano Millesimo e Sara Munari, accanto ai riferimenti storici Guido Borio, Andrea Bonadonna e lo stesso Rossetto. Un ricambio che non sembra aver cancellato il peso della vecchia guardia, ma che rende meno scontato il suo controllo sulle iniziative dei militanti.
Il punto è capire se si tratti di un semplice passaggio generazionale oppure di una crescente emancipazione delle nuove leve, anche nella scelta delle modalità di scontro. Le indagini sui recenti disordini torinesi descrivono inoltre una saldatura tra militanti organizzati, collettivi studenteschi e gruppi giovanili meno strutturati. Non tutti riconducibili ad Askatasuna, ma capaci di ritrovarsi nelle medesime mobilitazioni.
Il dialogo perduto
Resta infine una contraddizione nelle parole di Rossetto. Nel gennaio scorso, dopo lo sgombero di Askatasuna, lo storico militante aveva parlato della possibilità di trasferire anche a Torino la strategia di pressione sperimentata contro i cantieri della Tav, evocando un logoramento dello schieramento avversario. Dichiarazioni che avevano attirato l’attenzione della magistratura di sorveglianza.
Oggi lamenta la scomparsa del dialogo con la polizia. Ma tra la disponibilità a trattare il percorso di una manifestazione e la pretesa di piegare un dispositivo di sicurezza attraverso la pressione della piazza corre una differenza sostanziale. E soprattutto rimane aperto l’interrogativo che attraversa l’intera vicenda Askatasuna: quanto contano ancora i vecchi capi e quanta indipendenza hanno conquistato i nuovi militanti?
Il processo dovrà stabilire se, nei fatti oggetto dell’inchiesta, esistesse un’organizzazione criminale. Gli sviluppi più recenti delle mobilitazioni suggeriscono intanto che lo sgombero di un edificio non ha cancellato la rete antagonista che attorno a quell’edificio si era costruita. E che il rapporto tra chi l’ha guidata per decenni e chi oggi scende in strada è diventato un elemento decisivo per comprenderne l’evoluzione.
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