venerdì 6 febbraio 2026

pc 6 febbraio - Ex Ilva: solo cassa integrazione e nessuna soluzione da parte di padroni e governo

da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 05.02.26

Torniamo a fare il punto sui grandi gruppi industriali che sono in sofferenza che di conseguenza viene scaricata sugli operai diretti e indiretti dell'appalto, vale a dire che ritorniamo sulla questione ex Ilva.

Sulla questione ex Ilva viene sempre più alla luce come la soluzione che punta sull'acquisizione da parte del fondo americano Flacks sia quando mai fragile e senza prospettive sia industriali, sia ambientali e sia occupazionali. Si assiste all’azione quasi disperata del governo Meloni/Urso che è corresponsabile insieme ai precedenti governi della profondissima crisi scaricata sugli operai e sulle masse popolari in particolare a Taranto e che ora cerca disperatamente di supportare il fondo americano per potere effettivamente andare alla presa di possesso dell'ex Ilva da parte di esso.

Nello stesso tempo la situazione nella fabbrica continua ad essere profondamente negativa per i lavoratori. La maggior parte dei lavoratori dell'Ilva - o una parte rilevante di essi - in particolare a Taranto sono in cassa integrazione e ora fronteggiano la richiesta di rinnovo della cassa integrazione dato che la precedente scade il 28 febbraio. La nuova richiesta di cassa integrazione riguarda 4.450 lavoratori su un organico attualmente complessivo di circa 10.000 operai (per l’esattezza 9702) a partire dal 1 marzo per 12 mesi, sono più o meno la metà dei lavoratori per cui si chiede la cassa integrazione e la gran parte è concentrata su Taranto che dovrebbe avere 3.803 cassa integrati di cui 2.599 operai e 801 tra impiegati a quadri, 647 invece sarebbero gli operai interessati della cassa integrazione a Genova, a Novi Ligure e a Racconici.

Sui 4.450 cassa integrati ci era stata già una opposizione, una rottura, tra l'Ilva e i sindacati, quindi già la cassa integrazione che è incorso non è stata firmata dai sindacati ed è una cassa integrazione unilaterale gestita interamente dai commissari di nomina governativa.

Non è successo assolutamente niente e rimane quindi questa situazione, i cassaintegrati invece di diminuire aumentano, si passa appunto dagli attuali 4.050 ai 4.450 di adesso.

A Taranto questo dipende dal fatto che è in funzione un solo altoforno e che non ci sono stati ulteriori sviluppi sia sul piano degli impianti che industriali e tale e che delle soluzioni di conseguenza si va a un aumento della cassa integrazione e a una proroga.

L'azienda dei commissari che gestiscono l'azienda motivano questa nuova cassa integrazione con frasi del genere: “la crisi finanziaria e industriale che è interessata Acciaierie d’Italia prodotte negative effetti sulla capacità produttiva nel medio termine e si è aggravato lo squilibrio dei fattori produttivi. A Taranto in particolare abbiamo una produzione che non riesce e né si prevede che possa superare a breve un milione e mezzo o un milione e otto tonnellate di acciaio. Un eventuale incremento potrà avvenire solo se ripartiranno gli altoforni 2 e 4 ma anche in questo caso non si supererebbe i due milioni e mezzo di tonnellate”.

Questo vuol dire che sostanzialmente per un organico che secondo i piani dovrebbe essere in grado di fare una di 6 milioni di tonnellate di acciaio a fronte di una produzione di 2 milioni e mezzo comporta che la maggior parte, una parte rilevante dei lavoratori - soprattutto a Taranto - andranno in cassa integrazione e, se non si svilupperà diversamente il piano industriale una volta che sarà segnato a qualcuno, tutta questa cassa integrazione è destinata a costituirsi i massicci esuberi.

Chiaramente questa situazione mette i difficoltà i vertici sindacali di Fim/Fiom/Uilm e USB nel rapporto con i lavoratori perché i sindacati continuano ad essere in questa situazione dei puri registratori degli enti certificatori di scelte che ricadono sui lavoratori.

In particolare i commissari non ci sentono, nonostante l'ultimo grave incidente mortale che vi è stato in fabbrica che costato la vita a un operaio, Calamida. La cassa integrazione riguarda anche l'ampio settore degli addetti della manutenzione e questo rende abbastanza precaria tutta l'intera manutenzione dello stabilimento e quando la manutenzione incide sulle morti sul lavoro gli operai lo sanno bene e lo sa bene anche chi gestisce la fabbrica attualmente i commissari e che quindi consapevolmente si muove lungo una linea in cui obiettivamente i lavoratori sono in cassa integrazione e se lavorano sono a rischio infortunio, anche mortale.

Quindi sono più che giustificate le proteste finora fondamentalmente fondate sulle richieste al governo di incontrarli che portano avanti le organizzazioni sindacali confederali e USB.

Detto questo però il discorso va visto da un altro punto di vista. Il governo ha puntato tutto sull’assegnazione a una multinazionale o ai fondi dell'ex Ilva. Puntando tutto su questo abbiamo visto una prima gara che è andata male con i ritiro del gruppo azero che era interessato soprattutto al gas che era stato il primo assegnatario dell'Ilva e anche la situazione attuale del gruppo a cui dovrebbe venire assegnata, vale a dire il fondo americano Flacks, appare quanto più precaria. Questo non lo diciamo noi ma lo dicono innanzitutto i padroni stessi. Come scrive il sole 24 ore: “Flacks è un tipico profilo da fondo finanziario con scarso know-how industriale ed è abbastanza improbabile che questo fondo sia in grado di gestire uno stabilimento, un gruppo industriale come quel dell'ex Ilva e in particolare uno stabilimento come quello dell'ex Ilva Taranto”.

Tutti sono impegnati quindi, il governo in primis, a cercare nuovi interlocutori e nuovi soggetti industriali che possono affiancare il fondo americano che, d’altra parte, agendo tipicamente come un fondo di speculazione per il profitto già acquisirebbe l'ex Ilva con un prezzo simbolico e si impegnerebbe con 5 miliardi di investimento, ma guardando poi alla sostanza questo fondo di soldi reali ne metterebbe circa mezzo miliardo, il resto dovrebbe venire dallo Stato o da eventuali soggetti industriali che dovrebbero affiancarlo.

Come scrive sempre il sole 24 ore: “il minuscolo operatore Flacks che finora in realtà ha compiuto piccole operazioni di ristrutturazione in Europa non ha la forza finanziaria per affacciarsi a Taranto, Novi ligure, Cornigliano e al netto della richiesta di soldi pubblici in sostituzioni di soldi - che non ha e non mette - non dispone assolutamente delle competenze per gestire una grande fabbrica siderurgica né nelle sue componenti da ciclo integrale, né nella sua ipotetica trasformazione con i sistemi dei forni elettrici. Non ha inoltre le competenze per gestire rapporti con comunità ferite come quello di Taranto e Genova e con i sindacati ormai estenuati dai danni di gestione ecc”.

Quindi in realtà perché allora è stato assegnato al fondo americano? Da un lato perché le altre offerte non ci sono state, dall'altro è perché si pensa obiettivamente di contare su questo fondo americano, considerato vicino a Trump oltre che - e di questo ne parleremo a parte - attivamente impegnato nel finanziare le componenti più estreme dello Stato sionista di Israele e della sua componente reazionaria e genocida di estrema destra.

In realtà questo fondo volendo di maniera sul pezzo, sull'Ilva, ci si rende ben conto che questa soluzione è nettamente peggiore della stessa soluzione che si è respinta nel passato e che attualmente è fattore di controversie giuridico-finanziarie e la soluzione è passata dalla padella dell'ArcelorMittal alla braccia, un fondo speculativo che vuole prender lo stabilimento con i soldi pubblici e i gestirli in forma privata per potersene appropriare, un fondo speculativo che vuole gestire sostanzialmente l'affare, la parte finanziaria perché non ha le competenze per gestire lo stabilimento siderurgico e vuole qualcuno alleato ad esso per gestirlo.

La Federacciai ha fatto appello agli industriali italiani dell'acciaio a farsi avanti, ma in realtà gli industriali italiani tutti, pur considerando l'importanza delle Acciaierie di Taranto in particolare, pur considerando l'importanza di una siderurgia nazionale trasformata, bonificata e in grado di essere parte integrante come risorsa strategica, non vogliono anch'essi mettere una sola lira e non vogliono in nessuna maniera accollarsi la patata bollente di Taranto dove la questione della continuità produttiva è strettamente legata alla soluzione della questione ambientale.

Quindi è del tutto evidente che nessuna soluzione positiva per i lavoratori e per le masse popolari della città possa venire da questa analisi dei fatti. Di qui l'importanza che ha la posizione netta e chiara dello Slai Cobas per il sindacato di classe, che dice decisamente di respingere questa soluzione del fondo Flacks.

È evidente che se respingiamo questa soluzione, come invitavamo gli operai, i lavoratori, le organizzazioni sindacali a fare, la soluzione azera è la soluzione di tutti i gruppi che si sono presentati a questa gara per acquisire l'Ilva - che sono diventati sempre meno, fino a ridursi al solo fondo Flacks. - sul piano proprio tecnico-operativo non c'è altra soluzione che la nazionalizzazione della fabbrica e la gestione diretta da parte dello Stato della fabbrica. Ma siamo sempre all'interno di soluzioni capitalistiche della crisi non certo di soluzioni che vanno negli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.

Quindi è ben strano che tutti coloro che chiedono l'intervento dello Stato in realtà chiedono che lo Stato supporti i privati, quindi in questo caso il fondo Flacks, per permettere il rilancio delle Acciaierie e l'eventuale sua bonifica, riconversione e trasformazione con i forni elettrici.

Ma non si capisce invece perché lo Stato dovrebbe mettere soldi senza vedere nessuna parte nella gestione, nel piano industriale, e dovrebbe mettere la sua parte esclusivamente ai fini di favorire i privati e acquisiscono lo stabilimento. Questo è diventata sempre più una situazione che rende evidente che non c'è soluzione temporale che non sia la nazionalizzazione che comporterebbe comunque di misurarsi con le rivendicazioni dei lavoratori nei confronti sia del lavoro, salute e sicurezza sia nei confronti delle masse popolari cittadini. Siamo per la nazionalizzazione perché siamo contro tutte le offerte di tutti i partner che si sono prestati a prendere lo stabilimento, che li consideriamo anche il peggio di ArcelorMittal quindi non in grado di risolvere neanche temporaneamente i problemi di occupazione e meno che mai i problemi di salute e sicurezza in fabbrica e sul territorio.

Si tratta ora di passare però una fase attiva di contrasto ai piani di governo/padroni e alla soluzione fondo. Su questi sindacati non hanno nessuna intenzione di passare a una fase attiva e continuano a nascondersi dietro la foglia di fico di una richiesta di incontro diretto con la Meloni , ingannando i lavoratori perché sappiamo bene che la Meloni ha delegato a questa vertenza ben quattro ministri, in primis Urso, ma in secondis suo vice presidente, Mantovano, proprio perché il governo non ha soluzioni alternative a quelle che stanno proponendo ai tavoli del Mit questi due ministri.

Quella di richiedere un incontro con la Meloni perché assuma direttamente la gestione della vertenza oltre che una proposta illusoria è una “bandierina” per evitare di aprire un effettivo scontro con il governo Meloni che evidentemente rifiuta ogni forma di nazionalizzazione e intende solo svolgere un supporto di copertura finanziaria di coloro che prenderebbero l'Ilva, tutte questioni che non si vede in che misura possono andare a favore dei lavoratori e meno che mai dei cittadini dei quartieri inquinanti.

La nostra indicazione resta NO a ogni ipotesi di dare l'Ilva a questo fondo come a qualsiasi altro fondo così come a padroni nuovi che in realtà sono ancora peggio dei padroni precedenti.

Si tratta di mobilitare le masse, lo Slai Cobas annuncia che lo farà anche con la raccolta di firme contro la soluzione fondo a favore delle richieste degli operai che riguardano oltre che la tutela di tutti i posti di lavoro, la rivendicazione forte e chiara della riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, nello stesso tempo questo tipo di rivendicazioni vanno sostenute anche nelle dite d'appalto perché è impossibile pensare che si possa risolvere la questione Ilva senza che questo si traduca in una effettiva difesa dei posti di lavoro, della salute e di sicurezza che sono incannate dalla piattaforma operaia che da tempo stiamo agitando e presentando ai lavoratori.

Si tratta ora di schierare i lavoratori su questa richiesta in tutte le forme e di attivare assemblee, incontri, organizzazione autonoma che possa supportare una nuova fase di lotta.


 

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