A chiamare questo
accordo “La madre di tutti gli accordi” è stata direttamente una von der Leyen
addirittura raggiante, mentre stringe le mani del presidente del Consiglio
Europeo Antonio Costa e le mani insanguinate del fascista indù Narendra Modi.
L’accordo è stato
firmato il 27 gennaio e la von der Leyen, rappresentante dei diversi paesi
imperialisti che compongono l’attuale “Unione Europea”, è stracontenta perché
finalmente l’Unione europea potrà avere a disposizione un mercato che copre
quasi 2 miliardi di persone e rappresentare circa il 25% del PIL mondiale. Un
mercato che vede una “classe media” di circa 250 milioni di persone (a seconda
delle analisi…) che hanno “capacità di spesa”, “una domanda indiana che cresce
a ritmi più che doppi rispetto a quelli europei…”, come dicono gli economisti.
È questa la ricerca di nuovi mercati, come abbiamo più volte scritto, a causa della profonda crisi mondiale. Infatti, sul piano più ampio, l’accordo rafforza l’asse Ue-India anche come risposta alle tensioni commerciali globali e alle politiche di Trump. L’accordo (Free Trade Agreement) prevede
addirittura un abbattimento di circa il 90% dei dazi per entrambi i firmatari. Si tratta di un accordo vasto che comprende moltissimi settori che vanno dall’alimentare a quello tecnologico (che sottintende quello militare).Ma soprattutto per il settore dell’auto europea questo
accordo apre le porte di un mercato in grande espansione, uno dei più
grandi al mondo che arriverà a 6 milioni di auto vendute. Ed è questo uno degli
obbiettivi principali da parte
europea visto che si tratta del settore
industriale più in crisi di questi ultimi decenni, che dall’Italia alla
Germania, passando per la Francia ha assistito ad un vero e proprio crollo,
siamo a meno 3 milioni di auto rispetto ai livelli pre-pandemia (che per
conseguenza porta con sé il crollo dell’indotto… ) si tratta di “un punto di
svolta per l’industria automobilistica europea” come scrive il
quotidiano Milano Finanza il giorno prima della firma dell’accordo! “Un salto
di scala” per la sua ampiezza e la sua importanza, come scrive Repubblica.
“Per i costruttori del Vecchio Continente - da Volkswagen, Stellantis, Renault fino ai marchi premium Mercedes-Benz e Bmw - si tratta di un’opportunità strategica. [così continua Milano Finanza] L’India è oggi il terzo mercato mondiale dell’auto, con 4,4 milioni di vetture vendute ogni anno e una crescita attesa fino a 6 milioni entro il 2030. Nonostante la presenza produttiva locale, i gruppi europei non superano complessivamente il 4% delle vendite, schiacciati dal dominio di Suzuki e dei player domestici Mahindra e Tata.”
E ancora: “Il taglio dei dazi consentirà alle case europee
di ampliare l’offerta di modelli importati, testare la domanda e valutare nuovi
investimenti industriali senza
l’immediato vincolo della produzione locale.”
È quello che vuole fare Stellantis che ha già in India “tre
principali stabilimenti produttivi situati a Rajangaon, Hosur (propulsori e
cambi) e Thiruvallur. Questi siti producono soprattutto veicoli Jeep e Citroen
sia per il mercato locale che per l’esportazione, ma ora questo accordo può
aprire all’importazione di modelli, soprattutto termici, prodotti in Europa”.
Ma Stellantis, va oltre, “ha in programma di espandere in India le vendite dei
veicoli elettrici di marca cinese (!) sviluppati dal partner Leapmotor, già nel
corso di quest’anno”.
Ma anche “Renault sta tornando in India con una nuova
strategia, puntando alla crescita al di fuori dell’Europa, dove le casse
automobilistiche cinesi stanno facendo grandi progressi [di fatto stanno
vincendo la guerra dei prezzi! ndr] La casa francese si sta espandendo
soprattutto sul territorio indiano … e nell’ambito del suo piano di
rafforzamento sui mercati esteri investirà 3 miliardi di euro entro il 2027…”
E la tedesca Volkswagen non è da meno! Sta, infatti,
“finalizzando la sua prossima fase di investimenti in India attraverso il
marchio ceco Skoda”.
Si tratta quindi di
un grande rimescolamento, di una colossale boccata d’ossigeno per le industrie
che producono in Europa perché dalle ultime notizie i dazi che l’India impone
alle importazioni di auto dovrebbero passare dal 110% attuale non al 40% (come scriveva MF)
bensì addirittura al 10%, mentre le tariffe saranno completamente abolite per i
pezzi di ricambio dopo cinque-dieci anni.
La soddisfazione è
piena anche da parte delle relative associazioni dei padroni, la Confindustria
italiana, così come quella tedesca. Quella italiana dice che “Si tratta della
più grande apertura che l’India abbia mai concesso a qualsiasi partner commerciale”, mentre per quella tedesca: “L’India è per
l’industria automobilistica tedesca un partner centrale e un mercato importante
per il futuro”. E sono contenti pure tutti quanti i produttori di auto, perché
così possono continuare bellamente ad inquinare, evitando la “transizione verde”.
Certo, tutto
avverrà secondo tempi e modi stabiliti: “La riduzione delle tariffe per le auto
sarà gradualizzata nell’arco di 10 anni per i veicoli a motore a combustione e
14 anni per i veicoli elettrici … con i dazi più bassi che si applicheranno ad
un massimo di 250.000 veicoli l’anno”… questo soprattutto serve a salvaguardare
la produzione di auto elettriche in India (i veicoli a batteria – dove domina
soprattutto la Cina - saranno esclusi dalle riduzioni tariffarie per i primi
cinque anni) perché in questo campo l’India è solo all’inizio.
Questo accordo si
inserisce perfettamente nella politica di svendita del Paese alle
multinazionali interne ed esterne che da anni viene messa in atto da Modi che
afferma, appunto, che questo accordo “rafforzerà la fiducia di ogni azienda e
di ogni investitore…”. Di ogni azienda e di ogni investitore! Che grazie a
questo accordo porteranno nel Paese altissime conoscenze tecnologiche che
servono all’industria indiana e capitali freschi, ampliando in modo
esponenziale lo sfruttamento di forza lavoro a basso costo. Perciò non
“rafforzerà” certo la fiducia di milioni di lavoratori da una parte e
dall’altra che si troveranno al centro, ancora una volta, di una guerra
accanita che si scatenerà innanzi tutto contro i produttori di auto dell’India
che a loro volta dovranno sfruttare ancora di più gli operai per abbassare i
prezzi, così come faranno anche gli altri produttori presenti sul mercato
indiano, a cominciare dai cinesi e dai coreani.
E la corsa ad
abbassare i prezzi significa corsa ad abbassare i salari sia per gli operai
indiani che per quelli europei, ai quali deve passare la parola e soprattutto
l’azione contro ogni “accordo” stretto fra i padroni e fatto sempre sulla pelle
della classe operaia.

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