giovedì 5 febbraio 2026

pc 5 febbraio - Su Stellantis info

 Su stellantis e le dichiarazioni di Eddy Lazzi dopo il 31 

Il 30 gennaio il governo con il ministro D’Urso ha convocato un incontro per ricomporre il dialogo tra Stellantis le istituzioni locali e i sindacati al Mimit, il famigerato ministero che si occupa di crisi industriali dove le speranze dei lavoratori coinvolti in queste crisi muoiono, ma al tavolo i sindacalisti possono digliene quattro ai padroni.

L’amministratore delegato Filosa ha annunciato che il nuovo piano industriale non è disponibile ma che verrà presentato a maggio nella città di Detroit, che sarà un passaggio chiave, ‘per illustrare agli investitori e al mercato le linee guida della strategia del gruppo, in una fase di profonda trasformazione dell’industria automotive, tra transizione elettrica, digitalizzazione e revisione degli asset produttivi a livello globale.’

Un incontro svuotato già in partenza, diventato teatro per le nuove promesse del responsabile europeo Stellantis Castellano, con gli operai convocati in un presidio dai vari stabilimenti, lasciati impotenti a fare da controfigura nella stretta via del ministero.

In mezzo, per il governo già schierato con Stellantis, il ministro D’Urso che ha vantato meriti per aver rallentato la svolta green e Fiom Fim Uilm a riportare senza effetto alcuno i numeri della condizione produttiva ed operaia negli stabilimenti del gruppo Stellantis in Italia oggi.

A partire dal forte stato di ansia e di preoccupazione delle lavoratrici e lavoratori del gruppo compresi quelli della componentistica, per la situazione allarmante con il 60% degli operai del gruppo che usa la casssa integrazione, per la produzione ai mimini storici, per 10000 operai in meno in soli quattro anni.

Hanno richiesto di accelerare le scelte per i nuovi modelli per evitare il tracollo di alcune fabbriche.

Hanno polemizzato con il governo per il taglio di 6.4 miliardi per il fondo automotive, per la sua mancanza di interventi e risorse a sostegno dell’industria manifatturiera e per il contenimento del costo dell’energia e insistito sul fatto che la Presidenza del Consiglio assuma in prima persona la guida del tavolo automotive.

Per l’azienda Castellano in buona sostanza ha detto che non va tutto bene ma che stanno facendo il possibile’. Già. Per chi?

A Termoli il prossimo motore è previsto tra quattro anni.

Intanto promette la ripresa del terzo turno ad Atessa, per 840 furgoni al giorno, come il ritorno del turno notturno che viene annunciato anche per lo stabilimento di Melfi (già -47%). Per Cassino dopo la previsione di riapertura del 2 gennaio, slittata al 16 e poi al 27 gennaio, nuovo stop per il reparto lastratura e dal 2 al 6 febbraio anche per i reparti verniciatura e e montaggio.

In questo quadro di sviluppo e produzione diseguale tra stabilimenti il capo europeo Castellano promette l’aumento della produzione a partire dal 2026, con 500 assunzioni di cui 400 a Mirafiori.

Filosa dal canto suo, mentre rimandava la comunicazione per il piano industriale in Italia, ha rivolto alle aziende dell’indotto torinese un appello perché trasferiscano armi e bagagli la produzione in Algeria al servizio dei nuovi impianti di Tafaroui dove lo stipendio minimo garantito per un operaio è l’equivalente di 130 euro al mese. Filosa ha poi cercato di sviare le polemiche, ma le sue parole fanno parte della strategoa aziendale di ricerca di impianti e paesi dove le condizioni specifiche permettano l’estrazione di più plusvalore, di aumentare i profitti.

Anche a Mirafiori gli operai stanno ritornando sulle linee, con alle spalle i vani tavoli di crisi, nella prospettiva dalla nuova proposta sindacale per un osservatorio sull’occupazione, fino al prossimo corteo, per attirare l’attenzione sulla crisi dell’automotive indetto per sabato 14 febbraio.

E di lottare non si parla mai… come si canta nella ‘ballata della Fiat’ dell’autunno caldo, che i giovani e giovanissimi di Vanchiglia, hanno adottato nella colonna sonora dei cortei combattivi e gioiosi per Askatasuna.

A Mirafiori l’attesa è per la fine della cassa integrazione, per una produzione di 100000 vetture anno della 500 ibrida un po una controtendenza rispetto ad altri stabilimenti del gruppo.

Lunedi 2 febbraio la falsa partenza, dopo le 600 dimissioni incentivate e i contratti di solidarietà per i 2300 della fabbrica di fine 2025, in 1200 sono stati rimandati a casa perché le linee non erano pronte.

Martedì per i pesanti carichi di lavoro sulla linea della 500 ibrida, per i ritmi sempre al limite e per le mancate assunzioni dei giovani precari sbandierate nelle conferenze stampa, un’ora di sciopero praticamente spontaneo, a suo modo una buona novità.

I delegati Fiom denunciano come le postazioni siano sovraccariche di lavoro, ma è la medesima situazione che sono stati a gurdare per la produzione della 500 elettrica 2022/2023 con continui aumenti dei carichi, uso dei precari ricattati, cig mirata per i lavortori con limitazioni, e punitiva per chi non si adattava alla velocità produttiva, ai cambi turno improvvisi molto penalizzanti soprattutto per le operaie, spesso doppiamente legate alla cura della famiglia. Un insieme di pressioni per spingere alle dimissioni incentivate.

In questa sommaria panoramica che sta dentro la crisi globale del settore auto, gli stabilimenti presi di mira dalla feroce ristrutturazione di Stellantis, che resta il principale gruppo industriale del paese, emergono come realtà tutt’altro che sconosciute. I processi di ristrutturazione differenziati fabbrica per fabbrica, sono parte dell’attività sindacale e al centro dell’attenzione della cronaca, almeno nel susseguirsi degli effetti che provocano sull’occupazione e sul numero di auto prodotte i piani aziendali e della politica, anche se non certo dalla parte della classe operaia.

L’osservatorio permanente sull’industria manifatturiera, richiesto da Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Uglm, Aqcfr con le istituzioni regionali e comunali, per un dialogo e soluzioni, non presenta utilità pratiche, ripropone la via sterile e inefficace dei tavoli senza rapporti di forza, dove i piani industriali sono sempre stati annunciati quando già avviati, con buona pace dei garanti politici, e non si sono mai dimostrati uno strumento per contrastare gli esuberi, ne per intervenire sulle condizioni di lavoro, lasciando gli stabilimenti spinti alla concorrenza uno contro l’altro a chi diventava più produttivo.

La richiesta rivolta direttamete a Meloni, perché assuma direttamente la presidenza del tavolo di crisi Stellantis è totalmente scellerata. Il governo ha già ampiamente dimostrato le sue scelte di campo e le conseguenti decisioni pratiche a favore della libertà di impresa del gruppo di marciare con il suo piano di ristrutturazione.

Siamo di fronte a scelte che nel complesso delle organizzazioni che le sostengono, dalla Fiom alla filo governativa e neocorporativa Fim, ai sindacati aziendali e dei quadri Fismic e Aqcfr, alla Uilm sempre memo differenziata e alla Uglm dichiaratamente e storicamete di destra, riconfermano come linea unitaria la scelta del confronto istituzionale, dove agli operai è riservato il ruolo di spettatori ordinati e subordinati, dove ogni vertenza o crisi aziendale finisce per essere trattata secondo la priorità industriale imposta dai padroni, e dove le istituzioni vengono coinvolte non certo perché abbiano mai dimostrato una vocazione industriale o sostenuto la difesa dei posti di lavoro, ma perché hanno la cassa pubblica e possono continuare a fare ciò che hanno fatto in prevalenza fin’ora, a livello locale, nazionale o nei confronti dell’Inps, mettere soldi per governare le tensioni, contenerle al minimo i conflitti, in buona sostanza far passare le ristrutturazioni.

Queste scelte mascherate verso i lavoratori da un falso concetto di unità, definiscono in realtà la linea sindacale collaborativa e subodinata agli interessi padronali,

Non si tratta di scelta tattica per una miglior tutela degli operai, le numerose relazioni sindacali, delle varie organizzazioni, fotografano la fabbrica immensa e il suo progressivo svuotamento, descrivono il declino di Mirafioni segnato a partire da 20, 25, 30 anni fa, a seconda dei casi, ma sempre inequivocabile.

A conferma dello stato delle cose ci sono state inziative separate della Fiom nella mancata firma di contratti o di alcuni accordi sugli incentivi all’esodo, così come per l’indizione di scioperi separati negli stabilimenti del gruppo e nel paese. Ma come episodi circoscritti. Che non rappresentano una rottura di queste catene avvolte attorno agli operai.

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