Il governo della Meloni prova a vendicarsi dello sciopero dei metalmeccanici che
ha coinvolto 10.000 operai a Bologna il 20 giugno dello scorso anno, operai che
in corteo avevano deciso di percorrere la tangenziale sfidando il decreto
sicurezza. La procura di Bologna, infatti, secondo i comunicati di Fiom e Cisl,
ha emesso richiesto di condanne penali per i partecipanti alla manifestazione e 3 dirigenti sindacali.
Sia la Fiom (ieri)
che perfino la Cisl (oggi), il sindacato legato strettamente al governo, hanno
preso posizione denunciando il decreto sicurezza che vuole impedire di
manifestare il dissenso, parlando di “vergogna di Stato”, di “legge sbagliata,
da cambiare” (Cisl), mentre la Fiom dichiara che “il Decreto Sicurezza non
nasce per tutelare i cittadini, bensì per reprimere il dissenso, restringere
gli spazi democratici e colpire il diritto di manifestare pacificamente.”
Si tratta di un altro episodio che non lascia spazio a nessuna illusione sulla natura fascista del governo
(illusione che traspare ancora dagli stessi comunicati sindacali che riportiamo sotto) e mostra come quotidianamente esso attacchi chiunque osi lottare per i propri diritti, dagli operai, ai militanti dei centri sociali…I decreti
sicurezza non sono “da cambiare” ma da abolire! Solo con la dura lotta è
possibile difendere il diritto di sciopero!
Combattere contro le leggi liberticide di questo governo, la sua marcia verso il fascismo aperto, non solo è strettamente necessario ma è sempre più urgente.
Metalmeccanici.
Decreto Sicurezza Fim Cisl : inaccettabile e vergognosa l’azione penale contro
la nostra manifestazione
Pubblicato il 1 Feb, 2026
È una vergogna di Stato la richiesta di condanne penali per la manifestazione sindacale che si è svolta a Bologna il 20 giugno 2025, organizzata per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici.
Siamo di fronte a una legge sbagliata, da cambiare. È
inaccettabile che, in un Paese democratico, lavoratrici e lavoratori che
scendono in piazza per conquistare un contratto nazionale – scaduto
da oltre un anno, dopo otto mesi di negoziato interrotto e più di 40 ore
di sciopero – debbano essere esposti al rischio di procedimenti
penali.
Abbiamo contestato queste norme fin dal primo momento,
perché introducono la sanzione penale per le manifestazioni sindacali che
incidono sulla mobilità, colpendo di fatto l’esercizio di un
diritto costituzionale.
“Quella manifestazione – dichiara Ferdinando Uliano Segretario generale della FIM-CISL –alla quale
ho partecipato personalmente insieme a oltre 10.000 metalmeccanici, e che ho
concluso con il comizio finale, si è svolta in modo pacifico, ordinato e
responsabile.
Non vi è stato alcun blocco stradale, ma esclusivamente il
normale deflusso delle lavoratrici e dei lavoratori lungo il corteo.
L’unico vero fatto “illecito” in quella vicenda, è stato il
mancato rinnovo del contratto nazionale, causato dall’irresponsabile
chiusura delle imprese metalmeccaniche.
“La correttezza della nostra azione era talmente evidente –
precisa Uliano – che il giorno successivo siamo stati convocati dal
Ministro del Lavoro, insieme ai Segretari generali di FIM, FIOM, UILM e
Federmeccanica. In quella sede il governo ha espresso attenzione e
vicinanza, invitando esplicitamente Federmeccanica a riprendere il
negoziato e a rispondere alle legittime richieste dei lavoratori. Nessun
rilievo è stato mosso nei confronti delle organizzazioni sindacali.
Questa vicenda – sottolinea Uliano – dimostra con chiarezza che
quel decreto va modificato, eliminando l’introduzione del reato penale. In
un paese come il nostro attraversato da numerose crisi industriali, il
rischio concreto, se non s’interviene, è quello di sottoporre ogni
giorno sindacalisti e lavoratori a un’inaccettabile persecuzione
giudiziaria.
Come organizzazione sindacale ci difenderemo e difenderemo tutti i lavoratori coinvolti in ogni sede opportuna. E conclude: rivolgiamo un appello alle istituzioni affinché venga riconosciuta e tutelata l’importanza del diritto di sciopero e di manifestazione, pilastri della democrazia, che non possono essere messi in discussione né trasformati in strumenti di repressione”.

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