domenica 25 luglio 2021

pc 25 luglio - GKN: UN RESOCONTO E UNA RIFLESSIONE UN PO' DIVERSA DA OPERAI DELLO SLAI COBAS SC DI BERGAMO CHE C'ERANO ALLA MANIFESTAZIONE


Un corteo, con alla testa gli operai e le operaie GKN e le realtà solidali, studenti, movimento e altre realtà di fabbrica della zona che si erano già unite durante l'ultimo sciopero generale territoriale del 19 luglio e che stanno sostenendo concretamente il presidio permanente fuori dalla fabbrica, si è snodato intorno alla zona industriale, tra cui l’enorme centro commerciale presente proprio di fronte ad essa, a seguire delegazioni sindacali tra cui quelle più visibili di Sicobas Prato e Piacenza e varie forze politiche solidali

Durante il percorso che si è snodato per alcuni km non si sono mai fermati gli slogan che mettevano al centro la lotta, la rabbia e la volontà di proseguire con forza nella mobilitazione fino ad ottenere risultati. Un corteo forte e combattivo che ha chiamato a unirsi a questa lotta simbolo del sistema del capitale in quanto rappresenta una battaglia sindacale ma anche politica, come espresso dall’intervento di Salvetti Rsu e Collettivo di fabbrica Gkn sul ponte dove si vedeva la zona industriale e il centro commerciale: "Abbiamo 2 mondi: da una parte il più grande centro commerciale della Toscana che vuol dire: precariato, sfruttamento, ritmi, con lavoratori pagati pochi euro all’ora; abbiamo i concessionari, una fabbrica chiusa di rubinetteria, abbiamo un hub della logistica gigantesco, la Fercam, dove sappiamo che ci sono appalti, subappalti, lotte. Questo è il mondo che abbiamo attorno, questa è la loro economia... Poi  ci siamo noi che siamo un’altra economia, un’economia fatta di tentativi di arrivare alla fine del mese di pagare gli studi ai nostri figli… Economia concreta fatta di migliaia di persone che producono, che ragionano e servono per mandare avanti questa società in maniera diversa ...Inconciliabili e c’è lo dicono loro che per far vivere la loro economia devono passare sui nostri corpi 
Il ns mondo in questi giorni è composto di migliaia di persone che in questi giorni ci hanno portato la loro solidarietà, tra questa c’è stata la qualità e servizi di tenere la mensa e di farci mangiare
.”

Una manifestazione dove si vedeva subito l’anomalia rispetto ad altre iniziative di fabbriche che chiudono, in quanto era "diretta e organizzata" dalla più volte citata "comunità operaia" che in maniera compatta e “autorganizzata” ha partecipato nella gestione della manifestazione.

Quindi con elementi positivi e nuovi rispetto ad altre lotte ben visibili e riconoscibili ma che si scontrano con altri elementi di continuità che sono stati e sono negativi in tutte le altre vertenze (Whirpool e simili), come il fatto che comunque nella trattativa ci sono i confederali e che si riproduce ancora la dinamica dei tavoli del Mise a Roma, quando questa logica poteva essere ribaltata in questo caso dai più volte citati “rapporti di forza”, ma che in questo caso non sono stati messi campo per cambiare questa logica portando la trattativa alla fabbrica, e quindi utilizzare questa fase dello scontro e della trattativa per far pagare un costo politico a istituzioni e governo che avrebbero dovuto dare risposte tenendo conto di questa situazione e sottostando ai tempi della lotta e non, come al contrario avviene, ai tempi del Ministero e delle aziende.

Altro dato che è emerso nella gestione di questa manifestazione, che ha sicuramente materializzato come richiesto la parola d’ordine “insorgiamo", è l’auspicata presenza fisica delle realtà solidali.
Ma anche qui il problema è insorgiamo contro chi e per che cosa e su quale linea e basi di classe?

pc 25 luglio - Quarta giornata di protesta in Brasile contro Bolsonaro: in migliaia manifestano contro "il governo della morte, della fame e della corruzione". A S. Paolo data alle fiamme la statua di Borba Gato, simbolo della schiavitù


La stampa locale ha riportato manifestazioni in 20 dei 26 stati brasiliani. Gas lacrimogeni a San Paolo, a Rio migliaia di persone vestite di rosso e con indosso mascherine hanno marciato gridando slogan come "Fuori il criminale corrotto"

Chiedono l'impeachment del presidente Jair Bolsonaro per la sua gestione della crisi sanitaria del coronavirus, con il bilancio della pandemia che supera il mezzo milione di morti. Quella di ieri è stata la quarta giornata di protesta organizzata dalla fine di maggio da partiti di sinistra e sindacati contro il presidente, che è anche oggetto di un'indagine su possibili irregolarità nella negoziazione dei vaccini da parte del governo.

Sabato i manifestanti hanno marciato a Rio de Janeiro e in diverse altre città a livello nazionale nell'ultima manifestazione di rabbia e frustrazione pubblica che ha colpito la nazione sudamericana nelle ultime settimane.

Gli organizzatori della protesta hanno affermato che sono previste azioni in 500 località in tutto il Brasile e al di fuori del paese, secondo quanto riportato dal quotidiano Folha de S Paulo . I manifestanti si sono lamentati del programma di vaccinazione avviato in ritardo in Brasile e dell'alto tasso di disoccupazione, e hanno chiesto più aiuti di emergenza per i poveri alle prese con la pandemia.

"Sono qui perché è tempo di reagire al governo genocida che abbiamo, che ha preso il controllo del nostro paese", ha detto Marcos Kirst, un manifestante a San Paolo.

"È molto importante che tutti coloro che si sentono offesi o oppressi da questo governo scendano in piazza, perché dobbiamo lottare per il ritorno alla democrazia", ​​ha detto un'assistente sociale di 65 anni.

A San Paolo, migliaia di persone si sono radunate nel centro città, sorreggendo cartelli con scritte come "destituzione ora" e "fuori Bolsonaro".   Al calar della notte, sono scoppiati alcuni incidenti che hanno coinvolto un gruppo di manifestanti che hanno attaccato una banca prima di essere dispersi dalla polizia con gas lacrimogeni, stando alle immagini televisive.

In Avenida Santo Amaro, a San Paolo, i manifestanti hanno dato fuoco a una statua del pioniere Borba Gato, uno schiavista responsabile della morte di popolazioni indigene. L'azione è stata ripresa dal gruppo Peripheral Revolution, che ha pubblicato un video sui social network, sul quale sta indagando la polizia.

 

Anche a Rio, migliaia di persone vestite di rosso e con indosso mascherine hanno marciato gridando slogan come "Fuori il criminale corrotto". Nella città, come nelle altre 400 in cui si sono svolte le mobilitazioni, i manifestanti hanno denunciato il ritardo dell'inizio della campagna di vaccinazione in Brasile e hanno chiesto maggiori aiuti per le popolazioni povere che affrontano la pandemia.

Il negazionista leader di estrema destra Bolsonaro ha ripetutamente minimizzato la gravità del COVID-19, per mesi ha respinto le richieste di imporre restrizioni sulla salute pubblica per arginare la diffusione del virus, che ha ucciso più di 548.000 persone in tutto il Brasile, il secondo numero di morti più alto al mondo dopo gli Stati Uniti.

pc 25 luglio - ancora sul corteo di Voghera -"Assassino! Via la Lega da Voghera""giustizia per Youns"

Il presidio per il 38enne marocchino si traforma in corteo. Ottocento manifestanti, nel mirino l’assessore che ha sparato e il sindaco. Attimi di tensione e sit-in sotto casa del primo cittadino


Voghera (Pavia) - "Assassino! Via la Lega da Voghera". La rabbia di circa ottocento persone ieri si è riversata lungo le vie Voghera, dove è stata organizzata una manifestazione di protesta per chiedere "giustizia per Youns", riferendosi a El Boussettaoui, trentanovenne marocchino ucciso martedì sera dall’assessore alla Sicurezza Massimo Adriatici con un colpo di pistola. Erano presenti alcune comunità di cittadini stranieri, o italiani di origine straniera, da diverse parti d’Italia, associazioni giovanili come i vogheresi di NSI – Noi siamo idee e movimenti come la Rete Antifascista di Pavia.
Presenti anche i familiari della vittima, tra cui i genitori e la sorella: "Assassino, perché sei senza cuore digli che non c’è più suo padre. Il bambino è scioccato non parla più – ha urlato al microfono la sorella riferendosi a uno dei figli della vittima –. Vogliamo giustizia". E ancora: "Vi ringrazio per essere oggi qua, noi siamo fiduciosi che avremo giustizia e chi l’ha ammazzato deve essere punito". Un manifestante con la bandiera rossa ha chiesto "il sostegno della comunità democratica, socialista e comunista di Voghera per emanare una richiesta di commissariamento a questo Comune fascista", mentre i rappresentanti maghrebini di un motorclub emiliano hanno raggiunto i manifestanti per esprimere solidarietà: "Giustizia per Youns perché ciò che è accaduto potrebbe succedere domani a te, a tuo figlio, a tuo zio".

Verso le 16,20, il presidio si è trasformato in un corteo: il movimento sembra non fosse inizialmente previsto né autorizzato. Momenti di tensione con le forze dell’ordine prima in via Emilia, poi in via Cavour, per fortuna senza conseguenze. I manifestanti hanno raggiunto il castello e sono saliti sulla collinetta davanti all’edificio, poi si sono posizionati in piazza Duomo sotto a Palazzo Gounela, sede del Municipio, urlando slogan e "Vergogna! Giustizia". Il corteo spontaneo poi si è spostato in piazza San Bovo ed era diretto in stazione, ma ai manifestanti è stata indicata casa della sindaca Paola Garlaschelli e così si son tutti ritrovati davanti al suo portone. Tra loro Giampiero Santamaria del partito Buona Destra: "Semplicemente era un luogo di ritrovo durante il percorso, in piena sicurezza abbiamo manifestato sotto casa del sindaco", aggiungendo che "la destra è sicurezza, non killeraggio. Voghera è solidale, inclusiva, moderata, Adriatici non rappresenta i vogheresi". Per Mauro Vanetti della rete Antifascista invece "La sindaca è complice politicamente" in quanto "l’assessore non è finito lì per caso" ed "è stata zitta per giorni e quando ha parlato non ha detto una parola di umanità per la persona uccisa da un suo collega. È una Giunta marcia, di fascisti, che fa vergognare questa città". La manifestazione si è conclusa verso le 19,30 con un sit-in in piazza Meardi. Non risultano danni ad arredi urbani o esercizi commerciali, molti dei quali chiusi in seguito all’invito del Comune. Alla fine della giornata, alcuni membri della comunità nordafricana hanno pulito piazza Meardi portando via cartacce e bottigliette abbandonate dai manifestanti.
 

pc 25 luglio - Covid, contagi sul posto di lavoro: alcuni dati Lombardia -177mila da inizio pandemia,

Pari a oltre un quinto del totale delle denunce di infortunio pervenute dal gennaio 2020 e al 4,2% del complesso dei contagiati

nazionali. Boom in Lombardia

Milano - Boom di contagi Covid sul posto di lavoro nella seconda ondata. Secondo quanto riporta il 18esimo report nazionale elaborato dalla consulenza statistico attuariale Inail, pubblicato oggi insieme alla versione aggiornata delle schede di approfondimento regionali, dall'inizio della pandemia alla data dello scorso 30 giugno, sono 176.925, pari a oltre un quinto del totale delle denunce di infortunio pervenute dal gennaio 2020 e al 4,2% del complesso dei contagiati nazionali comunicati dall'Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data. Rispetto alle 175.323 denunce registrate dal monitoraggio mensile precedente, i casi in più sono 1.602 (+0,9%), di cui solo 157 riferiti a giugno, 227 a maggio, 236 ad aprile, 234 a marzo, 135 a febbraio e 169 a gennaio di quest'anno, mentre i restanti 444 sono riconducibili allo scorso anno. Il consolidamento dei dati permette, infatti, di acquisire informazioni non disponibili nelle rilevazioni precedenti. Il dato di giugno, ancora provvisorio, è il più basso registrato da un anno e mezzo a questa parte, sensibilmente inferiore anche al minimo osservato a luglio 2020, con circa 500 infezioni di origine professionale.

Boom 'seconda ondata'

Il 18esimo report Inail conferma il maggiore impatto della "seconda ondata" del periodo ottobre 2020-gennaio 2021, con il 59,3% delle denunce di contagio sul lavoro, rispetto alla "prima ondata" del trimestre marzo-maggio 2020 (28,8%). Le denunce si sono concentrate soprattutto nei mesi di novembre (22,7%), marzo (16,2%), dicembre (14,5%), ottobre (14,1%) e aprile (10,4%) del 2020, mentre da febbraio di quest'anno il fenomeno è in significativa discesa. Negli ultimi cinque mesi, infatti, le infezioni di origine lavorativa segnalate all`Istituto sono pari all'8,9% del totale delle denunce presentate dall'inizio dell'emergenza sanitaria.

I decessi

I decessi sono 682, concentrati soprattutto nel trimestre marzo-maggio 2020 (51,7%) e pari a circa un terzo del totale degli infortuni sul lavoro con esito mortale denunciati all'Inail da gennaio 2020, con un`incidenza dello 0,5% rispetto al complesso dei deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall'Iss alla data del 30 giugno. Rispetto ai 639 casi mortali rilevati dal monitoraggio dello scorso 31 maggio, i decessi sono 43 in più, di cui tre avvenuti a giugno, sette a maggio, otto ad aprile, 10 a marzo, quattro a febbraio e due a gennaio di quest`anno, mentre gli altri nove sono riconducibili ai mesi precedenti. A morire sono soprattutto gli uomini (83,7%) e i lavoratori nelle fasce di età 50-64 anni (72,1%), over 64 anni (18,3%) e 35-49 anni (8,9%), con un`età media dei deceduti di 59 anni.

Età, genere e provenienza

Allargando l'osservazione a tutte le infezioni di origine professionale, prosegue l'Inail, l'età media dei contagiati scende a 46 anni, con il 42,5% delle denunce nella fascia 50-64 anni e il 36,7% in quella 35-49 anni, e il rapporto tra i generi si inverte. La quota femminile, infatti, è pari al 68,7% e supera quella maschile in tutte le regioni, con le sole eccezioni della Calabria, della Sicilia e della Campania, dove l'incidenza delle lavoratrici sul complesso delle infezioni di origine professionale è, rispettivamente, del 48,0%, 46,2% e 44,3%. L'86,3% delle denunce riguarda lavoratori italiani, percentuale che sale al 90,5% per i casi mortali. Le altre comunità più colpite sono quella rumena (con il 21,0% dei lavoratori stranieri contagiati), peruviana (12,7%), albanese (8,1%), moldava (4,5%) ed ecuadoriana (4,2%). Per quanto riguarda i casi mortali, invece, con il 13,8% dei decessi occorsi agli stranieri, la comunità peruviana precede quelle albanese (12,3%) e rumena (9,2%).

Le regioni, il primato lombardo

L'analisi territoriale evidenzia una distribuzione delle denunce del 43,0% nel Nord-Ovest (prima la Lombardia con il 25,5%), del 24,5% nel Nord-Est (Veneto 10,6%), del 15,2% al Centro (Lazio 6,6%), del 12,7% al Sud (Campania 5,8%) e del 4,6% nelle Isole (Sicilia 3,1%). Le province con il maggior numero di contagi dall`inizio dell`emergenza sanitaria sono Milano (9,7%), Torino (7,0%), Roma (5,2%), Napoli (3,9%), Brescia, Verona e Varese (2,5% ciascuna) e Genova (2,4%). Prendendo in considerazione solo l`ultimo mese di rilevazione, la provincia che ha registrato il maggior numero di infezioni di origine professionale è quella di Roma, seguita da Torino, Milano, Firenze, Venezia e Verona. Le province che hanno fatto segnare i maggiori incrementi percentuali rispetto alla rilevazione di maggio, non per contagi avvenuti nel mese di giugno ma per il consolidamento dei dati in mesi precedenti, sono però quelle di Vibo Valentia, Reggio Calabria, Matera, Crotone, Pordenone, Siena, Grosseto, Bologna, L`Aquila e Arezzo.

 

pc 25 luglio - No Tav ancora in azione per difendere la valle. La polizia spara lacrimogeni e interrompe il traffico autostradale, ma la lotta non si arresta: "La Valle non è pacificata e non lo sarà fino a che anche l'ultimo bullone di questo squallido fortino non sarà caduto"



NO TAV ANCORA IN AZIONE CON FUOCHI E BLOCCHI

Nella serata di ieri, moltissimi No Tav hanno percorso le strade di campagna circostanti le reti dei cantieri della Vas Susa, raggiungendo così il fortino di San Didero. A bloccare la strada il solito Jersey delle forze dell’ordine che non ha scoraggiato i resistenti che, accompagnati da cori e battiture, sono riusciti a strappare vie diversi metri di concertina. Le forze dell’ordine presenti, nel tentativo di far desistere i No Tav, hanno intrapreso un fitto lancio di lacrimogeni contro i manifestanti decidendo, inoltre, di occupare un tratto di autostrada interrompendo così il traffico stradale per circa tre ore.

I No Tav, però, non si sono lasciati intimorire, e  hanno illuminato la notte valsusina con i fuochi d’artificio. In seguito sono stati divelti anche alcuni metri di recinzione di accesso al cantiere.

pc 25 luglio - Per Youns contro il razzismo. Migliaia di persone in piazza a Voghera

Già mezz'ora prima dell'inizio della manifestazione piazza Meardi si va riempiendo e il piccolo marciapiede antistante il bar dove è stato ucciso Youns non riesce a contenere donne e uomini del Marocco, compaesan× di Youns, seconde generazioni, ma anche persone di origine maghrebina e centrafricana. Lì dove sono stati deposti i fiori per Youns parla sua sorella tra applausi e occhi commossi. Poi ci si riversa tuttx nella rotonda, perché siamo tantx, siamo troppx, siamo migliaia: la comunità immigrata, le tante seconde generazioni di Voghera, hanno risposto in modo massiccio per un loro fratello e intanto la gente continua ad arrivare, da Pavia, Milano, Torino, dall'Emilia, da tutto il nord Italia. In cima all'aiuola, nel centro della rotonda, ai margini di una cittadina di provincia, si alzano le voci dei familiari di Youns, viene ritrasmesso uno struggente messaggio audio di sua figlia, si alzano cori chiari e potenti: "assassino assassino" rivolto ad Adriatici, "giustizia giustizia!" per Youns. Tutto intorno un ambiente surreale, una città blindata, con negozi chiusi, strade deserte e camionette della celere.

Hanno paura i padroni della città. Non vogliono che il sacro centro cittadino venga profanato da quelle che loro considerano orde di barbari e che oggi sono tuttx lì per restituirgli la loro giusta rabbia. Persone le cui vite non valgono nulla per loro, i padroni della città, gli Adriatici, la sindaca, i benpensanti bianchi, anche quelli di sinistra, insomma tutti i tipi di razzistx.

È però chiaro da subito che non si può contenere questa marea montante che da qualche parte esonderà. Ed è chiaro fin da subito anche che ci si sposterà, si farà un corteo, che si andrà verso il municipio, verso la casa dell'assassino Adriatici.

Dopo un primo tentativo arginato in qualche modo dai cordoni di celere, il presidio si riforma in piazza Meardi, riprende parola la sorella di Youns. Poi, dopo che lei ringrazia tutte e tutti i presenti per la solidarietà e annuncia che la lotta andrà avanti, si forma un nuovo corteo. Sono le 17 e tutte e tutti imbocchiamo via Gramsci, per poi riprovare a prenderci il centro.

È manif sauvage, al coro di "assassino assassino", "giustizia giustizia". E finalmente si riesce ad aggirare il dispositivo di sicurezza. Qualcuno conquista il castello, vi issa striscioni e bandiere, altre e altri dai vicoli sbucano in piazza del Duomo. Presto o tardi tuttx insieme siamo sotto al municipio. A dirglielo in faccia a lorsignori quello che sono e a dir loro, chiaro e tondo, che se pensavano di poter ammazzare Youns come un cane, che no, le vite dei migranti valgono. E poi giù per via Emilia fino a San Bovo e ritorno, tra tamburi battenti e moto rombanti. Il corteo finalmente si è preso tutta Voghera ed è tornato in piazza Meardi.

E ancora prese di parola, di donne, uomini immigrati, giovani di seconda generazione, sindacalisti, gente che ogni giorno lotta, col megafono strappato ai bianchi a cui viene spiegato che sì, grazie della solidarietà, ma oggi parliamo noi. Noi donne marocchine, amici di Youns, seconde generazioni.

Se le espressioni di odio razzista aumentano e assumono forme sempre più violente, al punto di arrivare all'omicidio, è anche vero che aumentano, premdono forza e corpo anche le risposte autorganizzate di massa. Oggi la rabbia ha tracimato. E doveva essere solo un comizio...

Da MovimentoPavia


 



pc 25 luglio - Aziz, dal Senegal alla morte nell'azienda trevigiana

Per noi in Italia va così"

Diop, 23 anni, aveva anche venduto braccialetti nelle spiagge della Sardegna
"Aziz passava spesso in tabaccheria, aveva occhi neri dolcissimi e un sorriso timido. Era sempre educato, rispettoso e paziente. Veniva a spedire ogni settimana aiuti economici ad alcuni familiari rimasti in Senegal ”: così Sara la tabaccaia di Ponte della Priula, nel Trevigiano. "Qua noi neri lavoriamo in questo modo, ci sfiniscono e poi ci mettono da parte. Aziz era già morto da tre mesi, perché faceva un lavoro molto pesante. Tutto il giorno con il badile a fare pulizie": così un cugino.

Aziz Diop aveva 23 anni, se n'è andato precipitando dal silos che stava pulendo in un'azienda di calcestruzzi e materiali edili di Susegana. Una vita (e una morte) che raccontano l'immigrazione in Italia meglio di qualsivoglia analisi sociologica o polemica politica: Aziz lavorava da due anni in quello stabilimento, prima vendeva braccialetti in spiaggia in Sardegna, e sempre nella fabbrica lavorano il papà (tra i primi ad accorrere nel disperato tentativo di rianimarlo), e i cugini. Trent'anni fa il primo assunto della famiglia Diop, ora pensionato in Senegal, da allora una quindicina di familiari ingaggiati.

"E' l’altra faccia dell’immigrazione che pochi vogliono vedere – dice ancora Sara, la tabaccaia, ad un cronista locale – . Persone per bene, lavoratori, che sono venuti in Italia per dare un futuro migliore ai loro cari. Ci stringiamo intorno al dolore di tutti i Diop per questa tragedia". Ma Aziz non passerà più nel negozio e tutti noi continueremo a cercare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l'ha".

pc 25 luglio - SU VACCINI, NO VAX, E COMPLICI - Un articolo di Marco Revelli utile

(Da Il Manifesto)

Piazze e pandemia

A volte i popoli impazziscono. O impazziscono piccole porzioni di popolo, come quelle che si ritrovano in piazza in questi giorni, segno di tempi deragliati. Indecifrabili nella loro composizione scomposta, con i leghisti e i fascisti mescolati ai bene-comunisti, ai dentisti e agli apprendisti o ai giuristi d’assalto, incarnazione di un’eterogeneità sociale accomunata solo dall’assurdità di una pretesa irricevibile: dalla rivolta contro un provvedimento-simbolo come il Green Pass che in tempi di pandemia mortale appare mera proposta di buon senso e senza dubbio male minore, e che invece viene identificato come attentato a una libertà confusa con l’affermazione dell’assoluto diritto al proprio personale capriccio.

Espressione, a sua volta, della rottura di ogni principio di responsabilità verso gli altri, del loro ben più sostanziale (e costituzionalmente sancito) diritto alla salute e alla sopravvivenza, come se l’affermazione che «la mia libertà si arresta dove comincia quella del mio vicino» avesse perso di

pc 25 luglio - Orrore in Colombia: oltre cento gli attivisti assassinati


Da gennaio, ne è stato ucciso uno ogni 48 ore. E il massacro accelera. I principali responsabili sono i nuovi paramilitari che hanno colmato il vuoto lasciato dalla guerriglia
Manifestazione a Cali: una delle ragioni delle proteste è la strage degli attivisti 
dal primo gennaio, ogni 48 ore, è stato assassinato un leader sociale, ovvero una persona impegnata nel servizio alla comunità, in termini di difesa dei diritti degli abitanti. Una figura fondamentale nella sterminata Colombia rurale, dove lo Stato è pressoché assente. Nell’ultima settimana, il ritmo della strage – giunta alla tragica quota di 101 vittime in meno di sei mesi – ha accelerato. Da domenica, il massacro è stato quotidiano, con l’eccezione di martedì. Mercoledì a Santa Marta, Juana Iris Ramírez Martínez è stata colpita da una raffica di proiettili mentre andava a fare la spesa. La giovane mamma di due bimbi era attiva nel consiglio del sobborgo di periferia dove viveva, a Santa Marta. Il giorno successivo è toccato ad Andrés Córdoba Tamaniza, esponente del popolo indigeno Embera di Totumal, nella zona di Caldas. Con il suo omicidio, la Colombia ha oltrepassato la soglia dei cento attivisti assassinati. Meno di ventiquattro ore dopo, un altro delitto, il 101esimo: José Vianey Gaviria, noto difensore dei contadini del Caquetá, è stato crivellato da una raffica di proiettili a La Montañita.
L’eccidio degli attivisti è la drammatica manifestazione della profonda crisi della nazione. A quasi cinque anni dall’accordo tra il governo e la guerriglia delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc), il processo di pace si è incagliato a causa delle difficoltà strutturali e della scarsa volontà politica del presidente, Iván Duque. Le istituzioni non sono state in grado di colmare il vuoto lasciato dai guerriglieri, in seguito al disarmo. Ad approfittarne sono stati subito altri gruppi, in particolare i nuovi paramilitari, eredi delle vecchie Autofedensas, formazioni d’ultradestra costituite in versione anti-Farc. Sono loro i principali responsabili del massacro degli attivisti, perpetrato per terrorizzare e asservire la popolazione locale.

 

pc 25 luglio - Stellantis come i padroni trattano operai e impiegati nella crisi - un contributo info

Nel nuovo gruppo Stellantis c’è un esubero di personale, sia tra gli operai che tra gli impiegati.

Per ora l’azienda utilizza strumenti “dolci” per buttare fuori la gente. A Cassino, a Melfi, a Termoli, a Pomigliano ed ora anche nelle fabbriche del Torinese, ha concordato con i sindacati, FIOM inclusa, un piano di smaltimento di operai che non servono al padrone per realizzare profitti. Sono centinaia, a cui bisogna aggiungere quelli a cui “si chiede” di trasferirsi in altri stabilimenti dove invece la manodopera serve, anche in altre nazioni.
Per gli operai ci sono un po’ d’incentivi a licenziarsi, quattro soldi. Oppure, per coloro a cui mancano quattro anni alla pensione tra Naspi e retribuzioni ridotte, salari da fame per tutti e quattro gli anni.
Ora l’azienda mette mano anche agli impiegati. In tempi di carestia non si può guardare in faccia nessuno, neanche a quelli che di solito sono a fianco dell’azienda. Così capita che, a Roma, si stia trattando il prepensionamento di 350/400 dipendenti tra “gli enti di staff”, appunto impiegati, quadri e dirigenti.
Il trattamento che viene loro riservato però, è già diverso rispetto a quello degli operai.
Prima di tutto viene applicato il “contratto di espansione” che prevede l’assunzione di giovani pari ad un terzo di quelli che escono. Secondo, con il Contratto di espansione sono cinque gli anni di abbuono. Terzo, l’indennità percepita per i cinque anni è sostanzialmente uguale alla pensione che si percepirà. Inoltre i sindacalisti hanno richiesto una integrazione ulteriore a questa indennità, ma per ora l’azienda ha risposto con un diniego.
L’accordo prevede anche una riduzione dell’orario di lavoro mediamente del 20% per quelli che rimangono, e in questo tempo il personale sarà impegnato in corsi di formazione coperti dalla cassa integrazione. In questo caso i sindacalisti chiedono garanzie sulla distribuzione equa della cassa integrazione, ma anche una integrazione salariale per i soldi che si perdono. Teniamo presente che l’integrazione salariale rispetto ai soldi che gli operai hanno perso, e stanno perdendo, per le centinaia di ore di cassa integrazione e per la non maturazione dei ratei, pur richiesta spesso dalla base nelle assemblee, i sindacalisti non l’hanno mai presa in considerazione nelle trattative con il padrone. Per gli “enti di staff” sì.
Figli e figliastri non solo per mamma Stellantis, ma anche per i sindacati che, quando serve all’immagine, pomposamente si autodefiniscono “operai”.
F. R. - operai contro

 

pc 25 luglio - Da Voghera a Milano, gli amministratori pistoleri crescono.

e nella intervista a Repubblica non spende una parola sul fatto che questa denuncia arriva dopo l'omicidio di a Voghera di Youns el Boussettaoui da parte di un altro criminale/razzista leghista, M. Adriatici, che mostra, se ancora ce ne fosse bisogno che questa feccia nemmeno dovrebbero avere diritto di parola

questo su Repubblica



"caro" Usuelli questo soggetto non deve spiegare un bel niente anche perché come dichiara al Corriere lui rivendica di portarsi la pistola in ospedale perché è stato minacciato ed ha che fare con pazienti instabili, ovvero i bambini, quando gli unici veramente minacciati sono tutti quegli operatori sanitari che si trovano a fronteggiare la giusta rabbia di malati e parenti che subiscono la devastazione della sanità pubblica a guida leghista. Operatori sanitari che di certo non girano armati per le corsie

sotto l'articolo del Corriere

Il candidato sindaco Bernardo: "Con pistola in ospedale di notte, mai tra i pazienti. Da 10 anni ho il porto d'armi come quasi tutti i medici"

di Federica Venni

Il primario di Pediatria del Fatebenefratelli, scelto dal centrodestra per la sfida d'autunno, annuncia

pc 25 luglio - Operai ex Fiat Termini Imerese, ancora tra cassa integrazione e promesse di rilancio: è il turno dello scooter elettrico…

È il turno dello scooter elettrico “E-taly” che se tutto andasse bene dovrebbe iniziare la produzione nel 2023 e darebbe lavoro a… 20 lavoratori.

A settembre, dopo 11 anni, scade l’ennesimo periodo di cassa integrazione per i circa 600 operai della ex Fiat di Termini Imerese e dell’ex Blutec…e del famoso e tanto sbandierato “piano di rilancio” non c’è ancora niente, mentre qualche idea che alla fin fine potrebbe essere praticabile come la produzione di veicoli elettrici non è una vera soluzione per quanto riguarda l’occupazione, nelle forme in cui viene proposta.

Al Ministero dello Sviluppo Economico, sempre chiamato in causa, hanno le idee confuse, molto confuse, e, come si vede in ogni “vertenza” pendono dalle labbra dei padroni delle fabbriche dai quali sperano in qualche illuminazione, mentre quelli si inventano di tutto per strappare quanti più incentivi pubblici possibili (e per i progetti più rischiosi mandano avanti le “start up).

L’altro lato del problema sono sempre gli operai, ormai pieni di decenni di esperienza, che devono decidere di prendere nelle proprie mani lo “sviluppo” di una lotta seria.

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Per Termini Imerese si candida l’e-scooter

Si chiama E-taly ed è uno scooter anzi un e-scooter autosanificante. Ma uno scooter molto particolare perché figlio del designer di Italdesign e dunque della grande tradizione di Giugiaro. E poi perché pensato con un know-how tecnologico all’avanguardia. Intanto, è un progetto candidato concretamente a recuperare e rilanciare almeno una parte dell’ampia

sabato 24 luglio 2021

pc 24 luglio - Forte e combattiva manifestazione alla GKN - la lotta si estende ed è nelle mani degli operai d'avanguardia... questa è una novità positiva per le fabbriche in lotta

Buoni video su Corriere fiorentino

Scritta di bianco sul grande striscione rosso, è la parola "Insorgiamo" a campeggiare in testa al corteo, davanti ai cancelli della Gkn. È da lì che è partita il 9 luglio scorso, è da lì che parte oggi. Il Collettivo di fabbrica apre il corteo, ma non è solo: ci sono studenti, lavoratrici, lavoratori, pensionati. Da tutta la Toscana, e da molte città italiane, da Parma, da Bologna, da Trieste Presenti gli operai e molte delle loro famiglie con bambini al seguito. E poi delegazioni sindacali da Melfi, Pomigliano, Frosinone, Emilia Romagna, Lombardia. Il concentramento davanti ai cancelli è iniziato dalle 9, e ha continuato ad allargarsi, con il traffico in zona che piano piano ha iniziato a bloccarsi. Alle 10.30, tra il suono dei tamburi e i colori dei fumogeni, il corteo inizia a muoversi. Dai cancelli della Gkn, verso la zona industriale circostante. In testa ci sono lavoratori e lavoratrici Gkn. Loro, quei cancelli non li hanno mai lasciati, e oggi la protesta parte proprio qui. Oggi, sabato 24 luglio, è il giorno della manifestazione nazionale. Oggi, il grido 'Insorgiamo' si allarga, così come vogliono i lavoratori e le lavoratrici Gkn, che vogliono scendere in piazza per tutti i lavoratori a rischio licenziamento. "Il nostro slogan non è soltanto “la Gkn, non si tocca”, ma il motto che viene dalla Resistenza fiorentina: “Insorgiamo”. Perché i periodi bui capitano nella storia, ma prima o poi vengono spazzati via da un moto di indignazione e dalla sensazione che improvvisamente pervade la società che “così non si può andare avanti”, l'appello giorni fa del Collettivo di fabbrica che ha lanciato la manifestazione nazionale, Dallo sgomento alla lotta, una lotta che è stata accompagnata da un bagno di solidarietà con cui il territorio ha abbracciato il presidio permanente degli operai, un bagno che però ha bisogno di non prosciugarsi. "Abbiamo bisogno che la solidarietà nazionale che abbiamo ricevuto si concretizzi in persone in carne ed ossa, in una manifestazione nazionale da tenersi di fronte alla fabbrica". Il corteo ha attraversato tutta la zona industriale di Capalle, fino alla sopraelevata dell'autostrada. "Si perde sempre, tranne quella volta che si vince", "Nessuno ferma la lotta operaia", "Non c'è resa non c'è rassegnazione ma solo tanta rabbia che cresce dentro me", i cori accompagnano tutto il corteo, fino al ritorno davanti ai cancelli dello stabilimento, intorno alle 12.30. a chiudere la mattinata è l'intervento di Dario Salvetti, lavoratore Gkn delegato Fiom e Collettivo di fabbrica. . Non accettiamo la sospensione unilaterale dei diritti sostanziali in nome della pandemia. Se le aziende possono licenziare, allora i lavoratori e le lavoratrici possono mettersi in assemblea permanente e fare corte". Avevamo bisogno di guardarvi negli occhi, e sappiamo che siamo solo la punta. Siete chiamati a testimoniare il fatto che questa azienda è di fatto adesso in mano ai lavoratori. La proprietà ha lavorato per un anno per chiuderla, mentendo anche ai propri dirigenti, non è interessata a questa azienda, noi invece la abbiamo costruita, e potremmo fare ripartire la produzione in qualsiasi momento. Quando venite qui ci chiedete come stiamo, come volete che stiamo? Siamo qui, in piedi, come qualcuno che ha preso una tranvata in faccia e ha ancora i lividi, ma è in piedi. Ci guardiamo per capire se ce la facciamo, se qualcuno cederà, abbiamo tanta adrenalina, che a volte cala. Ma vi chiediamo, voi come state? Noi fino al 22 settembre abbiamo lo stipendio, poi ci saranno tfr, accordi, ma chi ci domanda come stiamo, magari sta messo peggio di noi, magari chi è qui con noi adesso ha il contratto in scadenza, magari il giornalista che ci intervista lavora a cottimo a 5 euro al pezzo. Non ci sembra che nessuno stia bene. Ma allo stesso tempo stiamo benissimo, perché abbiamo la dignità e la testa alta. Ci chiedete dove vogliamo andare. Per noi è chiaro che questa è una vertenza nazionale e politica. Quando il governo continuerà a scappare, e noi vi riconvocheremo, ci sarà la benzina per partire? Questo è il senso della parola Insorgiamo". "Vogliamo che siate testimoni di una operazione vile. Chiude la fabbrica, tutti dicono Gkn non si chiude, ma questo non si tramuta in nulla di concreto, quelle 500 persone vengono lasciate lì, e piano piano quelle persone prese dalla stanchezza, se la voteranno da sole la chiusura della fabbrica, accettando quei quattro soldi. Così tutti diranno che ce la siamo chiusi da sola, sarà il delitto perfetto". "A livello comunale abbiamo avuto parole e fatti, a livello regionale abbiamo avuto le parole e aspettiamo i fatti, dal Governo non abbiamo avuto né parole né fatti. Il Governo ha la stessa posizione di Melrose, sta pensando a come riscrivere la mail di Melrose. Una mail con cui hanno disvelato la loro natura. Noi quella mail vogliamo rimandarla al mittente. Guardiamoci negli occhi. Noi vinciamo se tutti cessiamo di essere minoritari, abbiamo un presente e un futuro da giocare, che si gioca oggi, trasformando questa lotta in una leva per cambiare i rapporti di forza del paese. Si perde sempre tranne quella volta che si vince. Le vittorie sono rare, costano fatica perché cambiano la storia. a Italia contro i licenziamenti

pc 24 luglio - L’Italia supporta l’esercito e la polizia della Somalia, accusati dall’Onu di aver commesso gravissime violazioni dei diritti umani

Il ministro italiano della difesa Lorenzo Guerini in visita in Somalia

Nell’ex colonia sono presenti oltre settecento militari italiani, nell’ambito di alcune missioni. Tre di queste sono missioni dell’Unione Europea: Eutm Somalia, con lo scopo di formare i soldati di Mogadiscio, comandata da un generale italiano con circa 150 soldati italiani e con un costo annuo di circa 14 milioni di euro; EuAtalanta che combatte la pirateria nelle acque antistanti il paese africano con oltre quattrocento marinai, due navi e due aerei, e con un costo nel 2020 di 27 milioni di euro; Eucap Somalia, per il rafforzamento della sicurezza marittima, che schiera 15 connazionali con un costo di mezzo milione di euro.

Ci sono poi le altre missioni: la missione bilaterale di addestramento delle forze di polizia somale e

pc 24 luglio - L' imperialismo USA non si ritira dalla Somalia: Biden approva i bombardamenti in nome dell' "autodifesa collettiva" e prepara l'invio di truppe

La guerra del presidente dell'imperialismo USA Biden in Somalia è iniziata e non l'ha nemmeno dichiarata. 

Secondo attacco aereo in una settimana contro Al-Shabaab in Somalia

Il portavoce del Dipartimento della Difesa John Kirby ha dichiarato la scorsa settimana che il comandante dell'AFRICOM, il generale Stephen Townsend, ha "l'autorità di agire in difesa delle nostre forze e dei nostri partner somali". 
Il capo del Comando usa per l’Africa aveva affermato che il dipartimento della Difesa sta

pc 24 luglio - Oggi manifestazione a Voghera per Youns El Boussetaoui contro i fasci-razzisti leghisti, contro il razzismo istituzionale

 Dal blog femminismorivoluzionario

La morte di Youns El Boussetaoui parla chiaro. Sabato in piazza a Voghera con Bahija El Boussetaoui, sorella di Youns, contro il razzismo istituzionale


La sorella di Youns El Boussetaoui, il 39enne di origini marocchine ucciso dopo essere stato raggiunto da un colpo di pistola esploso dall’assessore leghista Massimo Adriatici continua a domandarsi come sia stato possibile un evento così drammatico. “E’ stato ammazzato da innocente, non ha fatto niente!”, “Chiedo giustizia”, ha aggiunto Bahija in lacrime, spiegando di non avere intenzione di arrendersi fino a quando non otterrà giustizia per suo fratello. “E’ stato sparato da un avvocato, ex poliziotto, assessore, che gira con la pistola carica e ha puntato al petto con l’intenzione di ucciderlo”, ha urlato Bahija, rivolgendosi ai giornalisti.
Bahija ha ricordato come in Marocco il fratello Youns avesse una moglie e due bambini: “L’ha ammazzato! E’ stato omicidio volontario! Ditemi voi se per voi è stato giusto”.
La sorella della vittima di Voghera ha aggiunto che i carabinieri avrebbero dato alla sua famiglia dei clandestini, “ma siamo tutti italiani! Abbiamo cittadinanza italiana, mia mamma, mio padre, i miei fratelli, mia sorella… siamo tutti di cittadinanza italiana”, ha aggiunto mostrando il documento alle telecamere. “Abbiamo la residenza, lavoriamo, lavoriamo, lavoriamo”, ha proseguito disperata spiegando di aver studiato in Italia e di aver conseguito il diploma in ragioneria.
E a chi le ha domandato cosa si sentisse di dire alla persona che ha ucciso il fratello, ha commentato a gran voce: “Assassino! Assassino! E tutti quelli che parlano male di

pc 24 luglio - Genova 2021 - il detto e il non detto

Le migliaia di persone affluite a Genova in occasione del ventennale del G8, tra cui, positivamente, tanti giovanissimi, rappresentano un sentire comune di centinaia di migliaia che considerano Genova 2001 una ferita aperta che non può essere chiusa.

Ciò è positivo ed è vero.

Come proletari comunisti, però, questa cosa l’affermavamo già in occasione del 2011, in un foglio speciale che veniva diffuso a Genova da una delegazione nazionale di operai, lavoratori, precari, donne, disoccupate, che da Taranto a Bergamo, da Torino a Palermo, da Milano a Ravenna, partecipava a quella manifestazione, e si trattava di militanti che organizzano e dirigono lotte proletarie e lavorano per la costruzione dell’organizzazione e l’azione politica dei proletari, donne, giovani d’avanguardia.

In quel foglio partivamo da un dato: 300mila persone scesero in piazza nel 2001 con dentro una nuova generazione che, sia pure con parole non sempre precise, denunciava un mondo fatto do guerre, sfruttamento, oppressione, miseria e fame e chiedevano e rivendicavano un altro mondo possibile. E a Genova trovarono uno Stato che aveva organizzato una feroce repressione, con torture, pestaggi, assassinii.

Questa repressione dimostrava, e lo rilevavamo 10 anni dopo e l’abbiamo affermato anche oggi, che questo mondo non si può riformare e che l’altro mondo possibile si poteva ottenere solo con la rivoluzione.

I governi e lo Stato borghese, anche se negli anni successivi non hanno attuato una cosa come Genova, hanno affermato la stessa logica in 10/100/mille episodi ed al di là dei governi che si sono succeduti di centro destra, centrosinistra, tecnici, ecc. abbiamo avuto quello che già scrivevamo in quel foglio: “Sempre più Stato di polizia, sempre più repressione, leggi anti democratiche e di aperta violazione dei diritti, persecuzione anti immigrati”, e proseguivamo: “i governanti, i capi della polizia, i poliziotti autori dei crimini odiosi di quelle giornata sono impuniti, sebbene in parte processati e alcuni sono stati promossi invece che rimossi”.

Lo si diceva nel 2011 e non si può ripeterlo senza trarne le conseguenze nel 2021.

Dicevamo: “Per questo non c’è nulla da archiviare, da dimenticare, nulla da conciliare, da pacificare… A Genova si viene per chiedere giustizia, senza giustizia nessuna pace!”.

Allora, non è giusto, dopo ulteriori 10 anni  dire le stesse cose  senza trarre la conseguenza che quella che c’è da organizzare in Italia, come nel mondo, visto che siamo ben dentro il sistema mondiale imperialista, è la guerra, la guerra di classe, la guerra rivoluzionaria, la guerra popolare.

Ma di tutto questo, anche nei compagni più radicali, non si è parlato a Genova oggi, né si è aperta anche simbolicamente una strada in questa direzione.

Una parte del problema è Carlo Giuliani. Si è gridato il 20 luglio “carlo e vivo e lotta insieme a noi” in piazza e nel corteo improvvisato contro il parere di Giuliani padre,e della corte che lo circonda.

Noi scrivevamo nel foglio 2011: “Carlo Giuliani non è solo un ragazzo ma uno dei tanti ribelli che in quelle giornate hanno resistito e si sono difesi dalla violenza di Stato omicida”, ed è una parte di quelli che non solo si sono difesi ma hanno attaccato la polizia, il carcere di Marassi, in via Tolemaide, che ieri come oggi vengono dagli organizzatori di Genova 2021 stigmatizzati,insieme agli spudorati riformisti

E’ evidente che anche su questo non si è tracciata una netta linea di demarcazione. 

 All’imperialismo assassino, allo Stato della violenza, della tortura, dei massacri, c’era, c’è e ci sarà una sola risposta, la violenza rivoluzionaria delle masse. Genova ha dimostrato che senza di essa i giovani, i proletari, il popolo non hanno niente.

Quindi, è evidente che il ventennale non ha segnato alcuna tappa per trarre un effettivo bilancio e lezioni di quei giorni. E tocca ai comunisti, agli autentici rivoluzionari affermare forte e chiaro il senso di questa ferita aperta e come realmente chiuderla. 

proletari comunisti/PCm Italia

luglio 2021

 

pc 24 luglio - SI ALLA VACCINAZIONE OBBLIGATORIA - CONTRASTARE IL MOVIMENTO NO VAX

Noi siamo da sempre per la vaccinazione obbligatoria, perchè non è un fatto individuale ma sociale, anche se naturalmente chiediamo, pretendiamo rigore e accertamenti nei controlli medici dei casi particolari.

Consideriamo il movimento No vax un movimento reazionario e fascista, che sfrutta anche ignoranza, qualunquismo e individualismo presente tra le masse; esso inevitabilmente fa capo a Salvini, alla Meloni e su scala internazionale ai regimi ed esponenti più fascisti nel mondo, Trump, Bolsonaro, Modi, Orban, ecc.
Siamo per il massimo contrasto su tutti i campi di questo movimento, compreso il divieto di manifestare, oscuramento telematico e repressione diretta dei caporioni - consideriamo chi a sinistra in qualche maniera civetta, dialoga, condivide, gente di fatto al servizio della reazione.

Per sanità, scuola non abbiamo alcun dubbio che la vaccinazione debba essere obbligatoria per la riapertura della scuola e la gestione del servizio sanitario pubblico e privato.

Siamo perchè in fabbrica e nei posti di lavoro la gestione non venga appaltata a Confindustria, padroni, ma passi sempre per protocolli condivisi con i sindacati, e in particolare con organizzazioni sindacali di base e di classe. Ma non abbiamo nessun dubbio nel considerare operai e lavoratori che non si vogliono vaccinare e/o che si dichiarano No vax la parte peggiore di operai e lavoratori, che deve essere criticata, contrastata, isolata.

proletari comunisti

Slai cobas per il sindacato di classe

Movimento femminista proletario rivoluzionario

24 luglio 2024

pc 23 luglio - ANCHE ITALCEMENTI/CEMITALY ATTIVA I LICENZIAMENTI COLLETTIVI A TARANTO - LO SBLOCCO DEI LICENZIAMENTI FATTO DAL GOVERNO DA' IL VIA LIBERA

Sono le grandi aziende, le multinazionali, dalla Whirpool, alla Gkn, all'Italcementi, ecc. che stanno licenziando. Non lo fanno perchè stanno in crisi, ma perchè, per difendere e aumentare i loro profitti, preferiscono delocalizzare, chiudere un sito e concentrare la produzione in un altro o aprire all'estero, tagliare i costi dei lavoratori e intensificare lo sfruttamento, accompagnato sempre da bassi salari, degli operai occupati - e la minaccia/ricatto dei licenziamenti gioca a favore per imporre questi peggioramenti. 

Quindi non si tratta affatto di salvare delle aziende, ma spudoratamente con lo sbocco dei licenziamenti Draghi si è mosso a sostegno delle leggi del grande capitale - rivendicandolo; grandi aziende che escono dalla pandemia facendo elevati utili, mentre i lavoratori sono ridotti a "settori poveri", a cercare aiuti perchè non ce la fanno.

E via via, questi licenziamenti, chiusura di fabbriche quasi in una corsa alla copia/concorrenza sta avvenendo dal nord al sud.

In questo si colloca l'apertura della procedura di licenziamenti di tutti gli operai fatta dalla Cemitaly/Italcementi dell'ex Cementir di Taranto.

Operai Cementir Slai cobas in presidio

DAL COMUNICATO DELLO SLAI COBAS SC DELLA CEMITALY DI TARANTO:
“Anche a Taranto si sta verificando quello che sta succedendo in altre realtà e fabbriche, la Cemitaly del gruppo Italcementi vuole chiudere la fabbrica e andarsene. La motivazione sono i profitti che non arrivano; ma anche qui i padroni non fanno nulla per investire, e non ci pensano due volte a mettere in mezzo ad una strada 51 operai che per anni hanno lavorato, sono stati sfruttati, hanno rischiato la loro salute. Lo Slai cobas – presente tra gli operai ex Cementir – ha chiesto urgenti incontri con la Regione e con l’Arpal per bloccare i licenziamenti. Ma nello stesso tempo fa appello ai lavoratori a mobilitarsi, perchè solo la lotta può salvaguardare lavoro e salario. 

Anni oramai di cassintegrazione stanno mostrando le conseguenze negative: operai a casa, divisi, in attesa/delega di un cambiamento positivo che non poteva arrivare senza che in campo ci fosse la lotta dei lavoratori. Ora, però, si arriva ai licenziamenti; è tempo di cambiare strada!” 

pc 24 luglio - Il Regno Unito paga la Francia per non far sbarcare i migranti… lo stesso fa l’Italia con la Libia, la Germania con la Turchia…

ecco la “politica sull’immigrazione” dell’imperialismo europeo che costa migliaia di vite umane

L’imperialismo italiano paga il governo libico per “trattenere” i migranti o “riprenderseli”, l’imperialismo inglese paga quello francese esattamente per fare la stessa cosa, l’imperialismo europeo nel suo complesso (Germania in testa) paga la Turchia per trattenere i migranti… e si tratta di miliardi di euro con il risultato di sofferenze indicibili e migliaia di morti all’anno.

Ma  nessun “muro”, fatto pure con tutti i soldi del mondo, può fermare le migrazioni che sono una necessità vitale per milioni di persone che fuggono da guerre e miserie causate da sempre dai paesi imperialisti!

È il “muro” dell’imperialismo che bisogna abbattere quanto prima per mettere fine a questi orrori!

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tratto da l’inkiesta

Dipendenti dall’Europa

Il Regno Unito paga la Francia per non far sbarcare i migranti

Londra ha dato 63 milioni di euro a Parigi affinché raddoppi gli agenti a pattugliare le coste settentrionali francesi. È la seconda tranche dopo i 28 milioni del 2020. Per fermare gli arrivi dei rifugiati non bastano più le otto navi che prima coprivano lo stretto della Manica. Il governo inglese ha chiesto anche a Bruxelles di rivedere il protocollo sull’Irlanda del Nord

Altro che neoisolazionismo. La «Global Britain» del dopo Brexit è ancora dipendente dall’Europa. Ne