LA LEGGE DI STABILITÀ, il JOB ACT e ora anche il piano di riforma della scuola, denominato inopportunamente “per la Buona Scuola” sarà approvato a fine mese. Anche il governo Renzi continua a mantenere
una politica di tagli e di dequalificazione e di svendita ai privati della
scuola pubblica statale in perfetta continuità con i governi precedenti.
Se da una
parte infatti, pur con poca chiarezza sui tempi e i modi, si promette
l’assunzione di 150.000 precari, dall’altra si paventa l’abolizione delle
graduatorie di II e III fascia, misura che aprirebbe la porta alle chiamate
dirette dei Dirigenti Scolastici e all’espulsione dalla scuola pubblica di
300.000 insegnanti, molti dei quali in possesso di abilitazioni conseguite a
caro prezzo o con anni di servizio alle spalle.
Ricattabilità e gerarchizzazione del corpo docente. Limitazione della
libertà d’insegnamento. Eliminazione degli scatti di anzianità. Abolizione
degli organi collegiali. Libere sponsorizzazioni di aziende private nelle
scuole statali. Taglio, esternalizzazione e precarizzazione del personale ATA. Questi sono gli altri obbiettivi che questo
piano Renzi sulla scuola pubblica si propone di realizzare.
L’attacco a docenti, personale Ata e Studenti è
palese e necessita di una risposta forte e compatta...
LE INIZIATIVE:
ROMA: presidio permanente dal 23-27 FEBBRAIO in PIAZZA MONTECITORIO
DALLE 15 alle 19
TORINO: Venerdì 27 Febbraio, ore 15/20 sotto la Sede Rai
In via Verdi 25
Coordinamento contro “La Buona Scuola” di Torino (COBAS, CUB,
Movimento docenti precari contro “La buona scuola”, Insegnanti Arrabbiati
(coord.controlabuonascuola.to@gmail.com)
BOLOGNA: Giovedì 26 febbraio dalle ore 15:00 Ufficio
Scolastico Regionale Via dè Castagnoli 1.
USB Scuola Bologna
Coordinamento Precari della Scuola di Bologna
MODENA: MERCOLEDI' 25 FEBBRAIO ORE 17 PRESIDIO DAVANTI
ALL'UFFICIO SCOLASTICO PROVINCIALE IN VIA RAINUSSO 70/100
MILANO: adesione al corteo contro il Jobs act del 28
febbraio e assemblea informativa il 6 marzo per discutere dei decreti attuativi
della buona scuola;
Cerchiamo di ribadire quello che Lenin ripete in questo testo con la critica ironica agli economicisti, e cioè di non voler comprendere la differenza che passa tra la politica tradunionista e la politica socialdemocratica, sui limiti della coscienza politica degli operai nella lotta economica come “unica forma possibile di lotta”. Quando per esempio di recente siamo andati ai Cantieri Navali, in occasione della 3 gg a sostegno della guerra popolare in India e in particolare nella giornata dedicata alle lotte operaie, abbiamo portato volantini e striscioni che non avevano niente a che fare con la lotta economica specifica degli operai, però si è visto che anche se è una questione che può sembrare lontana dalla vita quotidiana che fanno gli operai in fabbrica, dalle loro problematiche sul piano di lotta economica, essa ha dato spunto anche agli operai stessi per parlare del governo e per fare una denuncia politica sia contro il nostro governo che contro il sistema in generale di sfruttamento e oppressione.
… Ricordiamo che la socialdemocrazia a quei tempi era come oggi diciamo attività rivoluzionaria, noi diciamo maoista.
Gli economicisti sono convinti che gli operai possono acquisire coscienza se fanno azione politica con il solo taglio economicista, cioè a partire dalla lotta economica perchè è più vicina agli operai.
Gli economicisti negano il ruolo delle avanguardie politiche (vedi oggi per es. il gruppo Operai Contro), le avanguardie del partito rivoluzionario, vedono l'avanguardia come formata da piccoli borghesi, perchè non operaia, quindi la critica che fanno alle avanguardie è quella di considerarli come un “messia” che porta il messaggio con la concezione da piccolo borghese.
Lenin ci dimostra con la pratica e teoria il chiaro ruolo dell'avanguardia rivoluzionaria che si unisce alla classe per dare orientamento e guida alla classe, il partito non può nascere e costruirsi senza un'avanguardia che si colleghi con gli operai, per dare cognizioni politiche, perchè la classe operaia vada anche tra le altre classi.
Allargare la visuale degli operai, la loro testa al di là della sola lotta economica. L'operaio deve combattere per la propria classe ma anche capire quali sono i rapporti che la sua classe nella società ha con le altre classi.
Lenin ci parla della posizione del socialdemocratico (rivoluzionario) che “non deve essere il segretario di una trade-union ma il tribuno popolare il quale sa reagire contro ogni manifestazione di arbitrio e di oppressione, sa approfittare di ogni minima occasione per esporre dinanzi a tutti le proprie convinzioni socialiste e le proprie rivendicazioni democratiche, per spiegare a tutti la lotta emancipatrice del proletariato”, in concreto è quando si dice “approfittare di ogni minima occasione, qualunque cosa avvenga” non solo nella lotta operaia, sfruttare tutte le occasioni per portare avanti le nostre posizioni di classe.
Ogni cosa deve essere presa come spunto per fare agitazione politica, organizzare denuncia politica.
Lenin fa anche il paragone tra Knight che è un economicista inglese e Liebknecht che era un rivoluzionario tedesco, uno dei fondatori del partito socialdemocratico tedesco che verrà ucciso insieme a Rosa Luxemburg quando provarono a fare la rivoluzione in Germania nel '17, dopo la rivoluzione di ottobre: Knight può essere anche bravo a fare delle denunce economiche contro il governo atte ad ottenere qualcosa per gli operai, ma...
“Non è socialdemocratico chi dimentica, in pratica, il proprio dovere di essere alla testa di tutti quando si deve porre, approfondire e risolvere qualsiasi questione democratica generale”.
Per esempio i curdi a Kobane costituiscono un moto rivoluzionario con tratti particolari, noi non condividiamo la linea idelogica attuale di Ocalan, ma appoggiamo la lotta armata dei curdi senza stare a fare le pulci se sono maoisti oppure no, perchè comunque è un moto progressista in cui le donne prendono le armi per liberarsi da oppressori fascisti. Un rivoluzionario vero sostiene ogni moto rivoluzionario. Ma questa non è la linea di altre forze rivoluzionarie. Per quanto riguarda l'India, per esempio, che vede attualmente in atto la più grande guerra popolare nel mondo, molti che fanno parte del movimento che si definisce rivoluzionario nel nostro paese fanno finta di non vederla.
Tornando al "Che fare?" - sulla questione di distinguere i vari momenti storici. Lenin scrive “1894: noi eravamo ancora deboli e quindi era giusto dire in quel caso non potevamo disperdere forze”. Per certi versi è come la situazione per ora in Italia: i rivoluzionari sono pochissimi in questa fase nel nostro paese, quindi non bisognerebbe disperdere le forze. Noi lavoriamo per risolvere questo problema, e in questa fase della costruzione del partito comunista di tipo nuovo è perciò molto importante innanzi tutto la lotta teorica, la linea ideologica, il lavoro tra la classe operaia, e tra le altre classi, precari, disoccupati, studenti...
Infine sulla centralità del giornale. Lenin scrive: “Destare in tutti gli strati del popolo più o meno coscienti la passione delle denunce politiche. Se le voci che si levano per smascherare il regime sono oggi così deboli, rare e timide, non dobbiamo impressionarcene. Ciò non è affatto dovuto alla rassegnazione generale agli arbitri polizieschi. È dovuto al fatto che gli uomini capaci di fare denunce, e pronti a farle, non hanno una tribuna dalla quale poter parlare, non hanno un pubblico che ascolti e approvi appassionatamente gli oratori; al fatto che essi non vedano da nessuna parte nel popolo una forza alla quale valga la pena di rivolgersi per protestare contro <l'onnipotente> governo russo … abbiamo oggi la possibilità e il dovere di creare una tribuna da cui tutto il popolo possa denunciare il governo zarista, e questa tribuna deve essere un giornale socialdemocratico”. Un giornale per la classe che faccia da orientatore, agitatore, organizzatore collettivo... che crei quella tribuna che stimoli le masse popolari a capire la posizione di classe su ogni questione e le educhi alla denuncia e lotta politica.
Glezos è sì molto anziano, ma ancora lucido e battagliero
e in questi ultimi mesi non si è certo risparmiato. Le foto che lo
ritraggono ancora lo scorso anno mentre è in prima fila nelle
manifestazioni e nei tafferugli davanti al parlamento – spintonato dalla
polizia in assetto antisommossa o intossicato dai lacrimogeni CS –
parlano da sole.
Per
il leader di Syriza e capo del governo greco scaturito dalle elezioni
del 25 gennaio, la bozza di accordo raggiunta tra Atene e l’Eurogruppo
nei giorni scorsi equivaleva ad aver “vinto una battaglia, anche se non
la guerra”. Ma gli analisti più onesti non avevano potuto notare che
il governo ellenico aveva rinunciato a molte, a troppe delle sue
richieste nei confronti dei 18 paesi dell’Unione Europea, della Banca
Centrale, della Commissione, del Fondo Monetario. Ad esempio accettando
che l’odiato Memorandum, invece di essere cancellato e stracciato come
chiedeva e continua a chiedere il popolo greco, sia prolungato di 4
mesi. In cambio di misure che il governo greco si è impegnato a
implementare, che non saranno forse quelle imposte ai precedenti
esecutivi in cambio dei prestiti, ma che comunque dovranno ricevere
l’approvazione dei ‘creditori’ e dovranno mirare a una riduzione della
spesa pubblica o almeno a non sforare i bilanci dello stato. Difficile
vedere in un compromesso del genere una vittoria del popolo greco. La formazione
del governo insieme alla destra dei Greci Indipendenti e poi la scelta
di eleggere un ex ministro degli Interni di Nuova Democrazia alla
presidenza della Repubblica hanno presto riacceso le polemiche e le
animosità all’interno degli organi di direzione e della base del
partito. Finché il dietrofront rispetto ad alcune delle promesse fatte
in questi anni e sancite da una campagna elettorale portata avanti come
una sorta di contratto con gli elettori – “voi ci votate e ci permettete
di governare, noi stracciamo il Memorandum e cacciamo la Troika” – sono
state sostituite da compromessi sempre più evidenti.
l’ex partigiano Manolis Glezos, colui che
simbolicamente viene ritenuto l’iniziatore della resistenza greca
contro gli invasori nazi-fascisti che avevano invaso la Grecia e che si è
incaricato della redazione del documento che chiede a Berlino il
pagamento di 153 miliardi di euro di danni di guerra mai versati ha scritto ieri da Bruxelles “Se
ribattezzi la Troika in ‘Istituzioni’, i Memorandum in ‘Accordo’ e i
Creditori in ‘Partners’ è come se chiami la carne con il nome del pesce,
senza cambiare la situazione precedente. Nessuno può
cambiare, però, l’esito del voto del popolo greco alle elezioni del 25
gennaio 2015. Il popolo ha votato per quello che ha promesso Syriza:
abolire il regime di austerità, che non è solo una strategia
dell’oligarchia della Germania e degli altri paesi creditori dell’UE, ma
anche dell’oligarchia greca. Abolire i Memorandum e la Troika,
cancellare tutte le leggi di austerità. Il giorno dopo le elezioni,
abolire con una legge la Troika e le sue conseguenze. È passato un mese e
questo annuncio non è ancora diventato un atto concreto. E’ un peccato e
anche una vergogna. Da parte mia chiedo scusa al popolo greco perché ho
contribuito ad alimentare questa illusione. Prima che il male prosegua,
prima che sia troppo tardi, dobbiamo reagire. Compagni,
amici e sostenitori di Syriza, a tutti i livelli delle diverse
organizzazioni, dobbiamo decidere con riunioni straordinarie se
accettare o no questa situazione. Alcuni sostengono che in un negoziato occorra rinunciare a qualcosa.
Ma, primo, tra oppressori e oppressi non può esserci alcun
compromesso, tra lo schiavo e l’occupante l’unica soluzione è la
libertà. Ma anche se accettassimo questa assurdità, le concessioni
già fatte dai precedenti governi in termini di disoccupazione,
austerità, povertà, suicidi sono già andate oltre ogni limite”. stralci da marco santopadre - contropiano
Questo il titolo dell’evento del Pd per festeggiare un anno
del governo Renzi. Un evento puramente mediatico ed autocelebrativo, “...La
giornata di oggi è stata una grande kermesse per il Pd e per il governo”, si
legge in uno degli articoli di oggi. Questo è l’aspetto principale che risalta,
ma limitarsi a questo sarebbe superficiale e perdente dal punto di vista e per
il futuro dei lavoratori, degli studenti, della società tutta.
Illuminante la dichiarazione, nel suo intervento del Ministro
Giannini, che, partendo dalla “soluzione finale” per i precari, l’ha
immediatamente collegata con il Jobs Act, mettendo in continuità e unità di
intenti “riforma” del lavoro e della scuola“..con il quale si è cercato di
tornare alla normalità nel mercato del lavoro, togliendo il precariato e dando
lavoro buono all’ Italia”.
Il “lavoro buono” significa eliminazione di diritti e
peggioramento delle condizioni di lavoro e lo sfruttamento del lavoro dei
giovani con l’alternanza scuola-lavoro, il ritorno all’avviamento professionale.
La scuola al servizio del capitale. Emblematica la presenza all’ incontro di
Ivan Lo Bello di Confindustria Education.
Nel suo volo pindarico, poi, Renzi riesce a mettere insieme la dispersione
scolastica con la mancata integrazione nella scuola dei migranti e persino: “…i
terroristi non usano le zattere…..non hanno trovato nella scuola l’integrazione,
l’educazione e il confronto..”, l’autonomia economica e 5 per mille da destinare
alle scuole. Non manca neanche il riferimento alla riforma RAI. Un volo pindarico che
riprende pienamente tutti i temi e i metodi cari a questo governo. In
particolare per la scuola, il nodo centrale dell’assunzione definitiva dei
precari, resa urgente dalla pronuncia della Corte di Giustizia europea e, ora,
dalle possibili sanzioni della Corte europea per l’ eccessivo ricorso ai
contratti temporanei nella scuola. Questa l’unica giustificazione possibile e
l’unico motivo per ricorrere a un decreto legge che ha e deve avere il carattere “d’urgenza e di straordinaria
necessità”. I precari andavano semplicemente stabilizzati. E’ un diritto che
hanno acquisito con duro lavoro e sacrifici anche economici: ricordiamo le
famigerate abilitanti SISS, poi i PAS, i TFA etc.
Il governo Renzi
utilizza una lunga e difficile battaglia, questa sì,di civiltà e dignità dei lavoratori precari
della scuola per intervenire come un rullo compressore nel demolire CCNL,
rinnovo dei contratti, la contrattazione stessa “Ascoltare tutti non vuol dire
non fare più niente, sennò è paralisi….non consentiremo che continui”. Renzi
dixit.
I precari,
lavoratori della scuola sia all’interno della sala che all’esterno hanno avuto
oggi una concreta prova che questo governo non vuole che si esprima dissenso;
all’interno, si è negata loro la parola e all’esterno oltre alla zona rossa,
sono stati identificati e portati in questura. Altro che “ridare dignità e ruolo
sociale agli insegnanti” oltretutto profondamente classista visto che nella
scuola lavorano anche gli ATA.
Serve ora più che mai un vero sciopero generale, costruito
dal basso!
“Una mobilitazione riuscita quella di oggi, 21
Febbraio, a Torino: 15.000 persone in piazza, presente il popolo No Tav
delle grandi occasioni, assieme a migliaia di solidali arrivati da tutta
Italia (e anche oltre).”
“E’ questo è stato, una manifestazione grande,
veramente grande, che sotto una pioggia battente ha mostrato le facce di
chi lotta, le fasce dei sindaci, le bandiere di tanti, il trenino con i
bambini e gli anziani, i cartelli con i costi del tav, gli striscioni
di solidarietà, la geografia resistente delle lotte per il territorio.”
Fine del corteo in Piazza Castello – foto da notav.info
E’ molto bello leggere i toni entusiastici del
movimento, vedere le foto di una Piazza Castello stracolma di gente,
leggere che in 15.000 i no tav hanno attraversato Torino, smontando del
tutto le iniziali ripercussioni di alcuni sulla scelta della città al
posto dell’abituale Valle. Tutto ciò è molto positivo e fa un gran
piacere. Ma sarebbe stato molto meglio vederlo coi proprio occhi
piuttosto che leggerlo; sarebbe stato molto meglio sentire il calore del
popolo no tav in una uggiosa giornata di pioggia piuttosto che leggere
stralci di interventi a fine corteo. Sarebbe stato quindi bello
esserci ma, se sei un no tav e ieri partivi da Milano questa possibilità
ti è stata automaticamente preclusa.
Cosa è successo.
Dalle 8.00 del mattino la stazione centrale di Milano
inizia ad essere presidiata dalle forze dell’ordine, a controllare non
si sa bene cosa. Qualche ora dopo, un gruppo di no tav (diciamo una
settantina, arrotondando per difetto) arriva in stazione e, con un biglietto collettivo, sale sul treno che doveva partire alle 11.18 alla volta di Torino. Iniziano
i controlli a tappeto sul treno, arriva l’antisommossa che si schiera
all’inizio del binario e davanti ai vagoni pieni di no tav, mentre un
gruppo folto di digossini inizia a parlare con gli attivisti.
Bisogna pagare tutti i biglietti, anche i pochi non coperti dal
biglietto collettivo. Inizialmente gli attivisti si rifiutano “piuttosto
occupiamo i vagoni”; la risposta è chiara e arriva dalle forze
dell’ordine, che comunicano al capo treno e ai controllori “la
situazione è semplice: o si regolarizzano o il treno non parte”.
Infatti, il treno delle 11.18, certamente pieno di no tav, ma anche di
altri passeggeri, non parte. Inizia una lunga trattativa che, non
soltanto blocca la partenza di un altro treno (quello delle 12.18) ma si
conclude con il pagamento da parte degli attivisti dei biglietti
scoperti e di una multa. Insomma, nel giro di un’ora e mezza sono stati pagati più di 500 euro tra biglietti e multe.
Intanto, i passeggeri “normali” hanno cambiato tre treni, tutti e tre
rimasti fermi, salendo ad uno ad uno, dall’unica porta aperta del treno,
con uno o due controllori che chiedevano il biglietto.
Agghiacciante.
Poco prima delle 14.00, pagato il salato conto, e
dopo tre treni non partiti, due treni pieni partono da Milano direzione
Torino.
Alla stazione di Rho il treno si ferma come di
consueto ma non riparte pochi minuti dopo. Il capotreno comunica
“problemi di ordine pubblico” dovuti da “manifestanti” che, a quanto
pare, anche a Rho volevano salire senza biglietto. Peccato che fuori non
c’è nessuno se non, ancora, antisommossa e digos. Dopo mezz’ora
ripartiamo, con in testa l’idea, sempre più chiara, che questo treno non lo guida più un macchinista, che il capotreno non parla più per bocca sua.
Il treno dunque riprende il viaggio, iniziamo a chiamarlo “treno speciale”: partito a luci spente (solo poi accese) non annunciato in nessuna stazione, totalmente fuori orario, con poche porte utilizzabili.
Arriviamo alla stazione di Novara. Anche qui, ci fermiamo ma non
ripartiamo. Arrivano poco dopo gli altri due treni da Milano che, nella
mattina, erano saltati. Arrivano e si fermano, anche loro. Tutti
scendono dal treno e, ancora una volta, veniamo accolti in stazione da antisommossa e digos.
Passano i minuti e non si muove nulla, non si capisce il motivo del
blocco che ormai non coinvolge solo i treni Milano-Torino ma che diventa
di tutti i binari dei treni. Quando lo speaker della stazione annuncia
che i treni da e per Milano avrebbero subito tutti dei ritardi
imprecisati a causa di “manifestanti notav” allora tutto diventa molto
più chiaro e palese: non dobbiamo arrivare a Torino, assolutamente. Non importa se la stazione è anche piena di gente pendolare, lavoratori, famiglie. A Torino non si arriva.
Il gruppo di no tav torna dunque a fronteggiarsi con la polizia, blocca
per pochi minuti i binari della stazione gridando “Il corteo lo faccio
qui!”.
La conferma dello squallido gioco delle forze dell’ordine arriva, quasi sottovoce, da uno di FS quando ammette che non decidono loro, che non hanno idea di quando si sbloccherà la situazione, che dipende dal Prefetto. Se per lui va bene, si parte, altrimenti si sta lì.
In stazione si crea un gran caos: da un lato i no tav
che giustamente denunciano un blocco ingiustificato dei treni; tutto
intorno gli altri passeggeri che tentano di capire, chiedono, si
arrabbiano, sbuffano. Dopo le 16.00 lo speaker annuncia la partenza del
treno verso Torino “dal binario 3”. Si sale tutti insieme, stretti
stretti, sull’ennesimo “treno speciale” della giornata.
Dopo poco più di un’ora si arriva a Porta Susa ma, se sei no tav, non scendi lì: la polizia, sempre in antisommossa, è lì pronta ad accogliere il gruppo milanese. Si tira dritto a Porta Nuova dove, essendosi
conclusa la manifestazione, un gruppo di compagni presenti al corteo ha
raggiunto la stazione per accogliere “i milanesi”. Si riesce
ad uscire dalla stazione e, in una Torino bagnata e militarizzata, si
parte in corteo spontaneo prima verso piazza Castello, poi verso la
Cavallerizza Occupata.
Corteo spontaneo all’arrivo dei milanesiParte della polizia a seguito del corteo spontaneo
Tensione, a tutti i costi.
Quello che è successo ieri tra Milano e
Torino è molto grave, sotto molto profili, e deve aver colpito qualsiasi
persona di buon senso.
Infatti, da un lato il profilo repressivo, privo di fine, messo in atto dalle forze dell’ordine e le questure. Trenitalia nelle mani della polizia che una volta deciso, in maniera assolutamente arbitraria, che “a Torino oggi non si arriva”, si prende il potere di bloccare fino a tre treni e tantissime persone a bordo, dalle più diverse. Repressione a carico dei no tav che, in forme sempre nuove, si manifesta sotto forma di abuso di potere.
Dall’altro, gli eventi successi ieri tra Milano e
Torino hanno permesso ai soliti servi dello stato di tirare fuori il
manuale “Come ti costruisco il nemico ordine pubblico no tav”.
Infatti, in un contesto di totale incertezza, in cui le informazioni
che circolano vengono da un auto parlante che sbandiera “ problemi di
ordine pubblico a causa di manifestanti no tav”, parlando per bocca
della questura, è molto semplice che la percezione delle persone possa
essere facilmente condizionabile. Fin dalla stazione di Milano,
l’intento delle forze dell’ordine, agendo tramite gli impiegati FS, è
stato quello di dividere passeggeri “normali” e attivisti. Gli
impiegati FS passavano per i vagoni invitando la gente a spostarsi alla
chetichella in altri binari, dentro altri treni, tenuti a luci spente,
con tutte le porte bloccate tranne una o due, presidiata come se non ci
fosse un domani.Tra le tante idiozie sentite pure “chiuda il finestrino che questi ci saltano dentro!”.
A Novara però si tocca il fondo. Il palese blocco dei treni derivato
dalla decisione di questori e questorini, ovviamente si cerca di
presentarlo come “il blocco dei no tav” che, se è vero che hanno
bloccato i binari per pochi minuti, è anche vero che capito il gioco
delle forze dell’ordine, sono risaliti sui treni. Nonostante ciò,
funzionari FS e digos continuavano a dare la responsabilità dei treni
fermi al blocco dei binari da parte dei no tav. Solo una sapiente
comunicazione da parte degli attivisti e di molti solidali tra gli altri
passeggeri ha permesso di fare chiarezza, nello sgomento generale della
gente. Tante persone inizialmente stizzite dalla presenza dei
manifestanti (“i soliti violenti, che manifestano in maniera sbagliata,
non pacifica, bloccando tutti insensatamente”), diventano solidali ai no
tav che “non possono mica fare blocchi invisibili dei binari! Non ci
sono, fate partire questo treno e smettetela!”.
Ed è proprio questo dato che possiamo portarci a
casa, dopo la fredda giornata di ieri passata in tante stazioni del
treno. Hanno provato a mettere i passeggeri dei tre treni contro il
gruppo di no tav. Ma non ce l’hanno fatta perché non solo le ragioni del
movimento sono troppo più forti (“ma fateli arrivare a Torino! Che
tanto l’opera è veramente inutile, che male c’è a dirlo?!”), ma il
tentato giochino di spacciare una mossa della polizia come un’azione
diretta di blocco no tav era palesemente una bufala.
Ce ne sarebbero ancora da raccontare di episodi
avvenuti in più di quattro ore di viaggio (al posto di un’ora e mezza):
sui alcuni funzionari FS che sembravano più sbirri che altro (e forse lo
erano davvero, perché no), del ruolo di Trenitalia all’interno di
questa infinita scacchiera, degli atteggiamenti di digos e polizia,
perennemente equipaggiata di casco, scudo e manganello, del fatto che
arrivati a Torino, la stazione di Porta Susa era quasi del tutto chiusa e
a Porta Nuova la polizia si sprecava.
Ce ne sarebbero ancora tante da dire.
È meglio chiudere il racconto di questa giornata di
ordinaria repressione con l’immagine dei tanti solidali durante il
viaggio e dei due gruppi di compagni che si riuniscono in stazione e
partono in corteo. Perché i no tav sono ovunque e si supportano sempre a
vicenda, in quanto “si parte e si torna insieme”.
Non c’è voluto poco
per rendere il mondo del lavoro italiano un lento dinosauro di fronte alla
veloce, temibile e tecnologicamente avanzata lotta di classe del capitale. Il
disarmo ideologico e politico dei lavoratori è stato un percorso lungo, ma
costantemente e pervicacemente portato avanti in modo efficace all’interno delle
loro stesse rappresentanze politiche. Lo sfratto della contraddizione tra
capitale e lavoro nella discussione politica è stato un passo importante e
grande per le classi borghesi dominanti. Il “merito” deve essere ascritto
sicuramente alle forze socialdemocratiche revisioniste, le quali hanno fatto il
grosso del lavoro.
Tuttavia,
altrettanto “merito” deve essere riconosciuto alle ultime opposizioni italiane
del re, le quali, beneficate da un suffragio elettorale cospicuo (anche se
modesto, tarata l’astensione), hanno costruito un’alternativa politica
completamente aliena dalle reali contraddizioni di classe, fondata sul
complottismo della corruttela politica e degli sprechi, sulla mistica della
legalità e della necessità di abolire le distinzioni persino tra destra e
sinistra, figuriamoci tra capitale e lavoro. Un vero sogno per la classe
dominante abbarbicata ai monopoli finanziari e industriali: il nemico non ha
occhi per rendersi conto dei colpi mortali che si vanno
preparando.
In ogni luogo
di lavoro troverete molti lavoratori che si lamentano ad alta voce della perdita
dei propri status, ma contemporaneamente archiviano alla categoria
dell’antiquariato parole come “lotta di classe”, “proletariato”, unità
ideologica e politica, spocchiosamente dichiarandole
Il governo Renzi anche in questa occasione mostra tutta la sua natura moderno fascista che avanza e che usa la repressione per mettere a tacere chiunque osi dissentire o ribellarsi a riforme o leggi sempre più reazionarie al servizio degli interessi del Capitale, come il vergognoso Jobs Act o la riforma della "buona scuola".
Non ci metteranno a tacere! Ma è necessario lavorare e lottare in ogni ambito e settore affinchè si arrivi ad uno sciopero generale vero! per la caduta del governo sempre più antiproletario e antipopolare
Lavoratrici e lavoratori scuola- ATA Slai Cobas per il sindacato di classe Palermo
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Roma, 22 febbraio 2015 - Docenti messi a tacere in malo modo, allontanati, identificati e portati in questura, mentre si invitavano le telecamere presenti a non riprendere: ecco quanto accaduto oggi alla kermesse organizzata dal Dipartimento Scuola del PD per la presentazione ufficiale del decreto scuola. I precari e le precarie di Roma e provincia si erano dati appuntamento alle 9.30 in Piazza della Repubblica per partecipare al presidio di protesta indetto dall’USB, a qualche centinaia di metri di distanza dal luogo in cui si svolgeva l’iniziativa del Pd, un Hotel in Via Palermo. Intorno alle 12.00 il presidio si è sciolto e alcuni partecipanti hanno deciso di spostarsi alla “spicciolata” verso Via Palermo per attendere i colleghi che stavano prendendo parte alla kermesse con regolare accredito. Dopo aver sostato pochi minuti sul marciapiede antistante l’Hotel, i docenti sono stati avvicinati dalle Forze dell’ordine, allontanati e minacciati di denuncia se non avessero immediatamente abbandonato la via. Si precisa che i colleghi in questione erano sprovvisti di megafono, striscioni, cartelloni, o qualsiasi cosa potesse far pensare ad una manifestazione. Ed erano in silenzio al bordo della strada ad attendere i colleghi. L’apice si è raggiunto quando due insegnanti, di cui una donna,dell’USB - rei di aver tentato di distribuire dei volantini e di parlare con la stampa – sono stati immediatamente bloccati e portati in questura. Intanto i docenti che erano all’interno ad assistere alla kermesse hanno tentato di prendere la parola durante l’intervento di Renzi, chiedendo di poter esprimere la propria opinione, ma sono stati subito allontanati, mentre Renzi definiva i loro interventi delle “pagliacciate per apparire in tv!”. Reputiamo che quanto accaduto in questa giornata sia gravissimo. Mentre si presenta la riforma della Scuola pubblica, non si esita a dare un’ennesima dimostrazione dell’assoluta mancanza di democrazia che caratterizza i processi decisionali del Governo. La voce della scuola non si mette a tacere con atti intimidatori e repressivi perchè la scuola per sua natura è libera, pensante, critica e non ha padroni e finchè avrà fiato continuerà a parlare nelle strade, nelle piazze, al chiuso, prendendo parte ad eventi pubblici e ad eventi mediatici, e soprattutto all'interno delle Istituzioni scolastiche stesse per porre un argine alla distruzione dell'istruzione pubblica statale e alla deriva dei diritti sul lavoro. Esprimiamo la nostra piena solidarietà ai colleghi portati in questura e a coloro che sono stati identificati e facciamo presente che ora più che mai è utile e necessario portare avanti la nostra lotta, in difesa della Scuola pubblica statale, del lavoro e della democrazia. NO ALLA CATTIVA SCUOLA! STOP AL PRECARIATO! TUTTI E TUTTE AL PRESIDIO DAL 23 al 27 (dalle ore 15 alle 19) IN PIAZZA MONTECITORIO! PRECARI UNITI CONTRO I TAGLI
Si potrebbe dire che sembra la scoperta dell’acqua calda,
dato che questo tipo di statistiche si ripropongono periodicamente in tutti i
campi della vita. Dovrebbe saltare agli occhi, quindi, che dire i “cittadini in
condizioni di svantaggio sociale” come dice il dottor Costa, significa parlare
di una classe, quella che non ha accesso al benessere, appunto, significa che non
“siamo tutti nella stessa barca” e frasi del genere, ma cercare di coprire con le parole che si
tratta della differenza tra le classi, che esistono le classi e che in questa
società divisa in classi non si possono risolvere davvero i “problemi” senza
abolire le classi…
La salute non è uguale per tutti. Nonostante la nostra Costituzione
riconosca la tutela della salute come diritto
Forte solidarietà... contro la loro sporca guerra imperialista e i loro sporchi strumenti di guerra ribellarsi è legittimo e giusto!
No Muos, la notifica della denuncia a un 16enne etneo «La polizia mi cerca a casa perché non voglio la guerra»
Una chiamata persa. E poi la polizia a casa e la madre in ospedale per lo spavento. «Avrò rubato? Avrò ucciso qualcuno? Faccio parte di un'associazione a delinquere? Niente di tutto questo». Così S., 16enne di Catania, racconta la notifica della denuncia ricevuta per aver partecipato, il 9 agosto 2014, allamanifestazione contro il Muos, l'impianto di antenne satellitari militari Usa a Niscemi. E, nello specifico, per essere entrato all'interno della base statunitense. «Il classico esempio della differenza tra percezione e realtà. Tra il farci apparire come dei terroristi e la nostra vera essenza», continua il giovane, che fa parte del gruppo etneo Liberi Pensieri Studenteschi.
La storia inizia un paio di giorni prima, quando in Questura viene chiamato un altro ragazzo, A., 15 anni. Compagno di scuola di S., entrambi studenti dell'istituto tecnico Archimede di Catania. Ad A. i poliziotti chiedono il numero di telefono del compagno, per notificare anche a lui la stessa denuncia. «Il giorno seguente, dopo aver caricato il mio telefono, ho trovato unachiamata proveniente da un numero fisso - racconta S. - Io ho richiamato: era la questura di Catania. La persona con la quale ho comunicato non mi ha saputo dire il motivo della loro chiamata. Mi ha detto che mi avrebbero richiamato. È questa la procedura che avviene solitamente. Ma questo non è mai successo».
Dopo qualche giorno, S. è di ritorno da scuola. Quando riceve un'altra telefonata, questa volta dalla sorella, 9 anni. «Mi chiama impaurita per dirmi che due poliziotti, giunti a bordo di una volante, hanno citofonato a casa mia - continua il 16enne - Le hanno lasciato una carta. Poco dopo chiama mio padre dicendo di essere stato contattato dalla questura. Lunedì dovrò andare insieme a lui per notificare questa denuncia». Intanto la notizia arriva anche alla madredel ragazzo che, mentre si trova in ufficio, viene colta da un attacco di panico e portata in ospedale.
S. continua a raccontare del contesto in cui è maturata la sua scelta di andare a Niscemi, ad agosto, a manifestare contro il Muos insieme a migliaia di siciliani. Una decisione che nasce all'interno del gruppo studentesco Lps, di cui fa parte insieme ai compagni di scuola. «Siamo legati da un'amicizia vera e dal sogno di poter cambiare il mondo. Lo immaginiamo diverso: senza soprusi, senza guerre, senza oppressioni, senza ingiustizie. Condividiamo i valori dell'uguaglianza, dell'educazione, del rispetto, della solidarietà e della lealtà». Oltre all'antimilitarismo. «Sono dei valori che cerchiamo di difendere e di diffondere tra i nostri coetanei e non solo - continua il 16enne - Ho sempre sedici anni e il reato di cui sono accusato è quello di non volere la guerra nel mondo».
Sulla carta, al ragazzo viene contestato di aver fatto irruzione nella base militare Usa di Niscemi. «Per entrare sono venuto meno al rispetto delle regole, assieme ad altre migliaia di persone - ammette il giovane - Ma non c'era alcun motivo di irrompere a casa mia senza seguire la solita procedura telefonica. E senza conoscere le situazioni personali e familiari che avrebbero potuto incontrare. Il loro obiettivo è chiaro: intimorirci». Nonostante anche i giudici del Tar di Palermo si siano recentemente espressi contro la costruzione dell'impianto militare sull'isola. «Siamo noi a rappresentare un pericolo da reprimere, in questa società?», conclude S.
Il giornale “proletari comunisti” sta per uscire tra alcuni giorni nel suo quinto numero della nuova serie.
Siamo ancora una volta in ritardo nella nuova periodicità, perchè il blog, i fogli di intervento per far conoscere le nostre posizioni, per orientare e intervenire subito politicamente nella lotta di classe, per documentare lotte proletarie, le campagne nazionali e internazionaliste di cui siamo stati promotori, organizzatori, partecipanti attivi, le scuole quadri, gli attivi, seminari nazionali, impegnano tutte le nostre energie e ritardano il lavoro redazionale necessario per un giornale politico nazionale, periodicamente stabile e pianificato nella sua redazione e diffusione.
Abbiamo bisogno di più compagni, più redattori e più collaboratori per riuscire nell'impresa.
Noi siamo nel panorama comunista e rivoluzionario una realtà anomala e controcorrente.
Proletari comunisti è e lavora alla costruzione nel nostro paese di un nuovo partito rivoluzionario, il partito comunista marxista-leninista-maoista. Il primo nucleo di questo partito, PCm, opera da anni nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse. Questo primo nucleo è impegnato da tempo nel lavoro ideologico, teorico, politico e organizzativo per definire in forma chiara le sue Tesi, il suo programma e per affermarli con la lotta teorico-politica e l’azione rivoluzionaria nel movimento operaio e comunista del nostro paese. Pensiamo e lavoriamo per concludere questa fase del nostro lavoro in un congresso nei mesi a venire.
Abbiamo sempre inteso questo lavoro combinato con l’azione quotidiana e permanente nella lotta di classe.
Il giornale ha principalmente lo scopo di rendere organica, sistematica, netta e chiara questa azione.
1. C’è da partecipare, orientare e dirigere dove riusciamo la lotta per la caduta del governo Renzi e contro ogni governo dei padroni.
(Da Il Manifesto) - Tutto è cominciato con la guerra che Saddam Hussein, in nome e con
i soldi dell’occidente, scatenò contro l’Iran nel 1981. L’esito del
conflitto, terminato nel 1988, non fu solo il rafforzamento dei
mullah al potere a Teheran, ma la crisi finanziaria dell’Iraq, che,
nel 1990 invase il Kuwait, il principale paese creditore. La guerra
del 1991, le sanzioni, l’invasione anglo-americana del 2003, la
guerriglia e il conflitto tra sunniti e sciiti hanno finito per
distruggere lo stato iracheno, spianando la strada all’estremismo
sunnita, ad Al-Qaeda e all’Isis.
L’Iraq rappresenta la prova della fallimentare strategia
americana nel mondo arabo e islamico dopo il 1989. Se Osama bin Laden
è stato il risultato della reazione americana all’invasione russa
dell’Afghanistan, il Califfo è la conseguenza diretta dell’appoggio
dei neo-cons a chiunque combattesse i cosiddetti «stati canaglia»,
ovvero l’Iraq e la Siria. Le fotografie del senatore Mc Cain accanto
ai ribelli siriani, con cui ha avuto diversi incontri, spiegano meglio
di qualsiasi analisi una specialità della politica americana:
allearsi con i propri nemici. D’altronde, è noto che i pilastri del
sistema di alleanze degli Usa, l’Arabia Saudita e il Pakistan, hanno
sempre fatto il doppio gioco. I sauditi finanziano in tutto il mondo
i salafiti e i servizi segreti pachistani appoggiano da sempre
i talebani afghani in funzione anti-Kabul. In ultimo, al fronte dei
filo-fondamentalisti alleati degli Usa si è aggiunto Erdogan, che ha
fatto di tutto per sabotare la resistenza curda nella Siria del nord,
mentre gli americani bombardavano l’Isis.
Una specie di franchising
La cecità strategica degli Usa è figlia di diversi fattori:
un’interminabile ossessione anti-russa, che si è inasprita
Riportiamo dal Foglio speciale internazionale del MFPR, uscito a gennaio 2015, sulle assemblee fatte in Galizia organizzate dal Movimento di Lotta Popolare, il variegato dibattito che è seguito con diverse domande da parte delle donne, giovani presenti…
Quest'anno che cosa avete fatto il 25 novembre, giornata in cui l’anno scorso vi è stato nel vostro paese lo sciopero delle donne?
Quest'anno il 25 novembre nelle città in cui siamo presenti abbiamo organizzato iniziative di piazza
contro la violenza sulle donne, collegandole anche a livello internazionale con le iniziative delle
compagne, donne che lottano nel mondo, e in particolare quest’anno con la lotta delle donne combattenti Kurde, a Roma per esempio alcune compagne sono andate con uno striscione sotto
l’ambasciata turca sfidando i controlli delle forze dell’ordine.
All’interno di queste iniziative abbiamo riportato alle donne c h e a b b i a m o incontrato, ad un anno
esatto dallo storico primo Sciopero delle donne nel nostro paese, il messaggio/contenuti/lotta di esso, uno sciopero che partiva a p p u n t o d a l l a questione dei femminicidi, degli stupri e delle violenza per poi allargarsi a tutta la condizione di oppressione e sfruttamento della maggioranza delle donne. Lo abbiamo fatto soprattutto attraverso la diffusione in piazza del Dossier “La scintilla dello sciopero delle donne” che è stato da noi prodotto dopo lo sciopero.
Lo sciopero delle donne non è allora ogni anno?
Traendo un bilancio dall'esperienza fatta abbiamo considerato che le esperienze non si possono
meccanicamente ripetere, ma che nel nuovo anno di lotta che è iniziato è necessario lavorare perchè la linea/concezione/lotta rivoluzionaria che si è concretizzata nello Sciopero delle donne, fondata
sull'intreccio lotta di classe/lotta di genere, si consolidi e si possa estendere contro tutte le tendenze
che invece la soffocano, sottovalutano, ostacolano.
Importante in questa fase è quindi la battaglia teorica al servizio della pratica per farla avanzare; su questo gli opuscoli che abbiamo scritto come “La scintilla dello Sciopero delle Donne”, “S/catenate – donne lavoro e non lavoro – una lotta di classe e di genere”, “Uccisione delle donne, oggi”, testi vivi
L’Italia rafforza il proprio
ruolo nel conflitto Nato-Russia
di Antonio Mazzeo
“C’è
stata la richiesta da parte della Nato di prolungare per altri quattro mesi la
missione dell’Aeronautica italiana in Lituania e noi abbiamo dato la nostra
disponibilità”. L’annuncio della ministra Roberta Pinotti è giunto al termine
del vertice dei Ministri della Difesa della Nato, tenutosi a Bruxelles il 5 e 6
febbraio scorso. L’Italia continuerà dunque ad essere in prima linea perlomeno
sino ad agosto nelle operazioni aeree anti-Russia con quattro caccia multiruolo
Eurofighter “Typhoon”, nell’ambito della Baltic Air
Patrol (BAP), la missione Nato di pattugliamento e sorveglianza dello spazio
aereo delle Repubbliche baltiche. “Era prevista una rotazione con un altro paese
che doveva sostituirci, ma la Lituania si sente rassicurata dalla continuazione
della nostra presenza”, ha spiegato Pinotti.
La
missione dei caccia italiani nel Baltico ha preso il via il 1° gennaio
dall’aeroporto militare di Šiauliai, in Lituania. I caccia, gli equipaggi e il
personale provengono dal 4° Stormo dell’Aeronautica di Grosseto, dal 36° Stormo
di Gioia del Colle (Bari) e dal 37° Stormo di Trapani-Birgi. Le forze armate
italiane hanno assunto il comando della BAP a cui sono assegnati anche quattro
caccia Mig-29 delle forme armate polacche schierati a Šiauliai, quattro
Eurofigheter spagnoli di base nell’aeroporto di Amari (Estonia), quattro
cacciabombardieri belgi F-16 a Malbork (Polonia).
La guerra che divampa in Libia
miete sempre più vittime non solo sulla terra ma sul mare:molti dei disperati, che tentano la traversata del
Mediterraneo, annegano. «Da sotto il mare ci chiedono dove sia finita la nostra
umanità», scrive Pier Luigi Bersani. Dovrebbe anzitutto chiedersi dove sia
finita la sua umanità, e con essa la sua capacità etica e politica,, quando, il 18 marzo 2011 alla vigilia della
guerra Usa/Nato contro la Libia, in veste di segretario del Pd, esclamava «alla buon’ora», sottolineando che «l’articolo 11 della Costituzione
ripudia la guerra, non l’uso della forza per ragioni di giustizia».
Enrico Letta, che con Bersani si appella ora al senso
umanitario, dovrebbe ricordarsi quando il
25 marzo 2011, in veste di vicesegretario del Pd, dichiarava «Guerrafondaio è
chi è contro l'intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo
costruttori di pace».,. Una «sinistra» che nascondeva le vere ragioni – economiche,
politiche e strategiche – della guerra, sostenendo per bocca di Massimo D’Alema
(già esperto di «guerra umanitaria» in Jugoslavia) che «in Libia la guerra
c’era già, condotta da Gheddafi contro il popolo insorto, un massacro che doveva
essere fermato» (22 marzo 2011).
I militanti hanno faticato non poco per raggiungere la
manifestazione di Torino in treno. "i convogli sono stati fermati a
Milano"
(Foto da Sky Tg24)
Viaggio da dimenticare, per gli esponenti del movimento No Tav di
Biella, che hanno faticato non poco per raggiungere Torino, in occasione
del corteo organizzato con i sindaci della Valsusa. Arrivati a Santhià,
si sono ritrovati bloccati: nessun treno di passaggio per il capoluogo
piemontese. "Hanno fermato i convogli a Milano - spiegano i No Tav
biellesi -, forse per impedire a quelli dei centri sociali di
raggiungere Torino. Noi da Santhià, abbiamo preso un treno per Ivrea,
siamo scesi a Chivasso, saliti per Pinerolo e scesi a Porta Susa. Qui,
tutte le uscite erano bloccate, tranne una".
Una città in stato d'assedio, con poliziotti, carabinieri e
finanzieri in tenuta anti sommossa. Tutto, però, pare sia andato liscio e
non ci sarebbero stati disordini. "Abbiamo sfilato anche noi e seguito
parte degli interventi dei sindaci - concludono i No Tav -, adesso
stiamo rientrando. Da Milano, comunque, non sono arrivati treni. Una
cosa mai successa prima. Alla stazione di Porta Susa abbiamo visto gente
terrorizzata. Comunque è andato tutto bene".
Sabato pomeriggio il Circolo "Proletari Comunisti di Palermo" era davanti al Teatro Massimo, splendida cornice artistica della città, per dire No alla guerra del moderno fascista Renzi, in Libia !
NON UN SOLDO - NON UN SOLDATO
PER LA LORO SPORCA GUERRA
LO ABBIAMO GRIDATO A VOCE ALTA!
ABBIAMO DISTRIBUITO 200 VOLANTINI
E PARLATO CON ALTRETTANTE PERSONE
ERA UN CORO UNANIME
"NO ALLE GUERRE DELL'IMPERIALISMO"
Riproponiamo il volantino distribuito
che nei giorni scorsi avevamo già pubblicato su questo blog:
NO
ALL'INTERVENTO MILITARE IN LIBIA!
Da
qualche giorno i media nazionali stanno amplificando il cosiddetto
“pericolo ISIS” in Libia facendo eco alla propaganda del gruppo
islamista che proclama di “essere alle porte di Roma”.
Ma
è davvero così?
La
Libia post-Gheddafi è un paese caotico dove milizie islamiste, capi
tribali e il governo “legittimo” si contendono il potere in una
guerra civile in cui vige la regola del tutti contro tutti. Anche i
gruppi islamisti si combattono tra di loro. Quindi è necessario
approfondire la questione e sfatare alcuni miti:
l’ISIS
non ha il controllo della Libia come vorrebbero fare credere i
media, anzi con i pochi uomini che ha è impegnato a lottare contro
le fazioni libiche rivali.
l’ISIS
non ha la capacità militare di colpire la Sicilia con i missili
scud in proprio possesso che hanno una gittata di 280 km ben al di
sotto di quella necessaria per raggiungere le nostre coste, non ha
aviazione, non ha imbarcazioni adeguate per raggiungere il nostro
paese.
Quindi
perché il ministro Gentiloni dice con arroganza che “siamo pronti
a combattere”? Per cosa?
Con
la scusa della “lotta al terrorismo” questo governo con i
suoi improbabili ministri Gentiloni e Pinotti si prepara a
trascinarci in una guerra imperialista e neocoloniale in Libia, per
gli interessi dell'ENI, del petrolio, dei mercanti d'armi ..
l'Italia
va in Libia a parteggiare nella guerra tra bande in corso creata
dall'intervento precedente delle potenze occidentali, Italia
compresa, contro Gheddafi. Questo governo, questo parlamento, non
hanno nessun diritto di trascinarci in guerra in spregio dell'art.11
della Costituzione. L’ipocrisia del governo italiano dovrebbe
essere abbastanza chiara se si considera il fatto che la soluzione
per indebolire queste organizzazioni sarebbe altra come spiegano
alcuni analisti, ovvero interrompere immediatamente il commercio
d’armi verso quelle parti del mondo e rompere qualsiasi rapporto
commerciale e diplomatico con i paesi dell’area che finanziano
questi gruppi (in particolare Arabia Saudita e Qatar) in realtà
questo governo e tutti i governi al soldo dei padroni in particolare
di chi produce armi come l’italianissima Beretta non farà mai
questo passo; al contrario un intervento militare va incontro agli
interessi di questi industriali che lucrano sulla vita dei popoli del
mondo. Inoltre come dimostrano i bombardamenti della coalizione
internazionale contro l’ISIS in Siria e Iraq, con mezzi ben
superiori da quanto previsto dal governo italiano, essi non sono per
niente efficaci. Gli unici risultati li ha ottenuti il popolo curdo
che si è armato e sta riuscendo a respingere le forze neo-medievali
e fasciste dell’ISIS. Non possono essere gli eserciti occidentali
invasori la soluzione del problema al contrario essi alimentano e
danno linfa vitale al fondamentalismo islamico che ha una
giustificazione per una lotta contro i “crociati” come già è
stato definito il nostro governo dalla sezione libica dell’ISIS.
Inoltre il popolo libico si ricorda ancora la criminale
colonizzazione italiana, un’eventuale invasione del nostro paese
avrà come effetto quello di favorire il proselitismo delle
formazioni islamiste, ISIS compreso, rafforzandole.
Sul
“fronte interno” il governo non fa altro che tagliare la spesa
sociale che grava sempre di più sui cittadini, i lavoratori e le
masse popolari!
Siamo
in crisi, la gente non ha lavoro, ne soldi e loro ci trascinano in
guerra mentre una massa di migranti sfugge da miseria, fame e guerre
e approdano, se riescono a non morire annegati, sulle nostre coste e
il governo va ad alimentare la spirale di queste guerre che ne
alimenterà l'immane flusso.
Non un soldo, non un soldato per
la loro sporca guerra! Lavoro non guerra! Diritto alla vita
,salute non morte sotto le bombe! Soldi per vivere e non per spese
militari e armamenti!