mercoledì 2 novembre 2011

pc 2 novembre - Sciopero generale negli USA!




da pacereporter

02/11/2011
Usa, primo sciopero generale dal 1946





Dopo i violenti scontri con la polizia, gli 'indignados' di Oakland hanno indetto in città uno sciopero generale per oggi, 2 novembre. Occuperanno anche il porto in solidarietà con la lotta sindacale dei 'camalli' di Longview
La crescente brutalità della polizia e lo sviluppo di un dibattito politico all'interno delle occupazioni, stanno rapidamente

radicalizzando e ideologizzando il movimen

to nato a New York lo scorso 17 settembre come protesta confusa e un po' naïve.
A New York i manifestanti che dal 17 settembre occupano la piazzetta di Zuccotti Park battono i denti sotto la neve, dopo che venerdì le autorità hanno sequestrato 'per motivi di sicurezza' i generatori elettrici che alimentavano stufette, cucine e computer.

Sabato a Denver, Colorado, ci sono stati duri scontri tra i manifestanti accampati al Civic Center Park e la polizia, che ha usato spray urticanti, lacrimogeni e proiettili di gomma, ferendo molte persone.



A Nashville, Tenessee, la polizia statale ha imposto il coprifuoco notturno arrestando i manifestanti che occupavano Legislative Plaza. Lo stesso è accaduto a Portland, Oregon, dove la polizia a cavallo, usando lunghi bastoni, ha dato l'assalto ai manifestanti accampati a Jamison Square.

Ma è soprattutto a Oakland, in California, che la tensione rimane alta dopo il brutale attacco della polizia di martedì scorso, nel qu
ale era rimasto gravemente ferito un giovane marine reduce dell'Iraq. E dove mercoledì 2 novembre il movimento ha indetto uno sciopero generale: il primo negli Usa dal 1946.

Il giorno dopo il violento sgombero dell'accampamento in Oscar Grant Plaza, oltre duemila manifestanti hanno rioccupato la piazza indicendo un'assemblea generale nel corso della quale è stato votata e approvata la proposta di sciopero generale.

L'appello è rivolto ai lavoratori e agli studenti, affinché disertino fabbriche, uffici, negozi, scuole e università, per convergere in centro città. "Se gli uffici delle banche e delle multinazionali non chiuderanno, marceremo su di essi".

Ma l'azione più eclatante programmata per la giornata di sciopero sarà la marcia sul porto di Oakland, uno dei principali terminal commerciali degli Stati Uniti. "Vogliamo bloccare le attività del porto - dichiarano i manifestanti - e anche manifestare solidarietà alla lotta degli scaricatori del porto di Longview contro la Egt".

Da mesi i 'camalli' di questo grande terminal sulla costa pacifica dello stato di Washington sono in lotta contro la decisione della compagnia di licenziarli per sostituirli con lavoratori non sindacalizzati. Lo scorso 7 settembre, centinaia di operai avevano preso il controllo del terminal, danneggiando silos e macchinari, prendendo in ostaggio le guardie private aziendali e gettando in mare le loro auto.

"La Egt - spiega l'appello allo sciopero generale di Oakland - è un esportatrice internazionale di cereali che sta cercando di cancellare di diritti degli scaricatori. L'azienda è controllata dalla Bunge Ltd., multinazionale dell'agrobusiness con 2,4 miliardi di dollari di profitto nel 2010 e stretti legami con Wall Street. Questo è solo un esemp

io dell'attacco di Wall Street ai lavoratori".

"Lo sciopero generale di Oakland - prosegue l'appello - dimostrerà le ampie implicazioni del movimento Occupy Wall Street. Il mondo è stanco delle diseguaglianze causate da questo sistema: è arrivato il monento di fare qualcosa al riguardo. Lo sciopero generale di Oakland è un colpo d'avvertimento per l'1 per cento: la loro ricchezza esiste solo perché il 99 per cento la crea per loro".

Il movimento OccupyDenver ha chiesto ai sindacati dell'American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (Afl-Cio) di sostenere lo sciopero, ma la risposta è stata negativa.

"E' impossibile per i sindacati appoggiare un'astensione dal lavoro visto che tutti i contratti hanno clausole anti-sciopero che siamo tenuti a rispettare", ha dichiarato il portavoce della rappresentanza degli scaricatori dell'International Longshore and Warehouse Union (Ilwu).
Solo lo storico sindacato anarchico americano Industrial Workers of the World (Iww) ha aderito allo sciopero generale di Oakland.

Enrico Piovesana

pc 2 novembre - La violenza di Sacconi e la rivolta sociale della Camusso

Il Ministro del lavoro Sacconi continua con la sua isteria infinita contro i lavoratori e tutti coloro che si ribellano alle politiche del suo governo.

È da qualche giorno infatti che è tornato a parlare di “violenza organizzata” e “ritorno del terrorismo” e tradisce così la coscienza nera di chi sa che sta portando avanti “misure difficili e impopolari” sulle quali vorrebbe “ottenere un consenso sociale”!!!, come lui stesso dice, ed è anche per questo che ha chiesto un dialogo con le “parti sociali”.

Per parti sociali Sacconi intende i sindacati confederali che dovrebbero far accettare le “misure impopolari” al “popolo”, cioè a tutti coloro sui quali si sta scaricando la crisi attraverso i “licenziamenti facili”, ma non solo: lavoratori e lavoratrici, donne, giovani e studenti e tutti quanti, non solo gli anziani, per ciò che riguarda la pensione… per citare solo alcune di queste misure.

Questa accelerazione di Sacconi verso una preventiva maggiore reazione poliziesca, condivisa da Maroni e da tutto il governo da tempo sulla strada del moderno fascismo, non viene presa alla stessa maniera da altri politici e sindacalisti, come per esempio la Camusso che in una intervista a La Repubblica del 31 ottobre si è detta nettamente in disaccordo con Sacconi sulla questione della violenza, ma che invece dice: “Piuttosto vedo un altro rischio: quello della rivolta sociale, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno. Ma questo non ha nulla a che vedere con il terrorismo. Sono proprio i timori di una rivolta di chi è disperato ed è senza speranza che ci fanno insistere nel chiedere politiche attive per il lavoro, mentre la questione dei licenziamenti getta soltanto benzina sul fuoco”.

La Camusso non dice chiaramente che ha contribuito alla grande, insieme a Sacconi, a preparare questa disperazione popolare, firmando i peggiori accordi… la rivolta sociale che adesso evoca e di cui ha paura è, attualmente per le masse popolari, l’unica alternativa per cominciare a fermare il “massacro sociale”.

pc 2 novembre - Espulsi 3.592 tunisini ! .. pagherete caro, pagherete tutto !

dal sito: http://fortresseurope.blogspot.com/


01 NOVEMBER 2011

Espulsi 3.592 tunisini, nei Cie tornerà la calma?
La settimana scorsa è decollato da Palermo l'ultimo charter per Tunisi. A bordo c'erano i soliti 60 tunisini raccolti nei vari centri di identificazione e espulsione (Cie) di tutta Italia e la scorta di 120 poliziotti. Nelle stesse ore da Bari partivano i charter con i 99 egiziani sbarcati poche ore prima sulle coste calabresi e espulsi in tempo record. Dall'inizio dell'anno sono 3.592 i rimpatri coatti verso la Tunisia e 965 quelli verso l'Egitto. Fanno 4.557 persone espulse in deroga alle leggi nazionali sull'immigrazione. Ovvero dopo un periodo di detenzione spesso non convalidato dal giudice di pace, senza aver potuto incontrare un avvocato, e senza aver potuto parlare con i funzionari di Unhcr, Oim e Save the Children, che lavorano in frontiera proprio per garantire i diritti di chi arriva in Italia senza passaporto. Lo stato d'eccezione è diventato la norma. In nome della maggiore efficienza degli accordi bilaterali in vigore con Tunisia e Egitto. E per il ministero dell'Interno il risultato è doppio. Da un lato un numero di espulsioni fino a un anno fa inimmaginabile. Dall'altro una modifica sostanziale della popolazione dei Cie (centri di identificazione e espulsione), dove con la scomparsa dei tunisini inizia una sorta di tregua tra detenuti e forze dell'ordine dopo otto caldissimi mesi di rivolte, sommosse e fughe rocambolesche.

Sì perché dallo scorso mese di febbraio, sono stati i tunisini i protagonisti delle più importanti sommosse nei Cie. Da un lato costituivano la maggioranza dei senza documenti detenuti. E dall'altro, essendo appena arrivati nel nostro paese, avevano altissime aspettative per il futuro, ovvero una grande determinazione a tornare in libertà e costruirsi quel futuro sognato per anni e fatto di un banale lavoro e del riscatto della propria famiglia lasciata al paese. I rimpatri di massa però hanno avuto l'effetto sperato da Maroni, e complice anche la brutta stagione, le partenze per Lampedusa si sono per il momento fermate. Da più di un mese e mezzo non si registrano sbarchi. E con il blocco degli arrivi, i Cie si sono tornati a riempire dei poveri delle nostre città.

Da un lato gli ex detenuti trasferiti nei Cie a fine pena. Dall'altro i senza tetto e le prostitute oggetto delle retate della polizia nei quartieri popolari. E in mezzo tutta la gente fermata un po' a caso per un banale controllo di identità. Che sia il controllore sul tram, il posto di blocco al casello o la polfer nelle stazioni ferroviarie. Alcuni vivono in Italia da una vita. Fuori hanno moglie e figli che li aspettano. Altri in tanti anni non sono mai riusciti a ricostruirsi una vita. Condannati a una vita ai margini perché privi di quel pezzo di carta che ti permette di firmare un contratto di lavoro o di affittare una casa. E ridotti a uno straccio dalla vita in strada.

La verità è che tra una popolazione così variegata difficilmente attecchisce un legame di solidarietà e di rivolta dentro i centri di detenzione. Prevalgono diffidenza e incomprensione. Senza contare che molti degli ex detenuti arrivano nei con pregresse dipendenze da psicofarmaci e che molti altri seguono lo stesso esempio. Rivotril, Valium, Serenase. Basta domandare. I solerti dottori impiegati nei Cie distribuiscono a man bassa a chiunque ne faccia richiesta. Le dosi non sono un problema, le scorte non mancano. In fondo avere una buona metà dei detenuti rimbambiti dagli psicofarmaci aiuta a mantenere tranquille le celle e a continuare i lavori di ristrutturazione nelle sezioni devastate dai ragazzi tunisini nei mesi scorsi.

Poi di tentativi di fughe continuano a essercene, ma rispetto a prima sono eventi isolati e senza particolare rilievo. La punizione invece continua sempre a essere esemplare: arresto in flagranza di reato. Le accuse sono sempre le stesse: lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

Così la sera del 28 ottobre a Torino è finito in galera un senegalese che dopo essere stato ricoverato al poliambulatorio Martini per un malore avvertito al Cie, dopo la visita ha tentato di divincolarsi dai due agenti della scorta per fuggire. L'hanno fermato dopo una violenta colluttazione. I due agenti sono finiti in ospedale, uno con una distorsione alla cervicale e l'altro con una spalla lussata. Il recluso invece è finito in manette dritto al carcere delle Vallette senza che sia stata resa nota la sua prognosi.

E a botte è finita pure al centro di identificazione e espulsione di Bologna, in via Mattei, dove domenica scorsa, 30 ottobre, una quindicina di detenuti sono riusciti a sfondare il cancello della gabbia che separa le celle dai campetti di calcio. Nei tafferugli che sono esplosi tra i fuggitivi e i reparti delle forze dell'ordine intervenuti per fermare l'evasione, sono rimasti feriti tre agenti e tre detenuti. I tre reclusi, dopo le medicazioni sono stati tratti in arresto per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Durante gli scontri, uno dei reclusi - un ragazzo tunisino di 26 anni - è però riuscito a fuggire arrampicandosi sul muro di recinzione e gettandosi da un'altezza di oltre cinque metri. Di lui non sappiamo niente. Ma un uomo libero è sempre una buona notizia.

pc 2 novembre - Strage di Viareggio, la lotta dei familiari contro Moretti e altri responsabili

02-11-11

STRAGE VIAREGGIO: AL VIA CONFRONTO SU PERIZIE, IN AULA 349 PARTI

(ASCA) - Lucca, 2 nov - Al via al polo fieristico di Lucca il confronto tra perizie nell'ambito dell'incidente probatorio per la strage ferroviaria di Viareggio (Lu), che il 29 giugno 2009 costo' la vita a 32 persone.

Presenti nell'aula allestita per l'occasione i rappresentanti di 349 parti coinvolte nell'indagine, che vede indagate 38 persone.

Nei giorni scorsi sono state depositate le varie perizie: per i periti del Pm e per quelli delle parti civili, in particolare, lo squarcio sul fianco della cisterna da cui usci' il Gpl, e' stato causato da un picchetto mentre per le Fs e' stato provocato da un elemento non eliminabile dello scambio, la piegata a zampa di lepre. Stessa tesi e' sostenuta dai consulenti del Gip.

''Le conclusioni dei periti del Gip - spiega l'avvocato Tiziano Nicoletti, legale di una delle famiglie delle vittime - ci hanno sorpreso perche' sembravano andare in tutt'altra direzione.

Negli ultimi giorni, pero', abbiamo lavorato intensamente con i nostri periti e pensiamo di avere argomenti per confutarle.

Del resto basta andare sul posto per vedere il picchetto, la zampa di lepre e lo squarcio sulla fiancata. Anche l'uomo della strada puo' capire come e' andata''.

All'udienza partecipano anche i familiari delle vittime, arrivati da Viareggio. Sulla recinzione all'ingresso del Centro congressi sono state appese le foto delle persone scomparse nell'incidente e striscioni con scritte come ''Moretti basta. Dimissioni''; ''Verita', giustizia, sicurezza per Viareggio''.

afe/cam/rob

pc 2 novembre - no tav a venezia .. una questione su cui tornare - intanto il comunicato

NO TAV TOUR VENEZIA… UN SUCCESSO A META’
Submitted by anonimo on Tue, 01/11/2011 - 14:36 15ottobrecomunicatiitaliamovimentiNoTavveneziaVal Susa
Dopo decine di report positivi dalle tappe del notav tour che ha in questo mese attraversato l’Italia ne arriva uno a metà. Quello della tappa Veneziana infatti è un successo a metà, positivo per l’incontro con la popolazione al contrario negativo (e questo è un paradosso esclusivo di questa tappa) per “l’incontro” con le realtà organizzate che dovrebbero essere le più vicine ai movimenti e invece li prevaricano. Per questo motivo il resoconto è stato condiviso con i comitati no tav della val di Susa e firmato dal movimento intero.

Il NO TAV TOUR veneziano parte da Ca’ Tron palazzo storico sul Canal Grande sede della facoltà di pianificazione urbanistica in cui studenti e cittadini veneziani si sono auto assegnati la “casetta del custode” attigua al palazzo per bloccare una speculazione edilizia che per l’ennesima volta metteva il profitto davanti alla cultura. I ragazzi ci accolgono in modo caloroso mettendoci subito a nostro agio. Alle 18.30 comincia una affollata assemblea, all’interno della facoltà , con più di cento partecipanti. Dopo la presentazione di rito da parte della delegazione NO TAV spieghiamo a grandi linee la nostra opposizione lasciando immediatamente spazio al dibattito. Purtroppo le molte domande che ci vengono fatte da parte di studenti e cittadini sono state oscurate dalla presenza imbarazzante di alcuni centri sociali del nord est che hanno spostato in modo prepotente il dibattito su una polemica sterile che poco aveva a che fare con la nostra presenza a Venezia. Ci è dispiaciuto, dopo decine di tappe riuscitissime in tante altre città italiane, dove il dibattito ha arricchito il movimento e i movimenti nei territori, sentire in alcuni interventi l’eco delle campagne e delle strumentalizzazioni giornalistiche orchestrate nei nostri confronti dai politici sitav e dai media di regime. Nonostante vari tentativi di riporta re il dibattito su un piano reale, alcuni personaggi hanno sovradeterminato il volere dell’assemblea fino ad arrivare ad una vergognosa e violenta aggressione verso gli organizzatori dell’assemblea. Per l’ennesima volta dichiariamo che il movimento NO TAV non appartiene a nessuno se non a tutti i NO TAV genuini che popolano l’Italia e la Val di Susa, pertanto diffidiamo da chiunque voglia piantare la propria bandierina sulla nostra presenza nel territorio italiano. Tutta la nostra solidarietà va ai ragazzi di Ca’ Tron che stanno facendo un ottimo lavoro proprio nell’ottica della difesa del territorio e nell’opposizione al TAV nel Nord-Est.

Domenica 30 ottobre campo santa fosca

Montiamo il banchetto con volantini e materiale informativo dalle 10 in avanti. Il microfono aperto ci consente di raccontare ai migliaia di turisti che transitano davanti a noi le nostre ragioni e
l’assemblea che ne segue di approfondire. Abbiamo distribuito circa 2000 volantini e parlato con tantissime persone italiane ed estere raggiungendo in pieno l’obiettivo di comunicare i nostri motivi anche a chi della Valle di Susa sa poco. Infine, prima di tornare a Ca’Tron, la ciliegina sulla torta: un gruppo di no tav veneziani e valsusini che attaccano nel momento di maggior flusso turistico 4 bandiere no tav dal ponte di Rialto. Appena esposta la seconda bandiera, la sorpresa di un applauso partito spontaneamente dai passanti che fotografavano il ponte seguito dopo poco da ancora un più convinto applauso che ci ha inorgoglito ed emozionato. Siamo tutti valsusini!

MOVIMENTO NO TAV

pc 2 novembre - adesione allo sciopero del 2 dicembre

Lo slai cobas per il sindacato di classe da la sua adesione allo sciopero del 2 dicembre
Ma ribadisce che altra è la strada da perseguire

Slai cobas per il sindacato di classe
coordinamento nazioanale
cobasta@libero.it



SCIOPERO GENERALE 2 DICEMBRE 2011
28/10/2011
USB, SLAI COBAS, CIB-UNICOBAS e SNATER hanno indetto lo Sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per intera giornata del 2 dicembre 2011

Contro le manovre del governo e le politiche dell'unione europea, che vogliono tutelare le banche e la finanza e far pagare la crisi ai lavoratori ed alle fasce di popolazione più disagiate;

Contro il patto sociale e l'attacco ai diritti dei lavoratori;

Contro le ultime decisioni del governo contenute nel documento inviato alla Comunità Europea e da essa approvato, che prevedono la conferma delle precedenti manovre del governo italiano di luglio ed agosto 2011 ed ulteriori misure su licenziamenti, privatizzazioni e peggioramento delle condizioni di lavoro del personale del pubblico impiego e della scuola (anche con l'accorpamento selvaggio degli istituti), compresa la riduzione del personale, la cassa-integrazione, la mobilità obbligatoria e la possibilità di licenziare;

Contro l'accordo del 28 giugno 2011 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, ratificato il 21 settembre scorso, che ha aperto la strada all'art. 8 della manovra del governo e alla cancellazione dei contratti nazionali.

Comunicato slai cobas per il sindacato di classe

Aumento dell'età pensionabile, libertà di licenziamento sono l'unica strada scelta dai padroni europei e italiani, dai governi europei e italiani per uscire dalla crisi.
Non serve spendere parole, sciopero generale dal basso subito e prolungato per respingere questi provvedimenti, rovesciare il governo berlusconi e ogni governo dei padroni. voluto dalla falsa opposizione parlamentare

Slai cobas per il sindacato di classe
coordinamento provinciale taranto
cobasta@libero.it
347-1102638

E' convocato per il 13 novembre alle 10 fino alle 17 massimo il coordinamento nazionale dello slai cobas sc alla sede di Bergamo
odg:
-resoconto attività locali
-linea generale nella fase
-tesseramento 2012 e principi organizzativi
-varie

cobasta@libero.it

pc 2 novembre - contro berlusconi e il governo d'emergenza

la crisi sprofonda la borghesia nel panico che chiede urgentemente misure d'emergenza alla greca per scaricare la crisi sui proletari e le masse
tutti partiti si stringono intorno a Napolitano perchè formi un governo d'emergenza
di unità nazionale antioperaia e antipopolare
proletari e masse non possono difendere i salari, il lavoro, le pensioni,le loro condizioni di vita e di lavoro senza fronteggiare questo attacco, resistere scontrandosi con la borghesia , i suoi governi, il suo stato
la rivolta proletaria e popolare è una necessità che si impone intrecciando sciopero generale e ribellione, come il 14 dicembre, come il 15 ottobre, ma tutt'insieme liberandosi dei parassiti e mosche cocchiere della falsa opposizione parlamentare e dei loro valletti, quali 'sinistra exparlamentare',casarini uniti per l'alternativa, bernocchi cobas confederazione, divenuti la destra interna ai movimenti di opposizione

proletari comunisti -PCmItalia

martedì 1 novembre 2011

pc 1 novembre - massimo sostegno alla resistenza afgana e ai suoi colpi inferti alle truppe imperialiste

Salutiamo il grande attacco che ha portato a colpire pesantemente i soldati Usa torturatori e massacratori insieme alle truppe Nato, italiane comprese

PEACEREPORTER

Afghanistan, scandalo torture al Dipartmento 124

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Nella prigione afghana si consumavano violazioni dei diritti umani. La Cia l'ha sempre saputo ma non è mai intervenuta Kabul come Abu Ghraib. Investigatori delle Nazioni Unite, dall'ottobre 2010, hanno raccolto storie di detenuti nelle carceri afghane che raccontano di torture e sevizie. Le strutture incriminate sono gestite dal National Directorate of Security (Nds), il servizio di intelligence afghano. Nonostante militari occidentali visitino settimanalmente le prigioni, nulla è cambiato da quando a settembre l'Onu ha pubblicato il rapporto in cui denuncia le torture. Anzi, da quanto emerge nell'ultima inchiesta del Washington Post la Cia ne era al corrente da tempo e non ha mai fatto niente per impedirlo.

Il Dipartimento 124 è ormai sinonimo di tortura. La prigione dista pochi passi dal quartier generale dei militari statunitensi nella capitale afghana e al suo interno si trovano oltre 40 detenuti accusati di terrorismo. La gente del luogo la chiama "l'Inferno". Il 30 agosto, le voci sulle torture si sono fatte talmente insistenti che il generale dei Marines John Allen ha dovuto ordinare di smettere di mandare i prigionieri al Dipartimento 124. I vertici dell'esercito, poi, avevano messo in piedi in fretta e furia una squadra per tenere sotto controllo le strutture carcerarie. Ma non è cambiato nulla: i detenuti hanno continuato ad essere trasferiti nella
struttura incriminata.

"Ogni volta che sono state denunciate violazioni dei diritti umani, ci siamo mossi con rapidità" ha ribattuto il portavoce della Casa Bianca Caitlin Hayden. Eppure il Washington Post ricorda che esistevano già ben prima della fine di agosto documenti che provavano le torture del Dipartimento 124 e che il Leahy Amendment, una legge statunitense, proibisce di mantenere i contatti con forze di Paesi stranieri su cui ci siano "prove evidenti" di crimini contro l'umanità.

Nonostante lo scandalo, gli Stati Uniti non hanno ancora introdotto nessuno strumento di monitoraggio delle carceri. Il direttore dei servizi segreti afghani Ahmed Zia, in un'intervista ha detto che le Nazioni Unite hanno redatto un documento approssimativo e accusatorio e ha aggiunto che a violare i diritti umani sono gli insorti che si addestrano nel vicino Pakistan: "Noi - ha concluso - non abbiamo nulla da temere".
Dall'inizio del mese ci sono state tre ispezioni al Dipartimento 124, ma sembra che non abbiano sortito ancora nessun effetto.

pc 1 novembre - Omsa, cronaca di una morte annunciata. Le operaie restituiscono le tessere Cgil

E' necessaria costruire una mobilitazione unitaria di tutte le fabbriche e posti di lavoro in cui è attaccato il lavoro delle donne.
E' necessario, come la stessa esperienza delle operaie Omsa ci dice che questa mobilitazione non sia delegata alla struttura della Cgil, tantomeno alla sua direzione attuale nazionale, ma deve essere costruita dal basso, mettendoci in rete, coordinandoci e costruendo una giornata nazionale di lotta delle donne lavoratrici.
Facciamo di questa mailing list uno strumento per costruire la Rete e la mobilitazione.
Un forte abbraccio alle operaie OMSA.

le lavoratrici e disoccupate del MFPR di Taranto


Da Il Fatto quotidiano: Omsa, cronaca di una morte annunciata. Le operaie restituiscono le tessere Cgil

"Siamo state abbandonate anche dalla Camusso".

"La produzione del gruppo Golden Lady - che si fregia ancora del marchio made in Italy - è trasferita totalmente in Serbia. La riconversione del sito produttivo resta un miraggio. Così è scomparsa dalla scena una delle ultime grandi industrie della Romagna.
Sono 242 le operaie ancora in forza allo stabilimento produttivo della Golden Lady Spa, di cui il marchio Omsa fa parte. Solo 30 di loro varcano i cancelli degli stabilimenti produttivi per 4 ore al giorno e intanto la sabbia nella clessidra della cassintegrazione continua a scorrere inesorabile. Restano solo 5 mesi al 14 marzo 2012, giorno in cui cesseranno gli ammortizzatori sociali. Intanto di soluzioni in vista neanche l'ombra.
Il 25 maggio e il 25 luglio sono stati organizzati due tavoli ministeriali, il primo a Bologna, il secondo a Roma, per rilevare e riconvertire il sito produttivo dell'Omsa. "Ci sono dei contatti" è il mantra che si sentono ripetere le operaie, ma quali non è dato loro sapere, per "una questione di riservatezza".
Da chi dipendano i loro guai lo sanno le operaie dell'Omsa. È diretta la denuncia della Filctem Cgil alla proprietà di Nerino Grassi, l'imprenditore di Castiglione delle Stiviere che "ha deciso di chiudere lo stabilimento di Faenza per continuare ad arricchirsi in Serbia, non rispettando l'accordo firmato al ministero dello Sviluppo economico il 18 febbraio scorso, il quale prevede di proseguire con la produzione ancora esistente e con la riconversione e rioccupazione delle lavoratrici".
Un gruppo ristretto di queste continua a portare avanti l'impegno quotidiano, per mantenere i riflettori accesi sulla vertenza. Iniziano però a serpeggiare i malumori di chi sente di aver giocato ormai tutte le carte: la via sindacale, l'apparizione mediatica, la realizzazione del documentario "Licenziata" per la regia di Lisa Tormena, le "brigate teatrali dell'Omsa", per raccontare attraverso il palcoscenico la favola nera dell'azienda, fino al boicottaggio dei negozi Golden Lady, presidiandone l'entrata nei sabati dello shopping.

Alcune operaie iniziano a nutrire anche una certa disillusione nei confronti dell'appoggio fornito dal sindacato. Non è stato chiarito ufficialmente dai vertici della Cgil perché sia stato rimosso dal suo incarico Idilio Galeotti, coordinatore Cgil del comprensorio faentino. Al sindacalista si deve la strategia, adottata sin dalla prima ora, che ha permesso alle lavoratrici di Omsa di arrivare ad Annozero e dare alla vertenza la eco che merita. Intanto molte operaie hanno restituito la tessera al sindacato, convinte che la mossa di 'far fuori' Galeotti sia da iscrivere in un contesto più ampio che giustifica -come si legge nel sito del Popolo viola di Faenza- "il sospetto che buona parte del mondo politico-istituzionale e sindacale avesse avallato da tempo la scelta di Golden Lady di chiudere l'Omsa e per questo avrebbe preferito il silenzio sulla vertenza".
Accuse di un certo peso che un'operaia, sul suo profilo di Facebook, non ha risparmiato neppure al segretario generale della Cgil Susanna Camusso: "È avvilente, le abbiamo provate tutte! Prima abbiamo chiesto, poi gridato poi anche minacciato e raccolto firme. Abbiamo protestato con la Cgil provinciale, con quella regionale e addirittura con la nazionale, ma anche la signora Camusso che sbandiera tanto i diritti delle donne non ha voluto aiutarci".
I problemi della faentina Omsa hanno ormai varcato i confini regionali e riguardano altri siti produttivi della Golden Lady. La multinazionale ha deciso di ridurre drasticamente la sua presenza in Italia: anche negli stabilimenti di Gissi (Chieti) e di Basciano (Teramo) sono in discussione centinaia di posti di lavoro e si prospetta il rischio chiusura..."
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Tavolo4flat mailing list
Tavolo4flat@inventati.org

pc 1 novembre - TERRORISTI NERI



Lo scopo duplice dell’uscita di Sacconi “la violenza verbale sull’art. 18/licenziamenti può alimentare nuove forme di terrorismo”, avallata da Tiraboschi, dirigente del Centro studi intitolato a Marco Biagi e consulente del Ministero del Lavoro, il quale prende carta e penna ogni volta che c’è da demonizzare le lotte dei lavoratori, è chiaro:
da un lato creare il clima politico, ideologico, mass mediatico favorevole a legittimare la repressione delle lotte inevitabili dei lavoratori, che non si potranno sempre risolvere con una passeggiata attraverso Villa borghese e un sit in, come il 21 ottobre;
dall’altra deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle manovre, queste sì totalmente illegali, che il governo ha messo e continuerà a mettere in campo per scaricare la crisi sui lavoratori e le masse popolari.

Tiraboschi, Sacconi in questi giorni sulla stampa cercano di giocare con le parole, dicendo che “è in atto un tentativo di mistificazione… come ai tempi di Marco Biagi…”. Ma sono proprio loro i campioni della “mistificazione”!
Chiamano “incentivo ad assumere” ciò che è palesemente libertà ai padroni per licenziamenti selvaggi, aumento della disoccupazione, precarizzazione quotidiana (che va anche oltre la “certezza” dei contratti a tempo determinato). Parlano di “modernizzazione”: “La strada che porta alla modernizzazione del mercato del lavoro è costellata nel nostro paese di intimidazioni, atti di violenza e anche morti”, quando la loro “modernizzazione” fa retrocedere i lavoratori a livelli di schiavitù eliminando diritti fondamentali, riporta la condizione dei lavoratori a prima della stessa Costituzione, per affermare un moderno fascismo in cui anche scioperare è reato; e quando è la loro “modernizzazione” che è costellata da violenza quotidiana verso le condizioni di vita e di lavoro, da morti di lavoro e di non lavoro, da attacco alla salute, all’ambiente, ecc. Dicono che chi si oppone a questa modernizzazione vuole “intaccare la fiducia e la sicurezza delle persone”, dimenticandosi di aggiungere che parlano delle “persone” della loro classe borghese, perché le milioni di persone della popolazione del nostro paese è da tempo che hanno perso fiducia e sicurezza.
Usano in maniera squallida e strumentale la situazione dei “giovani, dei disoccupati del mezzogiorno, delle donne” per tentare di convincere che a licenziamenti corrisponderebbe più possibilità di lavoro; quando bastano semplici dati: se passasse questo attacco la disoccupazione salirebbe dall’attuale 8,1% all’11,1% , una su quattro donne se licenziate non troverebbe più lavoro, e al sud tra vecchia e nuova disoccupazione, mobilità, cassa integrazione, le percentuali in alto della disoccupazione si elevano ogni mese.

Ma, chiaramente, a queste “mistificazioni” non ci crede più nessuno. Per questo la parola passa alla repressione, al “loro” terrorismo politico e ideologico. Opporsi, difendersi, scioperare, fare le manifestazioni, questo viene chiamato “terrorismo”.
Cercano di trovare i “violenti” da isolare e trovano proprio quei giovani, di cui Tiraboschi, Sacconi parlano per avvalorare l’abolizione dello Statuto dei lavoratori; parlano di reprimere chi parla di “rivolte” e sono accerchiati dal sud al nord da lotte “normali” delle masse popolari (dalla No Tav, alle zone disastrate) che assumono per forza il carattere delle rivolte.
E – come diceva Marx - se ogni fermento della società viene visto dalla borghesia come una minaccia, allora ogni fermento è una minaccia!
A Tiraboschi che dice in un’intervista al Giornale: “siamo intimiditi e minacciati, ma siamo impotenti”, non possiamo, quindi, che rispondere: ebbene sì. Solo che non si tratta di “piccoli gruppi terroristi”, ma di milioni di giovani, lavoratori, donne.

pc 1 novembre - lotta per la casa a parigi e l'azione dei maoisti francesi la cause du peuple

in francese in via di traduzione


En Seine Saint-Denis, la situation du logement est catastrophique : mal logement, insalubrité, sans abris, squats, campements... Chacun tente de s'en sortir mais c'est dans l'unité que nous pourrons avancer ! Les expulsés de la Courneuve, Les résidents du Foyer-taudis d'Epinay, les Sorins de Montreuil et bien d'autres se bouge et ouvre une voie vers la création d'une coordination.
C'est pourquoi, Mercredi 2 novembre 2011, nous devons être nombreux devant la Préfecture de Bobigny pour montrer notre détermination et notre solidarité.
LA NUIT DU LOGEMENT ! Artistes qui souhaitez soutenir les luttes pour le logement, venez apporter votre contribution ! Tous ensemble, nous allons faire de la nuit du 2 novembre une nuit de solidarité, de convivialité et d'unité !
CHAUD, CHAUD, L'HIVER SERA CHAUD !!!
OSONS LUTTER, OSONS VAINCRE !!!
Divers groupes, associations et partis soutiennent cette initiative et seront présents cette nuit
LE TRACT DE LA CAUSE DU PEUPLE
L’unité pour la lutte pour le logement !
Chaque travailleur le sait : le logement est un problème. Aujourd’hui, ce problème est de pire en pire car les responsables de la crise veulent la faire payer à ceux qui sont exploités et laissés dans la misère. Alors que les plans d’austérité sont annoncés d’un côté et que les banques sont renflouées de l’autre, le nombre de mal-logés et de sans-abris augmente dramatiquement. Dans un contexte où les licenciements se poursuivent, le budget pour les solutions d’urgence à la crise du logement est sabré !
Mais où il y a oppression, il y a résistance !
C’est ainsi qu’à Montreuil, ce sont 300 personnes qui luttent pour un logement décent. Après avoir occupé une usine désaffectée et effectué des travaux de rénovation (douches, WC, etc.), ils se sont fait expulser début août 2011. Depuis, ils ont monté un campement sur le stade André Blain. Grâce à leur détermination et leur combattivité, la lutte avance. La mairie de Montreuil et les ambassades des différentes nationalités du Collectif des Sorins affichent désormais leur soutien au mouvement. Comme on dit au campement : « Colonisés hier, exploités aujourd’hui, régularisés demain ! »
A la Courneuve, ce sont 80 familles qui se retrouvent à la rue après la démolition de la barre Balzac. Elles avaient été évacuées de cette barre en juillet 2010 et placées dans des hôtels avec la promesse de la préfecture d’un relogement ; promesse qui n’a jamais été tenue jusqu’à présent. Un campement est donc installé place de la Fraternité depuis avril 2011. La mairie de la Courneuve a récemment envoyé un courrier à la préfecture demandant une table ronde. Entre temps, la Plaine Commune a été déboutée de sa demande d’expulsion de la place et condamnée à 100 euros par personne assignée pour procédure abusive. En tout cas, les familles l’ont dit : « Nous ne passerons pas une seule nuit d’hiver dehors ! »
A Epinay, ce sont 80 travailleurs immigrés, jeunes et anciens, qui vivent dans un foyer-taudis, le foyer AFTAM République. Les conditions de vie y sont terribles car aucun des gestionnaires (AFTAM, ADOMA, ADEF) ne bouge. Chacun se renvoie la responsabilité, n’assurant même pas le plus simple entretien des locaux qui datent de 1970 et qui devaient être « temporaires ». Leur lutte est double car ils demandent le relogement et la rénovation des locaux qui mettent en péril leur santé. Comme l’affirment les résidents : « Relogement tous ensemble avant l’hiver ! ».
Au square Boucicaut, à Paris, ce sont les familles oubliées du DALO, ce soi-disant « droit au logement opposable » qui n’a rien changé, qui campent dehors ensemble pour éviter de se retrouver chacune dans son coin et surtout s’inscrire dans la dynamique de la lutte TOUS ENSEMBLE !
Cette coordination entre nos luttes doit s’élargir à toutes les catégories d’expulsés de mal-logés, de sans-logis : expulsés des HLM ou du privé, habitants en foyers, squatteurs (massifs, groupes ou isolés), en logements individuels, sans-logis, mal-logés (logements insalubres, surface insuffisante, foyers taudis, hôtels ou appartements des marchands de sommeil) qui vivent en célibataires, attendent un logement de taille suffisante pour obtenir un regroupement familial, familles avec ou sans enfants à scolariser ou en bas âge, etc.
C’est l’union qui fait la force ! Cette situation où les travailleurs construisent les logements mais n’en ont pas eux-mêmes doit cesser !
Des logements vides il y en a 50 000 dans le 93 et 2,1 millions en France ! Si la loi de réquisition n’est pas appliquée nous l’appliquerons nous-même !
Un logement digne pour toutes et tous !
Oser lutter, oser vaincre !
Rendez-vous à la Préfecture de Bobigny
Mercredi 2 novembre 2011
dès 17 heures jusqu’au lendemain midi
Pour passer la nuit des luttes pour le logement ensemble !

lunedì 31 ottobre 2011

pc 31 ottobre - India - una guerra popolare che avanza e resiste


info-cronaca della guerra popolare in India diretta dal PCImaoista negli ultimi 40 giorni

2 settembre 2011
La polizia spara sui manifestanti

Sette persone sono state uccise la Domenica 11 quando la polizia dello stato di Tamil Nadu ha aperto il fuoco su una folla prevalentemente di dalit (gli 'intoccabili') che manifestavano a Parmakudi (500 km da Chennai). I tribali si erano riuniti per chiedere la liberazione del loro leader, Jan Pandian, che era stato arrestato mentre si recava a una festa cui era stato invitato quale presidente di TMMK, un partito dei dalit, organizzata in onore di un ex leader del partito. Le autorità hanno giustificato l’arresto in quanto la sua presenza alla cerimonia avrebbe provocato tensioni. Ma alla fine è stato proprio il suo arresto che ha provocato tensioni. I dalit hanno bloccato le strade e dato fuoco ad auto della polizia per protestare contro la repressione poliziesca. Le forze di sicurezza hanno risposto aprendo il fuoco sulla folla, uccidendo sul posto cinque persone. Altre due sono morte in ospedale a causa delle ferite subite. Trenta i feriti negli scontri.
Resta oggi la rabbia nella stessa città, dove le autorità hanno proceduto a oltre cinquanta arresti preventivi per incitamento alla violenza. Altre 57 persone sono state arrestate in una città vicina. Le autorità hanno fermato trasporti pubblici nella regione e inviato massicci rinforzi alla polizia per contenere i tribali.

18 settembre 2011
Nuovi arresti
La polizia dello stato del Bastar martedì 13 ha arrestato nelle loro case nel distretto di Jagdalpur undici maoisti. Gli arresti sono frutto di informazioni ottenute grazie a delle taglie. Mercoledì 14, un residente del distretto di Bijapur (Chhattisgar) è stato giustiziato dai guerriglieri perché informatore della polizia. Giovedi 15 dei manifesti maoisti sono stati affissi nella regione di Jangalmahal per invitare i ragazzi a non rispondere alla campagna di reclutamento lanciata dalla Polizia Speciale e dalla Forza Nazionale Volontari - organizzazioni paramilitari governative.
Oggi, un guerrigliero è stato arrestato nel distretto di Garwah (Jharkhand). La polizia ha fatto irruzione nel villaggio di Katra dopo aver avuto informazioni sulla sua presenza. Sono stati inoltre sequestrati tredici detonatori, tre candelotti di gelatina esplosiva, due chili di esplosivi e pubblicazioni maoiste. Nel corso della giornata, un gruppo di guerriglieri portato un attacco lampo contro una colonna di sessanta uomini della CRPF nel distretto di Bijapur (Chhattisgarh). I maoisti hanno ucciso un soldato prima di rifugiarsi nella giungla circostante. Le forze di sicurezza hanno reagito immediatamente, senza però riuscire a trovare i guerriglieri.

23 settembre 2011
Sventata azione guerrigliera
Una squadra di polizia del Chhattisgarh ha scoperto questa mattina a 25 kg di esplosivi lungo una strada nel distretto di Raipur. Secondo i rapporti le autorità, l’ordigno era collocato nel fitto della foresta, in posizione ideale per farlo saltare al passaggio della pattuglia. Le forze di sicurezza sono riuscite a disinnescarlo e per lanciare immediatamente un’operazione nel tentativo di catturare i guerriglieri maoisti, particolarmente attivi nella regione, che già mercoledì, avevano teso un'imboscata una pattuglia di polizia, ferendo gravemente due soldati della forza speciale.

26 settembre 2011
Nuove azioni della contro-guerriglia
Domenica 25 le autorità hanno annunciato l’arresto a Gadchiroli, distretto di Maharashtra, di Somji Made, 25 anni, originario di Bastar, comandante della Milizia Acher Dalam che ieri aveva attraversato il confine del distretto. Le autorità lo accusano di essere attivamente coinvolto nella rivolta maoista e in vari casi di omicidio, tentato omicidio, scontri a fuoco...
Oggi, una squadra di paramilitari e polizia di Chhattisagarh ha trovato cinque bombe lungo una strada nella regione di Bastar (distretto di Kanker), dove la guerriglia maoista è particolarmente attiva. Tre bombe da 4 kg e due 2 kg sono state subito disinnescata. Le autorità hanno dichiarato che probabilmente i maoisti avevano pianificato un attacco contro pattuglie delle forze di sicurezza, che effettuano quotidianamente operazioni di rastrellamento in zona. Oggi le forze di sicurezza hanno ancora arrestato Dilip Mahato, leader del Comitato popolare contro le atrocità della polizia, organizzazione tribale filo-maoista. Le autorità lo accusano di essere un ufficiale di collegamento della guerriglia. Infine, due maoisti sono stati uccisi dalla polizia in una sparatoria nella foresta di Gollapalli (Chhattisgarh). Le forze di sicurezza si son imbattute in un gruppo di guerriglieri durante un rastrellamento, ingaggiando una serie di scontri a fuoco nei quali sono stati uccisi due guerriglieri, mentre un altro è riuscito a fuggire. Sul posto, la polizia ha trovato e sequestrato due pistole.

1 ottobre 2011
Sconfitte per la contro-guerriglia
Per quasi una settimana, la CRPF e la polizia dello stato di Jharkhand hanno condotto una vasta operazione congiunta di rastrellamento del distretto di Bokaro, in particolare nei pressi di Jhumra Hills. Un soldato del corpo di elite anti-Naxalita CRPF (squadra CoBrA) è stato ferito in una sparatoria tra il suo battaglione e un gruppo di maoisti. Le operazioni si sono intensificate da Martedì, quando i guerriglieri hanno ucciso due soldati della squadra CoBrA e ferito tre uomini delle forze di sicurezza. I maoisti, grazie all’oscurità e alla perfetta conoscenza del territorio, non sono stati catturati. Le autorità hanno riferito di averne feriti alcuni e di aver smantellato un loro accampamento vicino alla scena della sparatoria.

4 ottobre
Arrestato presunto esattore maoista
Soni Sori, insegnante aborigeno del distretto di Dantewada nel Chhattisgarh, è stato arrestato martedì nel Katwaria Sarai, dalla Polizia di Delhi. È sospettato di aver riscosso per conto della guerriglia maoista il denaro dalla tassa rivoluzionaria a carico del Gruppo Essar. Sori era accusato per cinque casi simili nel Chhattisgarh. Un direttore generale del gruppo Essar era stato arrestato il 27 settembre accusato di aver accettato il pagamento della tassa rivoluzionaria. Essar voleva evitare le incursioni della guerriglia contro un oleodotto che serve una miniera di ferro nel distretto di Dantewada.

8 ottobre
La guerriglia maoista colpisce le forze di sicurezza
Venerdì scorso tre paramilitari del Sashastra Seema Bal (SSB) sono stati uccisi e un altro gravemente ferito in un’imboscata tesa da guerriglieri maoisti nello stato di Chhattisgarh nei pressi di Geedam, 400 km a sud di Raipur. Dopo aver fatto saltare il veicolo, i guerriglieri hanno aperto pesantemente il fuoco, e sono poi fuggiti nella giungla. Due battaglioni della SSB sono stati dispiegati nello stato di Chhattisgarh dal 2008, soprattutto a protezione dei campi delle milizie anti-maoiste Salwa Judum, a loro volta sconfitte dai guerriglieri.

8 ottobre
Arundhati Roy sull’espulsione di David Barsamian
Ai primi di settembre il giornalista radiofonico indipendente americano David Barsamian è stato respinto all'aeroporto di New Delhi, mentre era in procinto di recarsi in Kashmir. Barsamian è noto per le sue numerose interviste ad attivisti, giornalisti e autori, tra cui Arundhati Roy. A proposito di questa espulsione, quest’ultima è stata intervistata da The Hindu e ha approfittato di quella tribuna per denunciare la repressione subiscono in India tutti quelli che cercano di farsi ascoltare, o si oppongono alle misure antipopolari del governo.

9 ottobre
Preso un campo abbandonato dai guerriglieri
Ieri, forze congiunte dello Special Operations Group (SOG) e del CRPF che effettuavano un'operazione di rastrellamento nella giungla nei pressi di Kuleijharan Tampersingha (stato di Jharkhand), hanno incontrato un gruppo di guerriglieri maoisti. Ne è seguita una violenta sparatoria, che sembra non abbia fatto vittime. Le forze congiunte sono riuscite a prendere un campo abbandonato dai guerriglieri, recuperando gran quantità di esplosivi e attrezzature.
Un secondo scontro si è svolta nelle prime ore di stamattina nel distretto di Dakshina Kannada (Karnataka). Il fatto è avvenuto dopo che una squadra di guerriglieri aveva attaccato nella foresta una colonna di 25 militanti del movimento anti-maoista Karnataka. Secondo il portavoce della polizia, un agente di polizia è deceduto nello scontro e in tutta la regione è scattata una vasta operazione di rastrellamento.

10 ottobre 2011
Poliziotto ucciso da una fucilata
Un poliziotto di 40 anni è stato ucciso in uno scontro con i maoisti la sera di Sabato 7 ottobre. Faceva parte di una pattuglia di quattordici uomini inviata nella regione di Belthangady (distretto Dakshina Kannada) dove secondo rapporti dell’intelligence si avevano movimenti di forze naxalite. Un collega del poliziotto ucciso ha detto che erano insieme quando hanno avvistato i guerriglieri, alle 23.30. Almeno uno di loro aveva con sé una torcia elettrica. Lui aperto il fuoco, ma il suo collega è stato quasi immediatamente colpito da un proiettile maoista. Secondo membri delle milizie anti-Naxalite, i maoisti sono tornati sul posto, lanciando slogan e continuando le loro attività. Il portavoce della polizia locale ha annunciato che, nonostante l'oscurità, diversi guerriglieri sono stati identificati ed è stata aperta un'inchiesta contro di loro per omicidio e tentato omicidio. È la prima volta operazione del genere organizzata nel distretto di Kakshina Kannada (Mangalore), dove fino a poco tempo fa i maoisti non erano presente.

12 ottobre 2011
Guerriglia e controguerriglia
All'inizio di questa settimana, il PCI (M) ha proclamato uno sciopero generale in Andhra Pradesh per chiedere che la polizia tratti con giustizia uno dei suoi leader attualmente detenuto senza processo. In questo contesto un gruppo di guerriglieri armati accompagnati da simpatizzanti hanno abbattuto alberi lungo molte strade principali del distretto di Visakhapatnam, bloccando il traffico per diverse ore. Un alberi in caduta ha anche parzialmente distrutto un posto di guardia della Forestale.
Nel distretto di Narayanpur (Chhattisgarh) maoisti e forze di sicurezza si sono scontrati stamattina presto. Lo scontro ha avuto luogo vicino un villaggio, dove i maoisti hanno aperto il fuoco contro una squadra congiunta di CRPF e polizia dello stato che pattugliano la zona. Un guerrigliero, per la cattura di cui era stata promessa una ricompensa di 5000 rupie (75 euro), è stato ucciso durante gli scontri. Secondo le autorità, sarebbe Rawat Negi, un maoista ricercato per vari reati e attacchi contro la polizia. Sul posto le forze di sicurezza hanno sequestrato armi e pubblicazioni maoiste.

13 ottobre 2011
Si intensifica la sorveglianza
La Special Task Force (STF) della polizia del Tamil Nadu e le guardie forestali dello Stato hanno annunciato che condurranno operazioni congiunte di rastrellamento nei confini dei quindici distretti dello stato. Le parti hanno convenuto di condividere informazioni e risorse, fissando anche cami di addestramento congiunti. Originariamente, la STF era stata creata per catturare un noto contrabbandiere che operava nelle foreste del Tamil Nadu. Dopo la sua uccisione nel 2004, si è concentrata principalmente sull’addestramento di agenti a combattere nella giungla. Ma oggi, si va anche oltre. “Passiamo ora lavorare con i forestali per prevenire oltre che il bracconaggio e il contrabbando, l'estremismo di sinistra. Anche i forestali contribuiranno dunque alle operazioni anti-maoiste, fornendo informazioni su persone o attività sospette nel territorio”. “I 22.000 chilometri quadrati di superficie boschiva compresa tra i distretti di Tiruvallur e Kanyakumari e il confine con Andhra Pradesh, Karnataka e Kerala ci sono sette campi della STF. Le autorità di polizia e funzionari del dipartimento foreste creeranno un database degli autori di reati ed elementi estremisti. Abbiamo anche suggerito che foto segnaletiche siano distribuite anche ai sorveglianti giornalieri pagati dal Dipartimento Forestale”.

15 ottobre 2011
Polizia contro scioperanti
Nel giugno scorso, gli operai della Maruti Suzuki di Manesar (Haryana) hanno condotto un grande sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro e il diritto a formare sindacati indipendenti diversi da quello esistente in fabbrica. In settembre un nuovo movimento di protesta ha risposto alla richiesta da parte della dirigenza di firmare “un patto di buona condotta”, la cui mancata sottoscrizione avrebbe portato al divieto di far ritorno in fabbrica. 1200 dipendenti e 44 lavoratori interinali sono stati sospesi per quello sciopero. Dal 7 ottobre, tutto il personale smesso di lavorare per chiedere la riassunzione di questi lavoratori e hanno occupato la fabbrica fino a ieri. Per fermare il movimento, la dirigenza si è rivolta all’autorità e il governo locale ha mandato . 2500 poliziotti per sgomberare gli scioperanti sostenendo che il loro era sciopero illegale e avviato la procedura di cancellazione della registrazione di due sindacati promotori del movimento. Di fronte alla polizia, i lavoratori sono stati costretti a lasciare i locali, ma hanno deciso di continuare il loro sciopero.

22 ottobre 2011
Successo per la guerriglia
Diverse squadre di polizia state dispiegate nelle zone della foresta di Bastar (Chhattisgarh) questa mattina per cercare di catturare un gruppo di maoisti, dopo un attacco in cui sono morti sei poliziotti. Venerdì pomeriggio, decine di guerriglieri hanno assaltato un contingente di sedici agenti in forze nel distretto nel villaggio di Netanar, a 30 km da Jagdalpur. Stavano tornando da una ispezione di edifici sospettati di essere danneggiati dai guerriglieri. Sei poliziotti sono morti sul posto mentre altri cinque sono stati gravemente feriti. I guerriglieri hanno attaccato i poliziotti sulle moto prima di aprire il fuoco. Il direttore generale della polizia ha dichiarato che diverse pattuglie della forza hanno perlustrato la zona intorno al villaggio di Netanar per arrestare i guerriglieri responsabili dell'attacco.

24 ottobre
Nuove strade per la controguerriglia
Ieri, BK Ponwar, ex capo delle forze antisovversive indiano ha segnalato la necessità di una nuova contro-guerriglia nelle zone controllate dai maoisti. Ponwar è attualmente direttore dell’antiterrorismo e del Jungle Warfare College, creato nel 2005 dal governo del Chhattisgarh per addestrare gli agenti di polizia a combattere i guerriglieri come i guerriglieri. Ieri ha dichiarato che l'India deve costruire una nuova rete stradale esclusivamente per i movimenti delle forze di sicurezza nelle aree controllate dai guerriglieri.
“Le strade percorse da civili e polizia nelle zone affette dalla guerriglia sono piene di mine e guerriglieri hanno realizzato imboscate quasi ovunque. Si dovrebbe perciò costruire una nuova rete stradale su terreni difficilmente accessibili, da tenere sotto costante sorveglianza. Queste strade servirebbero a rioccupare i territori occupati dai maoisti, ed sono il mezzo migliore per penetrare nelle roccaforti della guerriglia. Queste strade per le forze di sicurezza permetteranno loro di muoversi più velocemente nelle zone di combattimento e colpire duro”.

25 ottobre
Si intensifica la controguerriglia
Sospettando la presenza di guerriglieri provenienti da Chhattisgarh e Jharkhand rifugiati in Orissa, le autorità locali hanno intensificato le operazioni di rastrellamento nei distretti di Ganjam, Gajapati e Kandhamal. Le forza d’ elite CoBrA, il CRPF, l’India Reserve Batallion, lo Special Operations Group e le forze di polizia locale sono stati messi in campo per espellere i guerriglieri da questa area. Si sospetta che i maoisti abbiano montato campi in questi tre distretti, dopo la grande offensiva di polizia scattata negli altri due stati. La polizia teme anche che stiano progettando una campagna di azioni in Orissa. Infatti, è stata recentemente scoperta e sequestrata una grande quantità di esplosivo nel distretto di Kandhamal e distrutto un campo di guerriglieri nel distretto di Gajapati.
Inoltre lunedì le autorità hanno dichiarato di aver catturato tre maoisti e sequestrato armi nel distretto di Bokaro. Sempre lunedì, ma nel distretto di Rohtas (Bihar), le autorità hanno annunciato l’arresto di sette guerriglieri. Domenica, polizia locale e un battaglione CoBRA hanno fatto irruzione sotto un ponte in costruzione sul fiume Sone. Il comandante Sudarashan maoista Ram - alias Firoj - è stato arrestato insieme a quattro suoi compagni. Erano ricercati in per l'omicidio di un poliziotto e una dozzina di altri accuse. Sono stati sequestrati armi tradizionali, munizioni e quattro telefoni cellulari. In un altro raid, due guerriglieri sono stati arrestati nell’area di Chutia, distretto di Rohtas. Infine, un uomo originario del Bihar è stato arrestato lunedi nel distretto di Hazaribagh. La polizia ha accusato di aver creato una rete per fornire armi ai maoisti.

pc 31 ottobre - l'India non è la più grande democrazia del mondo ... Arundhati Roy


Il Comitato di sostegno internazionale alla guerra popolare in India
ha lanciato una nuova campagna internazionale che si svolgerà in numerosi paesi del mondo nella terza settimana di gennaio.
In Italia - oggi una delegazione di padroni e governo italiano sono in India per affari - ne parleremo nei prossimi giorni - un appello specifico e una proposta di piano sarà lanciata il 12 novembre.
per materiali e adesioni rivolgersi a csgpindia@gmail.com

Intanto mettiamo in rete anche nel nostro sito materiali utili a comprendere la situazione in questo paese.
Quella che segue è uno dei recenti articoli di Arundhati Roy, la grande scrittice indiana che molto sta facendo per informare il mondo e sulla realtà della guerra di popolo condotta dai maoisti, non lasciandosi intimidire dall'ostracismo della comunità imperialista, nè dalla persecuzione del governo

NUOVA DELHI: Il 23 settembre 2011, verso le tre del mattino, poche ore dopo il suo arrivo in aeroporto a Delhi, il produttore radiofonico statunitense David Barsamian è stato espulso. Questo uomo pericoloso, che produce programmi indipendenti, free-to-air per radio pubbliche, visita l'India da 40 anni, compiendo azioni pericolose come imparare l’urdu e suonare il sitar.
Ha pubblicato un libro-intervista con Edward Said, Noam Chomsky, Howard Zinn, Ejaz Ahmed e Tariq Ali. (Compare anche come il giovane intervistatore in pantaloni a zampa d’elefante nel film documentario di Peter Wintonik sul Chomsky e l’ Herman’s Manufacturing Consent.). Nei suoi viaggi più recenti in India ha fatto una serie di interviste radiofoniche con attivisti, studiosi, registi, giornalisti e scrittori (me compresa). Il suo lavoro ha portato Barsamian in Turchia, Iran, Siria, Libano e Pakistan. Non è mai stato espulso da nessuno di questi paesi.
Perché allora la più grande democrazia del mondo ha paura di questo produttore radiofonico solitario, suonatore di sitar, che parla urdu, di sinistra? Ecco come lo spiega lo stesso Barsamian: “Dipende tutto dalla questione del Kashmir. Ho realizzato lavori su Jharkand, Chattisgarh, West Bengala, le dighe di Narmada, i suicidi di contadini, il pogrom del Gujarat, e il caso Binayak Sen. Ma è il Kashmir al centro delle preoccupazioni dello stato indiano. La versione ufficiale non deve essere contestata.”. Le notizie di stampa sulla sua espulsione, citando “fonti” ufficiali, riferiscono che Barsamian ha “durante il suo viaggio nel 2009-10 ha violato le norme sui visti, svolgendo lavoro professionale, mentre era in possesso di un visto turistico”.
Le norme visto in India sono una spia indicativa delle preoccupazioni e preferenze del Governo. Riparandosi dietro la vecchia bandiera sbiadita della “Guerra al Terrorirmo”, il Ministero dell'Interno ha decretato che studiosi e docenti universitari invitati per conferenze o seminari devono richiede un nulla osta di sicurezza prima che gli venga concesso il visto. A manager e uomini d'affari non occorre. Quindi, chi vuole investire in una diga o costruire un impianto siderurgico o comprare una miniera di bauxite non è considerato un rischio per la sicurezza, mentre uno studioso che potrebbe partecipare ad un seminario per parlare di deportazioni o beni comuni o aumento della malnutrizione nell’economia globalizzata, lo è.
Probabilmente, terroristi stranieri malintenzionati hanno già capito che indossare abiti di Prada e fingere di voler comprare una miniera è meglio che indossare vecchi pantaloni di velluto e dire di voler partecipare a un seminario. (Qualcuno potrebbe dire che i compratori di miniere in giacca e cravatta Prada sono i veri terroristi.)
David Barsamian non è venuto in India per comprare una miniera né per partecipare a una conferenza. È venuto solo per parlare con la gente. Le accuse contro di lui, secondo le “fonti ufficiali”, è che durante la sua ultima visita in India ha realizzato servizi sui fatti in Jammu e Kashmir e che questi servizi non erano “basati su fatti". Va ricordato che Barsamian non è un giornalista, ma semplicemente uno che ha conversazioni con le persone, per lo più dissidenti, sulla società in cui vivono.
È per dei turisti a parlare con la gente dei paesi che visitano? Sarebbe illegale per me viaggiare negli Stati Uniti o in Europa e scrivere delle persone che ho incontrato, anche se la mia scrittura non fosse “basata su fatti”? Chi decide quali “fatti” sono corretti e quali no? Barsamian sarebbe stato espulso se le conversazioni che ha registrato avessero lodato la massiccia affluenza nelle elezioni in Kashmir, invece che raccontare come è si vive sotto la più densa occupazione militare del mondo? (600.000 truppe effettive armate schierate su una popolazione di dieci milioni di persone.) O se avessero parlato delle operazioni di soccorso compiute dall’esercito dopo il terremoto del 2005 invece che delle sollevazioni di masse inermi che ci sono state per tre estati consecutive? (Che non hanno trovato attenzione presso i media di attualità, e che nessuno ha pensato di chiamare “la primavera del Kashmir”).
David Barsamian non è la prima persona ad essere espulsa a causa della suscettibilità del governo indiano sul Kashmir. Nel novembre 2010 il irofessor Richard Shapiro, un antropologo di San Francisco è stato espulso dall’aeroporto di Delhi, senza aver ricevuto alcun motivazione. Molti di noi credono che fosse un modo del governo per punire il suo partner, Angana Chatterji, copromotore del Tribunale per i Diritti Umani e la Giustizia, che per primo aveva portato all’attenzione internazionale l’esistenza di fosse comuni in Kashmir. May Aquino, della Federazione Asiatica contro Scomparse Involontarie (AFAD), da Manila, aveva programma di visitare il Kashmir nel settembre 2011.
È stata espulsa dall’Aeroporto di Delhi. Prima, il 28 maggio di quest’anno, il noto attivista franco indiano per i diritti democratici Gautam Navlakha è stato trasferito forzatamante a Delhi dall’aeroporto di Srinagar. (Farook Abdullah, ex primo ministro del Kashmir ha giustificato l’espulsione dicendo che autori come Gautam Navlakha e io stessa non avevano alcun interesse ad entrare nel Kashmir, perché “il Kashmir non è in fiamme”, qualunque cosa significhi). Il Kashmir è in procinto di essere isolato, tagliato fuori dal mondo esterno da due anelli concentrici di pattuglie di frontiera, a Delhi come a Srinagar, come se fosse già un paese libero con una propria normativa sui visti. Ma all’interno dei suoi confini, naturalmente, per il governo e l'esercito la stagione di caccia è aperta. L’esercizio del controllo in Kashmir di giornalisti e gente comune con una miscela letale di corruzione, minacce, ricatti e una vasta gamma di crudeltà indicibili, affinate con cura artigianale, si è evoluta a forma d’arte.
Mentre il governo va in giro cercando di mettere a tacere i vivi, hanno cominciato a parlare i morti. È stata insensibilità di Barsamian pianificare un viaggio in Kashmir proprio quando la Commissione di Stato per i Diritti Umani ha portato finalmente a conoscenza ufficialmente l'esistenza di 2700 fosse comuni senza nome in tre distretti del Kashmir. Rapporti su migliaia di altre fosse stanno affluendo da altri distretti. È insensibilità delle fosse comuni mettere in imbarazzo il governo indiano proprio quando la situazione dell’India è sotto revisione davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Oltre che del pericoloso David, di chi altro ha paura la più grande democrazia del mondo? C’è il giovane Lingaram Kodopi, un adivasi di Dantewada, Chattisgarh, che è stato arrestato il 9 settembre 2011. La polizia dice che di averlo colto in flagrante in un mercato, mentre stava consegnando per conto della Essar, società mineraria del ferro, la tassa al Partito vietato Comunista dell'India (Maoista). La zia Soni Sori dice che è stato prelevato da poliziotti in borghese su una Bolero bianca dalla casa di suo nonno nel villaggio Palnar. Ora anche lei è a rischio.
È interessante notare che, secondo la versione della stessa polizia, avrebbero arrestato Lingaram ma lasciato fuggire i maoisti. È solo l’ultima di una serie di bizzarri, quasi allucinate, accuse che hanno mosso contro Lingaram e poi ritirate. Il suo vero crimine è di essere l'unico giornalista che parla Gondi, la lingua locale, e che sa come muoversi lungo i sentieri della fitta foresta di Dantewada, Chhattisgarh, l’altra zona di guerra in India, da cui nessuna notizia deve trapelare.
Dopo aver firmato ampie concessioni su terre native degli indigeni tribali dell'India centrale alle multinazionali minerarie e delle infrastrutture in una serie di protocolli di intesa segreti, in violazione totale della legge, della stessa Costituzione, il governo ha cominciato a invadere foreste con centinaia di migliaia di truppe di sicurezza. Ogni resistenza, armata e disarmata, è stata bollata come “maoista”. (In Kashmir la definizione preferita è “elementi jihadisti”).
Mentre la guerra civile cresce sempre più mortalmente, centinaia di villaggi sono stati bruciati e rasi al suolo. Migliaia di adivasi sono fuggiti come rifugiati negli stati vicini. Centinaia di migliaia di persone vivono vite di terrore nascosti nei boschi. Forze paramilitari hanno messo sotto assedio la foresta. Una rete di informatori e pattuglie della polizia e ha trasformato i bazar nei villaggi e i viaggi per acquistare beni essenziali e farmaci in un incubo per gli stessi abitanti. Un numero imprecisato di persone non identificate sono in carcere, accusati di sedizione e di fare guerra allo stato, senza avvocati a difenderli. Pochissime notizie escono da quella foresta, e non ci sono conteggi dei cadaveri.
Non è perciò difficile capire perché il giovane Lingaram Kodopi costituisca una minaccia. Prima di studiare per diventare giornalista, era autista a Dantewada. Nel 2009 la polizia l'ha arrestato e sequestrato la sua jeep. Per quaranta giorni rimase rinchiuso in un piccolo bagno, sottoposto a pressioni per diventare agente della polizia speciale (SPO) del Salwa Judum, la milizia di vigilantes formata dal governo che all’epoca aveva il compito di costringere la gente a fuggire dai loro villaggi. (in seguito il Salwa Judum è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema.)
La polizia rilasciò Lingaram in seguito all’istanza di scarcerazione presentata al tribunale dall’attivista gandhiano Himanshu Kumar. Ma in seguito la polizia ha arrestò il vecchio padre di Lingaram e altri cinque membri della sua famiglia. Attaccarono il suo villaggio e avvertirono gli abitanti di non dargli rifugio. Alla fine Lingaram fuggì a Delhi, dove amici e sostenitori ottennero che fosse ammesso ad una scuola di giornalismo. Nell’aprile 2010 andò a Dantewada da dove scortò fino a Delhi i testimoni e le vittime della barbarie del Salwa Judum, della polizia e delle forze paramilitari, perché testimoniassero davanti al Tribunale Popolare Indipendente. (Nella sua testimonianza Lingaram fu fortemente critico anche verso i maoisti.)
Questo non ha frenato la polizia del Chattisgarh. Il 2 luglio 2010, il dirigente maoista “compagno Azad”, portavoce ufficiale del Partito maoista, fu catturato e giustiziato dalla polizia dell'Andhra Pradesh. Il Vice Ispettore Generale della Polizia Chattisgarh Kalluri dichiarò in una conferenza stampa che Lingaram Kodopi era stato scelto dal partito maoista per prendere il posto del “compagno Azad”. (Era come accusare un ragazzino studente di Yenan nel 1936 di essere Zhou en Lai). L'accusa trovò tanta derisione che la polizia dovette ritirarla. Accusarono Lingaram anche di essere stato la mente di un attacco maoista contro un deputato del Congresso di Dantewada. Ma, forse perché già avevano fatto tanto per apparire sciocchi e vendicativi, decisero di aspettare il momento giusto.
Lingaram rimase a Delhi, completò il suo corso e ottenne il diploma di giornalismo. Nel marzo 2011 le forze paramilitari bruciarono tre villaggi in Dantewada, Tadmetla, Timmapuram e Morapalli. Il governo del Chhattisgarh incolpò i maoisti. La Corte Suprema assegnò l'inchiesta al Central Bureau of Investigation. Lingaram tornò a Dantewada con una videocamera e camminò di villaggio in villaggio documentando le testimonianze dirette degli abitanti dei villaggi, che accusavano la polizia. (Pu Youtube potete vedere alcuni di questi). Così facendo si rese uno degli uomini più ricercati in Dantewada. Il 9 settembre la polizia finalmente lo arresta.
Lingaram si unisce a un’impressionante serie dei raccoglitori e divulgatori di notizie scomode in Chattisgarh. Tra i primi a essere messi a tacere fu il celebre medico Binayak Sen che per primo aveva denunciato i crimini del Salwa Judum nel lontano 2005. Arrestato nel 2007, con l’accusa di essere un maoista e condannato al carcere a vita. Dopo anni di carcere, è ora fuori su cauzione. Diverse persone seguirono Binayak Sen in prigione, tra cui Piyush Guha e il regista Ajay TG, entrambi accusati di essere maoisti.
Questi arresti hanno fatto tremare la comunità degli attivisti in Chattisgarh, ma non hanno fatto smettere alcuni di loro fare quello che stavano facendo. Kopa Kunjam lavorava con il Chetna Ashram di Himanshu Kumar Vanvasi, facendo esattamente quello che Lingaram ha cercato di fare molto più tardi, viaggiare per villaggi remoti, riportando notizie, e documentare accuratamente gli orrori che si stavano perpetrando. (È stato la mia prima guida nei villaggi della foresta di Dantewada). Gran parte di questa documentazione ha fatto il suo corso in cause legali che si stanno dimostrando fonte di preoccupazione e imbarazzo per il governo del Chattisgarh. Nel maggio 2009 il Vansvasi Chetna Ashram, l'ultimo rifugio neutrale per i giornalisti, scrittori e studiosi che viaggiavano a Dantewada, fu demolito dal governo di Chhattisgarh.
Nel dicembre 2009, proprio il Giorno dei Diritti Umani, Kopa fu arrestato. Lo accusarono di collusione con i maoisti nell'omicidio di un uomo e nel rapimento di un altro. Le accuse contro Kopa cominciarono a cadere a pezzi, dato i testimoni della polizia, compreso l'uomo rapito, ricusarono le presunte dichiarazioni rese alla polizia. Ciò importa poco, perché in India, come tutti sappiamo, il processo è già la punizione. Occorreranno anni a Kopa per stabilire la sua innocenza, e in questo tempo le autorità sperano che l'arresto sarà servito al loro scopo. Anche molti degli abitanti dei villaggi incoraggiati da Kopa a presentare denunce contro la polizia sono stati arrestati. Alcuni sono in prigione.
Altri sono stati costretti a vivere in campi ai bordi delle strade presidiati dalle forze speciali. Tra loro molte donne che hanno commesso il crimine di essere stuprate. Subito dopo l'arresto di Kopa Himanshu Kumar è stato espulso dal Dantewada. Nel settembre 2010 un altro attivista adivasi, Kartam Joga, è stato arrestato. La sua colpa era di aver presentato nel 2007 alla Corte Suprema una petizione contro le dilaganti violazioni dei diritti umani commessi dal Salwa Judum. Fu accusato di collusione con i maoisti nell'uccisione di 76 agenti della riserva centrale di polizia nell’aprile 2010 a Tadmetla. Kartam Joga è membro del Partito Comunista dell'India (IPC), che con i maoisti ha rapporti tesi, se non ostili. Amnesty International lo ha dichiarato un prigioniero d’opinione.
Nel frattempo, gli arresti continuano a ritmo serrato. Un’occhiata fugace ai Rapporti di prima Informazioni redatti dalla polizia dà un'idea abbastanza chiara del modo mortale in cui il giusto processo funziona in Dantewada. I testi di molti dei rapporti sono esattamente identici. Un prestampato in cui sono inserito semplicemente i nomi degli imputati, la data, la natura del crimine ed i nomi dei testimoni. Non c'è nessuno che controllare. La maggior parte delle persone coinvolte, i prigionieri come i testimoni, non sa né leggere né scrivere.
Un giorno, anche in Dantewada cominceranno a parlare i morti. E non saranno morti solo esseri umani, sarà la terra morta, i fiumi morti, la montagne morti, le creature morte in foreste morte che insisteranno per un’audizione. Nel frattempo, la vita va avanti. Mentre una sorveglianza invasiva, polizia su Internet e intercettazioni telefoniche e sanzioni contro coloro chi parla diventano di giorno in giorno sempre più preoccupanti, è singolare come l'India stia diventando sede da sogno di festival letterari. Ce ne sono una decina in programma solo nei prossimi mesi. Alcuni sono finanziati dalle stesse società per conto delle quali la polizia ha scatenato il regime di terrore.
A Srinagar il festival letterario Harud (per il momento rinviato) è annunciato essere il più nuovo, più emozionante: “Mentre le foglie d'autunno cambiano colore, nella valle del Kashmir riverbererà il suono della poesia, il dialogo, dibattiti e discussioni letterario...”. Gli organizzatori lo pubblicizzano come un evento “apolitico”, ma non hanno detto come possano essere 'apolitici' gli autori o le vittime di una brutale occupazione militare che ha causato decine di migliaia di vite spezzate, il lutto di migliaia di donne e bambini e la mutilazione centinaia di migliaia di persone nella camere di tortura. Mi chiedo: gli ospiti letterari verranno con visto turistico? Ci saranno quelli separati per Srinagar e Delhi? Occorrerà loro il nulla osta di sicurezza? Un Kashmiri che parla andrà direttamente dal Festival ad un centro di interrogatori, o gli sarà permesso di tornare a casa per cambiarsi e raccogliere le sue cose? (Qui sono un po’ rozza, so bene che saranno più sottili.)
Il rumore festoso di questa libertà spuria contribuisce ad attutire il rumore di passi nei corridoi dell'aeroporto che gli espulsi percorrono a passo di rana verso gli aerei in partenza, lo scatto delle manette che si stringono, i polsi caldi e il freddo rumore metallico delle porte della prigione. I nostri polmoni vengono gradualmente deprivati di ossigeno. Forse è tempo di usare tutto il fiato che resta nel nostro corpo per dire: “Aprite quelle porte insanguinate”.

Arundhati Roy

pc 31 ottobre - Ravenna: presidio contro la repressione e per la libertà dei compagni arrestati a Roma il 15 ottobre


LA PROTESTA
I proletari comunisti in tribunale
«Anche per i ribelli di Roma»
Un presidio per il processo dopo le contestazioni a Storace
I proletari comunisti saranno giovedì mattina, 3 novembre, di fronte al tribunale di Ravenna in occasione del processo contro quelli che loro definiscono «antifascisti». A denunciarli, come ricordano in una nota i proletari comunisti, la Digos per avere contestato Storace de La Destra nel corso della sua venuta a Ravenna nel 2008.
«Pensiamo – scrivono – non abbia gradito lo striscione con cui l'avevamo accolto: "più diritti agli immigrati, fascisti e razzisti vanno cacciati", slogan e speakeraggio». I proletari comunisti contestano il fatto che la denuncia non sia partita da Storace ma dalla polizia.
«Ancora una volta le forze della repressione intendono colpire l'antifascismo militante – scrivono ancora nella loro nota – e, in particolare, i compagni di proletari comunisti che hanno promosso a livello locale la Raf, rete antifascista. Questo processo riguarda tutti coloro che fanno antifascismo non a chiacchiere ma su diversi livelli, da quello culturale contro il revisionismo storico a quello politico e militante».

Il presidio in tribunale, dicono i proletari comunisti, si schiera infine anche «con i giovani ribelli arrestati a Roma dopo i fatti dello scorso 15 ottobre e ne chiede la liberazione».

31 - 10 - 2011

Criminali sono i fascisti e la polizia che li protegge

L’antifascismo non si processa!

Il 3 di novembre a Ravenna ci sarà un processo contro antifascisti.

A denunciarci la digos per avere contestato il boia Storace arrivato a Ravenna per soffiare sul fuoco del razzismo con un convegno organizzato dalla sua formazione neofascista, la Destra, contro la costruzione in città di una moschea. I fatti sono relativi all'ottobre del 2008.

Pensiamo non abbia gradito lo striscione con cui l'avevamo accolto: "più diritti agli immigrati, fascisti e razzisti vanno cacciati", slogan e speakeraggio.

Ma la denuncia non è partita dal caporione fascista bensì dalla polizia schierata in sua difesa.

Ancora una volta le forze della repressione intendono colpire l'antifascismo militante e, in particolare, i compagni di proletari comunisti che hanno promosso a livello locale la Raf, rete antifascista.

E non è certo la prima volta in questa città.

Questo processo riguarda tutti coloro che fanno antifascismo non a chiacchiere ma su diversi livelli, da quello culturale -contro il revisionismo storico- a quello politico e militante.

Un presidio che si schiera con i giovani ribelli arrestati a Roma e ne chiede la liberazione.

E' necessaria una mobilitazione che unisca la costruzione di reti antifasciste con la lotta contro la repressione e lo stato di polizia.


proletari comunisti-Ravenna

ravros@libero.it

domenica 30 ottobre 2011

pc 29-30 ottobre - In Afghanistan la resistenza colpisce la Nato

Tre attacchi combinati in poche ore. A Kabul uccisi 5 soldati Nato.

Tredici soldati americani della della Forza Nato in Afghanistan sono rimasti uccisi in seguito a un attacco suicida contro un convoglio militare dell'Isaf a Kabul il 29 ottobre 2011. Sono morti anche tre civili e un poliziotto afghano, a quanto riferito dal ministero dell'Interno. Inoltre il dottor Yousuf, ha precisato che l'ospedale Isteqlal ha ricevuto otto feriti, fra cui un bambino che è in condizioni disperate. L'attentato è stato rivendicato dai talebani che in un comunicato hanno sostenuto di avere ucciso «25 addestratori stranieri».
ALTRI DUE ATTENTATI IN CONTEMPORANEA. Una adolescente afghana che indossava un burqa si è fatta esplodere vicino ad un edificio dei servizi di intelligence ad Asadabad, capoluogo della provincia orientale di Kunar, causando feriti ma non vittime. Lo ha riferito l'agenzia di stampa Pajhwok. L'attentato è avvenuto quasi contemporaneamente ad un altro condotto nel sud di Kabul contro un veicolo della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato) di cui non si conosce ancora il bilancio.
PRIMA LA PISTOLA, POI L'ESPLOSIVO. Una fonte della direzione nazionale della sicurezza (Nds) ha indicato che la giovane ha attirato l'attenzione delle guardie della sicurezza per il suo atteggiamento sospetto. Dopo alcuni avvertimenti, gli agenti hanno cominciato a sparare, e la ragazza ha prima risposto con una pistola e poi ha attivato l'esplosivo che nascondeva sul corpo. Un testimone oculare, ha confermato che lo scoppio è avvenuto davanti al cancello della sede della Nds.
Sabato, 29 Ottobre 2011

pc 29-30 ottobre - A Gaza il terrorismo dello stato d'israele continua ad uccidere ancora

Nella striscia di Gaza, in particolare a Rafah e Khan Younis, droni ed F-16 dell'aviazione israeliana hanno condotto diversi raid compiendo massacri e seminando il terrore tra la popolazione già stretta nella morsa dell'assedio. Tra ieri e oggi hanno ucciso nove palestinesi nella Striscia. C'è stata anche un'incursione di carri armati. Tra le vittime anche
comandanti militari delle brigate al-Quds. Adesso è in corso un tregua con la mediazione dell'Egitto.


E' questo il vero volto dello stato nazisionista che, mentre è costretto a liberare centinaia di prigionieri palestinesi allo stesso tempo li cerca per colpirli ed ucciderli.


Intanto nulla è cambiato per i prigionieri rimasti nelle galere israeliane, per alcuni, come Saadat è stato prolungato l'isolamento per un altro anno mentre Israele permette la diffusione dell'offerta di taglie da parte di alcuni famigliari israeliani sui palestinesi liberati.

pc 29-30 ottobre - Napoli.Federico II sul 15 ottobre

Sul 15 ottobre. Bilancio e prospettive di un corteo

Cerchiamo, con questo comunicato di dare una lettura nostra alla giornata del 15. L’analisi e le riflessioni che escono sono il frutto ragionato di discussioni con tutti quegli studenti che hanno condiviso questa giornata nella sua totalità e che come noi hanno sentito l’esigenza di confrontarsi e di dialettizzare le loro impressioni circa il corteo, sottolineando a piu’ riprese la necessità di cominciare un percorso di lotta all’interno delle facoltà e fuori per le strade per riappropriarci di ciò che è nostro.

“Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia.”
EL CHE.

Partiamo dalla necessità di estendere il dibattito oltre il becero dualismo tra vittoria o sconfitta che il 15 ha rappresentato e rappresenterà, per far in modo che dal ragionamento emergano, tanto aspetti di criticità sullo sviluppo della giornata; quanto l’analisi di alcuni dati oggettivi da cui la costruzione di un percorso di lotta reale non può prescindere.
Ci sembra che ciò che si è espresso con maggiore evidenza sia stata l’inadeguatezza del movimento, tutto, di canalizzare, sin dal principio, la rabbia e la radicalità delle persone e dei soggetti scesi in piazza verso un obiettivo preciso e condiviso. E questa lacuna di indirizzo della propria azione politica, è necessario dirlo con altrettanta chiarezza, non è figlia della giornata del 15, ma di tutta l’organizzazione che è derivata dai momenti preparatori del 15 stesso. E in ultima istanza quindi frutto di un più generale scollamento tra chi pretende di “gestire” la piazza e la piazza stessa.

A tal proposito abbiamo da fare alcune considerazioni.
Cominciamo dalle parole d’ordine. Dobbiamo purtroppo riconoscere che molte di quelle che, nostro malgrado, hanno finito per diventare caratterizzanti quella giornata, non sono per niente in grado di esprimere rivendicazioni che vadano nel senso di un avanzamento .
Su questo aspetto siamo consapevoli che un semplice comunicato non può pretendere di essere esaustivo di un ragionamento che necessariamente deve essere complessivo, ma ci sembra utile cominciare a porre alcuni elementi di critica, proprio perché legati alla nostra analisi sulla mobilitazione del 15.
Vorremmo soffermarci, anche se brevemente, sulla questione del “diritto all’insolvenza”, che ci pare una rivendicazione che inevitabilmente scivola in un’ottica statal/nazionalista, in cui per uscire della crisi sembra necessario appellarsi al proprio stato, di fronte all’ingerenza della cattiva finanza internazionale e degli altri cattivi Stati europei che vogliono costringerci nei parametri del debito zero. Assolvendo così totalmente i “padroni nostrani” dalle loro responsabilità e non immettendo nessuna prospettiva unificante per il proletariato europeo che sta subendo da decenni gli stessi attacchi!
A nostro parere, in quest’ottica, cioè quella dell’individuazione di un nemico chiaro, i padroni, e di una prospettiva, altrettanto chiara, da costruire, cioè l’unificazione internazionale delle lotte e della classe sfruttata, parlare di “noi il debito non lo paghiamo” è già un passo avanti purché si riesca a declinare in modo più specifico e analitico: questo debito non ci riguarda, non lo hanno prodotto i lavoratori e quindi non è sulle spalle dei lavoratori che deve gravare!
E’ responsabilità di chi detiene i mezzi di produzione, è responsabilità di chi, per il proprio esclusivo profitto, ha generato le attuali condizioni economiche sia a livello nazionale che mondiale.
Per cui l’unico aspetto del debito che ci interessa è la necessità di rispedirlo al mittente, affinché a pagare questa crisi non siano, come sta purtroppo avvenendo, i soggetti sociali più ricattabili e sfruttati (lavoratori, studenti, disoccupati, immigrati, etc.) e che l’unica rivendicazione reale, che ci appartiene, è la riappropriazione dei nostri diritti; riappropriazione che va dall’opposizione a queste manovre di lacrime e sangue, che trasformano diritti conquistati con la lotta in privilegi per pochi (pensioni, sanità, trasporti,istruzione, etc.); fino ad arrivare all’ormai cancellato diritto allo sciopero.

Assumere parole d’ordine di questo tipo, avallate, anche, dalle compagini istituzionali ed istituzionalizzate, il cui unico interesse è mantenere i propri privilegi di ceto politico, non ha fatto altro che accentuare la mancanza di una reale compattezza del movimento stesso. Così come affrettarsi a dire che bisognasse violare la zona rossa, che fosse necessaria una forzatura verso i palazzi del potere, affinché la rabbia esplodesse in modo significativo, ma soprattutto in modo comprensibile, non è sufficiente a valutare il problema. Dire la cosa più giusta non necessariamente mette dalla parte del giusto.
Certo crediamo anche noi che non aver cercato di raggiungere i cosiddetti “i palazzi del potere”; luoghi simbolo di quelle misure che peggiorano le nostre già disastrate condizioni di vita (dai tagli ad ogni residuo di welfare alle leggi che, sempre più, precarizzano la condizione lavorativa) rappresenti un paradosso, proprio perché quei luoghi erano stati individuati, dai movimenti di tutto il mondo scesi in piazza il 15, come obiettivo da colpire.
Riteniamo che il movimento debba essere in grado di praticare una reale autocritica su quanto avvenuto, senza incolpare qualcuno della mancata capacità di capire la cosa giusta da fare o dell’impreparazione dimostrata nel realizzarla. L’opportunismo di chi non voleva che il corteo raggiungesse il centro, era stato smascherato già da un mese; il tempo per provare a dare alle cose una direzione differente, esisteva. Dovremmo tutti chiederci con onestà cosa ognuno di noi ha fatto affinché si riuscisse a violare la zona rossa; fino a dove ci si è spesi per riuscire a determinare la piazza e le discussioni che hanno preceduto il corteo. In che modo ci si è preparati, in piazza e fuori, ad assediare i palazzi dei bottoni? Senza queste risposte si rischia di uscire dal terreno della politica.

Sottolineiamo questi aspetti perché crediamo che il 15 debba esserci d’insegnamento. E riteniamo che uno di questi sia che occorre un’assunzione collettiva di responsabilità per caratterizzare gli appuntamenti in termini differenti da quelli aconflittuali proposti dai soliti opportunisti.
Un altro elemento che crediamo vada assolutamente posto in rilievo, è quello della composizione sociale dei soggetti protagonisti di quanto avvenuto in piazza S. Giovanni. Una questione che ci sembra tenga banco, riguarda la gente che non ha capito il significato di quanto stesse avvenendo. Molti condannano le pratiche delatorie ma al contempo tendono ad essere comprensivi verso quei manifestanti “spauriti” verso ciò che stava accadendo.Quelli che a piazza san giovanni accerchiavano la gente per consegnarla alla polizia.al contrario, capivano benissimo quello che accadeva e hanno cercato di fare in modo che non accadesse. E tutto questo non perché non fossimo vicino ai palazzi del potere, ma perché gli si stava rovinando il LORO (così dicevano…) corteo… cioè un corteo pacifico e privo di elementi di conflitto. Questi infami non hanno nulla della gente normale, basti pensare che avevano tra le mani le bandiere di partiti vari. Molto più rilevante è il fatto che la resistenza nella piazza non è stata preparata né gestita, né prevista da nessuna struttura. E’ stato proprio in quell’incrocio prima di San Giovanni in cui si è determinato il seguito di tutta la giornata: una volta incanalati dalle cariche non si è potuto far altro che resistere, non far occupare la piazza da celerini e blindati, non far raggiungere il corteo dai caroselli di camionette pronte ad investire chiunque si fosse trovato davanti. E’ proprio in questo frangente che è importante esprimere la nostra rivendicazione, rivendicazione di chi di fronte a lanci di lacrimogeni CS, cariche, caroselli e idranti sparati contro la gente non ha indietreggiato ed ha resistito per ore con rabbia e determinazione.
La piazza ha esondato scavalcando assemblee, strutture e reti varie. Questo dato è forse il più rilevante perché dimostra nitidamente che il protagonista della giornata è senza dubbio un soggetto sociale giovanissimo, rapidamente proletarizzato e che non ha alcun legame, storico e politico con i partiti. Una componente della classe verso cui le strutture del movimento non dimostrano di sapersi, o volersi, rivolgere. Questa inadeguatezza non si colma con una ridefinizione linguistica, ma con un ripensamento politico dei nostri interventi complessivi.
La rabbia di chi ha resistito in quella piazza è manifestazione diretta di un malessere economico e sociale, che inevitabilmente si acuisce nei periodi di endemica crisi del sistema capitalistico, rabbia e determinazione a cui anche noi siamo tenuti a dare uno sbocco.
E’ in quest’ottica che riscontriamo una differenza sostanziale con il 14 dicembre 2010, laddove percorsi portati avanti da studenti, lavoratori e disoccupati, hanno riversato in Piazza del Popolo quella radicalità espressa nei mesi precedenti di mobilitazione; in quella giornata si è riusciti ad individuare un obiettivo, come il Parlamento, simbolica sintesi di tutte quelle logiche di profitto e sfruttamento protette e sostenute dal sistema politico.
E’ proprio l’origine, o meno, da un percorso di lotta reale che distingue queste due giornate di forte conflittualità e ribadisce che, lì dove esiste un percorso di rivendicazione strutturato, l’elemento opportunista viene più facilmente marginalizzato. Con tutte le contestualizzazioni dovute, i percorsi di lotta messi in campo sia a Terzigno, sia in Val Susa, sono ulteriori esempi di come le lotte popolari riescano, con un lavoro quotidianamente portato avanti, a vivere di una rabbia consapevole, che diriga la propria azione politica verso l’individuazione e il raggiungimento di obiettivi comuni, tramite esperienze e pratiche di lotta che diventano patrimonio della collettività.

Di fronte ad esplosioni di dissenso di questa natura e portata non ci stupisce la violenza con cui l’apparato repressivo si scaglia a difesa dell’ordine costituito. E lo fa con tanta brutalità non solo perché attraversiamo una fase di crisi in cui storicamente gli spazi di agibilità democratica si riducono; ma anche perché il rischio che si creino dei percorsi di lotta che mettano realmente in discussione il sistema socio-economico in cui viviamo, deve essere stroncato sul nascere.
Non è un caso che i media ufficiali portino avanti una campagna delatoria tesa a criminalizzare le lotte sociali e a eliminare quel sentimento di solidarietà di classe fra chi è oppresso ogni giorno. In quest’ottica la trita retorica dei “black bloc”,della divisione tra buoni e cattivi è sempre utile allo scopo e ha un obiettivo chiaro come il sole: sminuire la portata del conflitto e isolare chi vuole attuare pratiche di critica al sistema che vadano oltre i palloncini colorati che invadono la zona rossa. Assai meno comprensibile, per usare un eufemismo, è se un tipo di logica del genere si sviluppa, nello stesso modo, e per le stesse motivazioni, internamente al movimento.

A partire dagli elementi analizzati e dalle criticità emerse, riteniamo che il 15 ottobre debba essere considerato come un punto di partenza per delineare una prospettiva unificante per classe, necessaria prerogativa su cui costruire progettualità e percorsi di lotta reali contro il sistema capitalistico, fondato su sfruttamento e miseria.

Esprimiamo la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni vittime della repressione.

“ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto”.

A Carlo.

Studentifederico II
Colletivo SUN