mercoledì 4 settembre 2013

pc 4 settembre- Basi e militari USA in Italia mantenuti con le tasse dei lavoratori!

Mauro Bulgarelli, ex deputato verde, denuncia: ogni anno i lavoratori italiani versano in media 400 milioni di euro per mantenere ufficiali e soldati dell’esercito Usa sul nostro territorio, da Aviano alla Maddalena, da Ghedi a Camp Derby.
Non solo: esistono in Italia, oltre alle oltre 120 basi dichiarate, più di 20 basi militari Usa totalmente segrete: non si sa dove sono, né che armi e che mezzi vi siano.

dal sito neoingegneria.com:

Tale dato è compreso nell’importante documento denominato “Report on Allied Contributions to the Common Defense” (rapporto sui contributi degli alleati alla difesa comune), dove possiamo estrapolare notizie riguardanti l’impegno complessivo del nostro fisco verso gli USA.

Questo documento, consegnato nel marzo 2001 dal Segretario alla Difesa al Congresso degli Stati Uniti, contiene a pag. 6 della sezione I, questa strabiliante notizia: “Italia e Germania pagano, rispettivamente, il 37 (l’Italia) e il 27% dei costi di stazionamento di queste forze (le forze armate USA, ndr)”. Nel 1999, il tributo versato da Roma a Washington è stato pari a 530 milioni di dollari (circa 480 milioni di euro), mentre nel 2002 i contribuenti italiani parteciparono alle spese militari statunitensi per un ammontare di 326 milioni di dollari. 3 milioni furono dati in denaro liquido, il resto sotto forma di sgravi fiscali, sconti e forniture gratuite riguardanti trasporti, tariffe e servizi ai soldati e alle famiglie. La maggior parte dei pagamenti, si legge nelle carte ufficiali del Governo di Washington, nascono da “accordi bilaterali” (“bilateral agreements” nei testi originali) tra Italia e Stati Uniti, il resto viene dalla suddivisione delle spese in ambito Nato.

Dal documento “Nato Burdensharing After Enlargment”, pubblicato nell’agosto 2001 dal Congressional Budget Office (Ufficio per il Bilancio) del Congresso USA, apprendiamo che il metodo di prelievo (alias di furto) adottato dagli USA, con la complicità dei governi italiani e a danno dei cittadini di questo paese coloniale, si chiama “burden-sharing” (“condivisione del peso”).

In particolare (capitolo III, pagina 27), si legge, i comandi militari USA stimano che grazie a questi accordi, soltanto per le opere e i servizi nella base di Aviano, “i contribuenti – (taxpayers) – americani hanno risparmiato circa 190 milioni di dollari”. E non è finita qui. Ancora nel rapporto “Defense Infrastructure”, consegnato nel luglio 2004 al Congresso da parte dell’”Ufficio governativo per la trasparenza”, (pag. 18) si legge che “nel bilancio 2001, Germania e Italia hanno dato i maggiori contributi, valutati rispettivamente in 862 e in 324 milioni di dollari”. Si tratta, spiega il rapporto, di contributi diretti e indiretti “aggiuntivi rispetto a quelli della Nato”.

C’è da chiedersi, a questo punto, cosa succederebbe nel caso in cui (eventualità “molto remota”) un qualche governo italiano, decidesse, in ordine alla difesa degli interessi nazionali, di disporre, come del resto sarebbe nel diritto di ogni Stato Sovrano (ma l’Italia, non lo è) di disporre la chiusura di una base militare. Da documenti più volte apparsi su Internet si evince che “i pagamenti di denaro italiano agli Stati Uniti non finiranno nemmeno nel caso ipotetico di chiusura di basi e installazioni nel nostro Paese”. Tale situazione è da imputare a specifici patti siglati dai governi di Roma e Washington e denominati “Returned Property – Residual Value”, peraltro reperibili negli atti ufficiali del Congresso americano. Si tratta di un meccanismo, tuttora in vigore, confermato di recente. In un’interessante testimonianza rilasciata dal colonnello Dean Fox (capo del Genio dell’Aviazione Usa in Europa) ai parlamentari degli Stati Uniti l’8 aprile del 1997, si legge che “Il ritiro (delle truppe, ndr) e la conseguente restituzione di alcune ex basi degli Stati Uniti alle nazioni ospitanti ha creato l’opportunità per gli Stati Uniti di reclamare il valore residuale come risarcimento degli investimenti statunitensi”.

In pratica, siamo alla presenza di un diritto al pagamento delle “migliorie” apportate dalle forze armate Usa a territori che avrebbero avuto prima un valore inferiore. È un po’ il discorso dei colonialisti che dicono: è vero vi abbiamo occupato, però vi abbiamo fatto strade, infrastrutture e quant’altro. Ora pagateci! Gli accordi riferiti all’Italia sono descritti (pag. 17) nelle “osservazioni preliminari” del rapporto che l’Ufficio della Casa Bianca per la trasparenza (il Goa) ha consegnato al Congresso nel luglio del 2004. In tale documento si legge che “Italia: gli accordi bilaterali stabiliscono che se il Governo italiano riutilizza le proprietà restituite entro tre anni (dalla restituzione, ndr), gli Stati Uniti possono riaprire le trattative per il valore residuale”.

In parole povere la conseguenza di tale clausola è che, oltre al pagamento dell’indennizzo, l’accordo prevede il riuso delle terre, in seguito all’aumento del rimborso. Appare a questo punto, grottesca la norma che prevede che gli Usa paghino alla nazione ospitante i danni ambientali, se non altro perché in un rapporto della Commissione governativa per le basi militari all’estero (9 maggio 2005) si legge che finora questi costi sono risultati “limitati”. Del resto danni ben più che ambientali, come la “strage del Cermis”, sono rimasti impuniti ed hanno ridicolizzato il nostro Paese, sbeffeggiato dalla giustizia USA. In conclusione: esiste un’intesa bilaterale USA-Italia, ma in caso di dismissioni di basi, il nostro Paese deve risarcire gli USA per “l’investimento” e se il sito militare chiude c’è anche l’indennizzo!

pc 4 settembre- Contro la guerra invaso il Dal Molin!





4 settembre 2013

Giù le reti, la guerra non è di casa


Sono mesi che i reticolati militari dell’esercito statunitense a Vicenza vanno giù. Prima Site Pluto; poi base Fontega. Lo scorso 30 giugno, ancora Site Pluto, con l’intera zone d’ingresso dell’installazione militare aperta. Oggi, gli attivisti NoDalMolin, sono arrivati al cuore della 173° Brigata Aerotrasportata di stanza nella città berica, lasciando all’interno un proprio, inequivocabile, messaggio: uno striscione con scritto “Stop war in Siria” e alcune bandiere NoDalMolin.

Duecento attivisti del Presidio Permanente NoDalMolin sono entrati a mezzogiorno all’interno della nuova base Usa al Dal Molin dopo aver tagliato alcune centiaia di metri di recinzione. Una volta all’interno, hanno piantato bandiere e uno striscione con scritto "Stop war in Siria".

L’iniziativa è una risposta concreta e diretta contro l’ipotesi dell’ennesima guerra umanitaria, questa volta in Siria, che non porterebbe altro che nuovi lutti e distruzioni. In questo senso l’Italia è - volente o nolente - ancora una volta in prima linea, grazie alle sue basi militari piegata ai desideri statunitensi e territorio a disposizione dei militari a stelle e strisce.

La manifestazione si inserisce nella campagna contro le servitù militari lanciata dal Presidio Permanente NoDalMolin dopo l’inaugurazione della nuova basa Usa a Vicenza. Già lo scorso giugno centinaia di attivisti avevano violato un’altra installazione militare, site Pluto. "Fino a quando gli statunitensi avranno un piede a Vicenza - promettono i NoDalMolin - continueremo a violare le base militari presenti nel nostro territorio: Vicenza libera dalle servitù militari non è uno slogan, è una pratica".

E’ a partire dalla smilitarizzazione di quell’area – che oggi è diventata patrimonio della città – che la mobilitazione vicentina guarda al futuro, cercando strumenti e pratiche per liberare la propria terra dalle basi di guerra; e le cesoie, da molti mesi, hanno sostituito le pignatte, divenendo simbolo di una comunità per la quale liberare la propria città non è uno slogan, ma una pratica. Da costruire nel proprio territorio e da condividere con altre comunità in lotta; come, per esempio, quella siciliana che si batte contro il Muos e che, lo scorso 9 agosto, ha violato la base di Niscemi. O i movimenti di Giappone, Korea, Hawaii, Stati Uniti, Filippine, e tanti altri Paesi incontrati domenica scorsa grazie alla global conference internazionale che si è svolta all’interno del Festival NoDalMolin.


Sabato, intanto, è in programma una nuova manifestazione che partirà dal Festival NoDalMolin alle 15.30 e raggiungerà, ancora una volta, l’area del Dal Molin. "Essere contro la guerra - hanno concluso i NoDalMolin - significa battersi contro le basi in tutti i territori, come fanno i NoMuos in Sicilia e come abbiamo condiviso, con movimenti di tutto il mondo, domenica scorsa durante la global conference internazionale".




pc 4 settembre - Caldoro Assassino - i disoccupati bros di Napoli hanno ragione



Napoli. Denunciati sette disoccupati per un manifesto contro il presidente della Regione

Napoli. Denunciati sette disoccupati per un manifesto contro il presidente della Regione

    Sette disoccupati, del movimento dei Bros, sono stati denunciati dagli agenti della Digos della questura di Napoli perchè, nel corso di un corteo, perchè distribuivano dei volantini che riproducevano il manifesto affisso in città contro il presidente della Giunta regionale Stefano Caldoro. Nel testo si fa riferimento alla crisi della società partecipata Astir che sta mettendo a rischio centinaia di posti di lavoro. L'accusa è di diffamazione ed oltraggio ad un organo politico. Sono in corso indagini finalizzate all'identificazione degli autori del manifesto.

    pc 4 settembre - NO TAV libertà per i compagni arrestati

    Confermati gli arresti per Paolo e 'Forgi'. Sabato 7 presidio al carcere

    Confermati gli arresti per Paolo e 'Forgi'. Sabato 7 presidio al carcere

    Confermata la custodia cautelare per Paolo e Davide ('Forgi'), dopo l'udienza svoltasi ieri e la cui decisione è arrivata nella mattinata di oggi, con il gip che ha accolto la richiesta dei pm Rinaudo e Padalino. Rimangono quindi in carcere i due giovani universitari che venerdì notte sono stati arrestati ad un posto di blocco mentre raggiungevano il concentramento al campo sportivo di Giaglione da dove sarebbe iniziata la marcia verso il cantiere. Sui due giovani notav pende l'accusa di detenzione di materiale esplosivo, accusa avvallata meticolosamente dalle immagini e dagli articoli di giornale che presentavano, all'indomani degli arresti, il materiale ritrovato all'interno della macchina come un vero e proprio arsenale da guerra, con tanto di "molotov" immaginarie e improvvisate per l'occasione per fornire immagini utili per portare avanti l'apparato mediatico dell'accusa. Le stesse bottiglie di plastica che da oggi sembrano essere sparite dalle foto e dai contenuti dei vari articoli che continuano a prodursi in seguito alla notizia della convalida degli arresti.
    L'atteggiamento della procura continua ad essere quindi rancoroso e desideroso di vendetta verso chi si oppone al tav, un atteggiamento tipico dei poteri forti che attua strategie di repressione sempre più dure nei confronti di una lotta che non demorde e non si scalfisce nel tempo. Ma a dimostrare il rancore malcelato della procura, anche l'ultima notizia della volontà da parte di quest'ultima di procedere con "l'accompagnamento" coatto in questura di Luca Abbà, dopo che nella giornata di ieri non si è presentato insieme a Nicoletta Dosio e a Vattimo per l'interrogatorio richiesto ai tre dal pm Padalino in merito alla visita in carcere della settimana scorsa a Giobbe.
    Intanto nelle varie città si sta dimostrando in questi giorni una forte solidarietà nei confronti dei due giovani arrestati: ieri a Napoli c'è stato un presidio partecipato sotto la prefettura per solidarizzare con Forgi e Paolo, mentre si moltiplicano, da nord a sud le iniziative e gli striscioni che chiedono la libertà dei due giovani universitari.
    A Torino, è invece previsto un presidio di solidarietà per sabato 7 settembre alle ore 18, sotto al carcere delle Vallette, al capolinea della linea 3.
    Paolo e Forgi liberi subit

    pc 4 settembre - operazioni coperte e forze speciali in siria

    diverse note di denuncia prese dal blog maoista spagnolo OdiodeClase

     

    OPERACIONES ENCUBIERTAS Y FUERZAS ESPECIALES EN SIRIA


     

    TWEETS SOBRE LAS OPERACIONES ENCUBIERTAS Y LA INTERVENCIÓN DE FUERZAS ESPECIALES DE EEUU EN SIRIA
     
    Equivocados están quienes creen que las actuales amenazas contra Siria son cosas aisladas. Se trata de toda una estrategia global
     
    La agresión de EEUU contra Siria no se puede ver como una acción de última hora. En años recientes han ejecutado Operaciones Encubiertas múltiples.
     
    En Siria los EEUU ejecuta la nueva estrategia. En tal sentido, realiza Operaciones Encubiertas a través del empleo de Fuerzas Especiales:
     
    1. Las Operaciones Encubiertas (Black Operation) de los EEUU son clandestinas. Ignoran la legalidad internacional y la soberanía nacional
     
    2. Las Operaciones Encubiertas de los EEUU en Siria abarcan desde el asesinato, el sabotaje, hasta el apoyo a grupos subversivos.
     
    3. Los organismos de los EEUU que actúan en Siria son: el Comité Nacional Clandestino de la CIA y el Comando Conjunto de Fuerzas Especiales (JSOC)
     
    4. La CIA en Siria asume las políticas encubiertas: promueven organizaciones, penetran grupos, coptan dirigentes.
     
    5. En Siria también el Comando Conjunto de Operaciones Especiales (JSOC) realiza operaciones encubiertas como sabotajes, asesinatos selectivos, entrenamiento de paramilitares, ataques a instalaciones.

    Comunicadores Acción ‏@comunicadores21
    6. El Núcleo del Comando Conjunto de Operaciones Especiales (JSOC) que está en Siria incluye: la Fuerza Delta del Ejército, el equipo de la Marina SEAL 6 y el Regimiento Ranger
     
    La agresión imperial en Siria es de vieja data, incluye Black Operation: desestabilización, OPSIC, guerra civil. Ahora viene su escalamiento con bombardeos estratégicos.

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    pc 4 settembre - ILVA/OO.SS INCONTRO INUTILE MA BONDI INCASSA IL CREDITO DI FIM, FIOM, UILM

    e se la ride...

    e se la sbattono...

    L'incontro fra il commissario straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi, e i rappresentanti dei sindacati nazionali e locali dei Metalmeccanici è stato «interlocutorio, il piano non è ancora pronto e lo sarà all'inizio di novembre». Lo hanno riferito i sindacati aggiungendo che il piano industriale era atteso per settembre ma il commissario deve ascoltare i tre saggi sul piano ambientale e poi, «intorno al 15 novembre, ci sarà un incontro sindacale per un confronto».


    Questo slittamento a novembre, dopo che da mesi l'Ilva doveva presentare il piano e aveva avuto tutto il tempo di sentire i cosidetti "tre saggi" (ma "saggi" di che?), è un'altra presa in giro, che però i sindacati confederali accettano senza battere ciglio (ndr)


    Il segretario nazionale della Fim Cisl, Marco Bentivogli ha aggiunto che «è fondamentale avere un quadro delle risorse finanziarie sia per l'attuazione del piano industriale sia per l'Aia».


    Le risorse finanziarie per l'Aia già le ha dette e ribadite Bondi (massimo 1 mld e 800 ml per tutti i lavori da qui fino al 2015!), ma la Cisl ciurla nel manico per non dire, da buon servo, che sono una miseria (ndr)


    Il dirigente sindacale ha rilevato due «novità positive: l'azienda sta recuperando sul fronte commerciale visto che giugno e maggio hanno dimezzato i risultati rispetto a settembre 2012 e poi è in grado di ottemperare alle prescrizioni dell'Aia per il 2013» per la quale sono necessari 1,5-1,8 miliardi. Sono tre le linee finanziarie a cui Bondi può far ricorso: istituti di credito, Bei (Banca europea per gli investimenti) e Unione europea. «Ma prima dell'ok delle banche - ha proseguito Bentivogli - è necessario che l'Ilva recuperi affari dalle grandi aziende italiane che nel frattempo si sono rivolte all'estero.


    Bondi non ha presentato nessun piano, continua ad allungare i tempi per una messa a norma, comunque assolutamente insufficiente... ma la Cisl, insieme agli altri sindacati confederali, è pronta a dargli credito, e ha sostenere i suoi "sforzi" per recuperare affari/profitti per padron Riva. Non solo, ma di fatto anche a subordinare alla ripresa degli affari con le grandi aziende italiane, l'impiego di fondi per il risanamento dell'Ilva. Tutto questo, tra l'altro, mentre è notizia di qualche giorno fa della "scoperta" da parte della procura di Milano di altri 700ml - frutto principalmente della produzione fatta dagli operai ilva - nascosti dai Riva nelle isole Jersey. Ma i sindacati, siccome sono "educati" su questo stanno muti... (ndr)


    Continua Bentivogli rilevando che «i tempi di attuazione dell'Aia sono di 36 mesi e nonostante i ritardi l'azienda è in grado di recuperarli entro il 2013 e stare nel cronoprogramma. La partita si gioca tra il 2014 e il 2015, anno finale in cui l'Ilva deve essere bonificata e riqualificata industrialmente. Ora c'è il piglio giusto per farlo sul serio. Acciaio e ambiente possono coesistere senza litigare».


    Altra "leccata" di Bentivogli. In realtà la situazione della messa a norma non va affatto bene. I sindacati confederali si vogliono bere la favola presentata da Bondi: "Interventi già completati, lavori in corso, ordini assegnati alle imprese, offerte tecnico-economiche in fase di valutazione". Tutte cose che non vengono affatto confermate nè dall'Arpa, nè dall'Ispra, ma soprattutto dagli operai e dagli abitanti dei Tamburi.

    Ma alla faccia dell'evidenza i migliori propagandisti di Riva/Bondi sono Fim, Fiom, Uilm, che a "prova" della volontà dell'azienda di fare subito i lavori previsti dall'Aia, altro non portano che la "costituzione di un Dipartimento per l'Aia, la riorganizzazione dell'assetto della fabbrica e l'assunzione di 30 nuovi ingegneri". (vedi nota in altro articolo sul piano presentato da Bondi) (ndr)


    Per il segretario nazionale della Fiom Rosario Rappa nell'incontro ''Bondi ha messo l'ottimismo della volonta' e io metterei il pessimismo della realta'. Aspetterei il piano industriale e il cronoprogramma prima di esprimere un giudizio definitivo''. L'Ilva, ha proseguito, ''ha perso clienti ed e' stata svuotata nelle sue casseforti e ora bisogna recuperare sul mercato le risorse. L'azienda con 1,5 miliardi e' in grado di fare l'Aia''. Per la Fiom, comunque, è fondamentale discutere del piano industriale che ''non deve prevedere l'abbattimento dell'occupazione''.


    Anche la Fiom, col burocrate Zappa che quando è stato a Taranto si è distinto per non fare niente, si fa buon propagandista delle "buone volontà" di Bondi. Da un lato sul piano industriale fa "ponzio pilato", e con la scusa di aspettare il piano industriale non dà un giudizio su ciò che già è chiaro; dall'altro giustifica e sostiene l'Ilva nel suo "recupero di quote di mercato" (chiedendo solo, quasi per piacere, di non prevedere un abbattimento dell'occupazione, ma un pò di esuberi, sì?), e infine dà credito all'azienda che i soldi per la messa a norma bastano... (ndr)


    Il dirigente della Uilm ha espresso «forte preoccupazione» per due aspetti: il primo riguarda «i contenuti dell'Aia che prevedono la riduzione della capacità produttiva e quindi bisogna capire quali conseguenze ci possono essere per sviluppo e occupazione»; il secondo è «capire quali investimenti l'azienda è disposta a mettere sul piatto per innovazione, salvaguardia degli impianti e della sicurezza». Il discorso, quindi, «è rinviato e quando affronteremo questi temi potremo dare un giudizio. Non siamo disposti a fare sconti sui livelli occupazionali per Taranto nè per gli altri stabilimenti - ha concluso - non accetteremo mai un piano che riduca anche di una sola persona i livelli occupazionali».


    La Uilm fa la parte di "sinistra" - se lo può permettere perchè è il più coerente alleato dell'azienda, e le parole tanto non costano nulla. Ma la "preoccupazione" è in realtà tutta degli operai. Perchè al di là delle assicurazioni, questo insistere della Uilm soprattutto (che ripetiano essendo la più vicina all'azienda sa maglio e più direttamente i fatti) sull'occupazione, fa capire che i tagli del "ristrutturatore" Bondi ci saranno eccome. (ndr)




    pc 4 settembre - ALLE FABBRICHE CONTRO LA GUERRA IN SIRIA

    Proletari comunist

    ha iniziato a diffondere questo volantino 

    tra gli operai di fabbriche, tra cui Ilva Taranto, Marcegaglia Ravenna, Dalmine Bergamo, ecc.

    martedì 3 settembre 2013

    pc 3 settembre - Il ministro guerrafondaio, Bonino, a Tunisi a difesa degli interessi dei padroni italiani e a cooperare per impedire le rivolte delle masse arabe oppresse

    dalla stampa borghese:
    Roma, 03 set 09:23 - (Agenzia Nova) - Il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, è oggi a Tunisi in un momento delicato per il paese nordafricano, ancora alla ricerca di un accordo tra laici e islamisti sulla nuova costituzione. “Dobbiamo fare tutto quello che si può, ad esempio adesso in Tunisia, per prevenire scenari già visti”, ha detto sabato la titolare della Farnesina in un'intervista a “Skytg24”. Insieme all'Egitto piombato ormai nel caos, “l'intera fascia è in preda a grandissime tensioni”, ha affermato il capo della diplomazia italiana, aggiungendo che ora assuma particolare rilevanza la prevenzione “per evitare il peggio che abbiamo visto in molti altri paesi”. La Bonino a Tunisi incontrerà il presidente provvisorio della Repubblica tunisina, Moncef Marzouki, il presidente dell’Assemblea costituente, Ben Jafaar, e il primo ministro Ali Larayedh, nonché rappresentanti della società civile.

    Il rinnovato attivismo anche sul territorio tunisino dei gruppi terroristici legati alla galassia qaedista e infiltrazioni terroristiche dal Sahel e dagli altri paesi limitrofi, contribuiscono a diffondere un forte senso di insicurezza nella popolazione. Se da un lato è importante proseguire nel contributo in termini di assistenza tecnica e forniture in favore delle autorità tunisine, ambito in cui l’Italia è già attiva, si rende al contempo indispensabile un rafforzamento della cooperazione regionale, in particolare nell’antiterrorismo e nella lotta al traffico di armi.

    La visita si inquadra altresì nell’ambito del privilegiato rapporto italo-tunisino, sancito dal partenariato strategico firmato nel maggio 2012, e della reiterata volontà italiana di garantire un concreto sostegno al processo di transizione tunisino. In tale contesto sarà stilato il punto sugli sviluppi della collaborazione bilaterale nei settori della sicurezza, migratorio ed economico-commerciale. L’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia e sono presenti sul territorio tunisino circa 750 imprese italiane, in generale di medio-piccole dimensioni, in vari settori (tessile, turistico, grandi opere, trasporti, energia). Tra i grandi gruppi, spicca la presenza di Eni che proprio attraverso la Tunisia trasporta in Italia il gas proveniente dall’Algeria.

    Il forte interesse da parte delle aziende italiane nei confronti della Tunisia si riflette nella richiesta di impegno del governo tunisino a tutela e protezione degli investimenti stranieri nel paese. La presenza straniera nel paese è un elemento vitale per la stabilità dell’economia tunisina, tra importazioni energetiche e flussi turistici provenienti dall’Europa. Credibili garanzie in particolare in termini di sicurezza sono quindi indispensabili per una presenza di investitori internazionali. In Tunisia sono presenti oltre tremila aziende straniere attive in tutti i campi e, nello specifico, nel settore tessile e dell’abbigliamento. Ulteriori reparti in cui si concentrano principalmente gli investimenti italiani sono le calzature, l’agroalimentare, il turismo, progetti di sviluppo delle infrastrutture e manifattura leggera.

    pc 3 settembre - PAROLA D'ORDINE: NAZIONALIZZARE...

    Questa della “Nazionalizzazione”, tanto in voga in questo periodo, più che una “parola d'ordine” è una parola vuota, più una “coperta calda” che vuole tranquillizzare sul fatto che sia possibile una soluzione alla pesante situazione lavorativa e soprattutto tenere buoni gli operai che vengono licenziati, o che sono in procinto di esserlo, che trovano da un giorno all'altro i battenti delle loro fabbriche chiusi, o che vedono porsi davanti la scelta (falsa) o lavoro o salute, che, appunto, “una soluzione c'è”, che lo Stato deve pensare a tirarci fuori dalla crisi.
    Questo leit motiv l'ha ripreso giorni fa su Il Manifesto Vincenzo Comito, parlando soprattutto del caso Ilva.
    Riportiamo alcuni stralci dell'articolo.
    Il siderurgico in Italia è a terra: l'unica speranza che il settore non scompaia è il pubblico. Siglando poi un'alleanza con un big asiatico”
    in Italia, paese che ha ancora la seconda industria manifatturiera d'Europa dopo quella tedesca, tra il 2009 e il 2012 quasi un'impresa industriale su cinque ha chiuso i battenti; e la moria continua. Si aspetta ora una nuova possibile ondata di chiusure per settembre.
    ...la Fiat perde inesorabilmente ogni mese e ormai da tempo quote di mercato in Italia e in Europa... sembra solo rimandata di qualche tempo la chiusura di ancora uno o due impianti.

    ...L'annuncio da parte della Indesit, qualche settimana fa, della chiusura di due insediamenti in Italia e del loro trasferimento nell'Europa dell'Est... Dopo la mossa dell'Indesit si teme che anche altri produttori e i loro componentisti facciano le valigie per altri lidi.
    E veniamo all'acciaio... Concentriamo peraltro la nostra attenzione sull'Ilva e sulla Riva Fire...
    il problema della Riva Fire non è solo quello dell'inquinamento; dietro di esso si intravede una sostanziale incapacità strategica, organizzativa, finanziaria, di reggere la concorrenza in un mercato che nell'ultimo periodo si è fatto molto più difficile.
    Fare profitti nel settore era abbastanza facile fino al 2007 e i Riva sicuramente ne hanno fatti molti...
    Ma poi è arrivata la crisi in un mercato in cui da una parte i prezzi di acquisto delle materie prime erano in salita mentre quelli di vendita erano frenati dalla concorrenza.
    Nel frattempo la Cina è diventata il produttore di gran lunga più importante del mondo, sfornando ogni anno da sola circa il 45% di tutto l'acciaio mondiale.
    ...Intanto le dimensioni produttive per stare nel settore si fanno sempre più grandi, con rilevanti processi di fusione e acquisizione in atto. Le imprese tendono ormai ad avere come prospettiva il mercato mondiale, mentre la Riva è presente soprattutto in Italia - dove peraltro perde quote di mercato a favore della concorrenza - e in misura molto contenuta in Europa.
    ...Intanto, di fronte alla crisi europea, nel continente appare ormai sempre più difficile fare profitti e si taglia qua e là la capacità produttiva, con negative conseguenze sull'occupazione....
    In questo quadro non sembra difficile suggerire sulla carta cosa si dovrebbe fare...”

    E qui si tira fuori il coniglio dal cappello:
    “Dopo tutti i misfatti venuti alla luce dei Riva e vista anche la loro sostanziale incapacità di reggere il gioco del mercato mondiale dal punto di vista strategico, manageriale e finanziario, ci sembra che non resti, se si vuole salvare il gruppo, che una rapida nazionalizzazione...
    E questo detto nonostante poche righe prima aveva scritto: “...rispetto al quadro generale delle difficoltà dell'industria italiana, nel settore dell'acciaio come in quelli dell'auto e degli elettrodomestici, il governo ha sostanzialmente brillato per la sua assenza o per qualche intervento solo sporadico. Il cosiddetto piano europeo per l'acciaio, che doveva contribuire a dare stabilità e maggiori certezze al settore, si è poi rivelato come del tutto inconsistente, persino grottesco...”.
    E concludendo:
    ...Con il semplice commissariamento si perde intanto tempo prezioso rispetto al fatto che il livello della competizione internazionale impedisce ormai all'Italia di farcela da sola a gestire una tale impresa; dopo la nazionalizzazione, si imporrebbe così anche una politica di alleanza con un altro grande gruppo internazionale, presumibilmente asiatico...
    Prima ci si renderà conto della realtà e meno peggio sarà per tutti...”.

    Appunto. Prima ci si renderà conto della realtà e meno peggio sarà per tutti. Soprattutto per gli operai.
    E la realtà del sistema capitalista, dello Stato e dei governi che sono al servizio del capitale, di cui questi fautori della “nazionalizzazione” sembrano non “rendersi conto”.
    Primo, la linea da tempo di questo Stato, di questi governi è quella della privatizzazione; privatizzano ciò per cui dovrebbe essere scontato il loro carattere pubblico (vedi linee di tendenza a sanità, istruzione, ecc., per non parlare di acqua...), e dovrebbero nazionalizzare ciò che è privato!? Piuttosto nei piani dello Stato c'è la privatizzazione di realtà industriali ora pubbliche, come l'Eni
    Secondo, per l'ennesima volta diciamo ai “ciechi” che le realtà industriali, quando erano pubbliche – vedi proprio l'Ilva – era gestita come e peggio dei privati, sotto tutti i punti di vista: garanzia del lavoro, condizioni di lavoro, sicurezza per gli operai e tutela ambientale, ecc. Ma anche ora, la stessa Eni è un esempio di grave inquinamento ambientale, attacco al lavoro e ai diritti dei lavoratori in particolare nel sistema dell'appalto.
    Terzo, l'unica “nazionalizzazione” che questo Stato può fare è quella di metterci i soldi nelle aziende, ristrutturarle e riconsegnarle, una volta attuata la “bonifica degli operai” al precedente privato o ad altri capitalisti, anche esteri (come appunto soci asiatici per l'Ilva; su cui, quindi, ci sta già pensando lo Stato, senza bisogno di suggerimenti...).
    Quarto. I “nazionalizzatori” non chiedono allo Stato, ai governi di far pagare pesantemente chi, spesso usufruendo prima di contributi e sgravi statali, prende gli impianti e scappa in zone in cui lo sfruttamento è più selvaggio e gli operai sono a bassissimo costo, o di far pagare chi ha inquinato, provocato morti per i suoi profitti; NO! Questi padroni possono chiudere battenti e se ne possono andare all'estero e lo Stato, che di fatto è stato osservatore passivo o più spesso collaborativo degli interessi di quei capitalisti, dovrebbe riaprire queste fabbriche, che - ammesso e non concesso - sarebbero guidate sempre dalla logica capitalista del minor costo del lavoro e massimo utile, sulla pelle dei lavoratori.

    MA soprattutto ciò che non “passa per la mente” dei fautori della “nazionalizzazione” è la questione del potere.
    il potere deve essere operaio” non è solo un vecchio slogan, ma è la condizione per non dire “chiacchiere ai 4 venti”. 

    pc 3 settembre - NO MUOS .. una nuova iniziativa nazionale a palermo

    Corteo nazionale NoMuos a Palermo il 28 settembre


    nomuos9agostoI NoMuos non si fermano e programmano nuove iniziative di lotta. Dopo la tre giorni di campeggio della scorsa settimane viene oggi pubblicato il calendario delle prossime iniziative; ieri infatti a Niscemi si è tenuta una partecipata assemblea di movimento che ha stabilito i seguenti appuntamenti:
    - dal 20 al 22 settembre tutti a Niscemi per nuove iniziative di lotta
    - 28 settembre, CORTEO NAZIONALE NOMUOS a Palermo
    I Nomuos insomma non staranno a guardare mentre la politica muove le sue pedine e l'esercito americano continua i lavori di costruzione delle tre parabole. Anzi rilanciano per la crescita della mobilitazione.
    Di seguito il comunicato di indizione del corteo tratto da nomuos.info :
    Bloccare il MUOS, sabotare la guer-ra, cacciare Crocetta

    Il movimento NoMuos rilancia la lotta contro le 46 antenne NRTF e la costruzione dell’impianto di comunicazione satellitare a Niscemi, particolarmente strategici nel momento in cui i venti di guerra soffiano caldi sul mediterraneo.
    La Sicilia, al centro dei piani militari e degli interessi geopolitici statunitensi e occidentali, svolge un ruolo fondamentale tramite le sue diverse basi NATO e USA e, in questo preciso momento, chiunque non abbia impedito con azioni determinate la costruzione del MUOS non può che essere ritenuto complice. Chi, come Crocetta, ha fatto della lotta NoMuos un espediente di vuota propaganda elettorale per poi piegarsi agli interessi yankee e insultare il movimento cercando di criminalizzarlo, aggiungendo alla ormai stantia retorica buoni/cattivi accuse razziste e infamanti di mafiosità, è oggi una controparte di quanti hanno a cuore il bene della Sicilia, del suo territorio e dei suoi abitanti.

    Per questi motivi il movimento rinnova il suo appello alla mobilitazione di tutti i siciliani lanciando una tre giorni di lotta a Niscemi e un grande corteo a Palermo che punti alla Regione siciliana.

    Calendario:
    Da venerdì 20 a domenica 22 settembre: tre giorni di lotta ed iniziative a Niscemi.
    Sabato 28 settembre: corteo a Palermo, concentramento ore 15 a piazza Politeama

    pc 3 settembre - NO TAV ..LA STRANA STORIA DEL SEN.ESPOSITO IMPICCA I NOTAV E VUOLE SALVARE BERLUSCONI


    da ilfattoquotidiano.it

    espochiDecadenza Berlusconi, lettera delle ‘colombe’ Pd: “Discutiamo il lodo Violante”

    Dieci senatori democratici invitano l’ex presidente della Camera a Torino per discutere “le problematiche tecnico-giuridiche” del voto in giunta. Primo firmatario della lettera il senatore Esposito, lo stesso che chiedeva di “decapitare” il movimento no-Tav e espellere i dissidenti. Obiettivo quasi dichiarato: perdere tempo

    Una lettera per chiedere “confronto, anche aspro, tra posizioni diverse” sulla decadenza di Silvio Berlusconi. A firmarla non sono i falchi del Pdl intenti nell’estremo tentativo di salvare il governo Letta dalle minacce del Capo, ma dieci senatori piemontesi del Partito democratico che hanno convocato per domani un incontro pubblico a Torino con Luciano Violante. L’ex presidente della Camera, in una intervista al Corriere della Sera dello scorso 26 agosto, aveva aperto ad un eventuale ricorso alla Consulta da parte della giunta prima di dichiarare decaduto il senatore pregiudicato Silvio Berlusconi. E pazienza se lo stesso Violante, dalle colonne dell’Unità di oggi, ha giurato di non avere proposto il ricorso alla Corte. “Non ho proposto di sollevare l’eccezione di costituzionalità relativa alla legge Severino. Né tantomeno di votare contro la decadenza di Silvio Berlusconi”, dice l’ex magistrato. Che un “Lodo” Violante esista o meno, dietro al “diritto alla difesa” di Silvio Berlusconi e al suo promotore si stanno accodando quanti, tra le “colombe” Pd, non condividono la chiusura netta manifestata ancora ieri tanto da Letta che da Epifani e Franceschini.
    Obiettivo dichiarato o semplice rapporto causa-effetto, la “riflessione” sui diritti e sulla agibilità del Cavaliere porterà ad uno slittamento della decisione della giunta, convocata per il prossimo 9 settembre. Fino a quando? A questo punto le ipotesi si moltiplicano sulla base dell’utilità politica. Anche perché nel frattempo prosegue l’iter giudiziario di Berlusconi, che passa anche dalla rimodulazione delle pene accessorie di nuovo nelle mani dei giudici di Appello dopo il rinvio della Cassazione. Se – è l’ipotesi formulata dal Corriere – i tempi in giunta venissero dilatati abbastanza, l’eventuale interdizione per via giudiziaria arriverebbe prima della decadenza politica sancita dalla giunta. Mettendo al riparo il governo Letta dagli strali a corrente alternata del Cavaliere. A quel punto non sarebbe più “la sinistra” a eliminarlo dalla vita politica. Ma l’odiata magistratura. Con buona pace di qualsiasi giudizio di retroattività della legge Severino. Nel frattempo il futuro della legislatura sarebbe blindato almeno fino al nuovo anno: tra finestre elettorali chiuse e obblighi di bilancio come la legge di stabilità spazio per la campagna elettorale non se ne trova.
    Di certo, tra i firmatari della lettera a sostegno di Violante spiccano due nomi. Quello dei senatori Esposito e Buemi. Il primo è noto per le sue posizioni decisamente pro-Tav. Quarantatre anni da Moncalieri, Stefano Esposito non è proprio un sostenitore dei diritti della difesa quando si tratta degli attivisti del movimento. Tanto da inciampare su Twitter in un eccesso di ardore: “Parte da Pisa per andare a fare la guerra allo Stato, prende giustamente, qualche manganellata e si inventa di essere stata molestata #bugia. Se vogliamo debellare questa forma di guerra allo stato dobbiamo “decapitare” i mandanti politici e le organizzazioni che li sostengono”. Stupisce poi che Esposito si schieri per la libertà di dissenso in seno al Pd quando fino a poche settimane fa augurava l’espulsione dei dissidenti. Prova ne è la reazione alle astensioni democratiche nel voto della mozione di sfiducia al ministro Alfano per il caso Ablyazov: “Ma come? Il capogruppo Pier Luigi Zanda ha tenuto un equilibrio tale sulla vicenda che doveva tenere insieme tutto il gruppo e questi che ti fanno? Escono dall’aula. Basta, questi se ne andassero con Beppe Grillo! Non ci possono più essere abbonati qui dentro al voto in dissenso dal partito”.
    Dissenso sì, quindi, ma solo quando fa comodo.
    Esposito e i colleghi piemontesi sederanno allo stesso tavolo di Enrico Buemi. Socialista, membro della giunta che dovrà decidere delle sorti del Cavaliere, Buemi non fa mistero di quale sia la strada da seguire. Ha detto e ripetuto più volte che la difesa di Berlusconi deve potere “esprimere il suo massimo potenziale”: “Dobbiamo avviare un dibattito serio dentro la Giunta per dirimere tutte le questioni che si pongono sia sul piano giuridico che su quello politico. Certe frenesie, certe urgenze, sono sospette. Non si deve arrivare a un obiettivo senza pagare il prezzo di uno Stato diritto che è quello di rispettare le regole e le leggi sempre, non solo quando ci conviene”.
    Il piano di Buemi dà esplicitamente credito all’ipotesi formulata dal Corriere. Leggi alla voce “perdere tempo per guadagnare tempo”. Concretamente – ha spiegato pochi giorni fa Buemi all’Adnkronos – attendiamo la rimodulazione dell’interdizione dai pubblici uffici che, vista l’efficienza della Corte di appello di Milano, non dovrebbe tardare moltissimo. Poi c’è la questione della retroattività della legge Severino che si pone in termini di interpretazione. Sul caso specifico di Berlusconi e anche per quelli futuri, infatti, c’è un problema di interpretazione. Io concordo con quanti prefigurano un ricorso alla Consulta”.

    Il testo della lettera dei dieci senatori del Pd
    Con i colleghi Senatori, visto il dibattito che si è aperto dopo le sue parole, abbiamo deciso di organizzare un incontro con Luciano Violante rivolto a segretari di circolo e dirigenti del PD Piemontese, per discutere del tema.
    Care amiche, cari amici, care compagne, cari compagni,
    le prossime settimane saranno decisive per il futuro del nostro Paese, del Governo Letta e del Partito democratico. Come a tutti noto, il 9 settembre la Giunta per le elezioni del Senato inizia a dibattere sulla questione della decadenza di Silvio Berlusconi.
    Il Pd ha assunto una posizione netta ed inequivocabile, illustrata dal Segretario Guglielmo Epifani in una recente intervista: il Pd voterà la decadenza di Silvio Berlusconi sia in Giunta sia in Aula, e questo non in nome dell’antiberlusconismo che vuole eliminare l’avversario per via giudiziaria, ma in nome del principio di legalità.
    Fissata questa linea, non si possono certo ignorare una serie di problematiche tecnico-giuridiche sulle quali è in corso un ampio dibattito che coinvolge autorevoli giuristi e costituzionalisti.
    Particolarmente rilevanti sono state le questioni sollevate da Luciano Violante in un’intervista sul ‘Corriere della Sera’ del 26 agosto. In quella sede Violante, dove aver ricordato che nel principio di legalità è compreso il diritto di difesa che va pienamente garantito anche a Silvio Berlusconi, ha dichiarato che, a suo parere, la Giunta per le elezioni, qualora ritenesse che ne esistano i presupposti, potrebbe investire la Corte Costituzionale della questione relativa all’irretroattività o meno della legge Severino. Parere, peraltro condiviso da giuristi non certo imputabili di ‘berlusconismo’.
    Le parole di Violante hanno suscitato forti reazioni critiche nel nostro partito e nella sinistra.
    A prescindere dall’opinione che ciascuno può avere sugli aspetti strettamente giuridici legati alla decadenza di Berlusconi e all’interpretazione della legge Severino, riteniamo necessario il confronto, anche aspro, tra posizioni diverse.
    Per discutere della questione che riguarda anche un carattere fondamentale del nostro partito, e cioè la difesa della legalità, abbiamo promosso un incontro di discussione e confronto con Luciano Violante domenica 1 settembre, alle ore 15.00, presso la sede del Partito Democratico di Torino in via Masserano 6/a, come Senatori del Partito Democratico del Piemonte
    All’incontro sono stati invitati il Segretario regionale Gianfranco Morgando e il Segretario provinciale Alessandro Altamura.
    Stefano Esposito
    Federico Fornaro
    Vannino Chiti
    Daniele Borioli
    Elena Ferrara
    Elena Fissore
    Nicoletta Favero
    Patrizia Manassero
    Magda Zanoni

    pc 3 settembre - MESSICO: CHI STUPRA LE OPERAIE MUORE

    In Messico una serial killer bionda uccide chi stupra le operaie

    "Una storia incredibile, in Messico è entrata in azione Diana la cacciatrice di autisti. Ne ha uccisi due e in una lettera al giornale di Ciudad Juarez spiega la sua linea...

    La rivendicazione è arrivata al giornale messicano La Polaka. C'è in giro una serial killer bionda che agisce a Ciutad Juárez, al confine con gli Stati Uniti, armata di pistola e con un nome di battaglia che è tutto un programma: Diana La Cazadora de Choferes (Diana la vendicatrice di autisti).
    Questa la storia. La cittadina messicana è nota come capitale mondiale dei femminicidi. Le operaie che lavorano nelle maquilas, le manifatture, sono costrette ad attraversare luoghi poco battuti e pericolosi visto che gli stabilimenti sono nel deserto. Spesso sono vittime di stupri e omicidi. Gli autisti degli autobus notturni sono tra i più accusati delle violenze sessuali. Il 28 agosto scorso una giustiziera bionda e in gonnella scura è salita a bordo di una corriera pubblica con una pistola in mano e ha ammazzato il conducente, Roberto Flores Carrera di 45 anni, con un solo colpo alla testa. Il giorno successivo la stessa donna ha ripetuto l'azione sparando a Freddy Zarate, anche lui di 45 anni e autista.

    Questo il messaggio mandato a al giornale di Juarez da Diana La Cazadora de Choferes: "Pensano che poiché siamo donne siamo deboli e abbiamo bisogno di lavorare fino a tarda notte per mantenere le nostre famiglie non possiamo far altro che tacere questi atti che ci riempiono di rabbia; le mie compagne hanno sofferto in silenzio, ma non possiamo tacere di più, siamo state vittime di violenze sessuali da parte dei conducenti che coprono il turno di notte qui a Juárez e nessuno difende o fa nulla per proteggerci, quindi io sono uno strumento per vendicare diverse donne che apparentemente siamo deboli per la società, ma non lo siamo veramente, noi siamo coraggiose e noi ci faremo rispettare per mano nostra. Le donne di Juarez sono forti".

    lunedì 2 settembre 2013

    pc 3 settembre - " IL PATTO DI GENOVA" PADRONI - CGIL-CISL-UIL - Un altro anello del patto neocorporativo dentro il regime di moderno fascismo in formazione


    Priorità sulla crescita, a Genova
    firmano sindacati e Confindustria

    Il documento è stato sottoscritto alla Festa del Pd poco prima dell'inizio del dibattito tra Squinzi, Camusso, Bonanni e Angeletti. Fisco, politica economica e distribuzione dei redditi tra i punti dell'accordo necessario per la crescita: in primo luogo per lavoro e giovani


    UNA LEGGE DI STABILITÀ PER L’OCCUPAZIONE E LA CRESCITA

    Documento Confindustria, Cgil, Cisl e Uil                        Genova, 2 settembre 2013

    In questi giorni sono in fase di definizione i provvedimenti conseguenza degli accordi politici che hanno dato vita all'attuale Governo.
    Oggi la governabilità è un valore da difendere, perchè vuol dire stabilità, condizione determinante per riavviare un ciclo positivo della nostra società. Essa però assume un significato concreto solo se genera adesso soluzioni ai problemi reali del Paese, delle imprese e del lavoro. Le iniziative promosse in questi giorni per assicurarla hanno però sottratto per la loro realizzazione risorse che sarebbero state meglio impiegate per misure più efficaci per il rilancio delle imprese e il sostegno dei lavoratori.
    Il Governo ha più volte dichiarato l'intenzione di uscire dalla crisi puntando sul ruolo dell’industria e sul lavoro. È questo l’obiettivo su cui far convergere l’azione di Governo e delle parti sociali per la crescita incoerenza con gli insegnamenti derivati dalla crisi finanziaria e con gli indirizzi e gli orientamenti elaborati anche in sede di Unione Europea.
    Da adesso, quindi, ci aspettiamo iniziative governative sostanziali, coerenti con le intenzioni più volte dichiarate e utili a rimettere al centro la scommessa della crescita.
    La centralità dell’industria e del lavoro quale snodo attorno al quale costruire il rilancio deve passare per una nuova e più efficace articolazione delle politiche fiscali e industriali, con l'obiettivo della crescita e in un'ottica di redistribuzione del reddito, e per una riflessione sull'assetto istituzionale in chiave di maggiore efficienza della PA e di effettiva razionalizzazione della spesa pubblica.
    Sono queste le priorità su cui chiediamo un impegno preciso al Governo nei prossimi mesi, a partire dalla legge di stabilità, che andranno declinate attraverso un confronto permanente con le forze sociali, con al centro delle politiche economiche il tema della crescita e dello sviluppo industriale per rilanciare l’occupazione e ridare fiducia al paese in un quadro di accordo sulle scelte strategiche di medio-lungo periodo.
    Politiche fiscali
    Per tornare a creare lavoro e benessere e per restituire una prospettiva alle giovani generazioni, a
    corollario di una nuova strategia di politica industriale, il fisco assume un ruolo chiave.
    Un fisco esoso, complesso e incerto, che non guarda alle attività lavorative e alla competitività delle imprese, soffoca la crescita. E poca crescita significa disoccupazione, scarsa produttività, povertà.
    Gli interventi di politica fiscale capaci di promuovere tali obiettivi sono chiari da tempo.
    Occorre innanzitutto un sistema fiscale efficiente, semplice, trasparente e certo, con poche e stabili scadenze, non ostile all’attività di impresa e alla creazione di lavoro e che non scoraggi le scelte degli investitori. Un fisco stabile, che non complichi la vita ai contribuenti onesti, è il presupposto essenziale per restituire attrattività al Paese ed è un obiettivo improcrastinabile, perché a costo zero per le finanze pubbliche. Per queste ragioni sosteniamo i provvedimenti volti ad ammodernare, dare certezza e stabilità al sistema fiscale - tra i quali la delega fiscale e il DDL di semplificazione fiscale - e ne auspichiamo una approvazione e attuazione in tempi rapidi.
    Occorre ridurre il carico fiscale su lavoro e imprese, per aumentare il reddito disponibile delle persone e riequilibrare la tassazione sui fattori produttivi.
    Per questo:
    va ridotto il prelievo sui redditi da lavoro - esigenza non più rinviabile, soprattutto per ragioni di equità e di redistribuzione del reddito - attraverso le detrazioni per lavoratori e pensionati, così da aumentare il reddito disponibile e rilanciare i consumi;
    va eliminata la componente lavoro dalla base imponibile IRAP, così da favorire e non penalizzare, come accade oggi, le imprese che assumono e investono in capitale umano, e ripensata la tassazione dei beni immobili dell'impresa che siano strumentali all'attività produttiva;
    vanno rese strutturali le attuali misure sperimentali di detassazione e decontribuzione per l'incremento della produttività del lavoro.
    Bisogna continuare la lotta all'evasione fiscale e approvare un provvedimento legislativo che destini alla riduzione delle tasse quanto recuperato ogni anno.
    Infine, per concorrere efficacemente in mercati globali sempre più esigenti e competitivi, occorre utilizzare la leva fiscale per rilanciare gli investimenti produttivi e il rinnovo tecnologico delle imprese, nonché il loro rafforzamento patrimoniale.
    Politiche industriali
    I numerosi tavoli di confronto aperti al Ministero dello Sviluppo Economico sono stati in questi anni lo specchio delle difficoltà che stanno caratterizzando il nostro sistema industriale.
    Per affrontare in modo organico e coordinato le diverse situazioni di crisi occorre istituire una cabina di regia nazionale sulla crisi d’impresa che preveda la partecipazione del Governo, di tutte le forze sociali e degli altri soggetti coinvolti (principalmente il sistema delle banche e l’amministrazione fiscale) con il compito di individuare strumenti e soluzioni adeguate alla drammaticità della situazione.
    Sul piano più diretto delle politiche industriali dovranno essere poste al centro dell’azione del Governo e della parti sociali quattro questioni strategiche per il futuro dell’industria italiana:
    1. il rafforzamento degli investimenti nell’innovazione a 360 gradi, per affrontare e vincere la competizione globale, attraverso:
    l'introduzione di una misura stabile ed automatica di agevolazione fiscale (anche nella forma del credito d’imposta) per gli investimenti delle imprese in ricerca e sviluppo;
    una strategia moderna e coerente con Horizon 2020 di ricerca e sviluppo per le imprese;
    la definizione di un meccanismo di garanzia pubblica per favorire la partecipazione del sistema finanziario al finanziamento di grandi progetti di innovazione industriale realizzati da filiere o reti di imprese;
    la rapida attuazione dell’Agenda digitale italiana.
    2. lo sviluppo della green economy, per garantire un rapporto equilibrato tra attività produttive / tutela della salute e dell’ambiente e crescita di nuove attività economiche, attraverso:
    la definizione di un piano strutturale di sostegno all’efficienza energetica e allo sviluppo delle rinnovabili in grado di valorizzare le potenzialità industriali e le competenze del sistema produttivo italiano;
    la definizione di un piano nazionale di intervento sulle bonifiche dei siti di interesse nazionale nella logica di favorire il riuso del territorio a fini industriali e produttivi;
    interventi per il consolidamento e lo sviluppo delle filiere produttive collegate al recupero e al riciclo di materie prime da rifiuti.
    3. la creazione di una nuova finanza per lo sviluppo, per favorire una maggiore capitalizzazione delle imprese e il rilancio degli investimenti produttivi, attraverso:
    il rafforzamento dei meccanismi di detassazione degli utili reinvestiti a partire dall’ACE;
    il rafforzamento dei meccanismi di sostegno all’accesso al credito da parte delle imprese;
    l'istituzione di un nuovo fondo per la ristrutturazione industriale con la partecipazione della CDP e di altre istituzioni finanziarie per la realizzazione di interventi temporanei nel capitale di rischio di imprese in difficoltà, ma con potenzialità di sviluppo.
    4. la riduzione del costo dell’energia, per il miglioramento della competitività delle imprese nel contesto europeo e globale, attraverso:
    lo sviluppo delle infrastrutture energetiche con la razionalizzazione degli assetti decisionali per
    l’autorizzazione di infrastrutture energetiche in un'ottica nazionale e di integrazione con gli altri mercati europei e globali;
    la riduzione delle componenti parafiscali della bolletta attraverso una rimodulazione temporale degli incentivi pagati dagli utenti;
    la resa strutturale della convergenza dei prezzi del gas italiani e internazionali attraverso lo sbottigliamento delle principali infrastrutture di interconnessione;
    la revisione delle modalità di funzionamento del mercato elettrico coordinando in modo efficiente la produzione di energia da fonti rinnovabili e da fonti termiche convenzionali che manterranno un ruolo essenziale per lo sviluppo manifatturiero.
    Revisione degli assetti istituzionali ed efficienza della spesa pubblica
    Le complicazioni normative, i ritardi procedurali, le inefficienze delle amministrazioni pubbliche
    costituiscono un peso insostenibile per cittadini e imprese ed incidono negativamente sulla spesa pubblica, determinando sprechi di risorse, che potrebbero essere più utilmente impiegate in iniziative a favore della crescita.
    Per questo é urgente intervenire, in via prioritaria, attraverso:
    la revisione del Titolo V della Costituzione, per restituire allo Stato la possibilità di intervenire unitariamente su alcune materie di interesse generale, come la semplificazione, le infrastrutture, l’energia, le comunicazioni, il commercio estero. Conseguentemente vanno rivisti i livelli istituzionali creando enti dimensionati ai nuovi compiti e in grado di gestire con efficienza le funzioni attribuite.
    Questo significa abolire le Province, aumentare la soglia dimensionale dei piccoli Comuni, istituire le Città metropolitane e, coerentemente, ridurre drasticamente il numero dei componenti degli Organi elettivi a tutti i livelli di Governo;
    una seria politica di revisione della spesa pubblica per garantire servizi di qualità a cittadini e imprese.
    Una spending review diversa rispetto a quella finora attuata, non più basata su una logica di tagli lineari, che hanno colpito indistintamente tutti gli enti, quelli virtuosi e quelli inefficienti, rischiando cosi' non solo di non eliminare le inefficienze, ma di ridurre l’efficienza di quelle parti della PA virtuosa, e scaricando i tagli su aumenti di tariffe e imposte locali.
    Occorre ora svolgere un’analisi selettiva della spesa pubblica a tutti i livelli di governo, coinvolgendo la revisione delle funzioni svolte dalle amministrazioni centrali e da quelle decentrate, riducendo i costi impropri della politica e definendo i “costi standard”, che vanno attuati rapidamente come metodo di finanziamento delle amministrazioni pubbliche.

    Tutto ciò va realizzato in un quadro di riforma della PA e dell'erogazione dei servizi pubblici.